Attacchi di finzione – L’abolizione del tempo

— ATTENZIONE! ACTHUNG! WARNING! —

Istruzioni per l’uso: quello che state per leggere non è un racconto. Non è una storia, non ha un fine e molto più precisamente non ha una fine. Alcuni scritti sono riconoscibili “Hey, io ti ho visto! Tu sei un racconto”. Altri sono semplicemente un “Hey”. E basta. Buona lettura.

— ATTENZIONE! ACTHUNG! WARNING! —

L’abolizione del tempo. Era l’ultimo giorno della mia vita. Non avrei mai pensato di passarlo così. Avevo sempre pensato che sarebbe stato più in la con gli anni. Un giorno speciale. Un giorno in cui avrei riflettuto sul mio cammino nella mia vita. Invece ero al lavoro. Un lavoro orribile per giunta. Che schifo. L’ultimo giorno della mia vita davanti a un terminale elettronico. Non sto morendo. No. Non sarei così tranquillo se fosse l’ultimo giorno “fisico” della mia vita. Il governo ha deciso di abolire il tempo. E’ da molto che se ne parlava. “Il tempo non esiste”. Quante volte ho sentito questa frase. Studiosi di fisica teorica si erano arrovellati il cervello per decenni. “Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi.” Già. Un qualcosa di inventato dall’uomo per dare un senso allo scorrere delle cose. Senza tempo è difficile fare riferimento a qualche evento. “Ti ricordi quando siamo andati al mare?” Quando. Dove, sarebbe la domanda più corretta a quanto pare. Lo spazio è l’unica cosa certa. I secondi sono artificiali, come i minuti le ore. Potremmo allo stesso modo calcolare il tempo con le gocce che cadono ordinatamente da un lavandino rotto. Con il battito del nostro cuore. Sarebbe la stessa cosa. Siamo così abituati ai secondi che l’idea di calcolarlo in altro modo ci sembra solo un gioco, una metafora, romantica, nel caso del cuore. Cosa sarebbe successo se un tempo si fosse deciso di usare qualcos’altro. Niente secondi, minuti, bensì respiri. Respiri. Troppo difficili da calcolare. E poi i respiri di chi? Meglio di no. E se poi calcoliamo i respiri di un ansiogeno. Mio dio non potrei pensare a quanto passerebbe in fretta il tempo. Eppure nella storia era già successo di giocare con il tempo delle persone. Il calendario gregoriano introdotto nel 1582 cambiò in un giorno il tempo delle persone. Per la precisione tutti si ritrovarono 10 giorni indietro nel tempo rispetto al precedente calendario Giuliano. 10 giorni! Non sono pochi. La cosa ancora più straniante è che non tutti i paesi adottarono il nuovo calendario allo stesso tempo. In Svezia ad esempio si cercò di fare un cambiamento graduale. Per recuperare gli anni si decise di eliminare tutti gli anni bisestili dal 1700 al 1740. Ottima idea se non siete impegnati in una guerra. Il primo 29 febbraio venne quindi eliminato. Ma i successivi del 1704 e 1708 vennero dimenticati li dov’erano. Riconosciuto l’errore che stava creando solo confusione nella popolazione, si decise di tralasciare la conversione e tornare al vecchio calendario giuliano. Ma per farlo bisognava ristabilire il vecchio 28 febbraio eliminato. Nessun problema, ne aggiungiamo un altro. Così nel calendario svedese del 1712 venne inserito l’unico 30 febbraio che la storia ricordi. Pensai a quel povero Cristo nato quel giorno.

Quindi per un periodo di quasi 300 anni, viaggiando nello spazio, si viaggiava anche nel tempo. Non un fuso orario di alcune ore, come succede oggi con i viaggi in aereo. Ma un fuso di alcuni giorni. Si poteva festeggiare il natale in Italia, quindi andare in Svezia e festeggiarlo di nuovo. Diavolo! Il natale. Come festeggeremo il natale? I religiosi sono stati i primi ad opporsi alla cancellazione del tempo. Ti credo con tutti quei santi. Ora come potevano ricordarsi in quale giorno festeggiarli? Non ci sarebbero più stati giorni. Niente più martedi, bisestili e quant’altro. Non avevo ancora riflettuto appieno sulla cosa. Come al solito mi ero ridotto all’ultimo giorno. L’ultimo. Che fregatura. Mancava poco al mio compleanno. Beh potrei sempre segnarmi i giorni…troppo rischioso. La legge è chiara. Niente più giorni. Niente più calendari. Verranno bruciati tutti i sistemi di calcolo. Niente più oroscopo. Non che sia una tragedia, ma qualche volta mi piaceva credere a quelle storie. Vivere e poi trovare a posteriori delle somiglianze con quei piccoli oracoli. Niente più prima serata televisiva! Evviva. Su quello non avevo alcuna remora, anzi avrei preso la decisione molto tempo prima! Niente più ritardi. Ottimo. Da buon ritardatario non posso che essere contento. Perdona il ritardo..io…aspetta un attimo, non esiste più il tempo! AHA!. Che idiota che sono. Sono qui l’ultimo giorno della mia vita e mi burlo di un inventato poveraccio che mi stava aspettando chissà da quanto tempo. Tempo. Quante volte l’avrò pronunciato. Non lo pronuncerò più. Non ho tempo. “Puoi dirlo forte amico! Non ne hai più! Non dovrai più preoccuparti di averlo”. “Presto! Andiamo!” Altra frase che perderà molta della sua forza. “Presto rispetto a cosa, perdonami, puoi spiegarmi?” Dovrebbero prendermi come agente puntiglioso per il rispetto dell’abolizione temporale. APRAT. Suona anche bene. Sarei un vero rompiscatole non mi sfuggirebbe nulla. Tutti avrebbero la loro dose di polemica temporale.

 

Io sto bene


La sala era molto affollata. Le poltrone e i divani erano pieni e scricchiolavano ogni qual volta una persona aggiustava la sua posizione. Sui tavolini erano poggiate un numero imprecisato di riviste. Tutta la spazzatura che l’editoria poteva aver prodotto era lì. Alcuni sfogliavano, alcuni guardavano le figure, altri addirittura leggevano. L’inserviente ogni tanto si affacciava alla porta dava un occhiata e si allontanava. Da lontano riecheggiavano i nomi dei pazienti chiamati. G. per fortuna aveva un buon orecchio, altrimenti non sarebbe mai riuscito a comprendere quel mugugno che l’infermiera produceva aprendo la porta. Una signora anziana sedeva accanto a G. “Povera vecchia. Probabilmente sono anni che sta qui ad aspettare”. Stava leggendo una di quelle “riviste”. Muoveva leggermente le labbra come quando si legge a mente. Cosa stesse leggendo rimaneva però un mistero visto che su entrambe le pagine si stagliava una enorme foto. Qualche soubrette credo. “Non ne sono sicuro. Non amo la tv. Non l’oggetto in se, anzi tecnicamente lo trovo affascinante, ma quello che ne scaturisce. Quell’enorme ammasso di vuoto. Non capisco cosa sia successo. Un tempo la tv aveva intenti educativi, conoscitivi. Oggi sembra l’opposto. Appena qualcosa di interessante appariva in quel piccolo tubo catodico, potevi star certo che sarebbe stato cancellato e che non si sarebbe piu ripresentato. Maledetto auditel.” Mentre pensava queste cose G. Stava stritolando una rivista che aveva preso in mano. Resosi conto della situazione, in maniera un po’ goffa cercò di stirare la carta. Nessuno sembrava averci fatto caso. Tantomeno la vecchia accanto a lui che continuava a mugugnare.
La sala era grigia. Non solo i muri, ogni cosa era priva di colore. Ai quattro angoli della stanza c’erano altrettante lampade rigorosamente Ikea. G adorava quelle lampade fino a quando non scoprì che le possedevano la quasi totalità della popolazione mondiale. Soprattutto i dentisti sembravano apprezzarle particolarmente. Nonostante questo G. non poteva trattenere un sorriso alla loro vista.
Sulla sala era calato un profondo silenzio. Anche lo scricchiolio dei divani sembrava essersi placato, come se qualcuno avesse diligentemente oliato il di dietro di tutti i presenti.
Che ora era? Era passato cosi tanto tempo da quando era entrato in quel luogo che G. si era scordato perchè era li. “Che diavolo sto facendo qui?”. Mugugnava come la vecchia accanto a lui. Perlomeno il suo labiale era chiaramente leggibile “C-o-s-a d-i-a-v-o-l-o s-t-o f-a-c-e-n-d-o q-u-i?” G. scandiva il proprio pensiero ma nessuno sembrava farci caso così cominciò anch’egli a mugugnare indefinitamente. “Vediamo. Mi fa male qualche arto? No sembra di no.” Mosse con calma ogni angolo del suo corpo. I movimenti facevano scricchiolare la pelle del divano. La signora accanto non sembrava disturbata dall’improvviso movimento, anzi colse l’occasione per aggiustare la sua seduta e girare pagina. Poi ricominciò il suo mugugno indefinito.
“Niente dolore agli arti. Interessante. Solo qualche scricchilio alle ginocchia.” Ma quello G. l’aveva sempre avuto. Quante volte deve essere sembrato un imbecille. Seduto dava calci al vuoto per far scrocchiare le ginocchia. La cosa gli dava un immenso sollievo. “Potrei avere qualcosa agli occhi…” G cominciò a volgere il suo sguardo a un cartello sul muro. Socchiuse leggermente gli occhi come per concentrare la vista. G l’aveva sempre fatto, Piu un vezzo che altro. G. era ipermetrope ci vedeva anche troppo. Il cartello diceva “sei sicuro di stare bene? Per sicurezza chiedi al tuo medico” subito accanto “un medico al giorno leva le malattie di torno.” cartelli di questo genere erano sparsi ovunque. L’immagine di un medico con il suo stetoscopio puntato verso lo spettatore troneggiava al centro del muro. In basso la scritta “I want you”. la vista sembrava andare piu che bene. La lingua. Forse era la lingua il problema. “troglodita” “tetraedro” le due parole echeggiarono al centro della sala. Qualcuno alzo la testa per poi rimetterla giu. Un signore in fondo chiese “hanno chiamato me?” nessuno rispose.
La lingua sembrava a posto. “Ma insomma che diavolo sto facendo qui. La lingua a posto, idem gli arti, nessun dolore alla testa, gli occhi ci vedono anche troppo. Io. Io credo di stare bene. Si. Io sto bene.” “Io sto bene” ripetè ad alta voce. Tutti si voltarono verso G. A quanto pare tetraedro e troglodita erano due parole molto poco interessanti. Ci fu un mugugno di fondo. Poi la signora accanto a G. chiese “Come dice ragazzo?” “Io sto bene, mi sento bene” disse G. con aria fiera. La donna lo guardò di traverso poi disse “E’ sicuro di stare bene?, magari è solo una cosa passeggera, vedrà che qualcosa le verrà” “Si non faccia cosi. Prima o poi le verrà qualcosa e il medico la visiterà, non si deve agitare”. Tutti sembravano molto preoccupati per la situazione di G. “Magari se prende qualche pasticca potrebbe venirle qualche effetto collaterale. Io ho un po di cortisone se vuole favorire.” “Io sto..voglio dire..” tutto quel vocio e quell’attenzione aveva fatto venire a G. un enorme cerchio alla testa. “Che dolore alla testa” “Ah meno male! Per un attimo mi ha fatto preoccupare” disse la signora voltando pagina. Riaggiustata la sua seduta rientrò in quel suo mugugnare. Il resto dei presenti, tirato un sospiro di sollievo, era rientrato nello stato catatonico precedente alla frase di G. Anche il medico appeso al muro con il suo grande stetoscopio sembrava piu tranquillo. G. Socchiuse gli occhi cercando di lenire il dolore alla testa. Quei maledetti divani scricchiolavano che era una meraviglia e il crepitare delle pagine dei giornali sembravano onde che si infrangevano prorpio contro la povera testa di G. “Speriamo che il medico si sbrighi”.

 

Non sense – Il messicano

– Sei sicuro?
– Ti dico che è lui. Non ci sono dubbi, ho tutta la collezione di xfiles a casa. L’ho visto almeno 4 volte.
– Ho capito, ma, voglio dire la Camusso…
– Hai visto cosa sta facendo, stanno macchinando qualcosa, vogliono freezare l’articolo 18.
– Beh meglio che abolirlo..
– Ma non hai capito?? E’ una sospensione della democrazia, come è una sospensione della democrazia questo governo. E quando finisce questa sospensione?
– 4 anni?
– Nessuno crede alle baggianate sulla sospensione a tempo determinato. Tutte le dittature sono cominciate così, con l’appoggio delle istituzioni, con il patto che una volta sistemate le cose si torna alle regole…solo gli antichi romani sono riusciti a farlo funzionare..
– Quindi tu mi stai dicendo che la Camusso altro non sarebbe che l’uomo con la sigaretta intenzionato a irrompere nel sistema per controllarlo dal suo interno…
– Esatto
– Cosa hai mangiato ieri?
– Messicano perchè?
– No niente. Non ti dava fastidio mangiare etnico..
– Etnico? Messicano Etnico? Sei proprio un razzista…
– Perchè che ho detto?
– Guarda io con i tipi come te non ci parlo. Allora anche il Vietnamita è etnico?
– ….si…
– Lo vedi sei un assoggettato al potere dominante, alla tua cultura. Secondo il tuo ragionamento un cinese dovrebbe andare al ristorante cinese e dire che ha mangiato etnico…
– Ma che centra, io parlavo dal punto di vista…
– Certo sono tutti bravi così, e poi si finisce con il global warming.
– Cosa? Scusa? Che centra il tempo?
– Hai visto che sta succedendo? L’estate più calda degli utlimi 150 anni..
– Non mi pare che faccia caldo adesso…
– Mo’ per due fili di neve
– Un po di più…
– Sta a contà i cristalli sta a contare…Lo sai quanti alberi vengono abbattuti ogni anno? Eh? Quelli non li conti…?
– Quanti?
– ehm…Tanti. Un sacco. Ecco quanti, ma tanto a te che ti frega tu c’hai la tua bella macchina sportiva..
– Una maruti..suzuki…del 97…
– Bravo inquina con le auto vecchie bravo…
– Oh cristo…
– Si attaccati alla religione, tanto tutti li, finite.
– Guarda che sono Ateo
– E’ perchè non credi in niente, ecco perchè. Nella vita bisogna avere degli ideali. Cazzo.
– Ah si? E quali sono i tuoi ideali…
– Io credo che…oh ma che so le 20:10?
– Si
– Ma facciamo tardi allo stadio?
– Eh vabbè..
– Vabbè un cazzo, sbrigati prendiamo la macchina mia…
– Ma c’è il blocco delle auto è domenica…
– Meglio non c’è traffico sbrigati…
– Aspè metto questa roba in frigo…
– Ma che frigo che vuoi rimangiare il cinese il giorno dopo?
– Vabbè è un peccato..
– Ma che peccato ti devi sbrigare andiamo…cazzo…
– Oh vabbè calma!

Pausa

– Si scusa, c’hai ragione. Anzi ti volevo chiedere scusa per prima…il global warming…ideali, l’ etnico..
– Vabbè..è giusto combattere per i propri ideali..
– Macchè ideali, ho mangiato etnico, sto una merda, ogni volta che mangio messicano il giorno dopo compro liberazione, mi viene così non so perchè.
– Vabbè liberazione è un buon giornale, ci sono articoli interessanti..
– Si, l’altro mese ho mangiato vietnamita a pranzo e cinese a cena, il giorno dopo mia madre mi ha trovato a leggere il capitale di marx in edizione russa acquistato su ebay. Mi so venduto pure la play per pagarlo.
– Non sapevo parlassi russo..
– Infatti. Ora sto andando a lezione. Almeno per rientrare dall’investimento. Edizione russa del 1917. Anno della rivoluzione.
– Un cimelio.
– Ho provato a rimetterlo su ebay: scambio Capitale di Marx con PS1. Niente da fare.
– Devi trovare qualcuno che ha mangiato etnico.

 

La lettera


Era di sicuro il lavoro più strano che gli fosse mai capitato. Aveva scritto per pubblicità indegne. Aveva scritto finti articoli per elogiare questa o quella società. Aveva persino scritto per finti profili di finte persone che partecipavano a finti reality. Ma la richiesta ricevuta quella mattina per telefono, l’aveva lasciato senza parole. O meglio senza ulteriori parole. Un “Si” l’aveva pronunciato senza neanche pensare. Quando hai bisogno di soldi il tuo cervello, come una valvola di sicurezza, si preoccupa per te in questo modo. “Si, volentieri”. Come diavolo gli era venuto fuori? Con anche il volentieri a seguire, come se gli fosse stato chiesto “Ti va di andare al mare?”. La domanda era stata invece “Può scrivere la mia lettera di suicidio?”. “Si volentieri”. Volentieri. “Ma certo, volentieri, con grande piacere, non vedevo l’ora! Imbecille”. Dall’altro capo del telefono nessun commento. Solo un “Grazie, le farò avere i soldi direttamente nel suo conto, quello scritto nell’annuncio”. “D’accordo.” Hide rimase con la cornetta vicino all’orecchio ancora per qualche minuto. Dall’altra parte il suono fisso dell’occupato. Ascoltava spesso quel suono. La usava come un sostituto delle droghe sintetiche. Il suono fisso lo portava in uno stato simile all’ubriacatura, senza spendere un solo centesimo. Hide era astemio. Forse per questo quel suono bastava a farlo andare fuori di testa. Il suo amico Hiruko l’aveva spesso invidiato “Diavolo, vorrei avere il tuo potere” “Non è un potere. Non credo esista alcun eroe dei fumetti in grado di sballarsi con il suono dell’occupato” “Beh, ti invidio lo stesso, io devo spendere almeno 2000yen per avere lo stesso effetto, a te basta alzare la cornetta. Diavolo se ti invidio”. Quella volta il suono non faceva alcun effetto. Nulla. Solo un suono fastidioso. Hide staccò l’orecchio e guardò la cornetta come se fosse rotta o avesse qualche problema. Quindi riagganciò. Guardò l’orologio a forma di gatto che teneva appeso proprio sopra il telefono. Erano le 23 e 23. Hide ebbe un sussulto. Aveva la strana idea che ogni volta che l’orologio segnava un numero doppio, qualcosa di brutto sarebbe accaduto. L’unica cosa brutta era che aveva solo poco più di 6 ore per finire il lavoro. Il tizio dall’altra parte della cornetta era stato chiaro. “Voglio andarmene per le sei in punto.” “Capisco”. In realtà Hide non aveva capito nulla. Proprio nulla. Aveva chiesto qualche indizio, qualche evento importante della sua vita, ma il suicida aveva detto che non era importante quello che era stato, aveva solo bisogno di qualcuno che gli facesse fare una buona uscita di scena. “Non sono bravo a scrivere e non voglio che gli altri al mio funerale debbano leggere una brutta lettera d’addio, voglio sia speciale, voglio che sia poetica, voglio che la scriva lei”. Hide sospirò profondamente. Non aveva la più pallida idea di come si scrivesse una lettera d’addio. Non che non avesse mai desiderato di morire, tutt’altro, solo che non aveva mai pensato a scrivere qualcosa. Da scrittore, aveva pensato fosse una cosa banale “Avete così tante cose scritte di mio pugno. Almeno alla fine lasciatemi in pace”. Guardò di nuovo l’orologio. Segnava le 23 e 36. “Cazzo. Sono il solito imbecille. Come faccio a perdere così tanto tempo solo pensando. Non ha senso. Sono un coglione.” Si alzò di scatto, rimanendo intontito dal movimento brusco. Si diresse verso la cucina. Aprì il frigo e prese il latte. Versò l’intero contenuto. Era diventato yogurt. Non dei più attraenti. “Un bicchiere d’acqua è la cosa migliore”. Prese dell’acqua, la sorseggiò come fosse vino. La faceva roteare nel bicchiere quindi ne guardava il colore. Stava riflettendo. I liquidi lo aiutavano a riflettere. Non tutti i liquidi. Ad esempio il caffè non lo attraeva più di tanto. Lo beveva, ma non gli piaceva guardarlo. Il vino rosso, quello si che era bello da guardare. L’olio, extravergine. Avrebbe potuto guardarlo per ore. “Ok, concentrati Hide. Non abbiamo molto tempo e il signore vuole una cavolo di lettera d’addio. Non sarà così difficile. Hai elogiato saponette, scritto jingle per dentrifricio, dialoghi per telenovelas. Non puoi certo farti spaventare da una maledetta lettera d’addio”. Il discorso auto motivante non aveva sortito alcun effetto, se non quello di deprimerlo ulteriormente. L’idea di essere uno scrittore fallito aveva attraversato migliaia di volte la sua corteccia cerebrale, ma era di solito stato sempre respinto con un sordido “Ho solo 30 anni…” Ma quella volta il meccanismo di sicurezza antidepressivo spara endorfina, non aveva funzionato. Doveva essersi inceppato. All’interno del suo cervello si stagliava un enorme messaggio “Ci scusiamo per l’interruzione, ma è in atto un momento depressivo. I pensieri riprenderanno il più presto possibile. Vi ringraziamo per la pazienza”. Hide guardava fisso nel vuoto. Nelle orecchie un fischio ininterrotto accompagnava il momento. “Io devo…insomma basta. E’ un lavoro, è solo uno stupido lavoro.” Prese la sua macchina da scrivere si scrocchiò le dita e cominciò a battere nervosamente sui tasti. “Sono morto!”. “Oh grazie non ce n’eravamo accorti. Pensavamo stesse riposando, come il pappagallo Polly. Polly!! Rispondi Polly!” Hide sorrise. Non poteva non sorridere pensando a quello sketch dei Monty Python. Totalmente surreale, assolutamente irresistibile. “Se dovessi spiegare perchè si ride lo chiederei a loro” aveva più volte detto al suo amico Hiruko il quale, puntualmente, chiedeva: “E’ un gruppo famoso?”. Ma qui c’era poco da ridere. Si parlava di morte. “Always look on the bright side of life…fiu fiu…” “Ok. Basta Monty Python.” “Potrei chiamarlo e cantargliela per telefono? Magari cambia idea. Si, bravo.! Togliti il lavoro. E’ come se l’idraulico chiamasse il suo cliente per convincerlo che quel lavandino in realtà serve a poco e che comunque visto il global warming bisogna risparmiare acqua e quindi non è necessario aggiustarlo. Proprio un genio del marketing non c’è che dire.” Aveva già strappato i primi 4 fogli. Stava vivendo la classica sindrome da pagina bianca. “Non volevo farlo…” Hide guardava le parole appena battute sulla macchina da scrivere. Non era convinto di quell’inizio. Anche se era la cosa migliore venuta fuori fino a quel momento. “Non volevo farlo, ma non ho pututo farne a meno. Lo so, non è giusto. Non è giusto nei confronti degli altri. E’ un gesto egoista. Si prende la giacca e si esce di scena nel mezzo della cena, mentre tutti stanno ancora aspettando il primo…” “Forse il cibo non è una buona idea” “E’ un gesto egoista…Un’uscita di scena poco onorevole. Una fuga. Si. Sto fuggendo. Sto fuggendo perchè in fondo scappare via è la cosa che so fare meglio.” Hide rileggeva ad ogni punto quello che aveva scritto. Come se le parole potessero in qualche modo cambiare ad ogni lettura. Erano tutte li. Esattamente come le aveva lasciate. “Mi sentivo solo. Cominci a sentire la solitudine quando riesci ad ascoltare troppo chiaramente il tuo cuore. E non sto utilizzando una metafora per qualcosa di romantico. Per ascoltare intendo, sentire il rumore. Il battito. Quando conti i respiri. Quando l’ossigeno che ti entra in corpo sembra avere una massa visibile. Quello è il momento in cui sei solo. E’ come se le persone intorno a te producessero una sorta di rumore di fondo che non permette ai singoli di ascoltare e di vedere la realtà come è davvero.” Hide era soddisfatto, sentiva di aver preso la strada giusta. “Mi sono sempre sentito solo. La vità inizia con questo sentimento. Diavolo, è una prova di forza l’inizio. Quando mai nella vostra intera esistenza vi capita di passare 9 mesi da soli. Isolati. I suoni completamente offuscati. L’unica vostra connessione con il resto del mondo, un tubo collegato al vostro ombelico. E’ indubbio sia tremendamente duro. Poi una volta la fuori le cose non migliorano.” Hide guardò l’ora sull’orologio-gatto. Segnava le 3 e 33. Aveva ancora un po’ di tempo. Il blocco dello scrittore era svanito e le dita filavano veloci sulla sua vecchia macchina da scrivere. “Credo che le persone siano come tante isole. Ognuna cerca disperatamente di trovare un appiglio per formare una penisola, qualcosa che riesca a tenerla ferma. Ma le onde sono spesso troppo forti. Mi piace farmi guidare dalle correnti. Credo che gli eventi non vadano forzati. Qualche volta sono riuscito ad attraccare in qualche porto. Brevi ormeggi. Nulla di definitivo. Sono un naufrago sociale. Dove tutti vedono terra, io vedo solo mare. Dove tutti si sentono stanziali io mi sento sempre più forestiero.”

“Se la corrente va in una direzione ci sarà un motivo. ”

“Ho un rapporto complicato con i miei sentimenti. Lo so, ne sono consapevole. Nel lungo tempo necessario per capirli, agli altri non resta che attendere.”

“Forse è per questo che mi trovo qui, oggi. Da solo. A quanto pare poche persone al mondo vogliono aspettare, attendere. Sono tutti cosi impegnati nel costruire il loro futuro.”

Hide respirava più affanosamente, come se l’ossigeno all’interno della stanza fosse diventato più rarefatto.

“Una perdita di tempo. Nessuno costruisce il proprio futuro. Semplicemente si convince di farlo. Come quando si sta in acqua. Ci agitiamo, muoviamo gli arti a mulinello per non affogare, quando sappiamo benissimo che immobili e a braccia aperte potremo galleggiare senza alcun problema.

Hide guardò l’orologio sul muro. Ore 5 e 55.

“Certe volte sembra che le cose nuotino, in realtà galleggiano soltanto”

Mi sono stufato di nuotare, e non voglio essere un tronco che galleggia in mezzo alle correnti.

Sinceri Saluti.

 

 

 

 

 

Hide Ichikawa.

 

La cornice


Questa non è una storia, o meglio non so esattamente come classificarla, forse è una non storia, un pastiche di emozioni. Narra di una cornice, una normalissima cornice. Fino a quel giorno aveva sempre ospitato un vecchio poster per bambini, raffigurante un piccolo gatto silvestro sorpreso a far danni. Poi un giorno il padrone della stanza decise di cambiare tutto e tolse il vecchio poster, per un paio di giorni la cornice attese con impazienza, quale sarebbe stato il suo nuovo ospite. L’attesa finalmente fini, e un bel giorno la cornice trovò al suo interno una miriade di foto, tutte in b/n. Non aveva mai visto delle foto prima ad ora, il suo unico precedente lavoro era stato quel vecchio poster per bambini. Le foto erano cosi diverse dal poster, erano così reali, sembravano tante piccole finestrelle, ognuna raffigurante mondi e luoghi diversi. C’era la foto di un grande albero, quella di un tram che risaliva le vie di una assolata Lisbona. In alto a destra ce n’era una, che non era molto chiara, sembrava quasi sfocata e a mala pena si riconoscevano due figure, anche esse sfocate. La cornice si era sempre chiesta che cosa mai ci trovasse, il suo padrone, in quella foto. “Mah” si ripeteva “Forse non ci capisco molto di fotografia…”
Le foto non sembravano avere un qualche ordine logico, erano per lo più un accozzaglia di ricordi sparsi, probabilmente di un qualche viaggio. Ma c’erano tre foto che incuriosivano maggiormente la cornice. Erano foto di una ragazza, ed erano disposte in modo apparentemente casuale, più o meno nella parte centrale del quadro. La cornice si era sempre chiesta chi mai fosse quella ragazza, poi piano piano cominciò a capire, doveva essere qualcuno di molto importante, perchè ogni volta che il padrone passava davanti a quelle foto il suo sguardo era diverso, quasi perso, sembrava avere una luce diversa. Un giorno mentre la cornice era assorta nei suoi pensieri, venne sorpresa da una strana luce, come un lampo. Rimase qualche istante stordita da quella luce inaspettata, e prima ancora che potesse riprendersi eccone un altro, esattamente come quello che l’aveva colpita qualche istante prima. La cornice non sapeva cosa pensare, e poichè era una cornice un po’ ipocondriaca, cominciò subito a pensare alle cose peggiori. Nei giorni passati su quella parete, ogni tanto , si metteva a guardare la TV, e una volta sentì parlare di una certa luce che si dice si possa vedere poco prima di morire. La cornice naturalmente pensò subito a quella. “Perchè a me! Sono ancora giovane! Proprio adesso che ero stata promossa a esporre qualcosa di più edificante…ahh!!” Dopo circa una mezzora di questi lamenti, la cornice si rese conto (oltre al fatto di essere ridicola) che nulla era cambiato, lei era ancora li appesa al muro, tutti suoi chiodi erano al suo posto, e le sue foto erano ancora tutte lì. Si guardò intorno e vide il padrone che sedeva davanti al computer con aria impegnata. Tutto normale, si disse. Poi il padrone si mosse e si avvicinò alla cornice con un piccolo apparecchietto, era una macchina fotografica. Lo sapeva perchè l’aveva vista in TV. Immediatamente si rese conto che quel lampo che prima l’aveva cosi spaventata era stato causato da quell’oggettino malefico, così chiuse gli occhi per non essere accecata di nuovo dal lampo, poi però riflettendoci realizzò che non aveva occhi, ne mani con cui coprirli, ne gambe con cui scappare, anzi era già abbastanza strano che stesse producendo dei pensieri. Di fatto aveva solo le “sue” foto. Così si rassegnò a beccarsi una altro flash negli occhi, attese per qualche secondo, poi sentì un “click” ma nessun lampo l’accecò. Il padrone si allontanò e tornò al computer. “Beh…è andata più liscia del previsto” si disse con fare fin troppo spavaldo, vista anche la reazione isterica che aveva avuto solo qualche istante prima. “Che se ne farà poi di una foto di altre foto…mah!” Le sembrava una cosa completamente inutile. Il tempo passava anche un po’ noiosamente, finito l’entusiasmo per il cambio di esposizione, la cornice passava interi pomeriggi a girarsi i pollici, anzi neanche quello, visto che ne era sprovvista. Ogni tanto vedeva il suo padrone passare, fermarsi qualche secondo, sorridere, e poi andar via di nuovo. Lo vedeva passare ore attaccato a quella specie di cornetta nera che teneva vicino a quella finestra luminosa che aveva sulla scrivania. Certe volte stava zitto, ma sembrava come concentrato su qualcosa, altre volte ci parlava anche con quel pezzo di plastica. “Bah, certo che sono proprio strani!” Per noia certe volte la cornice cercava di attaccare bottone con la sua vicina di casa, una vecchia cornice argentata, che ospitava. Beh in realtà non sapeva che cosa ospitasse perchè dal suo punto di vista era impossibile vedere cosa c’era accanto a sè, di fatto si trovava nel suo punto cieco. Non erano discussioni entusiasmanti. Era una cornice con la puzza sotto al naso, e anche la polvere sotto al naso, amava ripetere tra se e se la cornice, visto la coltre di grigiume ne copriva l’intera superficie. I giorni passavano, fuori cadeva l’acqua, e il padrone passava molto tempo in casa. “Poverino” pensava la cornice “deve essere idrofobo” (era una di quelle malattie di cui aveva sentito parlare alla TV, si teneva sempre aggiornata in questo campo). Uno degli hobby del padrone era produrre suoni, usava uno strumento, che poi scoprì essere una chitarra, ma era strano a sentirsi. Il padrone doveva essere proprio uno smemorato perchè ogni volta che suonava si interrompeva, poi cambiava le parole in continuazione, e certe volte anche l’intonazione. Andò avanti così per un po’ e alla fine, sembrò ricordarsi meglio la canzone, finalmente aveva un inizio e una fine, e non cambiava ogni secondo. Poi un giorno qualcosa accadde: il padrone era sparito. All’inizio la cornice pensò che era solo uscito, fuori non cadeva acqua e gli idrofobi possono tranquillamente uscire se fuori non c’è acqua. Ma il tempo passò, e del padrone nessun segno. La cornice era sempre più preoccupata, oramai erano passati giorni dall’ultima volta che l’aveva visto. L’unico che ogni tanto si faceva vedere nella stanza era quell’enorme topo nero che la cornice non riusciva a spiegarsi il perchè, al padrone piaceva tanto. Molte volte era stato li a guardarlo mentre, con una voce che suonava ridicola gli ripeteva parole tipo: “Piccino…che c’è…sei un piccione…” e altre inezie di questo tipo. Fatto sta che il topone entrava si guardava intorno, si sedeva, si grattava, starnutiva e se ne andava. Era l’unico visitatore della stanza e lo fu per giorni. La cornice non ne poteva più di girarsi i pollici che non aveva, ma finalmente un giorno, il padrone tornò. Aveva un enorme sacco dietro le spalle, lo tirò giù con la solita leggiadria con cui era solito fare ogni cosa. Poi si butto sul letto e si addormentò quasi subito. “Deve essere stato sorpreso da una tempesta d’acqua, chissà per quanto tempo ha dovuto sopravvivere rannicchiato da qualche parte, a pane e acqua….ehm..no…a pane e basta…povero padrone”. Il giorno dopo la cornice venne svegliata da un rumore lancinante, sembrava come una specie di terremoto, poi vide il padrone che batteva con un bastone contro il muro, a quanto pare c’era un nuovo vicino di casa. Era una piccola cornice, una cornicetta. Il padrone vi aveva appena messo cinque nuove foto. “Tzè” – pensò la cornice – “non hanno niente a che vedere con le mie ben…” In realtà non le aveva mai contate…e per dirla tutta la cornice sapeva contare solo fino a otto. Beh comunque, accolse freddamente la nuova arrivata. Faceva la snob (l’aveva visto fare in TV), parlando dall’alto dei suoi anni di esperienza, prima come posterista e poi come fotografista (l’autore non si prende alcuna responsabilità per termini usati dalla cornice NDR). Dopo un primo impatto un po’ freddo, alla fine le due cornici divennero grandi amiche, sopratutto dopo aver scoperto di avere molto in comune: erano entrambe ipocondriache. Parlavano per ore di quei piccoli dolori reumatici agli angoli, del tetano e di quei maledetti chiodi arruginiti, e dell’idrofobia del povero padrone. Passarono dei giorni, forse un mese, e una volta il padrone tornò a casa. Aveva un aria strana, aveva sempre un’aria strana ma questa volta sembrava più “strana”. Le cornici lo osservavano in silenzio, ogni tanto spariva per qualche minuto e tornava con una faccia piu strana di prima e cosi via. Il padrone si fermava sempre di fronte alla cornice, guardava le foto di quella ragazza, aveva sempre lo sguardo perso e aveva una luce diversa, ma non era una bella luce. Il padrone vagava qua e la per la stanza, ogni tanto si fermava di fronte alla cornice, sguardo perso, poi spariva per qualche minuto e tornava peggio di prima. Ogni tanto strimpellava la sua chitarra, ma sembrava più che altro un disco rotto, visto che faceva sempre e solo la stessa canzone, una canzone che la cornice aveva già ascoltato qualche tempo prima.
Il tempo passava e le cose non sembravano migliorare, finchè un giorno venne un’altra persona, un amica del padrone. Si mise a spulciare tutte le foto del padrone, e sembrava come fare una cernita. Alcune venivano messe da parte e altre venivano rimesse a posto. Le cornici osservavano incuriosite questi strani movimenti. Poi il Padrone e la sua amica si avvicinarono pericolosamente alla cornice, la presero e la staccarono dal muro. Piano piano staccarono ad uno ad uno i gancetti che tenevano il vetro alla cornice. La cornice era terrorizzata, pensava che fosse arrivato il suo momento che sarebbe stata staccata da quel muro per sempre, o peggio sarebbe stata retrocessa di nuovo allo stato di posterista! Il padrone e l’amica agirono chirurgicamente, la cornice non voleva vedere cosa stava succedendo, gli faceva impressione, essere senza vetro era per lei come un’operazione a cuore aperto. Vennero asportate alcune foto, tre per la precisione, che vennero immediatamente sostituite con altre tre.
Il vetro venne rimesso, i gancetti anche, e alla fine la cornice venne appesa al suo posto. Il peggio era passato. Ancora ansimante, chiese notizie alla piccola cornicetta che si trovava sotto di sè, ma stava bene, lei non era stata colpita. L’amica del padrone se ne andò. Il padrone rimase ancora lì con il suo sguardo perso. La cornice lo guardava, e a un certo punto si rese conto che c’era qualcosa di diverso. “Un momento…dov’è? Dov’è la ragazza?” Il padrone guardava sempre nello stesso posto dove guardava di solito, ma non c’era più la foto della ragazza, anche se a giudicare dal suo sguardo, sembrava fosse rimasta ancora lì. La cornice capì la situazione e si intristì molto. Non poteva vedere il suo padrone in quelle condizioni. Ci furono molte discussioni con la piccola cornice, entrambe si chiedevano cosa mai potesse essere accaduto, ma non riuscivano mai a trovare una risposta. Un giorno in una di queste discussioni, a un certo punto la Cornice sentì come una fitta, non aveva mai sentito una cosa del genere, e tanto per cambiare si preoccupò moltissimo. Poi ne sentì un altra e poi un’altra ancora. Si guardò intorno come per cercare aiuto, ma non c’era nessuno in quel momento e la piccola cornice sotto di lei non poteva fare niente dalla sua posizione. La cornice guardò di nuovo, e alla fine si rese conto di quello che stava succedendo: erano le foto….stavano franando piano piano. Una ad una stavano scivolando una sull’altra, come se improvvisamente avessero perso l’appoggio, il collante che fino a quel momento le aveva tenute insieme. Il giorno dopo il Padrone si accorse di quello che era accaduto. Cercò in qualche modo di rimettere a posto le foto, ma non c’era nulla da fare, continuavano a scivolare. Un giorno il Padrone, staccò di nuovo la cornice, e una ad una tolse tutte le foto. La cornice le vedeva andare via, e si chiedeva che cosa mai avrebbe ospitato, visto che non aveva senso una cornice senza nulla da incorniciare. Il Padrone, una volta tolte tutte le foto, rimise il vetro, i gancetti e riattaccò la cornice esattamente dove era sempre stata. E la cornice rimase lì, senza più un pensiero, uno specchio che non riflette, una finestra che non si affaccia da nessuna parte.