Inside Roma Fiction Fest – Conclusioni

Il Roma Fiction Fest è finito. Il mio esperimento di inviato di me stesso si conclude insieme alla rassegna. Avrei voluto realizzare qualcosa di più multimediale, ma la mole di argomenti venuti fuori nelle master class ha risucchiato ogni mia energia.

Ho trovato gli incontri, quanto di più interessante ho visto negli ultimi anni. La riflessione sulla televisione, in questo particolare momento produttivo, era necessaria ed è stata illuminante. La tv non è più un piccolo schermo che cerca di scimmiottare il cinema come un fratellino minore. Ha preso coscienza di se stessa. Ha capito che i suoi mezzi sono diversi perchè il suo obiettivo è diverso. Il racconto sembra aver trovato la sua nicchia ecologica. Come un romanzo di appendice, la serie televisiva riesce a entrare in profondità nelle storie dipingendo personaggi multisfaccettati con un numero di pixel così elevato da non riuscir più a distinguere tra il personaggio e l’attore. Jim Belushi lo ha detto chiaramente. Lavorare così a lungo su un character ti permette di entrare in sintonia con lui, acquisire una naturalezza che in un film non sarebbe possibile. E questo discorso vale anche per gli sceneggiatori.

La tv digitale ha poi liberato gli autori dalle catene della tv generalista. Non si deve più scrivere per un pubblico vasto. Ci si può concentrare su un segmento di pubblico molto definito. Oggi la tv può rischiare di più, può essere più “edgy” come ha raccontato Scharbo (produttore di Missing). Breaking Bad, Dexter, Big C, sono solo alcuni dei titoli che rispecchiano questa nuova onda televisiva. Le tv via cavo sono state le prime a intraprendere questa strada, ma qualcosa sta cambiando anche tra i network più grandi. Secondo Scharbo (e sua moglie Gina Matthews) anche le grandi produzioni televisive dovranno rischiare qualcosa di più se vogliono rimanere in scia con HBO, Showtime e AMC.

L’altro tema è stato quello dell’adattamento. La tv americana è stata quella che ha prodotto di più, anche grazie a un mercato interno non paragonabile a quello di altri paesi. Negli ultimi tempi però ha come perso l’ispirazione. Molte serie uscite recentemente sono adattamenti di format stranieri. Tra i paesi “fornitori” troviamo Israele (Intreatment, Homeland, Traffic Light), Inghilterra (The office, Free Agent Being Human, Life on Mars, Shameless) e perfino la fredda Danimarca (The Killings). Il baricentro della televisione si sta spostando. Gli Stati Uniti non si sentono più il centro del mondo ma invece di chiudersi a riccio, cercano di conoscere quello che c’è fuori, di assorbirlo, per farne un successo internazionale.

C’è un ultimo elemento che mi ha colpito e che forse è ancora in uno stato troppo embrionale per essere definito una reale tendenza. La serie Missing, non ha caso protagonista della master class intitolata “A case study”, propone un interessante esperimento produttivo: lo show (ABC), interamente girato su territorio europeo, ha proposto un modello di business che prevede l’utilizzo di produzioni e attori trovati in loco. Una grande co-produzione che cerca da un lato di valorizzare il prodotto con location altamente “esotiche” per il pubblico USA, dall’altro di rendere la serie maggiormente vendibile nel mercato estero, grazie a un cast internazionale di altissimo livello. Come a dire: “Se non puoi batterli unisciti a loro”

Ps. Per essere chiari NON sto dicendo in nessun modo che la tv possa sostituire il cinema. Sono due media diversi e si esprimono in modo differente. (Fine Captatio Benevolentiae per evitare pestaggi da parte dei cinefili)

 

Inside Roma Fiction Fest – Anteprima Episodes

Quest’oggi verrà proiettata l’anteprima della serie BBC/Showtime Episodes. Lo show è già andato in onda per intero sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Una seconda stagione è già in produzione visto il buon successo dei primi 8 episodi.

Dopo le innumerevoli Master Class passate a parlare di televisione, adattamenti e co-produzioni non poteva mancare all’appello una serie come Episodes. In un certo senso lo show che più di ogni altro racchiude le tematiche che hanno attraversato questa quinta edizione del Roma Fiction Fest.

Non è un caso che durante la Master Class “Adaptation”, Ashley Pharoah a domanda “Ha visto Episodes? Quanto c’è di vero in quella serie?” abbia risposto candidamente “Quella non è una serie, è un documentario!”

La storia è semplice: due autori inglesi dopo l’ennesima vittoria ai Bafta, vengono avvicinati da un importante produttore americano che vuole acquistare la serie. Per acquistare intende “adattare” per il pubblico americano. I due autori vengono ingaggiati per seguire il lavoro in USA. L’entusiasmo iniziale della coppia (i due sono anche marito e moglie) di sceneggiatori cala con il passare dei giorni e con l’aumentare dei cambiamenti che i due sono costretti a inserire nello script originale.

Protagonista della serie Matt Leblanc (la star di Friends) nella parte di se stesso, davvero esilarante. Se siete dalle parti dell’auditorium vale la pena passare.

Se volete saperne di più, avevo già scritto una recensione uscita su Film.it (clicca qui per la recensione)

Qui sotto la scheda dell’evento

Anteprima Internazionale Ore 18,00 Sala Petrassi.

“EPISODES”

(Hat Trick / Crane Klarik / BBC Two / Showtime)

Creatori: David Crane e Jeffrey Klarik (David Crane è il creatore di Friends)

Regno Unito/USA 2011, 2×28’

TRAILER

 

Inside Roma Fiction Fest – “Missing” – Master Class

Quarto giorno di festival. Cominciano a presentarsi i primi segni di cedimento psicofisico. Vibrazione perenne all’occhio destro. Dolori muscolari persistenti e un insensato desiderio di rivedere stagione 2 di “Un medico in famiglia”. “Giacomo ti senti bene…?” La voce del mio amico mi arriva come se stessi indossando un casco da astronauta. “Si mi sento bene, ho solo bisogno di una puntata di “Sangue Caldo”…” Per fortuna il mio amico mi ferma in tempo, colpendomi con un mucchio di programmi del fiction fest. Rinsavito, prendo il mio destriero e mi dirigo verso la master class in sala Sinopoli.

Arrivo tardi. Ma oramai non ci fa più caso nessuno.

La master class di oggi si occupa della serie Missing prodotta da Gina Matthews e Grant Scharbo, entrambi presenti in sala. Argomento di discussione il modello di business adottato dalla coppia (anche nella vita) di produttori. Quando i due si sono presentati dall’ABC hanno proposto di allargare il mercato seriale all’estero. In che modo? Co-producendo la serie in vari paesi diversi. Per fare questo c’è stato bisogno di una forte base narrativa e di un ottimo piano di produzione. La serie racconta le vicende di una madre sulle tracce di suo figlio scomparso. La storia è semplice, ma terribilmente funzionale al business plan pensato dai due executive.

Il sistema prevede un plot di massima prestabilito, ma in grado di adattarsi ai bisogni produttivi. Ci spiega meglio Gina: ‘A un certo punto ci siamo trovati a dover decidere se girare o no a Dubrovnik. Volevamo fortemente quella location, ma per poterla utilizzare dovevamo cambiare il piano di produzione. Così abbiamo cominciato le riprese con l’episodio 4. Il season finale è invece stato girato a Istambul. Non era stato previsto, quando eravamo ancora in fase di scrittura, molte delle ambientazioni sono state scelte in corso d’opera’

Il cast della serie è internazionale. Anche in questo caso le necessità sono duplici, da una parte essere fedeli al plot dall’altra massimizzare la visibilità nel paese in cui si va a girare. Per ogni nazione sono stati scelti attori rappresentativi o conosciuti in loco. In questo modo si pensa di attirare il pubblico autoctono.

‘Quello che volevamo fare era portare le bellezze dell’Europa nei salotti statunitensi. In Europa, ogni luogo è speciale.’

‘La parte più difficile è stato coordinare il lavoro all’estero con quello in studio. Grazie agli effetti speciali potevamo girare alcune scene senza muoverci da Los Angeles, ma nel frattempo doveva essere in Europa per scegliere nuove location e prendere contatti con i tecnici. Lavorare con troupe straniere è molto difficile. In Turchia ad esempio ci siamo trovati in grosse difficoltà anche per i limiti che la lingua imponeva.’

Vi è convenuto lavorare in Europa?

Risponde Gina ‘Si, è vero qualche volta lavorare all’estero conviene anche economicamente (qualcuno fa notare come anche in Italia si preferisca girare in Argentina per risparmiare), ma quello che volevamo noi era l’ambientazione reale. Non stavamo cercando dei surrogati di luoghi che potevamo trovare anche in USA. Roma è Roma, Parigi è Parigi, è insostituibile e il suo fascino irriproducibile. Potevamo girare in Lousiana e avremmo avuto degli sgravi fino al 35 percento. Ma la Louisiana non è la Francia!’

Come avete presentato il progetto a ABC?

‘Ci siamo presentati con il progetto intero. Non volevamo produrre una pilota di una singola puntata. Non aveva senso andare in Europa per tornare con 40 minuti di materiale. Quindi abbiamo preso il rischio e abbiamo portato un progetto per 10 puntate e Abc ha detto si! Il progetto funzionava già su carta, certe volte se si riesce a essere chiari nelle proprie idee non c’è bisogno di girare una pilota. Sicuramente la serie di “genere” ha un vantaggio sulle altre poichè non devo spiegare proprio tutto. Il genere è facilmente comprensibile, esiste già, se la storia ti piace il gioco è fatto.’

La Matthews e Scharbo spiegano come sia un momento particolare per i grandi network. La cable tv (HBO, Showtime) ha fatto passi da gigante, guadagnandosi visibilità e pubblico. Il cavo non ha bisogno di piacere a tutti, può essere “edgy”, può spingersi là dove i grandi network non possono arrivare. Se vuoi stare al passo con loro devi fare rumore. Naturalmente non si può chiedere a una major di produrre qualcosa come Breaking Bad. Allora che fare? L’ABC ha cercato, producendo Missing, di creare un genere ibrido, in cui si immettono argomenti “rischiosi” senza abbandonare però il grande pubblico.

A questo punto Gina involotariamente lancia uno scoop nella sala Sinopoli. A quanto pare due serie Italiane da loro visionate sono state selezionate per un possibile adattamento made in USA. La prima è Squadra Antimafia (Tao2) e l’altra è Tutti Pazzi per amore. Brusio tra il pubblico. Il relatore strabuzza gli occhi e chiede conferma. A quanto pare il contatto c’è stato. Poi Gina ridimensiona la notizia: ‘Abbiamo avuto un contatto per un possibile adattamento. Abbiamo passato il soggetto ai nostri sceneggiatori che ci stanno lavorando. A quel punto con il soggetto in mano andremo dai network per vedere se sono interessati.’ La strada è dunque ancora lunga.

Si torna a parlare di Missing. Quanto incide l’audience europeo sul successo del progetto?

I due premettono che il budget della serie è comunque nella norma. In media con le altre produzioni USA. ‘Certo il mercato europeo può essere un fattore, ma non sappiamo quanto l’ABC abbia calcolato di guadagnare fuori dal confine americano.’

Viene chiesto se la serie avrà un lancio globale, come è già accaduto per alcuni serial USA (The Listener, e il più recente Terra Nova). ‘Probabilmente no, ma non sono sicura’ I due danno risposte discordanti per poi alla fine ammettere di non saperne nulla. (la serie conclude le riprese settimana prossima)

A sorpresa arriva sul palco Adriano Giannini, uno degli attori Italiani impegnati in questa co-produzione europea. In jeans e camicia un po’ sgualcito si presenta al pubblico. Descrive come è stato lavorare in una grande produzione come quella di Missing: ‘Sono molto contento, ho lavorato con dei grandi professionisti’.

Segue un divertente siparietto in cui Giannini racconta qualcosa riguardo il suo personaggio sotto gli occhi inquisitori dei due executive. La trama della serie è top secret (si tratta di un thriller…) è Giannini imbarazzato si muove a tentoni: ‘Si può dire che sta cercando il figlio?’ Risate dal pubblico. Risate dai producer. ‘Qualche domanda per Giannini?’. Segue un silenzio tombale. Al quarto giorno di Master Class il pubblico comincia a perdere colpi e la stanchezza colpisce un po’ tutti. Mi vibra l’occhio, ho un dolore persistente alle gambe e un insensato desiderio di guardare la stagione due di “Un medico in famiglia”. Forse è meglio che vado a dormire.


PS. prima di crollare sono riuscito a vedere Case Histories, adattamento per la tv del romanzo omonimo di Kate Atkinson. Protagonista della serie il detective Jackson Brodie. La sceneggiatura per la tv è di Ashley Pharoah (Life on Mars). Vale la pena dargli un’occhiata.


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Inside Roma Fiction Fest – Anteprima Terra Nova

Ieri sera al Roma Fiction Fest è stata proiettata la nuova serie, co-prodotta da Steven Spielberg (il marchio Amblin e Dreamworks si intravedono sulla locandina) per ABC, Terra Nova. La serie era stata annunciata qualche tempo fa, ma poi ha subito ritardi dovuti alla lunga postproduzione. Le 6 puntate che compongono la prima stagione verranno quindi distribuite in autunno. La puntata che stiamo per andare a vedere è andata in onda il 26 settembre negli Stati Uniti e sarà in Italia su Fox il 4 ottobre (Fox è sponsor dell’evento).

Entriamo nella sala Sinopoli dell’Auditorium parco della musica, che per l’occasione ha visto il Foyer trasformato in un giardino del Giurassico. Alcune palme languono per terra e c’è un forte odore di chiuso. Ecco perchè i dinosauri si sono estinti. Soffocamento.

Dopo la mia rilettura geologica salgo le scale e riesco a ottenere un posto in terza fila. La sala è gremita. Il presentatore della serata lancia l’evento. Ci siamo. Parto prevenuto come ogni proiezione, ma non posso nascondere una grande curiosità.

Con un piano sequenza in cui si fa sfoggio degli enormi mezzi messi a disposizione dall’ABC attraversiamo a volo d’uccello una città del futuro. Siamo nel 2149. La terra è sulla via del tramonto. Le sue risorse sono oramai agli sgoccioli. L’aria è irrespirabile e il sole appena visibile. Il piano sequenza si conclude direttamente dentro l’appartamento del protagonista Jim Shannon. Lo seguiamo entrare a casa e togliersi la mascherina che lo aiuta a respirare.

—Warning— Mi sono tenuto leggero nel racconto, ma se volete rimanere completamente all’oscuro, beh allora forse è meglio che vi fermiate qui.

A casa c’è la famiglia ad attenderlo. La piccola Zoe, Josh, e la moglie. Trafelata arriva l’altra figlia che però avverte: ‘stanno arrivando!’. Jim immediatamente prende la piccola Zoe la rinchiude in un conduttore dell’aria. I poliziotti arrivano. ‘C’è stato detto che avete infranto la legge’. I poliziotti distruggono l’appartamento in cerca della prova di colpevolezza. Nel vestiario e nelle movenze la scena ricorda molto Farnheit 451. I poliziotti cercano la figlia illegale. Nel futuro immaginato nella serie, i figli per famiglia non possono essere più di due.

La bambina viene trovata Jim si ribella, nasce una colluttazione. Viene arrestato e condannato a scontare 6 anni in una prigione di massima sicurezza. Due anni dopo la moglie gli comunica che sono stati selezionati per il progetto Terra Nova. La piccola Zoe però dovrà rimanere in quanto figlia illegale. L’unico modo per salvarla è far evader Jim e infiltrarsi insieme alla figlia nel gruppo di pellegrini (così vengono chiamati i selezionati).

Gli uomini hanno scoperto un’interruzione nello spazio tempo e sono riusciti con questa a viaggiare indietro nel tempo. 85 milioni di anni. L’era dei dinosauri. L’idea è quella di costruire una colonia, unica speranza per costruire un futuro migliore.

La smetto con il racconto perchè non voglio essere arrestato per spoiler.

L’impatto visivo è incredibile. Visto sul grande schermo non si nota alcuna differenza con un blockbuster cinematografico (solo in alcuni primi piani in chroma key, si nota l’utilizzo di riprese in studio). La prima domanda che mi faccio è “Quanto diavolo è costato?”. Stando alle notizie sparse sulla rete il budget dovrebbe assestarsi sui 10 milioni per il solo pilot. La fox conferma di essere rimasta nelle previsioni, ma voci dall’interno parlano di un reale costo di 20 milioni di dollari che non avrebbe alcun precedente per una produzione tv. Il pilot di Lost per fare una comparazione è costato 14 milioni di dollari e ha portato alle famose dimissioni dell’ABC executive LLoyd Braun per aver dato luce verde a una produzione cosi onerosa.

La serie è stata girata in Australia. La terra dei canguri sta diventando sempre di più il punto di riferimento per le produzioni internazionali (Signore degli anelli, Matrix, Hobbit, Tin Tin).

Ma basta parlare di soldi, gli elementi presenti sono tanti.

Plot. La struttura narrativa è perfetta per una serie a lungo raggio. Come in Lost i protagonisti si trovano in un luogo inedito. Tutti i personaggi sono costretti a ricominciare da capo. Il loro passato sulla terra del futuro si scontrerà con il nuovo presente nel passato (lo so non è colpa mia, a Spielberg piacciono i paradossi temporali). La popolazione di Terra Nova è divisa in due fazioni (anche qui si intravede Lost). I sixers, così vengono chiamati i ribelli, hanno deciso di prendersi la loro libertà e si sono staccati dalla colonia principale, impossesandosi delle materie prime. Già nella pilota viene mostrato un luogo misterioso, che “deve rimanere segreto”. Qualcosa si nasconde dietro l’operazione Terra Nova?

Setting. Il futuro di Terra Nova è un pastiche di molta Science fiction. Gli enormi cartelli luminosi con su scritto “Sovrappopolazione = Estinzione” o “La famiglia è composta da 4 persone” ricordano quelli di 1984. A livello visivo, soprattutto nella versione notturna, la città ricorda Blade Runner (forse un po’ meno post moderna, ma altrettanto sporca). L’escamotage narrativo del viaggio nel tempo è molto simile a quello di Stargate. Gli uomini hanno trovato un’interruzione nello spazio tempo che gli permette di arrivare nel passato. Non è chiaro se la linea temporale dove i pellegrini vengono spediti, sia o meno la stessa del futuro da cui provengono. Mi spiego meglio Maddy (la figlia maggiore di Jim) a un certo punto parla della sonda che è stata mandata per vedere cosa ci fosse dall’altra parte del portale temporale e che non è stata mai trovata nel futuro. Josh, suo fratello, è poco interessato, ma la “Geek” Maddy continua a spiegate imperterrita. “Non siamo sulla stessa linea temporale del futuro, altrimenti ogni nostra decisione avrebbe ripercussioni sul futuro. Uccidere una mosca potrebbe cambiare tutto!” (e io aggiungo “This is heavy”). Il così detto Butterfly effect. Terra nova nella sua prima apparizione ricorda molto Avatar, e il comandante Nathaniel Taylor (Stephen Lang) non fa che amplificarne l’effetto. Per finire l’elemento dinosauri, scoperta delle scoperte, è un palese riferimento a Jurassic Park. In una scena vediamo la piccola Zoe dare da mangiare a un dinosauro erbivoro, così come succedeva nella pellicola di Spielberg. Con le tecniche di oggi è finalmente possibile utilizzare un personaggio così dispendioso a livello di computer grafica e lo spettacolo, ve lo assicuro, è garantito.

Target. Malgrado la grande componente action, Terra Nova, visto anche il costo di produzione, è un prodotto per tutta la famiglia. Il fulcro del racconto è la famiglia: la lotta per rimanere uniti, le liti, e le molteplici inquadrature “quadretto” degli Shannon, non lasciano dubbi. La cosa non sembra infastidire la visione, a parte qualche forzatura di testo, come l’odio di Josh per suo padre Jim, che non corrisponde all’amore visto poco prima della partenza per Terra Nova.

Le puntate previste per questa prima stagione sono 6. Dunque ci si aspetta una compressione narrativa tale da avere molti elementi nuovi ogni puntata. Almeno spero. Nel frattempo, potete correre a cercare per la rete (la puntata è andata in onda in USA il 26) o aspettare la prima visione su Fox il 4 ottobre.

Ecco il trailer italiano ufficiale.

 

Inside Roma Fiction Fest – Adaptation – Master Class

Nella terza giornata del festival si parla di adattamenti. E’ quasi la norma scoprire che una serie che seguiamo appasionatamente, sia in realtà l’adattamento (made in USA sempre più spesso) di una serie proveniente da un altro paese e di cui non abbiamo mai sentito parlare. L’Inghilterra rimane il bacino più grande da cui le major americane “rubano” quando si trovano a corto di idee. Ospiti d’onore, due autori di punta della tv Uk, che hanno visto le loro serie adattate per il mercato USA: Tobey Withouse (creatore di Being Human) e Ashley Pharoah (creatore di Life on Mars). A rappresentare l’Italia Ivan Cotroneo (creatore della serie “Tutti pazzi per amore” ieri sera al festival) e Daniele Cesarano (“creatore” di RIS).

Arrivo leggermente in ritardo e quindi entro che la discuissione è già avviata.

Si parla di modi di scrivere, e di come l’Inghilterra percepisce le serie televisive che vengono da fuori. Con il solito Humor che li contraddistingue la coppia di autori inglesi smonta subito l’attegiamento britannico: “Abbiamo sempre questo atteggiamento nei confronti della narrazione, come se l’avessimo inventato noi, come se fosse solo roba nostra. Quando vediamo opere, o serie che provengono dalle nostre “colonie” (si riferisce agli USA, NDR) diciamo “bravo, bel lavoro, continua così”, ma di base siamo molto concentrati sui nostri prodotti.” continua Tobey Withouse ‘Oltre tutto odiamo i sottotitoli, e tutto ciò che distrae dal prodotto in sè, quindi conosciamo molto poco di quello che non è in lingua inglese’.

In effetti le serie inglesi hanno una forte caratterizzazione e un’originalità che le rende molto appetibili per il mercato estero sempre in cerca di qualcosa di nuovo. Ma non è sempre stato così, come spiega Ashley Pharoah ’10 anni fà non avresti mai incontrato un Executive di una tv americana a Londra, ora è normale incontrarli per strada. Guardano molto la nostra televisione e sono al corrente di tutte le produzioni in corso.’

Entra nella discussione Daniele Cesarano che ammette candidamente che RIS è stato una sorta di furto, più che un adattamento. Qualcuno tra il pubblico ride, non si capisce se per la battuta o per la mise di Cesarano che sembrava appena tornato dalle Bahamas.
Secondo Cesarano un prodotto come RIS non ha molto mercato all’estero, perchè ‘quando si parla di poliziotti, crime investigation o simili, ognuno vuole il suo. Vuole il suo eroe autoctono’. In effetti è facile trovare il Derrick di turno in ogni nazione. ‘I tedeschi sono un eccezione, sono riusciti a vendere molto anche all’estero, Rex ad esempio, è una delle serie europee più vendute all’estero’.

Qualcuno dal pubblico chiede alla coppia di ospiti inglesi se conoscono qualche serie italiana. I due si guardano negli occhi e rispondono con un laconico: ‘NO’. Sportivamente però rigirano la domanda al giornalista: ‘Lei cosa mi consiglierebbe da portare con me in Inghilterra?’. Il giornalista consiglia due serie Boris e Romanzo Criminale. Il presentatore aggiunge ‘Beh c’è anche Tutti pazzi per amore – facendo l’occhiolino a Cotroneo che affonda nella poltrona. Cesarano fa notare che è impossibile adattare Romanzo Criminale (In realtà la HBO ha acquistato i diritti e sembra prepari proprio un remake).

Ashley ringrazia e riprende il discorso dicendo che in realtà ricorda qualcosa di prodotto in Italia. Si tratta di “Zen”, una serie prodotto per BBC 1 ambientata in Italia, ma misteriosamente recitata solo in inglese (anche dagli attori Italiani). Dopo i primi 3 episodi (andati in onda a gennaio di quest’anno) la serie è stata cancellata. Curiosità, gli attori uomini erano inglesi, mentre le interpreti tutte italiane (a parte Cathrine Spaak, che però potremmo considerare italiana, per la sua lunga permanenza nel nostro paese).

Si continua a parlare di adattamenti, questa volta però da paesi non inglesi. Nel particolare ci si sofferma su casi come The Killing, serie danese adattata nell’omonima versione statunitense (entrambe proiettate al festival, ahimè non ho fatto a tempo), o Intreatment serie israeliana adattata con successo da HBO. Tutti gli ospiti sono unanimi nel ritenere Intreatment forse il miglior adattamento di una serie tv per il mercato USA. Commenta Withouse: ‘La bravura del produttore americano è stata quella di non snaturare il prodotto originale, non cercare di americanizzarlo a ogni costo. Infatti quando si guarda Intreatment si ha la sensazione di guardare qualcosa di europeo, di nuovo per il panorama americano’. Viene fatto anche il nome di Gideon Raff, autore e regista israeliano che ha curato l’adattamento di “Homeland” serie USA appena iniziata, e che sarà ospite al festival domani.

Mi inserisco nella conversazione e faccio una domanda ai due inglesi: ‘Abbiamo parlato di format e l’Inghilterra ci ha sempre abituato a un formato diverso alla tv americana. Mi spiego meglio, in USA si produce una serie di 24 puntate, mentre in UK solitamente la serie si protrae per non più di 6 o 12 episodi. E’ solo un motivo economico o c’è anche un diverso modo di vedere il racconto e la narrazione? E poi volevo sapere se avevate visto Episodes e quanto c’è di vero in quella serie’

Risponde Ashley ‘Quella serie, Episodes, è un documentario’ – ride – ‘ Tornando al formato, è sia un problema di mercato che un problema economico. Il nostro mercato (quello inglese) è diverso da quello americano. Loro non solo fanno una Pilot, per loro esiste il concetto di Season Pilot. Si fa un’intera serie per vedere se un prodotto funziona. Inoltre il lavoro autoriale da noi è molto ridimensionato, in parte per un problema di budget. In USA si mettono pacchi di sceneggiatori, chiusi per mesi a produrre. Da noi il lavoro è più individuale, si lavora in pochi. Vorrei davvero poter avere così tanti sceneggiatori, ma non è possibile. E’ un modo diverso di concepire il processo creativo. Comunque preferisco il formato inglese, non potrei mai pensare di dover scrivere 24 puntate a stagione, diventerei pazzo!’

Tobey prende la parola ‘Un altro motivo sono le esclusive con gli attori. In America si fanno contratti più lunghi (e più pagati) con gli attori. Da noi di solito si fanno massimo due anni, allo scadere dei quali l’attore preferisce andarsene verso altri lidi (sempre statunitensi aggiunge Ashley). Ad esempio in Being Human abbiamo aggiunto due personaggi (una sorta di Backdoor pilot) per vedere come poterli inserire nella storia. Il mio problema è che non posso pensare a lungo raggio, perchè non so esattamente che personaggi potrò utilizzare nella prossima stagione. E questo succede a prescindere dal successo della serie’.

Qui si aggancia Ashley ‘Questo è uno dei motivi percui Life on Mars ha chiuso dopo solo due stagioni’.

I due autori ricordano come esistano anche da loro le così dette serie “infinite” ma che siano relegate a due generi come il poliziesco o il medical. Questo è dovuto al fatto che in questi due generi, non è il personaggio ad andare verso la storia, bensì il contrario. Questo facilita non poco il processo creativo, rendedo possibile la longevità dello show.

Dal pubblico qualcuno chiede qual’è la loro serie preferita?

Gli ospiti ci pensano un po’. Comincia Ashley: ‘The Wire, davvero incredibile” anche Tobey è d’accordo, e aggiunge “Intreatment” alle sue serie preferite. Cesarano si aggrega.

L’incontro finisce con una premiazione di alcuni giovani autori. Il tutto avviene in modo molto caotico e quasi tutto il pubblico si dilegua.

 

Inside Roma Fiction Fest – Anteprima “Once upon a time”

Premessa

Once upon a time. C’era una volta un blogger con una maglietta dei Goonies. Era a casa a scrivere sul suo libro elettronico, quando a un certo punto si rese conto di essere in ritardo. Aveva un appuntamento al grande monumento che gli abitanti della città chiamavano “dei tre bacarozzi”. Li si doveva svolgere un importante visione di una grande casa di produzione: la A-B-C. Il blogger pensava che per essere una grande produzione aveva un nome abbastanza convenzionale. Quasi banale. Senza perdersi d’animo prese il suo cavallo con i raggi per arrivare il più in fretta possibile. Arrivato si trovò davanti una fila di personaggi. Tutti quanti erano arrivati in ritardo come lui. Il losco figuro, guardiano dell’entrata non permetteva a nessuno di accedere alla proiezione. “Controllo” ripeteva toccandosi l’orecchio. “Controllo”. “Ma cosa controlla?” Chiese ingenuo il blogger. “Il marrano non vuole farci accedere alla visione. Lei non sa chi sono io!”. A questo punto dopo l’ennesimo “Controllo” il guardiano fece un gesto e dopo aver aperto il cancello di tessuto ricoperto ci fece entrare nel magico mondo della fiction. Il tunnel che portava alla sala delle proiezioni era addobbato a festa. Enormi rappresentazioni di splendide fanciulle ti guardavano fisso negli occhi fino a che la vista poteva vedere. “Dagli autori di Lost”. Il blogger leggeva dubbioso. Entrato nella sala della finzione si trovò davanti uno stuolo di persone. Tutte avevano il suo stesso medaglione al collo. Sopra c’era scritta la loro classe di appartenenza: Stregoni di stampa, Elfi Professionali e molti altri. Il blogger aveva scritto solo “Professionali”. Si morse la lingua. A questo punto apparse il Totem della serata. Colui che li avrebbe guidati nella visione. Dopo aver balbuziato qualche cosa, in “latino antico” pensò il blogger, la tenebra calò sulla sala. A-B-C. Le lettere volavano da un lato all’altro dell’enorme finestra magica. Lo spettacolo stava per iniziare.

Fine Premessa

Cosa succederebbe se tutti i giornalisti, Blogger, o chiunque produca contenuti, per uno scherzo del destino cominciasse a descrivere ogni evento, film, o serie tv come se si trovasse in una favola per bambini? Ecco questo è più o meno quello che accade nella serie ABC “Once upon a time”. Prodotta dagli stessi Produttori esecutivi di Lost (e quando si cominciano a citare le seconde leve, bisogna avere qualche dubbio). Al fiction festival è stato possibile visionare la puntata pilota e vi assicuro che lo spettacolo è quanto di meno comprensibile ci sia sulla faccia della terra. Impossibile non pensare di trovarsi davanti a uno scherzo. Come giustamente dice il mio vicino di sedia Gabriele “Non ho mai visto nessuno camminare così a lungo l’orlo del ridicolo” e continuare a farlo senza paura. L’inizio è disturbante. Ambientazione Fantasy, un cavaliere corre su un lungo ponte. Arriva finalmente a destinazione. Un gruppo di nani lo attende davanti a un feretro. “Sei arrivato tardi” dice un nano che assomiglia tremendamente a Dotto. Quindi segue un primo piano di un nano ingrugnato “non sarà mica Brontolo?” nessuno sembra far caso alla mia domanda. Il principe si avvicina. Piange, quindi dice di voler vedere per l’ultima volta il suo viso, il viso di BIANCANEVE. Avete capito bene, stiamo guardando Biancaneve e i sette nani in carne e ossa. Ok, adesso spunta un orso polare dalla foresta e poi una misteriosa nuvola nera li inghiotte e inizia la serie. Non succede. Al contrario il bel principe bacia la bella biancaneve che si risveglia e vissero felici e contenti. Fino all’arrivo della strega che comunica a tutti i presenti del matrimonio (io non ricordavo il matrimonio in Biancaneve, però è passato un po’ di tempo) che una maledizione li portera nel luogo peggiore che possano conoscere. Un luogo terribile dove tutti vivranno fermi nel tempo una vita che non è la loro senza ricordare quella precedente. Unico modo per salvarsi, preservare la figlia di Biancaneve nascondendola in un armadio magico costruito da, come ti sbagli, Geppetto. In questo modo al compiersi dei 28 anni di età ella tornerà per salvare i personaggi delle fiabe. Ma dove è finita la piccolina? A Boston dove di lavoro “trova la gente” come lei stessa racconta. E’ il giorno del suo compleanno e dopo una brutta giornata di lavoro si trova a casa a festeggiare per l’ennesima volta da sola. Non questa volta però. Un bambino suona alla porta. “Sono tuo figlio”. A quanto pare la piccolina di Biancaneve (che noi immaginiamo essere lei, visto che ancora a questo punto della puntata non è stato ufficializzato) aveva avuto un figlio che però ha dato in adozione perchè “avesse le migliori possibilità”. Il bambino ha un libro con sè e insiste perchè lei lo riaccompagni nel suo paese di origine StoryBrook. Le spiega che Lei è l’unica persona in grado di salvare il suo paese e i suoi magici abitanti. Arrivati in città incontrano il grillo parlante che porta in giro il suo cane, quindi arrivano nella casa del Sindaco, madre del piccolino scappato di casa in cerca della sua madre biologica. Se avete giramenti di testa o di palle, potete fare una pausa. Non mi offendo. Alzatevi prendete un bicchiere d’acqua. Respirate profondamente e quindi tornate di fronte al computer. Ma vi assicuro che non c’è alcun lieto fine, se è quello che state aspettando. Il Sindaco, grazie a un magistrale (Attenzione Sarcasmo!) uso dei flashback, risulta essere la strega cattiva che cerca in ogni modo di ricacciare via la primogenita di Biancaneve. Quasi ci riesce. Ma la piccolina, che di nome fa Emma, non ci sta. E nel finale di puntata decide di passare una settimana a StoryBrook, per la precisione in un piccolo Bad and Breakfast gestito da una simpatica vecchina e dalla sua nipotina, emo, caratterizzata da un acceso cappuccetto rosso. THE END.

Per cercare di riprendervi o trovare un senso a tutto questo, fissate intensamente l’immagine qui sotto. Buona giornata.


Se la visione non fa effetto, in alternativa, potete dare un’occhiata al trailer. Attenzione però, può dare giramenti di testa.


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