Incontro con David S. Goyer – Master Class RFF12

Prima master class del RFF12. L’ospite è uno di quelli che non ha bisogno di presentazioni, ma ho utilizzato questa frase come riempitivo, quindi ora ve lo presento. David S. Goyer. Nel suo CV troviamo luci e ombre: tra le luci il Batman di Nolan, FlashForward (di cui si è detto non responsabile per la piega presa dopo le prime puntate) tra le ombre Ghost Rider, Blade (sua anche la regia dell’ultimo episodio) il mitico Giocattoli infernali (no davvero non so di cosa sto parlando. Però è uno di quei classici film che guarderei solo per il titolo) e Nick Fury (no, non Samuel L. Jackson, David Hasselhoff, si il bagnino).

La sala è gremita. Per l’occasione verranno proiettati alcuni minuti della nuovissima serie targata BBC dal titolo Da Vinci’s Demons, di cui Goyer è il creatore (nonché Executive Producer, come è norma nel mercato UK/US). Entra Stanley Tucci. Tutti si guardano, credono di aver sbagliato sala. Stanley Tucci non ha un tatuaggio. Quindi deve essere Goyer. Elementary. Ma quello lo fanno domani (oggi NDR).

Goyer si racconta. Nella sua carriera ha fatto di tutto, film, serie tv e anche videogiochi (è sceneggiatore della serie Call of a Duty, 7 milioni di copie vendute al day one). Tra le sue ispirazioni “i fumetti sicuramente, sono un fan di Guerre Stellari (c’è un boato in sala, poi mi accorgo di essere io NDR) e un mio incontro con Lawrence Kesdan (fido co-sceneggiatore di capolavori del cinema pop di Lucas e Spielberg). Ho saltato la scuola per andare a sentire una sua conferenza (era ancora al liceo). Sono anche riuscito ad avvicinarlo per qualche minuto, prima di essere portato via dalla sicurezza (ride). In quel poco tempo però mi ha dato un consiglio fondamentale. “Se vuoi fare questo lavoro (lo sceneggiatore) devi andartene, NY o LA non importa, ma vattene da qui.”

“Così ho fatto.” Il relatore chiede quale siano i suoi riferimenti culturali. “A cosa mi ispiro? Vediamo, Guerre Stellari, C’era una volta il West, e non lo dico perché mi trovo in Italia, Bava (Planet of the Vampires, aka Terrore dallo spazio), Lawrence d’Arabia, Borges e anche Gene Wolfe (un autore di Science Fiction, da ricordare The Book of the New Sun)” “Anche Alan Moore” – aggiunge il relatore “Non mi sento così talentuoso, ma certo metto anche lui tra i miei riferimenti”.

Parte la prima clip del tanto atteso Da Vinci’s Demons. L’immagini fanno parte di un montaggio ad utilizzo interno. 4/3 audio non originale, chroma key visibili, insomma è ancora tutto da finire. “Non ci fate caso” precisa Goyer.

Come ho già detto altrove la fiction in costume non mi entusiasma. Da Vinci non cambia il mio giudizio. Per di più le immagini sono esageratamente pop (anche se Goyer ha in mente un personaggio stile Graphic Novel). Da Vinci sembra Joseph Finnes in Shakespeare in Love. Indossa una giacca di pelle, e ha il capello perfetto con tanto di Gel. La cosa non si ripete con i suoi comprimari. Probabilmente ha inventato lo shampoo. Si rientra in sala. I dirigenti della BBC si guardano nervosamente in giro. Le immagini sono in anteprima assoluta e temono una ripresa non autorizzata.

Goyer racconta del perché della scelta di Da Vinci. “E’ un super eroe del suo tempo. Ha fatto delle cose incredibili. I suoi disegni anatomici sono impressionanti. Molti dicono che dovrebbe essere ricordato più per quelli che per le altre, a volte strambe, invenzioni.” “Perché hai voluto raccontare Da Vinci nei suoi 30 anni? Non è rischioso? Sono gli anni di cui abbiamo più documenti.” Goyer prende una pausa aspettando la traduzione. “Si è vero. In realtà ci sono dei grossi buchi nella sua biografia. I 22/23 ad esempio, anche intorno ai 28. E’ in quelle insenature oscure che mi sono messo a lavorare. Quando è morto delle oltre 30’000 pagine che componevano i suoi scritti, quasi 7000 sono scomparse nel nulla. Cosa si nascondeva in quelle pagine?” “Internet!” urla il relatore come se avesse detto un “Eureka!”. Goyer lo guarda sorpreso “Si è provabile” Ride. “Per Da Vinci è una sorta di Indiana Jones, un Borges, uno Sherlock…anche un po’ Tony Stark!” A questo punto il giacchetto di pelle prende tutt’altro senso.

“Ci puoi dire qualcosa riguardo i viaggi nel tempo? E’ una voce che è circolata intorno al tuo progetto”

“No, non ci sono viaggi nel tempo nel vero senso del termine. Come posso dire. Nel video che avete visto appare un personaggio che sarà ricorrente, si chiama il Turco. In quei pochi fotogrammi dice una frase molto importante: la storia è una bugia. Può essere riscritta, manipolata. Il tempo è per me come un fiume, con una sua circolarità. Si ripete. Non è proprio come un viaggio nel tempo, ma è un sistema fluido. Quello che posso dirvi è che questa circolarità c’è in Da Vinci. Se mai si arriverà alla stagione 6, sappiate che la scena finale è perfettamente incastonata nel primo episodio. La circolarità è fondamentale.”

Goyer vuole aggiungere ancora alcuni particolari sul tipo di trattamento del personaggio di Da Vinci “Come vi ho detto è Da Vinci è un super eroe. Quello che ho voluto fare è mantenere un tono da Graphic Novel. Questo non vuol dire che non ci saranno personaggi realmente esistiti e riferimenti storici. Ho cercato di mischiare moderno e antico, avrei potuto essere più “classico” ma non era quello che volevo raccontare. Nel video che avete visto mancano molti effetti speciali. Ce ne saranno a bizzeffe nella versione finale.”

Il relatore non si trattiene. C’è in effetti un punto oscuro nella produzione di questa serie. Come si fa a girare una serie così italiana sul suolo inglese?

“E’ una questione di soldi, vorrei davvero poter girare in Italia, sarebbe un sogno, ma per ora non è possibile. E’ una produzione USA e UK (Startz, la stessa di Boss, e BBC), quindi per ora utilizziamo le loro risorse e il loro studios. Volevo infine aggiungere che ci saranno molti altri personaggi, supporting roles, nella serie. Pensate che uno di questi personaggi lo abbiamo letteralmente salvato da morte certa. Era già tutto scritto. Ma la performance dell’attore ci ha fatto cambiare idea. Qualche volta non puoi uccidere un tuo personaggio”. Ripenso a tutti i personaggi che avrei potuto uccidere, dopo tutto mi sono auto-dichiarato assassino. Comincerei senza dubbio con Catherine Chandler della versione 2012 (già ci avevano provato negli anni ’80) di The Beauty and the Beast. Poi vi dico.

 

Ripper Street – Sulle tracce di Jack lo squartatore

Non sono un fan del film in costume, tanto meno della serie televisiva in questa veste. A contraddire il mio gusto in questione ci pensa il palinsesto in arrivo il prossimo anno. Downtown Abbey è la serie più premiata dalla critica (lo dice anche il Guinnes dei primati, quindi sarà vero), Goyer rilegge la vita di Da Vinci a suo modo (opinabile la pettinatura e la giacchetta di pelle alla Fonzie, ma aspettiamo aprile) e la BBC aggiunge al suo palinsesto un altro investigatore questa volta sulle tracce del feroce Jack The Ripper con Ripper Street.

Ci troviamo nella Londra di fine ‘800 (1889) poco dopo l’ondata di omicidi del misterioso Jack lo squartatore. La metropolitana è ancora in costruzione e le carrozze invadono numerose le strade del centro. Edmund Reid (interpretato da Matthew Macfadyen, Robin Hood, Frost Nixon) è un detective presso la così chiamata H-Division, il dipartimento di polizia incaricato di controllare la poco raccomandabile zona di Whitechapel. Il difficile compito di Reid è quello di restituire tranquillità alla popolazione dopo un periodo particolarmente tumultuoso. Oltre al crimine a mettere i bastoni tra le ruote al detective c’è la carta stampata, assettata di nuovo sangue, per riempire le prime pagine. Accanto a Reid il fido sergente Bennet Drake (Jerome Lynn, già visto in Trono di Spade) che, a giudicare da questa prima puntata, sa menare le mani come pochi altri. Terzo incomodo tra i due, Jackson, un ex medico dell’esercito americano finito a Londra per qualche motivo non ancora spiegato. Malgrado il suo stile di vita poco nobile (vive in un bordello) ha la fiducia di Reid (ma non quella di Drake). Il suo aiuto è fondamentale per le indagini del giovane detective ma sembra avere un suo progetto parallelo. (di più non dico).

L’impressione iniziale è quella di trovarsi di fronte l’ennesimo rebirth di Sherlock Holmes (oltre a quello BBC e CBS siamo in attesa del terzo capitolo di Guy Ritchie) ma malgrado la somiglianza nei rapporti (un detective e un medico, proprio come Watson) non sembrano esserci gli estremi per una citazione in giudizio. Reid è esperto di chimica (come Sherlock) ma ha un carattere diverso, meno ironico, non troppo witty e decisamente meno ostentato del personaggio nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle.

Il ritmo è buono accompagnato da un ottima colonna sonora. Le location sono molto dettagliate (su imdb si parla di Dublino) e i 60 minuti che costituiscono il primo episodio (l’unico proiettato qui al rff12) sembrano promettere bene. Per i cinefili, nel primo episodio il centro delle indagini sarà un misterioso strumento in grado di registrare immagini in movimento, 5 anni prima dei Lumière. Non mi addentrerò nella polemica del primo film, troppo lunga per questo post, vi basterà sapere che Reid e compagni si troveranno davanti al primo Snuff Movie della storia.

 

Inside Roma Fiction Fest – Rebirth

Un assassino torna sempre sul luogo del delitto, e io oramai da qualche anno torno al Roma Fiction Fest. Prima che mi denunciate, non ho ancora ucciso nessuno, mi do dell’assassino per darmi un tono. Oramai se non hai almeno un’accusa pendente non sei nessuno.

Come Dexter sarò la voce off che pervade le buie sale dell’auditorium parco della musica in questa scintillante edizione 2012 del Roma Fiction Fest. Sappiate però che sono un esterofilo. Non idrofobo per la cronaca. Per questo scordatevi ogni riferimento a serie di produzione italica o “fiscion” come qualcuno spesso le appella. Non voglio sentire domande del tipo: “Perchè non parli dei Cesaroni?” risposta “Perchè preferirei essere nato lo stesso giorno di Silvio Muccino…oh Cristo…quando è nato..il 14? Apri…ah ma l’anno prima, e comunque non lo faccio lo stesso”. Non siamo riusciti neanche a scrivere una serie sulla Garbatella…(è un format spagnolo…Los Serranos! Olè…ehm..).
Se siete al passo con i tempi (t-n-e-r-r-o-t, leggimi allo specchio), non proprio tutto quello che vedrete qui potrà avere il nome di “anteprima”. Qualcosa è già girato, e i pilot pre-aired sono oramai la normalità (tanto che qualcuno si chiede se non sia solo un sorta di “beta testing” fatto dalle stesse case di produzione). Ma il grande schermo ha il suo fascino e le serie di oggi ben si prestano a una proiezione in sala, quindi anche se l’avete già vista una rinfrescata farà al caso vostro.

Scorrendo rapidamente il programma un paio di serie che ho avuto la fortuna di vedere in precedenza, devono finire direttamente nel vostro calendario: Top Boy, Black Mirror. (di quest’ultima ho già scritto qui). Entrambe le serie sono prodotte da Channel 4 (lo stesso canale di Misfits per intenderci). Per quanto riguarda Top Boy, in un incontro avvenuto a Londra durante un festival di fiction Franco-Inglese (dove ero presente, non chiedetemi perché, è una lunga storia) il regista di Misfits alla domanda “Cosa vorresti aver diretto tra le serie fuori ora?”, ha risposto “Top Boy, senza ombra di dubbio!” (qui trovi l’intervista completa).

Tra i Big presenti al RFF12 non mancano le produzioni mainstream tra cui vanno ricordate Downtown Abbey (se vi piace il drama in costume, stagione 2), Last Resort (Season1), Elementary (con la prima volta di un Watson donna, Lucy Liu) Lillyhammer (prima serie norvegese co-prodotta da Netflix, con Little Steven, chitarrista del Boss e attore dei Sopranos), Great Expectations (con Scully, che ha detto espressamente di non voler sentir parlare di X-Files, non potevo esimermi dall’accontentarla) e molti altri.

Capitolo Master Class: la prima ve la siete già persa, quella con David Goyer, autore tra gli altri del Batman di Nolan, FlashForward e Treshold (che forse vuole dimenticare…) e qui al RFF12 per una sneek preview di Da Vinci’s Demons, sua ultima fatica per BBC. Mi dispiace non ho fatto a tempo, ma ne scriverò presto. Non vi siete ancora persi invece, e non dovete per nessuna cosa al mondo, la master class con Kelsey Grammer protagonista di Boss (presto du rai 3, qui trovi la mia rece) e più conosciuto per essere apparso prima come personaggio ricorrente in Cheers, aka Cin Cin, e poi nel suo Spin Off Frasier, una delle serie più premiate della televisione americana.

Per finire una menzione speciale alla sezione web-series, sicuramente più interessante per chi poco bazzica su youtube: ci saranno i The Pills con un evento speciale in sala Petrassi, ma saranno presenti altre serie (quasi tutti in “teatro studio 3”) come Stuck, Kubric una storia porno, Flep 2.

Se mi sono perso qualcosa aggiorno.

Passo e chiudo.

Per il fiction fest “instagrammato” (se mai esiste come termine) potete seguirmi @humorrisk, oppure qui trovate raccolte tutte le foto.

 

Netflix – Una videoteca nel vostro salotto [UPDATED]

Sono oramai due settimane che sto utilizzando Netflix, il servizio di video streaming a pagamento che permette di vedere, direttamente sul proprio computer una selezione di centinaia di titoli (PS3 e Xbox sono supportati, ancora non disponibile la versione portatile, almeno in Europa). La scelta è molto varia, si possono trovare serie tv, film, documentari, stand up comedy e molto altro.

Il log in è immediato e volendo si può fare attraverso Facebook. (in questo momento in UK c’è un offerta con il primo mese gratuito).

Al momento della registrazione vi verrà chiesto qualcosa riguardo ai vostri gusti cinematografici. Ad ogni genere potrete rispondere selezionando il vostro grado di interesse. Il sistema di feedback servirà a creare una vostra “playlist” personale di suggerimenti basati sulle vostre preferenze.

La scelta

Netflix dispone di un catalogo molto vasto. Le serie televisive più importanti sono presenti (Dexter, Breaking Bad, The ITCrowd, The Office e molte altre) anche se non sempre è possibile avere accesso a tutte le stagioni. Stesso discorso per i film. Netflix non cerca di prendere il pubblico della prima visione. Seguendo il famoso principio della coda lunga, Netflix si rivolge a quel mercato che il mainstream lascia totalmente scoperto. Con l’apertura dei grandi multiplex e la consequenziale chiusura dei cinema d’essay Netflix può ridare vita ai grandi classici o farvi scoprire perle scomparse nella convulsa distribuzione cinematografica moderna. Tra le categorie più interessanti quella dei documentari (genere difficile da trovare nei media tradizionali) la più fornita tra quelle presenti nel catalogo (e, differenza dei film di finzione, molto più aggiornata).

 

Prezzo

Netflix propone un entry level davvero molto accattivante con 6 pound al mese (5.99) è possibile avere accesso illimitato a tutto il catalogo. Questo vuol dire che possiamo guardare ogni film, anche più di una volta, con il solo limite di non poter usare lo stesso account su due device contemporaneamente. (a quanto pare fino a due è ancora possibile, al terzo andrà in errore.)

Paragonato ai servizi di SKY o Mediaset Premium non sembra esserci partita, rimanendo dell’idea che non avremo modo di guardare il film in prima tv o l’ultima stagione della nostra serie preferita.

Qualità video

Netflix offre un ottima qualità visiva. Testato con una adsl a 7 megabit non ha mai dato segni di cedimento. E’ possibile vedere film in SD e HD (non tutto il catalogo). Nei momenti di lag automaticamente il player “sfoca” l’immagine adattandosi alla banda disponibile. MOlto buono il sistema di FF e REW che permette di muoversi all’interno del filmato in maniera molto semplice grazie a un sistema di thumbnail che ci mostra il fotogramma della scena.


 
Il sistema di suggerimenti

Arriviamo al punto fondamentale che secondo me vale l’intero servizio: il sistema di suggerimenti. Alla fine di ogni “proiezione” Netflix vi chiederà un voto da dare al vostro film. In alcuni casi vi verrà chiesto di specificare quanto spesso guardate un certo genere di film. Le domande (all’inizio più frequenti) diventano man mano meno assidue mentre il sistema crea, all’interno della Home, delle playlist autogenerate dei film che potrebbero soddisfare i vostri gusti.

Malgrado qualche incongruenza (alle volte dei film vengono ripetuti in diverse playlist che non corrispondono al genere) il sistema funziona alla perfezione e rende la ricerca di un film estremamente interessante.

Last but not least, se proprio non ci fidiamo dell’algoritmo creato dai ragazzi di Los Gatos (qui trovate una curiosità riguardo alla sua creazione suggeritami da Fabrizio Cariani), è possibile leggere le migliaia di recensioni degli utenti (le recensioni sono molto ben scritte a dimostrare quanto il pubblico di Netflix sia un pubblico preparato) prima di prendere la propria decisione finale.

Se proprio volete decidere è sempre presente in alto sinistra il classico “Search” per andare direttamente al contenuto desiderato.


 
Conclusioni

Netflix è un servizio rivoluzionario e permette una fruizione cinematografica incredibilmente coinvolgente. L’on demand è la feature principale, ma una delle sensazioni più piacevoli che mi ha dato è stata quella di riscoprire il fascino retrò della videoteca. Con Netflix, anche se in versione digitale, è possibile rivivere quel gusto per la scoperta che Blockbuster e simili portavano con se. Nell’epoca del palinsesto personalizzato è bello perdersi nel catalogo di Netflix e, in un certo senso, lasciare al caso (sapientemente indirizzato dal sistema di preferenze) la scelta del nostro film.

Se amate il cinema (e le serie) e riuscite a stare senza l’ultimo Harry Potter o il blockbuster di turno, allora Netflix è quello che fa per voi.

Quando arriva in Italia? Le notizie sono ancora confuse. Si parlava di fine 2011 ma, come avrete notato, ciò non è avvenuto. I più pessimisti parlano addirittura di 2013. Staremo a vedere.

UPDATE

A quanto pare dopo più di 2 anni finalmente le voci di un arrivo si stanno trasformando in qualcosa di più concreto. Stando al Corriere.it (che ha parlato direttamente con un dirigente di Los Gatos) Netflix potrebbe arrivare nella prima metà del prossimo anno. Queste le parole ufficiali “Non abbiamo ancora fatto annunci in termini di apertura a nuovi mercati. Ma non possiamo escludere l’arrivo già dalla prima metà del prossimo anno”. Staremo a vedere.

UPDATE 21 Maggio 2014

Niente. Lasciate ogni speranza voi che entrate. Netflix con questo Tweet ha annunciato l’imminente “invasione” dell’Europa. Ma dell’Italia, ancora nessuna traccia. Aprono in Lussemburgo, ma niente Italia.

 

Life’s too short – Chi è il vero Gervais?

Premessa

Come sarebbe la mia meta-vita? Come sarebbe la mia vita sotto forma di racconto. Possibilmente girato sotto forma di documentario. Si. Mi piace il documentario. Con quegli aggiustamenti di zoom continui. Il fuoco che ogni tanto si perde. Le focali lunghe. L’inquadratura perennemente instabile. Io nel mezzo del quadro parlo di me stesso. Tautologicamente indico quello che c’è intorno a me. “Vedete questa è la mia stanza, qui è dove dormo. E’ un letto vedete, queste sono le coperte e questo è un piumone. Lo uso quando fa freddo.” Nei documentari c’è sempre qualcuno che spiega quello che stiamo vedendo. Come fosse un servizio aggiuntivo per non vedenti. Io non posso essere da meno. Quindi continuo il mio sproloquio. “Questa è la mia collezione di dvd. Li ho presi la maggior parte alle bancarelle. Sapete 3 euro al pezzo. Ma se sei bravo riesci a portatene a casa 4 per 12 euro.” Guardo in macchina. “Ehm. Si…la maggior parte sono serie tv. Cofanetti. Vedete Extras, The office, Peep Show…poi abbiamo, Spaced…insomma un sacco di roba.” Un Jump cut interrompe la mia lista. Nella versione non editata avevo continuato per circa 43 minuti. Il regista ha pensato bene di tagliare. Io avrei lasciato, solo qualche altro titolo. “Questo è il salone. E’ molto grande. La televisione. Non l’ho comprata io. Io non guardo la televisione. Cosa? Quella? E’ una playstation…No…No…non è mia.” Rido. Sguardo in macchina. “Io non gioco con quella roba…” Stacco. Immagini di repertorio. Io a 11 anni. Sono in sala giochi. Inserisco una moneta mentre un altro ragazzino sta giocando a Street Fighter 2. Una voce annuncia l’entrata di un altro giocatore. Il ragazzino neanche mi guarda. Io timidamente prendo la mia postazione. Il ragazzino occupa tre quarti del posto. Non mi lamento. In fondo c’era prima lui. Certo non poter premere il pulsante “calcio potente” potrebbe essere un handicap. Perdo in 26”34 nuovo record della sala giochi. Mi venne anche consegnata una targa. Stacco “…quasi mai. Si quello è un cabinato.” La camera mi segue per strada. “Questo è il mio quartiere. Il villaggio Olimpico. Da piccolo lo odiavo. Ora lo trovo un bel posto. E’ una sorta di grande paese. Qui ci conosciamo tutti. Hey guarda chi c’è…” Saluto un ragazzo sulla trentina che mi passa vicino. Lui mi guarda si ferma. Poi fa un gesto come a dire “ma che cazzo vuoi”. “Tutto a posto…? Come sta Marco?” “Ma stai a parlà con me…?” Guardo in macchina. “Ah…aha…è sempre stato un attore nato.” Tossisco. Mi guardo intorno. La camera indugia zoomando sul mio viso. Non so più dove guardare. Tossisco di nuovo. Indico fuori campo. Quindi mi incammino verso la direzione da me indicata. Cut.

Fine premessa.

Ricky Gervais torna in tv con uno show tutto nuovo. Dopo i successi di The Office (8 stagioni in USA), Extras, l’esordio a Hollywood (Ghost Town), svariate guest appearance tra tv e cinema (Notte al museo, Curb your enthusiasm), due Hosting ai Golden Globe (L’ultimo memorabile, vi consiglio di dare un’occhiata) e un’incarnazione animata accanto al fido Stephen Merchant (The Ricky Gervais Show), Ricky torna alle origini, con quello che sa fare meglio: Il mockumentary. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui, durante la produzione di Extras Gervais cercava ostinatamente di arrivare a trovare il contatto di Leonardo di Caprio per averlo nella sua serie. Inutili i tentativi, Di Caprio non partecipò mai ad Extras.

Gervais alla ricerca di Leo

Oggi Gervais è uno dei comici più famosi e ricercati. Tutti vogliono lavorare con lui malgrado le sue uscite a dir poco antipatiche nei confronti dell’establishment di Hollywood. Nella nuova serie, targata sempre BBC (co-prodotta da HBO) dal titolo “Life’s too short”, non seguiamo direttamente le gesta di Gervais. Protagonista è in realtà l’attore Warrick Davis. Il nome forse non vi dirà nulla, ma la sua foto non potrà che far vibrare i vostri cuori (ok, forse sto esagerando, cmq è quello sopra. Non Gervais, non Merchant, si, insomma…quello più in basso). Warrick Davis è meglio conosciuto per essere stato un Ewok nel secondo capitolo di Guerre Stellari “Il Ritorno dello Jedi” e protagonista del poco fortunato (al botteghino) Willow (di Ron Howard). Se ancora non vi sovviene ha anche preso parte alla saga di Harry Potter.

Warrick è un attore nano che gestisce un agenzia per attori nani. Nani travestiti da Stevie Wonder, nani cantanti, nani con i capelli lunghi, insomma nani di ogni tipo, come ci tiene a specificare. Tra i suoi amici George Lucas, Ron Howard e molte altre star di Hollywood le cui foto addobbano il suo ufficio. Il periodo non è però dei più felici. Il lavoro stenta a decollare e perdipiù sua moglie gli ha chiesto il divorzio. Così Warrick cerca conforto nei suoi vecchi amici Ricky Gervais e Stephen Merchant. Non appena entra nel loro ufficio ci rendiamo conto che è solo Warrick a ritenersi loro amico. Ricky e Stephen si chiedono perchè diavolo continua a venire nel loro ufficio “Credevo di aver messo il citofono abbastanza in alto per tenerti lontano, ma continui a tornare” Warrick ride. Ma non era una battuta. Un secondo di imbarazzo. Gervais fa notare a Warrick che non c’è molto lavoro nel senso “che si ci sarebbe, ma vedi non per…si insomma nani…” Warrick sta per andarsene. Suona il citofono. Entra Liam Neeson. In carne e ossa. Stava cercando Gervais. “Voglio fare un po di comedy” I tre lo guardano attonito. “Film comici” “No, no stand up comedy. Improvvisazione, live show.” Silenzio. Ricky guarda in macchina. “Capisco”. Liam tira fuori una lista con tutte le cose che vuole fare. “Ho scritto una lista. Scrivo sempre liste. E’ per questo che Spielberg mi ha preso a fare Schindler’s list. Io gli ho detto Steven, io scrivo liste in continuo. E lui. Sei proprio quello che stavo cercando.” I tre ridono. Poi Liam gli chiede “Che diavolo c’è da ridere. E’ esattamente quello che è successo…”

Mi fermo con la versione testuale della serie altrimenti mi becco una denuncia per violazione di copyright. La serie Life’s too short è fenomenale. Oramai Gervais e Merchant sono riusciti nell’intento di creare una realtà parallela in cui non devono far altro che essere se stessi. Alla loro porta si alternano star del cinema internazionale del calibro di Liam Neeson, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Steve Carrell (l’alter ego americano di Gervais in The Office), Sting e molti altri. L’effetto comico è assicurato nel classico stile “imbarazzante” a cui la coppia Merchant e Gervais ci ha abituato. Lo stile documentario ci confonde raccontandoci un mondo in cui il Gervais reale e quello finzionale sono oramai indistinguibili. Se poi avete un account Twitter la cosa diventa ancora più folle. Con @rickygervais che si scambia battute al fulmicotone con il suo “amico” @WarwickADavis. Leggi e ti chiedi: stanno scherzando davvero? O fa parte della serie? Una sorta di meta-marketing virale di ultima generazione? Inutile chiederselo.

Qui sotto la clip con Liam Neeson stand-up comedian.

Life’s too short è andato in onda su BBC2 il 10 novembre 2011.

 

Horror Tv Show – Anteprima American Horror Story

Premessa

Non amo particolarmente gli horror. Ma come tutti non posso fare a meno di guardare. E’ il tipico genere che speri di beccare facendo zapping in televisione. Quindi, finito sul canale scelto, svogliatamente dirai (a te stesso visto che non c’è nessuno): “Beh, non c’è proprio niente in televisione, credo lascerò qui”. Il “qui” riecheggia per tutta la casa. Come un cretino sei rimasto a guardare il piano di sopra. Un campanello ti riporta immediatamente alla televisione. “Oh mio dio!”. Per lo spavento fai un salto sul divano e abbracci il cuscino. “Cavolo devo essermi seduto sul telecomando”. In effetti così è stato, per la precisione sopra il pulsante “1”. Sei finito su “Porta a Porta”. Chiunque avrebbe urlato di fronte al cerone di Vespa. E’ inutile che mi guardate così. Chiunque. Ti ricomponi. Abbracciare un cuscino in posizione da sirenetta guardando Porta a Porta non è un bello spettacolo e soprattutto è difficile da spiegare al tuo coinquilino che nel frattempo è rientrato in casa. Con nonchalanche fingi di rigonfiare i cuscini per metterli in forma. La cosa non necessariamente migliora la tua posizione. Con disinteresse ti rimetti in una postura congrua. Si sente un rumore sordo. Stai per risaltare sul divano ma ti trattieni. Niente cuscino abbracciato. Solo posizione sirenetta. Forse era meglio il cuscino. “Cosa è stato?”. Il tuo coinquilino si volta verso le scale. “Non lo so.” “Forse era la porta devo averla lasciata aperta…” “Non credo”. Il coinquilino ha un’aria strana. “Che vuol dire non credo? Non credi che abbia lasciato la porta aperta? Lo faccio sempre…” Non c’è bisogno di sputtanarsi troppo. “…quasi sempre.” “No. Dicevo non credo, perchè…” Pausa “…ho smontato tutte le porte della casa durante il week end…”. Silenzio. Il coinquilino mi guarda come si guarda un attore che ha dimenticato la prorpria battuta. Solo che in questo caso non ci sono battute da ricordare, controscene da portare a termine e porte da chiudere…dato che sono state, si insomma, sono state tutte smontate. “Ma perchè diavolo avresti dovuto fare una cosa del genere. Smontare porte. Non ha senso. E’ totalmente folle! E poi siamo a fine ottobre comincia a rinfrescare…” “Forse è per questo che l’ho fatto.” “Perchè comincia a rinfrescare?” Il coinquilino sembra spazientito. “Cos…no! Ma come diavolo, ma possibile che qui dentro non si riesce a essere inquietanti neanche per un secondo? Io intendevo…Cosa c’è…?” Con l’indice indichi le parti basse. “Ah…credo tu abbia la cerniera aperta” “…cos…Ecco di nuovo…lo vedi…io…io..INTENDEVO FOLLE! IO SONO FOLLE! CAPISCI? FOLLE DANNATAMENTE FOLLE!”. Silenzio. Le porte non sbattono più. C’è un silenzio irreale. Il coinquilino ha il fiatone per quanto ha urlato. “E’ per questo che indossi una maglietta con su scritto “Normal people scares me”. Silenzio. Il coinquilino si guarda la maglietta. Quindi rivolge lo sguardo dritto dentro i tuoi occhi. Sono quasi certo ce l’abbia con te. Anzi tolgo il quasi. Sta guardando proprio te. “Lo sai che non parlo inglese…”. Buio.

Fine premessa

Ok, oggi l’ho tirata lunga. Ma mi piace ascoltare il rumore dei tasti e nel frattempo scrivere insensati dialoghi demenziali, quindi ho lasciato correre. Perchè tutto questo preambolo? Perchè proprio pochi minuti fa ho terminato la visione di American Horror Story, nuova serie targata FX andata in onda in USA il 5 ottobre e che sarà visibile su Sky a partire dall’8 novembre.

Quando ho visto il titolo mi sono subito incuriosito. Così su due piedi non mi vengono in mente molte serie di successo che hanno cercato fortuna nel genere horror, a parte l’ultimo Walking Dead. O forse mi sbaglio? Guardo un po’ in giro nella rete. Diavolo come ho fatto a non ricordarmi. Twilight Zone. Certo. Comincio a fare mente locale. Vediamo. Twin Peaks. Ok, forse non è horror nel vero senso della parola, ma sfido chiunque a guardarselo, soli, al buio in uno chalet di montagna. Dannatamente insensata come cosa da fare, eppure la base del 90 per certo di qualsiasi film Horror. Ma certo come dimenticarlo!: Master of Horror. Antologia prodotta da HBO che ha visto i più grandi registi dell’orrore, unire le loro forze per spaventare il pubblico via cavo. Una sorta di Amazing Stories, solo con meno Spielberg e molto più sangue.

Dunque mi sbagliavo. Di serie horror ce ne sono, e la tv americana sembra apprezzare un po’ di sano spappolamento. Ma torniamo allo show. American Horror Story è creato da Ryan Murphy e Brad Falchuck, meglio conosciuti per aver fatto cantare mezza america con la serie Glee. Due autori di musical per un horror? Beh in realtà, Ryan Murphy è stato anche produttore di Nip and Tuck, il che restituisce un po’ di inquietudine al sottofondo musicale che la serie Glee poteva aver causato nella vostra testa. Ma non preoccupatevi, i credits della serie toglieranno ogni sorriso, ogni baldanzosità musicale e vi faranno lentamente cadere in uno stato di terrore.

Se siete ancora vivi, passiamo alla storia.

Gli Harmon sono una famiglia disfunzionale. Alcune vicissitudini hanno rischiato più volte di rompere il loro matrimonio. Per ricominciare si sono trasferiti a Los Angeles con la figlia Violet. La nuova casa è splendida, ma stranamente economica. Che ci sia qualcosa sotto? Certo che si. La casa costa poco perchè il precedente proprietario ha ucciso tutta la famiglia cercando quindi di torgliersi la vita. Mi sembra un ottimo motivo per svendere. Ma gli Harmon, e soprattutto la piccola Violet (che ricorda molto Wynona Ryder in Beetlejuice, solo castana) non sono tipi che si spaventano facilmente, quindi, senza battere ciglio acquistano la casa. A questo punto cominciano i guai. Visioni. Strani personaggi. Voci dalla cantina e un inquietante vicina di casa interpretata dalla sempre affascinante Jessica Lange.

La serie funziona. Il ritmo è alto e la regia è ben fatta. Le inquadrature di genere sono tutte al posto giusto e anche i più fanatici saranno accontentati. Il classico e immancabile salto sulla sedia è assicurato da movimenti di camera a schiaffo, urla, e tutto l’armamentario normalmente presente in un film horror. Anche la colonna sonora è molto curata (e qui si vede forse il passato di Glee) e fornisce il giusto contrappunto alle immagini. Gli attori sembrano in parte e in un paio di scene danno prova di essere molto affiatati. Da notare l’utilizzo di atmosfere horror anche durante situazioni quotidiane. Il primo giorno di scuola di Violet sembra un pestaggio (come ogni matricola èvittima del bullismo) con tanto di sottofondo musicale metal.

Quello che mi chiedo a questo punto è: sarà in grado American Horror Story di sopportare l’erosione seriale? Mi spiego meglio. La maggior parte degli show horror di successo, sono di solito delle antologie. Puntate singole. Una sorta di mini-film. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a una vera e propria serie, con una crescita orizzontale potenzialmente molto lunga. Quanto basteranno i salti sulla sedia a tenerci incollati davanti alla televisione? I presupposti sembrano buoni, ma bisognerà aspettare ancora qualche episodio per comprendere il valore di questa nuova serie televisiva.

BU.

 

Inside Roma Fiction Fest – Anteprima Episodes

Quest’oggi verrà proiettata l’anteprima della serie BBC/Showtime Episodes. Lo show è già andato in onda per intero sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Una seconda stagione è già in produzione visto il buon successo dei primi 8 episodi.

Dopo le innumerevoli Master Class passate a parlare di televisione, adattamenti e co-produzioni non poteva mancare all’appello una serie come Episodes. In un certo senso lo show che più di ogni altro racchiude le tematiche che hanno attraversato questa quinta edizione del Roma Fiction Fest.

Non è un caso che durante la Master Class “Adaptation”, Ashley Pharoah a domanda “Ha visto Episodes? Quanto c’è di vero in quella serie?” abbia risposto candidamente “Quella non è una serie, è un documentario!”

La storia è semplice: due autori inglesi dopo l’ennesima vittoria ai Bafta, vengono avvicinati da un importante produttore americano che vuole acquistare la serie. Per acquistare intende “adattare” per il pubblico americano. I due autori vengono ingaggiati per seguire il lavoro in USA. L’entusiasmo iniziale della coppia (i due sono anche marito e moglie) di sceneggiatori cala con il passare dei giorni e con l’aumentare dei cambiamenti che i due sono costretti a inserire nello script originale.

Protagonista della serie Matt Leblanc (la star di Friends) nella parte di se stesso, davvero esilarante. Se siete dalle parti dell’auditorium vale la pena passare.

Se volete saperne di più, avevo già scritto una recensione uscita su Film.it (clicca qui per la recensione)

Qui sotto la scheda dell’evento

Anteprima Internazionale Ore 18,00 Sala Petrassi.

“EPISODES”

(Hat Trick / Crane Klarik / BBC Two / Showtime)

Creatori: David Crane e Jeffrey Klarik (David Crane è il creatore di Friends)

Regno Unito/USA 2011, 2×28’

TRAILER

 

Inside Roma Fiction Fest – “Missing” – Master Class

Quarto giorno di festival. Cominciano a presentarsi i primi segni di cedimento psicofisico. Vibrazione perenne all’occhio destro. Dolori muscolari persistenti e un insensato desiderio di rivedere stagione 2 di “Un medico in famiglia”. “Giacomo ti senti bene…?” La voce del mio amico mi arriva come se stessi indossando un casco da astronauta. “Si mi sento bene, ho solo bisogno di una puntata di “Sangue Caldo”…” Per fortuna il mio amico mi ferma in tempo, colpendomi con un mucchio di programmi del fiction fest. Rinsavito, prendo il mio destriero e mi dirigo verso la master class in sala Sinopoli.

Arrivo tardi. Ma oramai non ci fa più caso nessuno.

La master class di oggi si occupa della serie Missing prodotta da Gina Matthews e Grant Scharbo, entrambi presenti in sala. Argomento di discussione il modello di business adottato dalla coppia (anche nella vita) di produttori. Quando i due si sono presentati dall’ABC hanno proposto di allargare il mercato seriale all’estero. In che modo? Co-producendo la serie in vari paesi diversi. Per fare questo c’è stato bisogno di una forte base narrativa e di un ottimo piano di produzione. La serie racconta le vicende di una madre sulle tracce di suo figlio scomparso. La storia è semplice, ma terribilmente funzionale al business plan pensato dai due executive.

Il sistema prevede un plot di massima prestabilito, ma in grado di adattarsi ai bisogni produttivi. Ci spiega meglio Gina: ‘A un certo punto ci siamo trovati a dover decidere se girare o no a Dubrovnik. Volevamo fortemente quella location, ma per poterla utilizzare dovevamo cambiare il piano di produzione. Così abbiamo cominciato le riprese con l’episodio 4. Il season finale è invece stato girato a Istambul. Non era stato previsto, quando eravamo ancora in fase di scrittura, molte delle ambientazioni sono state scelte in corso d’opera’

Il cast della serie è internazionale. Anche in questo caso le necessità sono duplici, da una parte essere fedeli al plot dall’altra massimizzare la visibilità nel paese in cui si va a girare. Per ogni nazione sono stati scelti attori rappresentativi o conosciuti in loco. In questo modo si pensa di attirare il pubblico autoctono.

‘Quello che volevamo fare era portare le bellezze dell’Europa nei salotti statunitensi. In Europa, ogni luogo è speciale.’

‘La parte più difficile è stato coordinare il lavoro all’estero con quello in studio. Grazie agli effetti speciali potevamo girare alcune scene senza muoverci da Los Angeles, ma nel frattempo doveva essere in Europa per scegliere nuove location e prendere contatti con i tecnici. Lavorare con troupe straniere è molto difficile. In Turchia ad esempio ci siamo trovati in grosse difficoltà anche per i limiti che la lingua imponeva.’

Vi è convenuto lavorare in Europa?

Risponde Gina ‘Si, è vero qualche volta lavorare all’estero conviene anche economicamente (qualcuno fa notare come anche in Italia si preferisca girare in Argentina per risparmiare), ma quello che volevamo noi era l’ambientazione reale. Non stavamo cercando dei surrogati di luoghi che potevamo trovare anche in USA. Roma è Roma, Parigi è Parigi, è insostituibile e il suo fascino irriproducibile. Potevamo girare in Lousiana e avremmo avuto degli sgravi fino al 35 percento. Ma la Louisiana non è la Francia!’

Come avete presentato il progetto a ABC?

‘Ci siamo presentati con il progetto intero. Non volevamo produrre una pilota di una singola puntata. Non aveva senso andare in Europa per tornare con 40 minuti di materiale. Quindi abbiamo preso il rischio e abbiamo portato un progetto per 10 puntate e Abc ha detto si! Il progetto funzionava già su carta, certe volte se si riesce a essere chiari nelle proprie idee non c’è bisogno di girare una pilota. Sicuramente la serie di “genere” ha un vantaggio sulle altre poichè non devo spiegare proprio tutto. Il genere è facilmente comprensibile, esiste già, se la storia ti piace il gioco è fatto.’

La Matthews e Scharbo spiegano come sia un momento particolare per i grandi network. La cable tv (HBO, Showtime) ha fatto passi da gigante, guadagnandosi visibilità e pubblico. Il cavo non ha bisogno di piacere a tutti, può essere “edgy”, può spingersi là dove i grandi network non possono arrivare. Se vuoi stare al passo con loro devi fare rumore. Naturalmente non si può chiedere a una major di produrre qualcosa come Breaking Bad. Allora che fare? L’ABC ha cercato, producendo Missing, di creare un genere ibrido, in cui si immettono argomenti “rischiosi” senza abbandonare però il grande pubblico.

A questo punto Gina involotariamente lancia uno scoop nella sala Sinopoli. A quanto pare due serie Italiane da loro visionate sono state selezionate per un possibile adattamento made in USA. La prima è Squadra Antimafia (Tao2) e l’altra è Tutti Pazzi per amore. Brusio tra il pubblico. Il relatore strabuzza gli occhi e chiede conferma. A quanto pare il contatto c’è stato. Poi Gina ridimensiona la notizia: ‘Abbiamo avuto un contatto per un possibile adattamento. Abbiamo passato il soggetto ai nostri sceneggiatori che ci stanno lavorando. A quel punto con il soggetto in mano andremo dai network per vedere se sono interessati.’ La strada è dunque ancora lunga.

Si torna a parlare di Missing. Quanto incide l’audience europeo sul successo del progetto?

I due premettono che il budget della serie è comunque nella norma. In media con le altre produzioni USA. ‘Certo il mercato europeo può essere un fattore, ma non sappiamo quanto l’ABC abbia calcolato di guadagnare fuori dal confine americano.’

Viene chiesto se la serie avrà un lancio globale, come è già accaduto per alcuni serial USA (The Listener, e il più recente Terra Nova). ‘Probabilmente no, ma non sono sicura’ I due danno risposte discordanti per poi alla fine ammettere di non saperne nulla. (la serie conclude le riprese settimana prossima)

A sorpresa arriva sul palco Adriano Giannini, uno degli attori Italiani impegnati in questa co-produzione europea. In jeans e camicia un po’ sgualcito si presenta al pubblico. Descrive come è stato lavorare in una grande produzione come quella di Missing: ‘Sono molto contento, ho lavorato con dei grandi professionisti’.

Segue un divertente siparietto in cui Giannini racconta qualcosa riguardo il suo personaggio sotto gli occhi inquisitori dei due executive. La trama della serie è top secret (si tratta di un thriller…) è Giannini imbarazzato si muove a tentoni: ‘Si può dire che sta cercando il figlio?’ Risate dal pubblico. Risate dai producer. ‘Qualche domanda per Giannini?’. Segue un silenzio tombale. Al quarto giorno di Master Class il pubblico comincia a perdere colpi e la stanchezza colpisce un po’ tutti. Mi vibra l’occhio, ho un dolore persistente alle gambe e un insensato desiderio di guardare la stagione due di “Un medico in famiglia”. Forse è meglio che vado a dormire.


PS. prima di crollare sono riuscito a vedere Case Histories, adattamento per la tv del romanzo omonimo di Kate Atkinson. Protagonista della serie il detective Jackson Brodie. La sceneggiatura per la tv è di Ashley Pharoah (Life on Mars). Vale la pena dargli un’occhiata.


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Inside Roma Fiction Fest – Adaptation – Master Class

Nella terza giornata del festival si parla di adattamenti. E’ quasi la norma scoprire che una serie che seguiamo appasionatamente, sia in realtà l’adattamento (made in USA sempre più spesso) di una serie proveniente da un altro paese e di cui non abbiamo mai sentito parlare. L’Inghilterra rimane il bacino più grande da cui le major americane “rubano” quando si trovano a corto di idee. Ospiti d’onore, due autori di punta della tv Uk, che hanno visto le loro serie adattate per il mercato USA: Tobey Withouse (creatore di Being Human) e Ashley Pharoah (creatore di Life on Mars). A rappresentare l’Italia Ivan Cotroneo (creatore della serie “Tutti pazzi per amore” ieri sera al festival) e Daniele Cesarano (“creatore” di RIS).

Arrivo leggermente in ritardo e quindi entro che la discuissione è già avviata.

Si parla di modi di scrivere, e di come l’Inghilterra percepisce le serie televisive che vengono da fuori. Con il solito Humor che li contraddistingue la coppia di autori inglesi smonta subito l’attegiamento britannico: “Abbiamo sempre questo atteggiamento nei confronti della narrazione, come se l’avessimo inventato noi, come se fosse solo roba nostra. Quando vediamo opere, o serie che provengono dalle nostre “colonie” (si riferisce agli USA, NDR) diciamo “bravo, bel lavoro, continua così”, ma di base siamo molto concentrati sui nostri prodotti.” continua Tobey Withouse ‘Oltre tutto odiamo i sottotitoli, e tutto ciò che distrae dal prodotto in sè, quindi conosciamo molto poco di quello che non è in lingua inglese’.

In effetti le serie inglesi hanno una forte caratterizzazione e un’originalità che le rende molto appetibili per il mercato estero sempre in cerca di qualcosa di nuovo. Ma non è sempre stato così, come spiega Ashley Pharoah ’10 anni fà non avresti mai incontrato un Executive di una tv americana a Londra, ora è normale incontrarli per strada. Guardano molto la nostra televisione e sono al corrente di tutte le produzioni in corso.’

Entra nella discussione Daniele Cesarano che ammette candidamente che RIS è stato una sorta di furto, più che un adattamento. Qualcuno tra il pubblico ride, non si capisce se per la battuta o per la mise di Cesarano che sembrava appena tornato dalle Bahamas.
Secondo Cesarano un prodotto come RIS non ha molto mercato all’estero, perchè ‘quando si parla di poliziotti, crime investigation o simili, ognuno vuole il suo. Vuole il suo eroe autoctono’. In effetti è facile trovare il Derrick di turno in ogni nazione. ‘I tedeschi sono un eccezione, sono riusciti a vendere molto anche all’estero, Rex ad esempio, è una delle serie europee più vendute all’estero’.

Qualcuno dal pubblico chiede alla coppia di ospiti inglesi se conoscono qualche serie italiana. I due si guardano negli occhi e rispondono con un laconico: ‘NO’. Sportivamente però rigirano la domanda al giornalista: ‘Lei cosa mi consiglierebbe da portare con me in Inghilterra?’. Il giornalista consiglia due serie Boris e Romanzo Criminale. Il presentatore aggiunge ‘Beh c’è anche Tutti pazzi per amore – facendo l’occhiolino a Cotroneo che affonda nella poltrona. Cesarano fa notare che è impossibile adattare Romanzo Criminale (In realtà la HBO ha acquistato i diritti e sembra prepari proprio un remake).

Ashley ringrazia e riprende il discorso dicendo che in realtà ricorda qualcosa di prodotto in Italia. Si tratta di “Zen”, una serie prodotto per BBC 1 ambientata in Italia, ma misteriosamente recitata solo in inglese (anche dagli attori Italiani). Dopo i primi 3 episodi (andati in onda a gennaio di quest’anno) la serie è stata cancellata. Curiosità, gli attori uomini erano inglesi, mentre le interpreti tutte italiane (a parte Cathrine Spaak, che però potremmo considerare italiana, per la sua lunga permanenza nel nostro paese).

Si continua a parlare di adattamenti, questa volta però da paesi non inglesi. Nel particolare ci si sofferma su casi come The Killing, serie danese adattata nell’omonima versione statunitense (entrambe proiettate al festival, ahimè non ho fatto a tempo), o Intreatment serie israeliana adattata con successo da HBO. Tutti gli ospiti sono unanimi nel ritenere Intreatment forse il miglior adattamento di una serie tv per il mercato USA. Commenta Withouse: ‘La bravura del produttore americano è stata quella di non snaturare il prodotto originale, non cercare di americanizzarlo a ogni costo. Infatti quando si guarda Intreatment si ha la sensazione di guardare qualcosa di europeo, di nuovo per il panorama americano’. Viene fatto anche il nome di Gideon Raff, autore e regista israeliano che ha curato l’adattamento di “Homeland” serie USA appena iniziata, e che sarà ospite al festival domani.

Mi inserisco nella conversazione e faccio una domanda ai due inglesi: ‘Abbiamo parlato di format e l’Inghilterra ci ha sempre abituato a un formato diverso alla tv americana. Mi spiego meglio, in USA si produce una serie di 24 puntate, mentre in UK solitamente la serie si protrae per non più di 6 o 12 episodi. E’ solo un motivo economico o c’è anche un diverso modo di vedere il racconto e la narrazione? E poi volevo sapere se avevate visto Episodes e quanto c’è di vero in quella serie’

Risponde Ashley ‘Quella serie, Episodes, è un documentario’ – ride – ‘ Tornando al formato, è sia un problema di mercato che un problema economico. Il nostro mercato (quello inglese) è diverso da quello americano. Loro non solo fanno una Pilot, per loro esiste il concetto di Season Pilot. Si fa un’intera serie per vedere se un prodotto funziona. Inoltre il lavoro autoriale da noi è molto ridimensionato, in parte per un problema di budget. In USA si mettono pacchi di sceneggiatori, chiusi per mesi a produrre. Da noi il lavoro è più individuale, si lavora in pochi. Vorrei davvero poter avere così tanti sceneggiatori, ma non è possibile. E’ un modo diverso di concepire il processo creativo. Comunque preferisco il formato inglese, non potrei mai pensare di dover scrivere 24 puntate a stagione, diventerei pazzo!’

Tobey prende la parola ‘Un altro motivo sono le esclusive con gli attori. In America si fanno contratti più lunghi (e più pagati) con gli attori. Da noi di solito si fanno massimo due anni, allo scadere dei quali l’attore preferisce andarsene verso altri lidi (sempre statunitensi aggiunge Ashley). Ad esempio in Being Human abbiamo aggiunto due personaggi (una sorta di Backdoor pilot) per vedere come poterli inserire nella storia. Il mio problema è che non posso pensare a lungo raggio, perchè non so esattamente che personaggi potrò utilizzare nella prossima stagione. E questo succede a prescindere dal successo della serie’.

Qui si aggancia Ashley ‘Questo è uno dei motivi percui Life on Mars ha chiuso dopo solo due stagioni’.

I due autori ricordano come esistano anche da loro le così dette serie “infinite” ma che siano relegate a due generi come il poliziesco o il medical. Questo è dovuto al fatto che in questi due generi, non è il personaggio ad andare verso la storia, bensì il contrario. Questo facilita non poco il processo creativo, rendedo possibile la longevità dello show.

Dal pubblico qualcuno chiede qual’è la loro serie preferita?

Gli ospiti ci pensano un po’. Comincia Ashley: ‘The Wire, davvero incredibile” anche Tobey è d’accordo, e aggiunge “Intreatment” alle sue serie preferite. Cesarano si aggrega.

L’incontro finisce con una premiazione di alcuni giovani autori. Il tutto avviene in modo molto caotico e quasi tutto il pubblico si dilegua.

 

Inside Roma Fiction Fest – Anteprima “Once upon a time”

Premessa

Once upon a time. C’era una volta un blogger con una maglietta dei Goonies. Era a casa a scrivere sul suo libro elettronico, quando a un certo punto si rese conto di essere in ritardo. Aveva un appuntamento al grande monumento che gli abitanti della città chiamavano “dei tre bacarozzi”. Li si doveva svolgere un importante visione di una grande casa di produzione: la A-B-C. Il blogger pensava che per essere una grande produzione aveva un nome abbastanza convenzionale. Quasi banale. Senza perdersi d’animo prese il suo cavallo con i raggi per arrivare il più in fretta possibile. Arrivato si trovò davanti una fila di personaggi. Tutti quanti erano arrivati in ritardo come lui. Il losco figuro, guardiano dell’entrata non permetteva a nessuno di accedere alla proiezione. “Controllo” ripeteva toccandosi l’orecchio. “Controllo”. “Ma cosa controlla?” Chiese ingenuo il blogger. “Il marrano non vuole farci accedere alla visione. Lei non sa chi sono io!”. A questo punto dopo l’ennesimo “Controllo” il guardiano fece un gesto e dopo aver aperto il cancello di tessuto ricoperto ci fece entrare nel magico mondo della fiction. Il tunnel che portava alla sala delle proiezioni era addobbato a festa. Enormi rappresentazioni di splendide fanciulle ti guardavano fisso negli occhi fino a che la vista poteva vedere. “Dagli autori di Lost”. Il blogger leggeva dubbioso. Entrato nella sala della finzione si trovò davanti uno stuolo di persone. Tutte avevano il suo stesso medaglione al collo. Sopra c’era scritta la loro classe di appartenenza: Stregoni di stampa, Elfi Professionali e molti altri. Il blogger aveva scritto solo “Professionali”. Si morse la lingua. A questo punto apparse il Totem della serata. Colui che li avrebbe guidati nella visione. Dopo aver balbuziato qualche cosa, in “latino antico” pensò il blogger, la tenebra calò sulla sala. A-B-C. Le lettere volavano da un lato all’altro dell’enorme finestra magica. Lo spettacolo stava per iniziare.

Fine Premessa

Cosa succederebbe se tutti i giornalisti, Blogger, o chiunque produca contenuti, per uno scherzo del destino cominciasse a descrivere ogni evento, film, o serie tv come se si trovasse in una favola per bambini? Ecco questo è più o meno quello che accade nella serie ABC “Once upon a time”. Prodotta dagli stessi Produttori esecutivi di Lost (e quando si cominciano a citare le seconde leve, bisogna avere qualche dubbio). Al fiction festival è stato possibile visionare la puntata pilota e vi assicuro che lo spettacolo è quanto di meno comprensibile ci sia sulla faccia della terra. Impossibile non pensare di trovarsi davanti a uno scherzo. Come giustamente dice il mio vicino di sedia Gabriele “Non ho mai visto nessuno camminare così a lungo l’orlo del ridicolo” e continuare a farlo senza paura. L’inizio è disturbante. Ambientazione Fantasy, un cavaliere corre su un lungo ponte. Arriva finalmente a destinazione. Un gruppo di nani lo attende davanti a un feretro. “Sei arrivato tardi” dice un nano che assomiglia tremendamente a Dotto. Quindi segue un primo piano di un nano ingrugnato “non sarà mica Brontolo?” nessuno sembra far caso alla mia domanda. Il principe si avvicina. Piange, quindi dice di voler vedere per l’ultima volta il suo viso, il viso di BIANCANEVE. Avete capito bene, stiamo guardando Biancaneve e i sette nani in carne e ossa. Ok, adesso spunta un orso polare dalla foresta e poi una misteriosa nuvola nera li inghiotte e inizia la serie. Non succede. Al contrario il bel principe bacia la bella biancaneve che si risveglia e vissero felici e contenti. Fino all’arrivo della strega che comunica a tutti i presenti del matrimonio (io non ricordavo il matrimonio in Biancaneve, però è passato un po’ di tempo) che una maledizione li portera nel luogo peggiore che possano conoscere. Un luogo terribile dove tutti vivranno fermi nel tempo una vita che non è la loro senza ricordare quella precedente. Unico modo per salvarsi, preservare la figlia di Biancaneve nascondendola in un armadio magico costruito da, come ti sbagli, Geppetto. In questo modo al compiersi dei 28 anni di età ella tornerà per salvare i personaggi delle fiabe. Ma dove è finita la piccolina? A Boston dove di lavoro “trova la gente” come lei stessa racconta. E’ il giorno del suo compleanno e dopo una brutta giornata di lavoro si trova a casa a festeggiare per l’ennesima volta da sola. Non questa volta però. Un bambino suona alla porta. “Sono tuo figlio”. A quanto pare la piccolina di Biancaneve (che noi immaginiamo essere lei, visto che ancora a questo punto della puntata non è stato ufficializzato) aveva avuto un figlio che però ha dato in adozione perchè “avesse le migliori possibilità”. Il bambino ha un libro con sè e insiste perchè lei lo riaccompagni nel suo paese di origine StoryBrook. Le spiega che Lei è l’unica persona in grado di salvare il suo paese e i suoi magici abitanti. Arrivati in città incontrano il grillo parlante che porta in giro il suo cane, quindi arrivano nella casa del Sindaco, madre del piccolino scappato di casa in cerca della sua madre biologica. Se avete giramenti di testa o di palle, potete fare una pausa. Non mi offendo. Alzatevi prendete un bicchiere d’acqua. Respirate profondamente e quindi tornate di fronte al computer. Ma vi assicuro che non c’è alcun lieto fine, se è quello che state aspettando. Il Sindaco, grazie a un magistrale (Attenzione Sarcasmo!) uso dei flashback, risulta essere la strega cattiva che cerca in ogni modo di ricacciare via la primogenita di Biancaneve. Quasi ci riesce. Ma la piccolina, che di nome fa Emma, non ci sta. E nel finale di puntata decide di passare una settimana a StoryBrook, per la precisione in un piccolo Bad and Breakfast gestito da una simpatica vecchina e dalla sua nipotina, emo, caratterizzata da un acceso cappuccetto rosso. THE END.

Per cercare di riprendervi o trovare un senso a tutto questo, fissate intensamente l’immagine qui sotto. Buona giornata.


Se la visione non fa effetto, in alternativa, potete dare un’occhiata al trailer. Attenzione però, può dare giramenti di testa.


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