Homeland – Incontro con Damian Lewis e David Harewood

Anche se con qualche mese di ritardo rispetto alla messa in onda americana, arriva in UK la serie Homeland. Prodotta da showtime la serie ha già fruttato due Golden Globes. Miglior attrice Claire Danes, davvero straordinaria e, rullo di tamburi, miglior Drama series.

Sinossi

Durante un’operazione della Delta Force in Afghanistan viene ritrovato un sergente dell’esercito, Nicholas Brody (DAMIAN LEWIS), ritenuto morto in azione nel 2003. Il sergente racconta di essere stato prigioniero per 7 lunghi anni insieme a un altro americano, morto durante le torture. Brody viene accolto in patria come un eroe e gettato davanti alle telecamere per dimostrare l’efficenza delle forze di sicurezza. Tutti sembrano entusiasti del suo ritorno, tranne Carrie Anderson (CLAIRE DANES), un agente della CIA che dopo aver condotto azioni non autorizzate durante una missione in IRAQ è stata riassegnata alla sezione Counter Terrorism. Durante la missione era venuta a sapere che un militare USA era stato plagiato dai terroristi. Non appena viene a sapere di Brody, l’agente Anderson sospetta che sia lui il misterioso traditore. La sua foga di agire trova però l’opposizione degli alti gradi della CIA che vedono il suo dubitare senza alcuna prova (nessuno è a conoscienza della notizia ottenuta in IRAQ) come una forma di indisciplina e mancanza di rispetto per un eroe di guerra come il sergente Brody. Carrie non si lascia perdere d’animo e recidiva nel suo voler fare tutto di testa sua, mette sotto sorveglianza la casa di Brody senza alcuna autorizzazione. Carrie viene però colta sul fatto dal suo superiore e mentore Saul Berenson, il quale le intima di interrompere immediatamente le sue ricerche e di presentarsi il giorno dopo davanti alla corte disciplinare. Carrie sembra perdere la testa, il suo stato psicofisico già debole (fa uso di psicofarmaci) sembra crollare, ma il suo istinto e la sua capacità analitica la portano a scoprire qualcosa: forse la sua non è semplice paranoia.

In una serata speciale i due attori protagonisti della serie Damian Lewis e David Harewood (curiosità entrambi Inglesi esportati) hanno incontrato il pubblico dopo la proiezione del pilot della serie (ancora inedito in UK, presto su Channel4).

A quanto pare Homeland è il programma preferito di Obama lo sapevate?

Lewis

Si, l’ho sentito. E’ uscito un articolo sul NyTimes che raccontava questo aneddoto. (L’articolo è di Maureen Dowd, potete leggerlo qui).

Credo ci siano anche i Clinton tra i fan della serie. A quanto pare tutti vogliono un boxset di Homeland nei piani alti della amministrazione americana. Abbiamo avuto moltissime richieste. Guardano quello che piace al loro capo! (risate)

Non vorrei fare troppi spoiler, per chi non l’ha ancora visto…

Probabilmente l’hanno già scaricato tutti da internet! (risate)

La serie è un adattamento di Hatufilm serie scritta e diretta da Gideon Raff. Alla versione americana hanno lavorato Howard Gordon e Alex Gansa.

Cosa avete pensato appena avete visto lo script, quali sono state le vostre prime impressioni?

Lewis

E’ sempre eccitante sapere che ti hanno inviato un nuovo script. Non stai nella pelle, poi lo leggi e dici “oh…” e ne rimani deluso. Non è stato il caso di Homeland. Ho capito subito che mi trovavo davanti a un ottimo prodotto. E’ molto ambizioso e si può capire già dal primo episodio. La cosa che mi ha attirato è la sfida di trattare argomenti così delicati in uno show da 50 minuti. Fin dal primo episodio la serie si presenta molto densa di tematiche diverse, sia dal punto di vista degli eventi che dei personaggi. Qualcosa che difficilmente si trova da queste parti (in UK NDR).

Harewood

Io mi trovavo in tournèe qui a Londra. Mi è arrivato uno script di 14 pagine. Ricordo di non aver avuto tempo per prepararmi, così mi sono messo davanti la telecamera e ho recitato le battute leggendo di volta in volta. Poi me ne sono completamente dimenticato. 2 mesi dopo mi chiama il mio agente e mi dice che gli ero piaciuto molto. Nelle 48h successivo sono al telefono con Alex Gansa (regista produttore di Homeland insieme a Howard Gordon), producer di 24, è stato folle. Incredibile

Interviene Lewis

Devi avere un attore di colore e un roscio. Hanno prima aspettato di vedere se andavo bene e poi ti hanno chiamato! (risate)

A dispetto dei personaggi da lui interpretati Damian Lewis si dimostra un grande intrattenitore, battuta sempre pronta e grande feeling con il pubblico. Unico neo una giacca stile Dolce e Gabbana in Antartico.

Harewood

E’ stato tutto così rapido. Non ho potuto lavorare sul mio personaggio. Non mi ero neanche allenato con il mio accento americano. Non potevo sentirmi nell’episodio pilota che avete appena visto. Quella specie di “mezzo” accento. E’ orribile.

Lewis

Oh non eri così male! Non era male vero? (al pubblico)

Harewood

Durante la serie poi mi sono sentito più a mio agio.

E tra gli altri chi è stato il primo preso per la parte?

Lewis

Credo che Claire Danes sia stata la prima e poi Mandy Patinikin. In un primo momento per il ruolo di mia moglie era stata presa un’altra attrice ma non voglio dire il nome, in quanto la sua sostituzione non è dipesa dal fatto che non fosse brava (si tratta di Laura Fraser). E’ stata fantastica nel pilot, ma non ha convinto gli executive, in quanto non erano ancora certi su come dovesse essere il personaggio. Dopo la fine delle riprese siamo quindi dovuti tornare sul set per altre 3 settimane per rigirare tutte le scene con Morena Baccarin (l’attrice che ha poi interpretato la moglie di brody, già protagonista del Reboot di Visitors)

La protagonista della serie è una donna mentalmente instabile, Claire è affetta da un disturbo bipolare, Che peso ha questo elemento nella storia?

Harewood

La sorella di uno degli sceneggiatori è affetta da questo disturbo. All’uscita della serie ha scritto un’articolo sul NyTimes raccontando quanto questo ruolo fosse importante per informare le persone su questo tipo di disturbo. E’ difficile trovare show televisivi in grado di proporre un ritratto così realistico di questa condizione.

Lewis

E’ stato molto coraggioso inserire un personaggio affetto da disturbo bipolare in un thriller paranoico. Potrebbe sembrare un trucco per attirare l’attenzione. Sicuramente il suo disturbo crea una sorta di instabilità anche nello spettatore, ogni volta costretto a chiedersi se quello che la protagonista fa sia guidato dalla sua malattia o dal suo intuito geniale, ma credo che gli sceneggiatori siano stati molto bravi nel raccontare il suo stato con la giusta sensibilità e questo diventa più chiaro con il progredire delle puntate.

Cosa ne pensate degli altri attori del cast?

Harewood

Per quanto mi riguarda è la miglior compagnia di attori con cui abbia mai lavorato. Molto spesso andavo sul set solo per guardare gli altri recitare. Nel particolare Mandy, davvero incredibile. Era sempre buona la prima, ma quando faceva un altro take riusciva a stravolgere quello che aveva fatto, riuscendo comunque ad aggiungere qualcosa. Anche Claire davvero incredibile.

Cosa ne pensate del tema? Perchè hanno scelto un tema così non americano come il tradimento. Non avevate paura che gli americani non avrebbero apprezzato qualcosa di così antiamericano?

Lewis

Credo che rispetto alla serie “24”, che ha rappresentato un po’ lo spirito repubblicano, una sorta di reazione mascolina all’attentato alle torri gemelle, Homeland abbia un’approccio più di “sinistra” nel raccontare il post undici settembre. Oggi le cose sono diverse, ora sappiamo molto di più su come si sono svolti i fatti. Credo che lo show parta da qui, da come è cambiato il sentimento delle persone 10 anni dopo l’attentato alle torri gemelle.

Harewood

Quando abbiamo girato la pilota Bin Laden era ancora vivo. Prima della messa in onda c’è stata la notizia della cattura e dell’uccisione. Gli autori hanno quindi deciso di aggiungere una battuta (approfittando del fatto che dovevano rigirare le scene con la moglie di Brody) in cui si diceva che Bin Laden era morto. Credo che sia stato un momento cruciale. Quel giorno si è chiuso un capitolo della storia americana. E credo che questo abbia permesso al pubblico, agli americani, non dico di rilassarsi, ma di riuscire a guardare indietro, a quello che è successo negli ultimi dieci anni con un animo diverso. Credo che se non fosse morto Bin Laden, forse, sarebbe stato diverso.

Damian, Com’è stato girare le scene di tortura?

Lewis

Freddo. Molto freddo. Sicuramente sono scene forti, credo abbiano tagliato una scena in cui mi viene conficcato un cacciavite nella spalla. Non è stato più difficile di altre scene. Non sono uno di quegli attori che si porta il lavoro a casa. Di solito sono in quel mondo quando lavoro, ma una volta a casa dimentico tutto.

David, Come ti sei preparato alla tua parte dopo aver interpretato due grandi personaggi storici come Nelson Mandela e Martin Luther King?

Harewood

David Estes , il mio personaggio, è molto introspettivo. E’ stato molto difficile capire quale fosse la sua caratterizzazione. Solo verso la fine della stagione credo di aver trovato la giusta chiave. Non mi sentivo mai soddisfatto del mio lavoro. Poi finalmente uno dei registi, credo fosse il quarto episodio, mi ha dato una direzione che mi ha molto aiutato. Mi ha detto: “non voglio mai vedere quello che stai pensando”. Per me era perfetto, di fatto non dovevo far altro che mascherare ogni sentimento! Ho continuato a lavorare sul personaggio, cercando di costruire un sentimento nascosto, come se non volesse mai chiaramente rivelare se stesso. Non vedo l’ora di girare la seconda stagione. Ora che lo conosco mi sento pronto a interpretarlo al meglio.

Lewis

Posso aggiungere una cosa riguardo ai personaggi? Ci sono due elementi interessanti nel modo di scrivere “drama” negli USA. Di solito gli sceneggiatori hanno un “arco” della storia in mente. All’interno di quest’arco gli autori non conoscono tutti i dettagli. In un certo senso si adattano agli attori, cercando di valorizzare quelle che sono le loro qualità. Può quindi succedere che lo sceneggiatore si “innamori” della performance di un attore. Questo fa si che nella storia ci siano come della pause, dei mini tributi al personaggio che ci aiutano a scoprire lati del suo carattere non presenti nella storia principale. C’è molta più spontaneità di quanto possiate immaginare. L’altro elemento che caratterizza i long form televisivi e l’ha descritta molto bene David Simon creatore di The Wire: è il “novelistic approach”. E’ bello avere un episodio ogni settimana, come leggere un capitolo prima di spegnere la luce e poi fantasticare su come sarà il capitolo successivo. E’ bello essere sorpresi dalle diverse direzioni prese dal racconto, aiuta a mantenere alto l’interesse del pubblico e allo stesso tempo è molto affascinante anche per noi attori.

Parliamo di attori inglesi. Cosa ne pensate? C’è questo bisogno di andare dall’altra parte per poi tornare dopo il successo come una sorta di tesoro nazionale?

Harewood

Per me è importante. Non ci sono molti personaggi così forti e autoritari per un attore di colore in questo paese, non si scrivono personaggi di questo tipo è un dato di fatto. Molti attori della mia generazione vanno a lavorare in USA. Mi sono sempre sentito come se avessi perso il treno. Idris Alba, ad esempio, mi ricordo di aver parlato con lei parecchi anni fa, mi raccontava della sua frustrazione, del fatto che voleva andarsene. E guardate adesso dove è arrivata. E’ diventata una grande star. Ha preso la decisione giusta. Ora che è tornata la BBC gli ha dato una parte in Luther. Naturalmente ci è voluto molto tempo. Ma ne è valsa la pena. Per me è stata una necessità. Nessuno mi avrebbe dato un ruolo del genere qui in questo paese.

Lewis

Credo siamo stati entrambi molto fortunati ad avere un accento americano credibile. In questo modo hai la possibilità di lavorare in entrambi i posti. La maggior parte della tv americana è spazzatura. Quello che abbiamo visto qui ora è la “creme” della tv americana. Ci sono cose buone in entrambe le industrie televisive (UK e USA). Non credo ci sia questa necessità di andare in USA per affermarsi. Credo sia qualcosa di attraente si, ma solo quando ti vengono offerti ruoli interessanti.

Quale credete sia il motivo percui in Inghilterra non ci sono programmi come questo?

Sono due tradizioni diverse. Scrivere per immagini è nel DNA americano. E’ profondamente radicato nella loro cultura. Non si può dire lo stesso dell’Inghilterra. Abbiamo una grande tradizione teatrale. Molti sono partiti da li per poi portare il loro talento in televisione. La nostra produzione televisiva è stata basata sulla parola, per lo più “talking head” (teste parlanti). Ha sempre avuto un approccio molto teatrale. Credo che in Inghilterra ci siano degli scrittori incredibili, ma manca qualcosa. Un motivo molto importante è certamente il diverso metodo di produzione. Quello americano si basa su spendere 5 o 7 milioni di dollari per la sola produzione dell’episodio pilota. Scrivono una sceneggiatura. La girano. E poi decidono se fare o no la serie. Sono 7 milioni, e gli autori vengono pagati in anticipo. Qui bisogna prendere decisioni molto prima di andare in produzione, e questo sicuramente ha un peso importante sulla qualità del prodotto finale.

Harewood

Credo ci sia anche un problema di mancanza di ambizione. Non si cerca di raccontare storie globali. Rimaniamo spesso su temi molto locali. Credo che qualcosa stia cambiando, con l’avvento della tv via cavo, anche qui da noi con Sky si sta cercando di costruire un sistema di produzione più ambizioso. E anche Channel4 naturalmente sta facendo un ottimo lavoro.

Le parole dei due attori mi suonano strane. Come nel film di Woody Allen “Midnight in Paris” sembra che anche qui in Inghilterra si soffra di una “Golden Age Syndrome”. Si rimpiange il grande passato teatrale inglese come un qualcosa di perduto e ora irraggiungibile. Si guarda invece all’America come unico luogo dove poter fare un certo tipo di televisione universale. Mi guardo intorno. Ma come è possibile? Questa è la terra di Misfits, Life on Mars, Shameless, The office, I Monty Python, Being Human, tutte serie che proprio per il loro appeal universale sono spesso state acquistate e rifatte negli Stati Uniti. Possibile che due attori inglesi di successo, di grande spessore culturale, pensino che l’Inghilterra non sia altro che “Talking Heads”?

Mentre rifletto sulle ultime parole di Lewis e Hatterwood cominciano le domande dal pubblico. Ed è proprio dal pubblico che viene una considerazione interessante sul panorama televisivo inglese.

Volevo prima fare una premessa. In passato c’era molta qualità nella tv inglese, soprattuto nella produzione di Dramas, 30, 35 anni fa. Credo sia anche nel nostro DNA, certo oggi qualcosa si è fermato, probabilmente quando è stato riformato il sistema televisivo, e molti dei dipartimenti che si occupavano i fiction sono stati chiusi.

La mia domanda riguarda la connessione con Israele, avete letto il libro da cui è tratta la serie prima di girare?

Lewis

La serie originale è stata scritta da Gideon Raff, ed era basata su alcune ricerche che aveva fatto personalmente. Nel particolare su come vengono trattati i militari che sono stati prigionieri nei territori. A quanto pare una volta rientrati, vengono tenuti in dei campi di debriefing e trattenuti li per molto tempo lontano dalle loro famiglie. Vengono interrogati nel caso possano avere notizie sensibili. Il vero motivo è, naturalmente, che temono possano essere stati plagiati. L’idea principale, la possibilità che un militare possa essersi convertito al nemico, è stata di ispirazione ma poi la storia si evolve in modo completamente diverso.

Tornando al discorso della scrittura, i piccoli tributi fatti agli attori di cui prima parlava Damian Lewis. C’è anche un’altra tendenza dei long form televisivo, quella degli autori a non voler che gli attori sappiano troppo del loro personaggio. Quanto vi è stato detto dei personaggi? Vi è capitato spesso di leggere il nuovo script e dire “Oh cavolo, non sapevo che il mio personaggio si sarebbe comportato in questo modo!”

Lewis

Dipende da dove lavori, per quello che posso dire Alex Gansa è stato molto collaborativo e mi ha sempre detto tutto quello di cui avevo bisogno. Ho avuto con lui una lunga conversazione prima di accettare il ruolo. Quando era chiaro che sarei stato un Marine, un simbolo così forte, un militare che ha deciso di combattere per una società libera, e che nella storia avrebbe potuto abbracciare la religione islamica (si accorge di aver detto qualcosa che si scopre più avanti nella serie) era importante per me che il personaggio prendesse questa decisione attivamente, che non fosse una sorta di Fantoccio stile Manchurian candidate. Per quanto riguarda il personaggio, quello che posso dire è che qualche volta è anche bello non saperne troppo. Aggiunge spontaneità alla serie.

Come ti sei preparato a interpretare Brody?

Lewis

Prima di iniziare ho fatto molta ricerca. Ho incontrato alcuni militari, ho letto molti libri soprattutto sulle sindromi post traumatiche di cui soffrono i soldati che sono tornati dal fronte. Credo che l’autore che mi ha dato di più è stato Brian Keenan e il suo libro “An Evil Cradling”. Ha un modo di scrivere molto bello, profondamente psicologico, mi ha molto aiutato per ricreare lo stato mentale di Brody.

Chi sono gli Yummy Yummy Yummy? C’è un video su youtube…

Lewis

Oh…Si è una band io canto. Il fatto che canti non vuol dire che sia in grado. (ride) Nel sud dove abbiamo girato ci sono molti studi di registrazione, abbiamo incontrato molti producer e abbiamo messo su una band che si chiama così. Gli Yummy Yummy Yummy. E se guardate tutta la serie capirete perchè abbiamo scelto questo nome.

(Se non volete aspettare la fine della serie, o l’avete già finita e volete scoprire a cosa si riferisce Lewis, in questa clip, trovate la risposta all’enigma)

Ultima domanda per Damian chi vorresti interpretare se poteste scegliere uno show attualmente in onda?

Lewis

Don Draper (protagonista di Mad Men)

 

Totally Serialized – Intervista a Frank Spotnitz (X-Files, Millennium, Harsh Realms)

Totally Serialized – Incontro con Frank Spotnitz

Le serie televisive stanno guadagnando sempre più credito tra gli addetti ai lavori. Se negli anni ’80 gli attori della televisione sognavano il cinema, oggi sono le star del cinema a essere affascinate dal piccolo schermo. Steve Buscemi, malgrado la sua carriera cinematografica (che comunque lo relega spesso a “supporter role” più che protagonista) ha trovato la sua fortuna (e un golden globe come Best Actor) nella serie “Boardwalk Empire” prodotta (e diretta nel caso della pilota) da un grande maestro del cinema come Martin Scorsese. Ma Buscemi è solo uno degli ultimi “fuggiti” dal grande schermo. Dustin Hoffman e Nick Nolte sono protagonisti della serie Luck (che conta tra i producer Micheal Mann e il supporto della HBO) appena andata in onda negli Stati Uniti. Ma la lista potrebbe essere molto più lunga: Kiefer Sutherland (24) Alec Baldwin (30 Rock) Matin Sheen (West Wing) Glenn Close (Damage, The Shield). La tv non è più dunque l’alternativa povera dell’attore in cerca di lavoro, bensì una scelta conscia. Molti attori hanno spesso sottolineato come il serial televisivo permette un’immedesimazione con il personaggio che il film non riesce a dare. Ma c’è anche dell’altro. La scrittura televisiva ha fatto dei progressi incredibili negli ultimi 20 anni. Si è passati dall’episodio chiuso con personaggio piatto e asintomatico (vi ricordate McGyver?) alla serialità multistrato e multipersonaggio (Lost, Fringe), in cui la storia non si conclude alla fine di ogni singolo episodio, ma continua seguendo varie linee narrative parallele. In ultima analisi ha un peso importante la componenete tecnologica (molte serie oggi vengono girate utilizzando la RED camera, probabilmente la nuova pellicola digitale) che rende le serie televisive spesso indistinguibili da un prodotto cinematografico. L’implementazione dell’alta definizione (e il conseguente formato 16/9), ha permesso ai registi televisivi l’utilizzo di inquadrature larghe, carrelli, piani sequenza altrimenti impossibili in passato, quando il primo piano era indispensabile per venire incontro al piccolo formato delle vecchie televisioni 4/3.

Ma chi sono i veri protagonisti di questa rivoluzione? Secondo la rassegna “Totally Serialized” in corso a Londra presso l’istituto di cultura francese (19-22 gennaio), sono gli sceneggiatori i veri fautori di questo successo. Per questo ieri è stato organizzato un Panel dal titolo “How to write a tv show” con ospite d’onore Frank Spotnitz, autore ed executive producer di Xfiles, Millennium, Harsh Realms e dell’imminente cooproduzione HBO/BBC (prodotta da Kudos) Nemesis.

Tra gli altri ospiti anche Paula Milne (Small Island, The Politician’s Wife), Anne Landois, Eric de Barahir (Spiral) and Marie-Anne Le Pezennec (Research Unit) moderati dallo scrittore Franck Philippon.

L’incontro si apre con le solite presentazioni di rito dei vari burocrati francesi che peraltro sfoggiano un inglese degno del miglior Clouseaux

In quest’articolo mi concentrerò sulle parole di Spotnitz

Negli ultimi anni molti sono gli autori che hanno deciso di iniziare collaborazioni con l’Inghilterra. Cosa sei venuto a fare in UK?

Beh, innanzitutto perchè mi piace stare, qui, ho già vissuto in Europa per un lungo periodo. E poi sono stato avvicinato da Stephen Garrett and Jane Featherstone della Kudos Film and Television.
Mi hanno chiesto se ero interessato a produrre una serie per la televisione inglese. Per un periodo il progetto sembrava possibile ma poi l’idea sembrava svanita. Un giorno ho avuto un incontro con Gilliam Anderson (Skully di X-Files) e gli ho chiesto se era interessata a fare una serie in Inghilterra. Quindi ho immediatamente chiamato Stephen Garrett e gli ho detto: “Ti ricordi quell’idea di fare una serie in UK? Forse è la volta buona!”. Il progetto è andato avanti prima con il nome in codice di “Morton” in seguito trasformato in Nemesis, che credo sara’ il nome definitivo. Abbiamo preso contatti con la BBC, ma nel frattempo Gilliam Anderson ha rinunciato al progetto (perchè impegnata altrove) e c’è voluto un bel po’ di tempo prima di avere un si ufficiale da parte della BBC. Per fortuna le cose sono andate come dovevano e il progetto è finalmente partito.

E come sta andando la produzione di Nemesis?

Molto bene, abbiamo in progetto 8 episodi. Stiamo girando da ottobre, oramai ci siamo quasi. Mi mancano ancora gli ultimi due episodi che sono ancora in fase di riscrittura. E’ probabile la produzione di una seconda stagione a partire da aprile.

A proposito di scrittura, lei ha lavorato per molti anni in USA. Quali sono le maggiori differenze tra il modo di lavorare che avete in america e quello che si usa qui in UK?

Beh è tutto molto diverso non c’è che dire. I ruoli sono diversi. Qui ad esempio lo sceneggiatore scrive e basta. In USA io ero sempre Executive producer dello show per cui lavoravo. Non che non ci sia questa figura in UK semplicemente è un altro ruolo. Si chiama Story Editor ed è la figura di riferimento che fa da tramite tra lo script e la produzione. E’ stato molto difficile trovare la persona giusta ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Un altro problema che ho trovato è stato il diverso approccio alla scrittura. Ho molto insistito con la produzione per avere una “writing room”. Un luogo dove tutti gli sceneggiatori potessero confrontare le proprie idee e gli script dello show. E’ un lavoro normale negli USA, qui un po’ meno. E’ stato molto difficile trovare scrittori che volessero lavorare in questo modo. E’ un lavoro molto dispendioso, non solo dal punto di vista fisico ma anche di tempo. Si perde molto tempo e molti non volevano impegnarsi così a lungo per lavorare a un solo progetto. Qui in Europa il lavoro di scrittura è molto individuale, non si lavora in gruppo. Per me è impossibile non lavorare insieme ad altri. Credo ne guadagni la qualità del prodotto. La cosa divertente è stata che all’inizio i vari sceneggiatori erano molto gentili l’uno con l’altro. Nessuno voleva smontare le idee altrui. Dopo qualche tempo si sono sciolti e hanno cominciato a essere meno delicati. E’ strano perchè da noi è normale che il nostro lavoro venga continuamente giudicato e modificato, qui è diverso.

Ma tu riscrivi il lavoro degli altri?

Si, se è necessario prendo e riscrivo. Se invece lo trovo perfetto lo lascio così comè. Non è una questione di voler mettere l’ultima parola, è una questione di qualità. SI lavora per il pubblico. Bisogna dare al pubblico il miglior prodotto possibile ed è quello che cerco di fare ogni volta. E’ un lavoro di squadra. Come a ping pong, mi viene dato uno script io lo leggo faccio le mie note, poi lo rimando allo scrittore che lo riscrive e così via fino a che non abbiamo quello che vogliamo. (NDR nel frattempo noto lo sdegno degli sceneggiatori francesi alle parole di Spotnitzasulla riscrittura del lavoro altrui)

Tu hai lavorato per anni ad Xfiles, non solo in televisione, ma anche al cinema nei due adattamenti per il grande schermo, come si passa da serie tv a film?

Il primo film di Xfiles è stato molto difficile. Eravamo all’apice del successo e il pubblico aveva molte aspettative. Credo alla fine sia stato un buon prodotto. I fan l’hanno apprezzato e io lo ritengo un buon film. Il secondo è stato invece un incubo. La televisione voleva a tutti i costi realizzare il film prima della chiusura ufficiale della serie. Questo ha creato molti problemi a noi sceneggiatori in quanto dovevamo cercare di non scoprire troppo le carte e mantenere il mistero fino alla fine della stagione 9. E’ stato un vero grattacapo, per questo il film risulta molto riflessivo, non succede molto e sembra quasi staccato dagli avvenimenti della serie televisiva. Non è che non mi sia piaciuto, lo amo come tutte le mie creature, solo che non è stato possibile farlo come volevamo per le pressioni della produzione televisiva. Lo considero un film di riflessione.

Preferisci lavorare per il cinema o per la tv?

Mi piace molto di più lavorare per la tv, la trovo estremamente più razionale. Il cinema è troppo frustrante.

(Prima che si allontani definitivamente riesco a fargli ancora un paio di domande)

Tu hai lavorato anche alla serie Harsh Realms, uno show rivoluzionario per l’epoca ma che è stato chiuso dopo soli 9 episodi. Cosa è andato storto?

Credo che il network non abbia capito lo spirito dello serie. Fin dall’inizio non ci siamo sentiti supportati dal canale. Per dirla in parole povere eravamo già morti ancor prima di iniziare. (ride) Penso che si, forse era troppo presto. Matrix era appena uscito, noi avevamo appena finito di girare la puntata pilota e ci siamo detti “Ma che diavolo!”. Non sapevamo nulla di The Matrix (Harsh Realms ricorda per molti aspetti The Matrix NDR) Credo sia stato un problema di sfortuna. Bad Luck!

Come mai hai deciso di venire a lavorare in Inghilterra? Apparentemente la tua sembra una decisione controcorrente, ma negli ultimi tempi altri hanno fatto lo stesso. David Crane, ad esempio, creatore della serie Friends ha realizzato la serie “Episodes” prodotta da BBC e Showtime. Credi sia un trend che continuerà in futuro? Cosa sei venuto a cercare in UK?

Io amo questo paese. Devo ammettere che sono molto emozionato all’idea di lavorare qui. Ho conosciuto molta gente di talento e poi mi piace l’idea di vivere in UK. (Frank ha già vissuto in Europa e Inghilterra in passato NDR) Fino a qualche tempo fa l’idea di girare qualcosa in Inghilterra per poi venderlo negli Stati Uniti sarebbe stato qualcosa di irrealizzabile. Ma oggi le cose stanno cambiando, come hai ricordato BBC sta sempre più stringendo rapporti con Tv via cavo americane (Episodes è una co-produzione Showtime/BBC, Life’s too short vede una collaborazione BBC/HBO, come nel caso di Nemesis prodotto dall’indipendente Kudos), il mondo sta cambiando ed è per questo che sono qui.

David Crane è venuto qui perchè nel suo programma Episodes in un certo senso vomita tutte le sue frustrazioni sul modo di fare televisione in america, anche tu stai cercando di fare la stessa cosa?

No, ci sono cose buone e cattive in entrambi i modi di lavorare (in USA e in UK). Quello che cerco di fare è prendere il meglio da tutte e due! Certo in america ci sono molti più soldi!

Sorride e viene trascinato via dall’organizzatore del festival.

 

Black Mirror – La tv come specchio del reale

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Premessa

Provate a trovarmi questo profilo: comico, scrittore, autore televisivo, sceneggiatore, regista, presentatore. autore radiofonico. Ah! E non dimenticate: Classe 1971. Smettete di cercare non lo troverete. Almeno non in Italia.
Sto parlando di Charlie Brooker. Ha lavorato come presentatore per Screenwipe, Gameswipe e Newswipe. Scrive regolarmente per il The Guardian ed è uno dei quattro direttori creativi della Zeppotron casa di produzione specializzata in comedy. La serie horror Dead Set (che se non avete visto vi consiglio vivamente) da lui scritta è stata nominata per i Bafta. E’ stato columnist dell’anno nel 2009 e Best Newcomer (esordiente) ai British comedy award sempre lo stesso anno.
E’ co-presentatore del programma 10’O’clock live sy Channel 4 e ha presentato una serie di documentari per BBC 2 dal titolo: How TV Ruined Your Life (l’esatto opposto del libiro “Buona Maestra” di Aldo Grasso!). Riprendete fiato, il suo CV è quasi finito. Last but not least è autore della miniserie Black Mirror di cui vi parlo poco più sotto.

Fine Premessa

Ieri ho potuto vedere un nuovo episodio della mini serie Black Mirorr, in onda tutte le domeniche su Channel 4. Ogni episodio è autosufficiente e non legato con gli altri. Gli attori cambiano, così come gli sceneggiatori e il regista. Quando per la prima volta è stato presentato alla stampa venne annunciato come un “Twilight Zone” moderno. Una buona definizione aggiungo io. Per una volta si è cercato di spiegare allo spettatore e non di ammaliarlo con un titolo ad effetto. Mi sintonizzo sul canale. Poco prima era stato il turno di X-Factor Uk (esclusiva ITV). Non amo il genere, ma non si può non rimanere abbagliati dalla mastodontica macchina produttiva che ci troviamo di fronte. Non è di X-factor che voglio parlare, almeno non del vero X-factor.
Inizia il programma. Ci troviamo nel futuro. Un futuro non definito da una data precisa. Un ragazzo vive dentro un cubo completamente rivestito di immagini. Degli schermi proiettano ininterrottamente un flusso visivo. Quando non ci sono commercial, la stanza è illuminata da una simil luce solare come a cercare di creare un rapporto con l’esterno. La routine di questo ragazzo è molto semplice. Letto, igiene personale, spinning, cibo, spinning e di nuovo letto. All’inizio non è chiaro perchè la sua vita è così scandita. Piano piano vengono rivelati nuovi elementi. A quanto pare in questo futuro distopico gli abitanti della terra vivono tutti in un enorme palestra di spinning. Ogni bicicletta ha di fronte a se uno schermo. Come in un classico videogioco della Wii ognuno ha il proprio avatar e un punteggio relativo alla distanza percorsa. Con questi crediti è possibile acquistare del cibo, saltare le pubblicità che non riteniamo interessanti (altrimenti si è costretti a subirle) o comprare add-on per il nostro avatar virtuale. C’è un ultima opzione di utilizzo per i nostri soldi virtuali. Con “solo” 15 milioni di crediti è possibile acquistare un “golden ticket” (molto simile a quello di Willy Wonka a dire la verità). In questo modo è possibile “comprare” la propria possibilità di essere selezionato. Selezionato per cosa? Per diventare il prossimo “Hot Shot”! Niente a che vedere con quel vecchio classico del cinema demenziale (lo so che c’ho pensato solo io, però nel caso meglio specificare). Hot Shot è una sorta di X-Factor del futuro. Chi riesce ad acquistare il proprio golden ticket ha diritto (ma l’audizione non è immediata) di andare davanti ai giudici (i vari Morgan ed Elio per capirci) e far vedere il proprio talento.
Il ragazzo non sembra interessato a questo “premio”. Per lui la vita scorre incolore, senza alcuna aspettativa. Il suo credito supera abbondantemente i 15 milioni. Per lui i crediti servono solo ad arginare quell’universo mediatico che gli si impone agli occhi ogni minuto della sua vita (nel caso si chiudano gli occhi le immagini si fermano e attendono che la persona li riapra). Da qui in poi consideratelo spoiler. Lo so tendo a sbrodolarmi nei racconti.

SPOILER ALERT: se vuoi vedere la puntata (che trovi in fondo al post) forse è meglio fermarsi qui o saltare il paragrafo)

La prospettiva del ragazzo cambia quando incontra una ragazza di cui si innamora immediatamente. Dopo averla sentita cantare sottovoce nel bagno della “palestra” le propone di andare a cimentarsi sul palco di Hot Shot. Sarà lui a pagare il biglietto. In questo modo realizzerà il suo sogno e sarà libera dalla schiavitù. La ragazza è indecisa, ma alla fine accetta la proposta. La sua voce impressiona i giudici. Ma di cantanti ce ne sono già tanti e l’unico ruolo rimasto per lei è quello di porno attrice per la sezione “hot” dei canali di intrattenimento. Lei tentenna. Non riesce a decidere è confusa, anche a causa di una bibita lisergica che gli è stata somministrata poco prima di andare sul palco. Gli viene puntata contro una luce. “In questo momento stai consumando la luce percui tutti pedalano ogni giorno” (ecco spiegato lo spinning obbligatorio). La gente fischia. Lei accetta in lacrime. Il ragazzo dietro le quinte viene portato via. La sua amata è ora una Sexy Doll che tutti possono vedere pagando una manciata di crediti. Lui non ha neanche più i soldi per non guardare. Preso dalla disperazione raccoglie i crediti necessari per andare davanti ai giudici. Una volta li, puntandosi una scheggia di vetro al collo minaccia tutti di uccidersi. I giudici gli permettono di dire la sua. Il ragazzo vomita tutto il suo veleno. I giudici sono estasiati. La sua rabbia, la sua violenta reazione nei confronti del sistema diventerà parte stessa di quello che odia. Uno spettacolo. In onda per 30 minuti due volte a settimana.

Il presente è in mano alla televisione. E’ innegabile. E’ la televisione il mezzo per raccontare quello che sta succedendo in questo esatto momento. Il cinema non riesce più a essere lo specchio della società. E’ tutto troppo veloce e non riesce più a tenere il passo. Se prima la televisione riusciva solo a essere un cinema scolorito, un modo di fare le cose con meno soldi, oggi ha capito le sue potenzialità e ha cambiato strada. Non segue più le impronte del fratello maggiore, oggi ha una direzione tutta sua. Una linea parallela nella quale esprimere finalmente il suo vero potenziale. Black Mirror ne è un esempio lampante. La sera della messa in onda di X-Factor, Channel 4 mette in palinsesto (dieci minuti dopo la fine del programma avversario) una riflessione profonda e toccante sul mondo dei reality. Una rilettura fantascientifica che ricorda per ambientazione e profondità del messaggio i grandi romanzi classici della fantascienza. Impossibile non trovarci un po’ di 1984 o qualche ombra di Philip Dick. Il valore aggiunto sta nel riuscire a consegnare questa riflessione quasi in tempo reale. L’effetto creato dal vedere Black Mirror subito dopo aver visto X-Factor è sconcertante. Non si ha il tempo di pensare, il tempo di metabolizzare, si è gettati davanti a un nuovo “reale” e si è costretti a riflettere.

Non si può non apprezzare un prodotto come questo. E non si può non apprezzare la destrezza di chi ha capito che il palinsesto non è un’orario delle lezioni da riempire a caso, ma un valore aggiunto per l’amplificazione del significato. Lo stesso programma palinsestato in qualsiasi altra ore e giorno non avrebbe avuto lo stesso impatto. Un’accortezza questa che manca in Italia, dove i programmi spesso vedono la loro messa in onda spostata o cancellata senza un vero e proprio senso. Ha fatto storia la messa in onda di Dallas in Italia. Nel 1981 è stato acquistato dalla Rai che però lo ha mandato in onda in ordine casuale di fatto compromettendo la narrazione. Canale 5, qualche mese dopo, lo prese in saldo ristabilendo la messa in onda corretta (Che geni! Dopo la puntata 1 c’è la 2! Grande Giove! Ma come gli sarà venuto in mente!). Fu un successo. (Su Dallas Freccero ricorda: “Dallas è il prodotto che fonda la tv commerciale. Dallas fa capire che la fidelizzazione nasce con la serialità; inoltre dimostra che il cinema non è indispensabile e che può essere sostituito vantaggiosamente con prodotti studiati per la tv: coi film il pubblico deve essere conquistato ogni volta; con la serie lo si aggancia all’inizio e lo si tiene puntata dopo puntata”). Errori come questo sembrano acqua passata, ma non lo sono. Capita ancora che Italia si sposti repentinamente il giorno di messa in onda di Fringe (dimenticando completamente la regola base dell’appuntamento) o che intere stagioni vengano bruciate per riempire il palinsesto (le stagioni dei simpson in italia durano meno di un mese con la messa in onda quotidiana). Quali sono le cause di tutto questo? Incapacità? In parte si, ma credo che un problema fondamentale sia quello della mancanza di una vera e propria concorrenza. Il duopolio creato da Mediaset e Rai ha di fatto cancellato ogni velleità produttiva. Non serve investire di più, non serve avere il prodotto migliore, non serve stravincere. Nel peggiore dei casi si finirà secondi, su due partecipanti. Tutto questo non fa altro che aumentare il ritardo dei prodotti italiani. Perchè non c’è una serie Italiana venduta all’estero? (Si abbiamo venduto Romanzo Criminale a HBO e Tutti pazzi per amore in Grecia! In Grecia!) Perchè invece noi ci dobbiamo pappare Rex e L’ispettore Derrick? Perchè nessuno ha interesse a fare un prodotto migliore? Perchè a noi va bene Fiorello. Perchè a noi vanno bene i Cesaroni (da un format spagnolo “Lo Serranos”), Il medico in famiglia (format anch’esso spagnolo “Medico de familia”), Ris (copia carbone su carta della pizza di CSI) e cosi via (salvo solo Montalbano). Uno dei pochi prodotti rivoluzionari della tv italiana, Boris, ha raggiunto la tv nazionale solo oggi (perdendo molta della sua forza, il tempo passa…) e indovinate a che ora viene mandato in onda? Non lo sapete? Prima serata? No. Pomeriggio? No. Seconda serata? Terza. Messa in onda quotidiana. Così finisce prima e ci togliamo il dente. Disdetta. Tremenda disdetta.

 

Coincidenze Giurassiche

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Premessa

– Per quale motivo i musei sono pieni di vecchie ossa di dinosauri?
– Perchè non possono permettersene di nuove…

Ok. Potete non ridere, non era questo il motivo della battuta, nel caso contrario vi siate messi a ridere non c’è problema. Potete comunque farlo.

Fine Premessa.

E’ da un po’ di tempo che i dinosauri sono tornati a invadere la mia immaginazione. Li avevo lasciati un paio di decadi fa’ agli albori dell’adolescenza. Dopo tutti questi anni hanno mantenuto intatto il loro fascino. Non c’è nulla da fare, l’idea che dei giganti si muovessero indisturbati sulla stessa terra dove ogni giorno camminiamo è un qualcosa di estremamente eccitante (anche qui vale il discorso sul ridere o no).

Tre sono gli elementi che hanno riportato in vita i giganti dal passato.

Jurassic Park (Micheal Crichton)

Ho da poco finito di rileggermi (in originale) Jurassic Park, di Micheal Crichton e sono ancora convinto che sia uno dei libri di fantascienza (ma non cosi Fanta-) più plausibili che abbia mai letto. Quando ho scoperto che nel 1997 un gruppo di scienziati giapponesi ha provato a riportare in vita un Mammuth rimasto congelato nel permafrost, non avevo più dubbi: Jurassic Park non è un libro di fantascienza. L’equipe giapponese ha seguito un processo molto simile a quello del romanzo di Crichton: il DNA congelato di un mammuth estratto dal permafrost della Siberia è stato unito a quello di un elefante. L’idea è quella di inserire il DNA dell’animale estinto in un ovulo di elefante dal quale è stato precedentemente eliminato il DNA originale. Nel caso di successo, l’ovulo verrà quindi impiantato in un elefante adulto che ne porterà a termine la gravidanza. L’esperimento, sulla carta possibile, è fallito. Il DNA congelato è infatto molto instabile e deteriorato dalle basse temperature. Ma l’appuntamento è stato solo rimandato. Nel 2008 un’altra equipe capeggiata dal prof. Teruhiko Wakayama è riuscita nell’impresa di clonare un topo congelato da 16 anni. L’esperimento ha portato nuova linfa nel progetto tanto da far stabilire una data per la riuscita dell’incredibile clonazione. Secondo lo studio degli scienziati giapponesi in 5 anni sarà possibile avere un Mammuth vivo e vegeto nel nostro ecosistema.

The end of an Era (di Robert J. Sawyer)

Sono al Roma Fiction Fest in attesa di entrare nella sala teatro studio. Verrà proiettato Case Histories. C’è un ritardo, 40 minuti per la precisione, un folto gruppo di spettatori si è accampato vicino alla sala “Teatro Studio”. Alcuni si scambiano opinioni su quello che hanno visto. Una discussione particolarmente accesa ha attirato la mia attenzione. Mi avvicino per seguirne lo sviluppo. Si parlava di Terra Nova la nuova serie targata Steven Spielberg. Un ragazzo raccontava di come non avesse per nulla apprezzato la nuova “opera” Spielberghiana. “Uno spreco di soldi, e poi che razza di fantascienza è quella?” Entro nella discussione e dico la mia. La puntata pilota non mi è dispiaciuta, niente di eccezionale, ma non per questo una brutta serie. Certo con un budget del genere non si può fare un prodotto filologico. Si deve cercare tutto il pubblico possibile e Terra Nova si muove proprio in questa direzione: Effetti speciali, azione, romance e mistero. Il ragazzo non sembra convinto, anche se accetta alcune delle mie attenuanti. Ribatte dicendo che comunque per lui la fantascienza è ben altro. “Niente a che vedere con Sawyer!”. L’argomento mi interessa e il nome mi ricorda qualcuno, ma non sono certo. Chiedo maggiori informazioni. “Robert J. Sawyer, il libro credo si chiami End…End of an Era”. Mi segno immediatamente il nome.
Il giorno dopo cerco, inutilmente, una copia del romanzo. A quanto pare è fuori catalogo (come ti sbagli…). L’unica possibilità è cercare online. Kindle. Lo scarico. Comincio a leggere. End of an Era racconta la storia di due scienziati (un paleontologo e un biologo) che tornano indietro nel tempo (65 milioni di anni) per cercare di scoprire qual’è stato il motivo dell’estinzione dei dinosauri. Inutile direte voi. Lo sappiamo già. Meteorite e poof! l’intera popolazione scomparsa nel nulla. Questo è quello che vediamo nei fossili, ma non è detto sia l’unica spiegazione possibile. I reperti ci dicono che non c’è più traccia del loro passaggio dopo i 65 milioni di anni, non ci dice però con certezza quale è stata la causa. I resti di Iridio, quarzo e microdiamanti potrebbero derivare dall’impatto di un meteorite, ma allo stesso tempo sarebbero potuti essere già presenti sul pianeta terra. Nessuno nega che un meteorite sia precipitato sulla terra, il golfo del messico è un’impronta inconfutabile, ma Sawyer non si fida: se ci fosse dell’altro? Un evento che i fossili non possono raccontare, un evento così importante da cancellare un’intera razza? Non vi posso dire altro, il resto dovete leggerlo. Per la cronaca Sawyer, pluripremiato scrittore canadese, è anche l’autore di un romanzo chiamato Flash Forward. Vi dice niente?

Tyrannosaur

Londra. Cammino in uno dei mille cunicoli della metro. Nelle orecchie gli auricolari sparano Squealing Pigs degli Admiral Fallow diretto nel mio povero timpano, oramai martorizzato da 20 anni di Walkman. A Londra se non indossi un paio di cuffie ti senti in difetto, come se fossi uscito senza pantaloni. Un’isolamento forzato, diligentemente portato a termine. Nessuno ha intenzione di comunicare con altri esseri umani. Le persone sono addirittura in grado di fissare un punto nel vuoto, l’unico libero, dove nessuno sguardo può essere incrociato. Ogni individuo è fornito del suo Iphone. C’è chi gioca, chi legge libri, chi guarda la sua serie preferita, chi sfoglia sms. Se dovessi immaginarmi un action figure del perfetto londinese avrebbe di sicuro un iphone tra i gadget. Tra le modalità di gioco, “Isolamento mode”, “Drunk Mode” e l’immancabile “Business Mode”. “Mind the gap!”. Il mantra dell’undergroung londinese (ci hanno fatto anche le magliette) mi riporta alla realtà. E’ la mia fermata. Scendo. Passo di fronte a un enorme cartellone pubblicitario. Mi fermo. E’ la locandina di un film. Il cielo è grigio, tendente al marroncino. Due enormi alberi in contro luce si innalzano sino a limite del cartellone. Uno è leggermente più alto dell’altro. Al centro la figura di un uomo, una silhouette. Il suo volto è nero come la pece. Ma c’è dell’altro. Sotto i suoi piedi riusciamo a intravedere il terreno sottostante. Le radici degli alberi sono perfettamente visibili e ci guidano nelle viscere della terra dove si staglia un enorme scheletro, perfettamente conservato, di un Tyrannosauro. L’animale è in una posizione fetale, come se sentisse il peso di quello che si trova in superfice. Malgrado il riferimento Cretaceo, si capisce subito che non ci troviamo di fronte a un Kolossal ad alto budget su un enorme mostro che si risveglia nel cortile di una casa in South London. Niente di tutto questo. Tyrannosaur è un film indipendente inglese, prima regia dell’attore Paddy Considine. Fulcro del racconto il rapporto tra Joseph (Peter Mullan), un uomo violento la cui rabbia lo sta portando lentamente all’autodistruzione, e Hannah (Olivia Colman) una donna dolce e indifesa con un terribile segreto. La pellicola ha avuto un’ottimo successo nei festival in cui è stata presentata, ed è considerato uno dei migliori film inglesi dell’anno. L’uscita prevista per l’Italia è assente nel sito Imdb. Il film uscirà in Svezia, Russia, Grecia. Ma noi abbiamo Ezio Greggio quindi siamo a posto così.

Esco dalla metro, fermata Waterloo. Mi dirigo verso il BFI Imax. Faccio il biglietto. Caro, ma qui il cinema è qualcosa di insensatamente costoso, quindi, poco male. Se devo vedere qualcosa in sala, almeno voglio che lo schermo sia alto come un palazzo di tre piani. Salgo le scale. Attendo. L’ultima volta che ho visto questo film in sala correva l’anno 1993. La computer grafica era ancora un oggetto del mistero. Regia di Steven Spielberg con Sam Neil, Laura Dern e Jeff Goldblum, ma questa è un’altra storia (e soprattutto un altro articolo).

PS. L’articolo è stato scritto, editato e uploadato interamente dal mio Ipad. Per fare questo ho utilizzato l’app ufficiale WordPress (che ha qualche strana mancanza), Photoshop Express e Sketchbook Pro. Abbiate pietà.

 

Comici drammatici – Ricky Gervais


L’altro giorno mi sono ricordato di non aver completato la visione di Extras, serie scritta e diretta dal re della comicità inglese (almeno di questo periodo) Ricky Gervais e dal suo compagno di avventure Stephen Merchant. La serie è infatti composta da due stagioni, più uno special di natale che era rimasto nascosto nel cofanetto.
Inserisco il dvd sicuro di passare un paio d’ore di sano divertimento made in UK. Dopo poco però mi rendo conto di quanto poco ci sia da ridere. Non per mancanza degli attori ma per una dose di realismo che non mi aspettavo di trovare.
La serie è incentrata su una coppia di comparse e sulle loro peripezie in un lavoro fatto di umiliazioni, sudore e fatica. Ricky Gervais è Andy Milligam, un attore convinto dei propri mezzi che vuole sfondare come autore e comico “serio”. La sua carriera ha un impennata quando ottiene una parte per una sitcom BBC. In poco tempo però la sua idea originale, viene piegata alle leggi di mercato e il suo personaggio trasformato in un pappagallo legato a doppio filo alla sua battuta tormentone “Are You having a laugh? Is he having a laugh?”. Andy è frustrato, malgrado i 7 milioni di telespettatori che ogni sera si collegano e ridono a crepapelle.
Lo speciale di natale si riaggancia in questo frangente alla serie. Andy è cambiato. Stanco delle porte in faccia ricevute diventa rude e insensibile. La trasformazione è lenta e dolorosa per chi gli sta vicino. Il primo a cadere è il suo agente. Andy si lascia ammaliare da un rampante agente di una grande agenzia che gli promette grandi cose. Con un messaggio in segreteria Andy liquida il suo vecchio agente, lo spilungone Darren Lamb (co-autore fisso di Ricky Gervais, nonchè regista della serie) il quale mestamente torna a fare il suo vecchio lavoro, come tecnico in un negozio di telefonia. Andy abbandona la serie BBC annunciando il suo ritiro davanti al pubblico dell’ultima puntata. “Non voglio più fare il pupazzo che dice battute a pappagallo per un branco di imbecilli” Il pubblico non apprezza. Il direttore di BBC non apprezza. Andy è oramai uno spocchioso attore di successo, senza il successo. “Life is cruel” si limita a dire a chi gli fa notare di non poter fare una cosa del genere.
La cattiveria del personaggio e l’insensibilità crescono con il passare del tempo. Ricky Gervais è un maestro delle “Awkward situation” e ci tiene davanti alla vergogna per dei minuti che sembrano ore. Dove chiunque avrebbe tagliato Ricky continua imperterrito, ci lascia li davanti alla sua dignità che lentamente soccombe.
L’abbandono della serie lascia Andy senza lavoro. Le uniche offerte sono piccole apparizioni in parti poco interessanti. Speculare all’insuccesso di Andy è invece il successo di un suo ex collega che si ritrova co-protagonista di un blockbuster di Hollywood al fianco di Clive Owen. Ciò non fa altro che aumentare la frustrazione del personaggio.
Andy perde tutto, glii amici, il successo e la dignità e come ultimo gesto di disperazione decide di accettare l’offerta del suo agente che gli domanda: “Vuoi diventare ricco oppure uno stimato attore intellettuale? Scegline una perchè le due cose insieme non accadranno mai.” Voglio diventare ricco, dice senza un filo di voce Andy. La prova da superare è fare parte del “Grande Fratello” (la versione stile Isola dei Famosi, con una serie di reietti della televisione).
E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Andy in diretta tv dichiara la sua vergogna per il mondo di cui fa parte, ammette i suoi errori e in un monologo al vetriolo demolisce l’intera industria dell’intrattenimento di massa. Uscito dalla casa l’agente lo accoglie con grandi sorrisi. La sua sfuriata gli farà fare un mucchio di soldi. Ma Andy ha deciso, non sono i soldi quello che vuole. La parabola è finita, il lieto fine c’è, ma è così amaro da sembrare più una resa che una decisione del protagonista. Il realismo con cui Gervais ci racconta il suo lavoro sembra abbandonare lo stile della sitcom, solitamente solo attraversato da piccoli singhiozzi drammatici. “Life is cruel”, come ripete il suo personaggio, e la sua rappresentazione non è da meno.
Lo so, vi ho praticamente raccontato tutto quello che potevo raccontarvi. Ma questo non inficerà la visione delle due stagioni precedenti che sono quanto di meglio potete vedere in televisione. In Italia non c’è stato spazio per Extras, a parte qualche breve apparizione (non doppiata) su alcuni canali satellitari.