Josh Harris – Una vita senza privacy

Premessa

Il primo gennaio di quest’anno ho chiuso il mio account di facebook. Era un idea che avevo da tempo. Volevo aprire un altro blog e da li raccontare la mia esperienza. Dopo poco più di una settimana ho riaperto il mio account. Neanche sette giorni. Alcuni hanno detto “pensavo avresti resistito di più”. Ma io mi ero già preparato una scappatoia, una giustificazione. Nell’ultima riga avevo lanciato un sasso.

“Un’ultima domanda. Tutto questo uscire da FB, disattivare il suo profilo, lo ha fatto solo per scrivere quest’articolo?

Probabile. Abbiamo finito? Grazie. Buon anno.”

Probabile. Inconsciamente avevo lasciato aperta una porta. Non credo sia stata una cosa voluta, si sapevo che probabilmente lo avrei riaperto. Ma non avevo ben in mente quando. Sapevo che sarei partito e che questo avrebbe comportato un allontanamento dai miei amici. Quale miglior strumento per tenersi in contatto se non FB? E poi dovevo cercare una stanza dove stare. Sapete qual’è il modo migliore per trovare qualcosa? Si, sempre lui.

Il 7 di gennaio la mia pagina era di nuovo attiva. In poco tempo ero di nuovo online, a pieno ritmo. Come andare in bicicletta anche se non ho mai creduto a questo detto. Ho dimenticato perchè lo avevo fatto. Ho dimenticato ogni sensazione che mi aveva spinto a disattivarlo. Ero di nuovo un animale sociale.

Fine Premessa

Ho appena finito di vedere un film. Netflix è approdato in Uk e da qualche giorno ne sto apprezzando l’utilizzo. Il film in questione è “We live in public” un documentario di Ondi Timoner.

La storia è quella di Josh Harris, da molti considerato “il più grande pioniere dell’epoca di internet”.

We Live In Public TRAILER from We Live in Public on Vimeo.

La sua storia è folle. Nei primi anni ’90 si trasferisce a NY dove fonda la JupiterResearch una società di analisi dati. Nel boom del “dotcom” Harris riesce a vendere la società a una cifra astronimica. Con i soldi ottenuti fonda Pseudo.com la prima webtv che la storia ricordi. E’ il 1993. Malgrado la tecnologia non fosse ancora pronta per il progetto che Josh aveva pensato, gli elementi c’erano tutti: webcasting (Livestream??) Interazione live durante i programma televisivi, e un estrema targetizzazione del prodotto (esisteva un canale per ogni gusto…youtube?). Quello che Josh aveva già capito con molti anni in anticipo era che il web sarebbe stato il nuovo media principale per la distribuzione dei contenuti, e che avrebbe avuto il grande vantaggio di poter sapere quello che il pubblico vuole con una precisione che nessun altro media potrà mai avere.

In seguito ad alcuni comportamenti ritenuti non consoni (Josh andava in giro vestito da pagliaccio agli incontri di lavoro) viene allontanato da Pseudo.com. Raccolti i soldi si getta a capofitto in un altro progetto.

Alla fine del 1999 Josh trasforma un palazzo in un enorme albergo videocontrollato. L’idea è quella di costruire un enviroment completamente connesso in cui ogni luogo è sorvegliato da una telecamera. Le persone che sceglieranno di vivere nell’hotel dovranno rinunciare a ogni forma di privacy e tutto quello che verrà girato apparterrà ineluttabilmente al suo progetto. Le persone si presentano a decine. Tutti vogliono far parte dell’evento.

“Everything is free execpt the video that we capture of you. That we own.”

All’interno della casa non esiste denaro e non esistono vestiti se non la divisa consegnata all’entrata. L’idea è molto simile a quella di un campo di concentramento, come spiega lo stesso Josh. Ogni stanza dell’albergo ha una televisione che trasmette 24h quello che succede in ogni altro luogo dell’Hotel. Quando due stanze si connettono l’una con l’altra, il sistema pensato da Josh permette ai due inquilini di comunicare direttamente (un po come succede con chatroulette). Nell’albergo è presente anche un poligono di tiro dove gli ospiti possono andare a scaricare le loro tensioni. Siamo nel 1999 e Josh Harris ha costruito il suo “personal big brother” nel centro di Manhattan. Scopo del suo esperimento, vedere come i rapporti sociali cambiano quando non esiste più alcuna privacy, quando le persone condividono tutto senza alcun limite. Le immagini dell’esperimento sono sconcertanti.

L’hotel viene chiuso il primo gennaio 2000. La polizia ha avuto una soffiata su un possibile suicidio di massa. Josh non è preoccupato, anzi è stufo dell’esperimento, in quanto ha già avuto le risposte che cerca.

Durante una vacanza Josh conosce una ragazza Tanya Corrin. I due si innamorano e insieme decidono di condividere la loro relazione con il mondo su weliveinpublic.com. L’intera abitazione di Josh è video sorvegliata. C’è una telecamera in ogni angolo, anche il più impensabile (dentro la tazza del WC).

Il rapporto si sgretola dopo qualche mese. I due vivono il loro rapporto in funzione di quello che il pubblico pensa e giudica. Dopo una litigata i due si fiondano a controllare cosa dice la community.

Tanya se ne va di casa. Josh è in banca rotta. Decide di lasciare NY e rifugiarsi in campagna. Si definisce “mentally sick” e in disperato bisogno di staccare la spina.

(in un intervista che trovate più in fondo, Josh racconta che la ragazza è stata in realtà scelta da lui 5 anni prima. Tanya era dunque parte di un esperimento da lui volutamente portato avanti. Questo nel film non è menzionato.)

Nel 2005 Josh perde sua madre a causa di un tumore. Seguendo quella che lui defisce, la sua strada di artista, Josh manda un video saluto alla madre, rifiutandosi di essere presente per l’ultimo saluto.

La depressione di Josh sembra irreversibile, ma nello stesso anno decide di tornare in sella con un nuovo progetto. Venduta la fattoria dove si era rifugiato investe il denaro in Operator 11. Una servizio che permette a chiunque di creare il proprio studio televisivo virtuale e creare il proprio programma televisivo. Il progetto sembra partire bene, ma Josh non riesce a trovare un compratore. I nuovi giovinastri della rete (tra cui il CEO di Myspace) malgrado riconoscano la visionarietà del progetto non credono possa trasformarsi in un investimento vantaggioso. Operator 11 chiude i battenti e Josh è costretto a fuggire, questa volta per soldi.

Oggi Josh vive in Etiopia lontano dal mondo connesso.

La pellicola di Ondi Timoner è straniante. Ho deciso di guardarlo per un commento su Netflix, qualcuno scriveva “If you’re a Geek, YOU WILL LOVE IT!”. Preso dall’entusiasmo di questo utente, senza troppo pensare ho premuto play. Man mano che le immagini scorrevano mi sono sentito sempre più disturbato da quello che stavo guardando. Quella che comincia come una favola della New Economy si trasforma con il passare del tempo in un incubo alla George Orwell con venature alla Philip Dick. Il decadimento fisico e psicologico di Josh è perfettamente visibile nei 90 minuti del film ed è quanto di più drammatico possiate immaginare.

Ogni “invenzione” di Josh si è avverata con il passare del tempo. Le sue visioni del futuro, follie al tempo in cui venivano presentate al pubblico, sono diventate in meno di dieci anni parte integrante della nostra realtà. L’albergo da lui creato, forse non esiste fisicamente, ma virtualmente, è presente nella vita di tutti i giorni. Facebook è il nostro albergo, la nostra stanza da cui guardare tutte le stanze di tutti gli altri inquilini.

A pochi giorni dal lancio di Facebook in borsa non posso non pensare a cosa c’è scritto nell’homepage del colosso di Zuckerberg.

“It’s free and always will be.”

Forse la frase più corretta sarebbe quella pronunciata da Josh Harris durante il suo esperimento

“Everything is free execpt the video that we capture of you. That we own.”

Qui sotto trovate una sua intervista del 2009

 

Facebook Suicide


“Dunque vi siete suicidati da oramai 4 giorni giusto?” “Giusto”. Appuntai sul mio taccuino la risposta, malgrado fosse una sola parola di 6 lettere. Come al solito scrivevo male, come i medici, avevo sviluppato una calligrafia del tutto incomprensibile. “Siete contenti della vostra decisione?” “Si”. Voglia di parlare saltami addosso. Come diavolo lo scrivo un articolo di 2000 caratteri. Se andiamo avanti così al massimo scrivo un’ANSA. “Quando è stato il primo momento in cui avete pensato a un gesto così estremo?” “Circa un anno fa. Eravamo al mare. Abbiamo incontrato dei nostri amici, è nata una lite furibonda. La mia ragazza ha riconosciuto una ex con cui mi sentivo. Da li ha cominciato a diventare paranoica. Mi chiedeva in continuo di lei. Abbiamo cominciato ad essere infelici. Così ho pensato che la cosa migliore da fare fosse il suicidio.” “Mi sembra giusto”. Cosa ho mangiato ieri? Tonno e capperi. Ecco perchè non riesco a deglutire. Quei capperi erano dannatamente salati. Cristo quanto vorrei un bicchiere d’acqua con ghiaccio. Giacomo, sei un cazzo di giornalista, per favore concentrazione. “Cosa si prova a suicidarsi?” Forse se mi sbrigo e faccio piano riesco a sgattaiolare in cucina. In fondo un’intervista telefonica ha i suoi vantaggi. “Beh, è strano. Voglio dire, un giorno sei li in mezzo ai tuoi amici, il giorno dopo non ci sei più. Sei solo. Solo con te stesso. All’inizio hai paura, poi ti ci abitui. E’ un po’ come tornare alle origini. Si è soli. Improvvisamente ti sembra di sentire meglio quello che succede nella tua testa fino a quel momento completamente offuscata dal rumore di fondo. Credo che suicidarsi sia come…” Veloce e indolore, ora va meglio. Che ha detto? Cazzo lo sapevo mi sono perso l’unica cosa sensata dell’intervista. E adesso che faccio? Richiedo? Ma si che mi frega. Però potrebbe incazzarsi. Io mi incazzerei. Cazzo mi chiami dopo un suicidio e neanche mi ascolti. Vaffanculo. Sono prorprio uno stronzo. Cosa ci voleva ad aspettare 5 minuti. Idiota. “Beh d’altra parte è così”. Silenzio dall’altra parte. Merda, sta a vedere che stavolta non funziona. “Ehm.” Merda. “In che senso è così…scusi non ho capito cosa intende.” Merda. Sono fottuto. Poteva funzionare alle medie un trucchetto del genere. Ma dopo 10 anni di carriera giornalistica te lo potevi proprio risparmiare. Ora sei nella merda. Non farai il pezzo. Il tuo capo ti manderà affanculo è tu sarai fottuto. Ottimo lavoro Giacomo, mi congratulo. “Ehm…Volevo dire…che…” Non pensarci neanche per un secondo. Niente finte interferenze con la bocca lo hai già fatto una volta. Non è stato un bel momento per il giornalismo, quindi evita. Piuttosto digli la verità. “Beh vede io…la penso così.” Che diavolo stai facendo? Porti avanti un punto di vista inesistente e per di più con la spocchia di chi ne sa una più del diavolo? Perfetto. “Mi scusi continuo a non capire cosa c’entra con quello che ho appena detto” Fottuto. Lo stronzo usa solo pronomi. Pezzo di merda. Lo fa apposta. Lo sa che non so nulla e non mi da nessun appiglio per rispondere. Lo odio. Oh al diavolo. “Beh ecco volevo dire, che purtroppo c’è stato un…bzzz..” “C’è stato un bzz?” “Bzz Bzz..” “Si sente bene?” “Non si sente molto bene vero?” “No intendevo: si sente bene, Lei?” “Io benissimo grazie” “Non mi stava ascoltando…” “Scusi?” “Non mi stava ascoltando. La smetta di fingere. Pensavo che voi giornalisti foste almeno bravi a fingere. Deve essere veramente l’ultimo della fila.” “Guardi che stavo ascoltando.” “Si certo. Io le parlo di un suicidio e lei pensa ai fatti suoi. Molto professionale complimenti. Beh sa che c’è l’intervista se la può anche scordare…” “No aspetti..mi serv…voglio dire, è importante…sono molto interessato io…pronto?” Stronzo. Stronzo. Stronzo. Merda. Sono fottuto. Odio quel maledetto Facebook, cosa mene frega a me se qualcuno vuole uscirne.