Perchè è impossibile uscire da Facebook.

Sono uscito da Facebook. L’ho fatto di nuovo. Non è la prima volta. Qualche anno fa si parlava di suicidio. Ma oggi sembra il termine sia diventato troppo violento per essere utilizzato. Si dice uscito. Disattivato o simili.

Di fatti ho “de-activated” facebook. Già perchè come diceva Antoine-Laurent de Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, o meglio per dirla al social di Zucker, nulla si crea per essere distrutto. Non è tra i tuoi diritti quello di distruggere te stesso. L’eutanasia digitale è illegale come lo è nella realtà (almeno in alcuni paesi).

Ma non voglio parlare di cosa voglia dire uscire da Facebook, le conseguenze sociali, psicologiche e compagnia bella. Non mi interessa. Quello di cui voglio parlarvi sono le conseguenze che questo social ha sulla vostra identità digitale e quanto oramai è radicato nella nostra vita.

Partiamo dalle cose negative. Chiudere Facebook come dicevo poco sopra, non vuol dire chiuderlo ma disattivarlo. Non è prevista infatti alcuna cancellazione. Di fatto è un log-out temporaneo. Nessuno oramai fa log-out di questi tempi. I broswer ricordano tutto (su più dispositivi se autorizzati, come Google Chrome). Entrare e uscire dai nostri social, siti, forum o quant’altro è facile come bere un bicchier d’acqua. La porta è sempre aperta e quasi non ci sembra davvero di entrare in un luogo diverso.

La prima cosa da fare è far dimenticare Facebook al nostro broswer. Il Keychain o il portachiavi delle nostre password deve essere disattivato altrimenti ci vorranno pochi secondi perchè ci ributti dentro il nostro social preferito. Ma non è solo lui a ricordare.

Dopo un paio di giorni senza FB mi arriva una mail. “Ecco i tuoi highlight della settimana su FB”. Strano. Forse si tratta di un errore. O dell’altro account fake che ho dovuto aprire per continuare a gestire delle pagine fan di mia creazione (quelle sono legate agli account e per continuare ad usarle c’è per forza bisogno di un utente). Impossibile. L’utente creato non ha amici. Serve solo per le pagine. Nient’altro. Aspetta. Un amico ce l’ho. Me stesso. Controllo. Niente da fare. Giacomo Cannelli. Parla di Me. Ma come diavolo. Controllo. Su google cerco “Giacomo Cannelli Facebook”. Esce fuori la pagina FB che mi spiega che l’utente c’è su Facebook, ma se lo vuoi conoscere devi loggarti o iscriverti.

Ma che diavolo sta succedendo? Provo un’altra cosa. Dall’account del mio Fake cerco il mio nome. Giacomo Cannelli. Lo trovo è li. Niente privacy. La mia pagina è perfettamente visibile e in ottima forma. Ma che cazzo? Sono in presenza di un “Dead Facebook Walking?”. Non è possibile. Ricontrollo. Mi riloggo con il mio account originale. Tutto funziona correttamente. Non capisco. Era disattivato ne sono sicuro. Lo disattivo nuovamente.

Esco. Rientro dal mio Fake e mi cerco. Non è egocentrismo, è privacy. Protezione della privacy. Di nuovo il mio nome esce in pochi secondi. Dannazione. Subito sotto tutta la lista degli amici “mutual” tra il mio amico Fake (zero amici) e l’amico “real” fuggito da FB (mille e passa amici). Premo sul mio nome. Pagina non trovata. Dunque funziona. Ma il nome rimane perfettamente indicizzato con tanto di ultima foto usata (mi dispiace Chaplin-Batman). Dunque l’account fake riceveva ancora suggerimenti basati sugli amici in comune con un amico che però non era più su Facebook. Grazie Zucker. Grazie davvero. Il problema dell’indicizzazione si sapeva già purtroppo. Anche google mantiene “l’ombra” delle persone scomparse dal social molto tempo dopo la loro disattivazione.

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Comincio a innervosirmi. Forse è meglio ascoltare un po’ di musica. Apro Spotify. Mi chiede il login. Certo. Era sincronizzato con Facebook. Giustamente mi chiede di rientrare. Il bel pulsante blu appare in alto sulla pagina di login. Fanculo. Inserisco i dati manualmente. Magari il login via FB non fa altro che prendere i dati che però rimangono separati dal social. Entro. Funziona. Faccio un respiro di sollievo. Entro e la mia musica è ancora li. Ho un accounto premium, quindi posso ascoltare le canzoni anche offline. Partono i Cake. Ascolto il primo pezzo. Una notifica interrompe però immediatamente l’ascolto. Mail. Apro. Facebook. Di nuovo. “Bentornato”. Cosa? Ma che cazzo è? Uno cazzo di scherzo del cazzo? (quando mi innervosisco divento un personaggio dei Soprano). Merda. Apro la mail. Mi ringraziano per averci ripensato. Li odio. Non ci ho ripensato. Voi l’avete fatto. Scorro la mail. In fondo mi comunica che l’account si è auto-attivato per un “suo login”. Un mio login? Dove. Su Spotify. Certo cazzo. Spotify. Era sincato con Facebook. Malgrado abbia inserito i dati manualmente automaticamente deve aver comunicato con il social che di conseguenza si è immediatamente risvegliato. Merda. Sono fottuto. Ero solito usare login tradizionali. Ma da quando Facebook e Twitter hanno invaso “l’internet” per comodità ho cominciato a usare loro come login. Molto spesso volevo solo testare nuove app o social e mi rompevo a dover re-inserire tutti i dati. Idiota. Sei un idiota. Per pigrizia hai regalato dati a destra e a manca. Non solo ti sei reso dipendente dal social legando ad esso anche servizi percui paghi. Cristo Santo. In pratica se voglio usare la musica percui ho pagato devo per forza tenere aperto facebook. Potrei forse buttarmi in un complicato cambio di mail e login di Spotify, ma solo a pensarci mi viene il mal di testa. Quanti altri account ho legato a Facebook? Neanche lo ricordo. E’ così che si sono insinuati. Per comodità si usa Facebook, senza pensare che piano piano si diventa dipendenti. Non solo dipendenti da quel compulsivo aggiornamento di pagina. Ma anche per servizi diversi. E se un giorno dovessimo iscriverci a servizi statali usando Facebook? A quel punto uscire da Facebook sarebbe quasi illegale. Un modo per sottrarsi all’identità. Già l’identità.

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Quando ho aperto il nuovo account fake per gestire le pagine FB ho provato come nome cose tipo Pinco Pallo o simili. Lo prendeva. Tranquillamente. Poi però mi è venuto in mente un vecchio nome che usavo per Myspace. “Ho Zero Amici”. Uno stupido “inner joke”. Ho Zero Amici aveva zero amici. Lo so è una stupidaggine. Ma da nerd quale sono mi faceva ridere. Volevo ripetere l’esperimento sul Social di Zucker ma immediatamente la mia vena cretino-creativa è stata bloccata. Mi viene comunicato che per nuova policy bisogna usare solo nomi reali, niente fake. Già reali come Pinco Pallo. Figurati quanti ne conosco di Pinco Pallo. Idioti. Fatto sta che il mio “Ho zero amici” senza amici non si poteva fare. Poco male. Mi registro con un altro nome Fake che il social non riconosce come tale solo per la sua conformazione signica. Apro la mia pagina bianca. Intonsa. Il wall è pieno solo dei miei deliri (sono il mio unico amico, tra poco neanche quello appena disattivo). C’è qualcosa che non quadra però. Ho aperto l’account da 5 minuti e ho già 6 richieste di amicizia. Incredibile. Saranno le auto richieste di qualche servizio Facebook. Un po’ come accadeva con My Space dove il fondatore era automaticamente il tuo primo amico (a meno che non lo elliminavate, come io ho fatto). Niente di tutto questo. Sono sei persone reali. Quattro per la precisione e due luoghi fisici, ma comunque reali. Di quei 4, 3 li conosco personalmente.

NomeIndicizzato

Ma come diavolo…cerco da qualche parte il termine “Suggested”, ovvero quello con cui si possono suggerire amicizie. Niente. Nessun suggerimento. Le richieste sembrano genuine. Decido di contattare uno dei miei amici che ha fatto la richiesta. Per avere la conferma che effettivamente sia stata fatta da lui. E’ un mio ex collega emigrato. Mi risponde subito.

– Ciao D. senti, volevo sapere se per caso avessi inviato una richiesta d’amicizia a Pinco Pallo…
– Pinco Pallo? Ma di che cazzo stai parlando? (potrei aver reso la conversazione più colorità della realtà NDR)
– Si…è una storia lunga. Sto uscendo da FB e volevo però mantenere alcune pagine quindi mi sono fatto una pagina FB solo per gestirle…
– Oh…capisco. Io pure volevo uscire. Però alla fine in alcuni casi è comodo per mantenere le amicizie. Soprattutto quando non sei nel tuo paese.
– Si lo so. Solo mi ha rotto le scatole tutto qui.
– Capisco. Ridimmi il nome.
– Pinco Pallo.
– Direi proprio di no. Perchè poi dovrei aggiungere uno che si chiama così.
– Ah non lo so. Magari ti affascinano i nomi tipo Tizio Caio.
– No. Non è il mio caso. Ma ti è arrivato un suggerimento da parte mia?
– No. Niente di tutto ciò. Era una richiesta diretta. Con solo il pulsante “conferma” per accettare la tua amicizia.
– Che stronzi.
– Già. Probabilmente nel caso prema “conferma” ti troveresti una mia richiesta o peggio ancora ti ritroveresti un amico Pinco Pallo direttamente tra i tuoi contatti.
– Bella merda.
– Abbastanza. Senti non ti disturbo oltre. Grazie per la consulenza.
– Di niente. A presto

Chiudo la chat. Disattivo nuovamente il mio account. Oramai mi sembra come di staccare e riattaccare la spina a un malato in ospedale, senza arrecare danni celebrali. La pagina torna all’homepage originale. La mia mail si staglia già nel login. Il broswer ricorda sempre. Chiudo con una serie di “non consenti” le richieste d’accesso che compaiono compulsivamente sullo schermo. Sembrano finalmente assopite. Rimane solo la scritta di cui va tanto fiero Mr Zucker:

“It’s free and always will be”

Quasi in automatico mi viene in mente un’altra frase. Aveva sempre il “free” dentro. L’avevo scritta in un altro articolo. Molto tempo fa. Era una frase di Josh Harris. Un pazzo arricchito della prima bolla internet che aveva dato vita al primo Grande Fratello ante litteram rinchiudendo (con tanto di autorizzazione volontaria) un gruppo di persone dentro una specie di albergo dove li costringeva a vivere senza privacy. Non solo. Gli ospiti erano costretti, o meglio, spinti, a guardare cosa facevano gli altri, grazie all’introduzione di televisioni a circuito chiuso che mandavano su diversi canali le altre stanze dell’hotel. L’esperimento si è chiusto con l’intervento delle forze dell’ordine che hanno liberato gli ospiti dell’albergo. La frase di cui vi parlavo era questa:

“Everything’s free except the video that we capture of you. That we own.”

Facebook Trap

Sono fottuto.

 

Perché Twitter impazzisce per Empy? La risposta di Twitter

Oggi abbiamo avuto l’ennesima prova che Twitter è diventato il centro di questa campagna elettorale 2013. L’ultimo fenomeno è quello del cane Empy, già 760 Retweet e 391 preferiti” in meno di 24 ore. I giornali titolano “Twitter impazzisce per Empy”, “Twitter si scatena” “Il cane che fa impazzire Twitter”.

Per cercare di capire meglio questa tendenza a quanto pare irreversibile abbiamo oggi qui con noi Twitter.

Salve e #grazie per avermi invitato sono molto #felice di essere qui con @HumorRisk.

Si..eh…non pensavo lo facesse anche dal vivo.

Fare cosa? #wtf

Niente. Andiamo avanti. Cosa ne pensa di questo fenomeno Empy. Perchè la fa così impazzire?

Innanzitutto vorrei chiarire la mia posizione. Io non impazzisco. Io sono un #social non posso impazzire così come non posso pisciare, è 1/2

Diceva..?

2/2 per me impossibile fare cose di questo tipo. Sono i giornali che enfatizzano.

Capisco, però non può dire di non essere responsabile dell’accaduto.

Io sono una piattaforma. Il resto lo fanno gli utenti. Non può accusare il marcia piede di ospitare una merda, è colpa del cane #yeswecane

Capisco, riporto dal Corriere di oggi: Un po’ per caso: @Nomfup, l’account del blog collettivo di comunicazione e politica, alla vista del cucciolo fra le braccia del premier ha commentato «il consiglio del guru americano: Yes we cane», subito dopo il giornalista Sergio Ragone (@sergioragone) lo ha trasformato in un hashtag.

Quello che voglio chiederle è come si fa a trasformare una stronzata in un hashtag?

Mi scusi, ma quello che mi ha appena riportato è un giornale? #fake #dontbelievethat

Si, è il corriere di oggi

Gli avvicino il tablet. Sotto voce comincia a leggere.

“E i suggerimenti fioccano: si va da «Moody’s» in omaggio alla società di rating ad «Angela» per ricordare il cancelliere Merkel. Ma c’è chi suggerisce «Nichi» (come Vendola), «Iban il terribile», «Fido in banca» (entrambi di @nomfup). Qualcuno azzarda «Spread», ma nella famiglia Monti c’è già chi è stato soprannominato come il differenziale tra Btp e Bund: Tommaso, il nipotino che gli amichetti della scuola materna chiamano come il livello del tasso tra di interesse tra titoli italiani e tedeschi.”

E’ uno scherzo? #thatsNotFunny

Io credo di no….

Improvvisamente mi sento svenire. Mi gira la testa, c’è qualcosa che non va.

Tutto a posto? cc @Osp_Israelitico @CRI_WEB

Io..no credo di no…senta io non ce la faccio più…

Cosa? #dichestaparlando

No basta con questi cazzo di hashtag. Io davvero, avevo questa idea del fantagiornalismo. Ma non so, credo sia un qualcosa di irrealizzabile. Voglio dire. Legga qui.

Ma Empy, di tutto questo, cosa ne pensa? Sì, perché da stamattina anche lui ha un account (falso) su Twitter: per ora ha poco meno di un centinaio di follower e un solo tweet «Wow, quanta Empatia nella mia nuova casa. Bau». Segue gli account di Monti, di Obama, di Daria Bignardi e delle Invasioni barbariche. Insieme al profilo su Twitter, Empy ha inaugurato da poco più di un’ora anche una pagina fan su Facebook. Per ora, c’è solo il video della trasmissione di ieri sera e una ventina di fan.

Capisce questo è un articolo, di un giornale nazionale. Dove cazzo lo metto il “Fanta” in mezzo a questo giornalismo? Qui non basta più mettersi la maschera in faccia, fare una pernacchia o creare un rovesciamento. Oramai per far ridere devi pensare a qualcosa di serio. Cristo Santo.

RT: @HumorRisk Capisce questo è un articolo, di un giornale nazionale. Dove cazzo lo metto il “Fanta” in mezzo a questo giornalismo?

Che cazzo era quello?

Un RT, era per dirle che sono d’accordo. Anche se di solito RT non è endorsemnt. Su non faccia così #dontworrybehappy…

Le ho detto di smetterla con questi cazzo di hashtag.

Mi scusi non volevo.

Vede, siamo arrivati a un livello in cui si cerca la risata ad ogni costo, come una gara a chi la spara più grossa, solo ci siamo dimenticati che abbiamo superato il limite. Se tutti fanno ridere. Nessuno è divertente. Come in quello sketch dei Monty Python.

RT @Humor…

Non ci provi neanche.

 

Facebook Suicide


“Dunque vi siete suicidati da oramai 4 giorni giusto?” “Giusto”. Appuntai sul mio taccuino la risposta, malgrado fosse una sola parola di 6 lettere. Come al solito scrivevo male, come i medici, avevo sviluppato una calligrafia del tutto incomprensibile. “Siete contenti della vostra decisione?” “Si”. Voglia di parlare saltami addosso. Come diavolo lo scrivo un articolo di 2000 caratteri. Se andiamo avanti così al massimo scrivo un’ANSA. “Quando è stato il primo momento in cui avete pensato a un gesto così estremo?” “Circa un anno fa. Eravamo al mare. Abbiamo incontrato dei nostri amici, è nata una lite furibonda. La mia ragazza ha riconosciuto una ex con cui mi sentivo. Da li ha cominciato a diventare paranoica. Mi chiedeva in continuo di lei. Abbiamo cominciato ad essere infelici. Così ho pensato che la cosa migliore da fare fosse il suicidio.” “Mi sembra giusto”. Cosa ho mangiato ieri? Tonno e capperi. Ecco perchè non riesco a deglutire. Quei capperi erano dannatamente salati. Cristo quanto vorrei un bicchiere d’acqua con ghiaccio. Giacomo, sei un cazzo di giornalista, per favore concentrazione. “Cosa si prova a suicidarsi?” Forse se mi sbrigo e faccio piano riesco a sgattaiolare in cucina. In fondo un’intervista telefonica ha i suoi vantaggi. “Beh, è strano. Voglio dire, un giorno sei li in mezzo ai tuoi amici, il giorno dopo non ci sei più. Sei solo. Solo con te stesso. All’inizio hai paura, poi ti ci abitui. E’ un po’ come tornare alle origini. Si è soli. Improvvisamente ti sembra di sentire meglio quello che succede nella tua testa fino a quel momento completamente offuscata dal rumore di fondo. Credo che suicidarsi sia come…” Veloce e indolore, ora va meglio. Che ha detto? Cazzo lo sapevo mi sono perso l’unica cosa sensata dell’intervista. E adesso che faccio? Richiedo? Ma si che mi frega. Però potrebbe incazzarsi. Io mi incazzerei. Cazzo mi chiami dopo un suicidio e neanche mi ascolti. Vaffanculo. Sono prorprio uno stronzo. Cosa ci voleva ad aspettare 5 minuti. Idiota. “Beh d’altra parte è così”. Silenzio dall’altra parte. Merda, sta a vedere che stavolta non funziona. “Ehm.” Merda. “In che senso è così…scusi non ho capito cosa intende.” Merda. Sono fottuto. Poteva funzionare alle medie un trucchetto del genere. Ma dopo 10 anni di carriera giornalistica te lo potevi proprio risparmiare. Ora sei nella merda. Non farai il pezzo. Il tuo capo ti manderà affanculo è tu sarai fottuto. Ottimo lavoro Giacomo, mi congratulo. “Ehm…Volevo dire…che…” Non pensarci neanche per un secondo. Niente finte interferenze con la bocca lo hai già fatto una volta. Non è stato un bel momento per il giornalismo, quindi evita. Piuttosto digli la verità. “Beh vede io…la penso così.” Che diavolo stai facendo? Porti avanti un punto di vista inesistente e per di più con la spocchia di chi ne sa una più del diavolo? Perfetto. “Mi scusi continuo a non capire cosa c’entra con quello che ho appena detto” Fottuto. Lo stronzo usa solo pronomi. Pezzo di merda. Lo fa apposta. Lo sa che non so nulla e non mi da nessun appiglio per rispondere. Lo odio. Oh al diavolo. “Beh ecco volevo dire, che purtroppo c’è stato un…bzzz..” “C’è stato un bzz?” “Bzz Bzz..” “Si sente bene?” “Non si sente molto bene vero?” “No intendevo: si sente bene, Lei?” “Io benissimo grazie” “Non mi stava ascoltando…” “Scusi?” “Non mi stava ascoltando. La smetta di fingere. Pensavo che voi giornalisti foste almeno bravi a fingere. Deve essere veramente l’ultimo della fila.” “Guardi che stavo ascoltando.” “Si certo. Io le parlo di un suicidio e lei pensa ai fatti suoi. Molto professionale complimenti. Beh sa che c’è l’intervista se la può anche scordare…” “No aspetti..mi serv…voglio dire, è importante…sono molto interessato io…pronto?” Stronzo. Stronzo. Stronzo. Merda. Sono fottuto. Odio quel maledetto Facebook, cosa mene frega a me se qualcuno vuole uscirne.