10 cose che puoi fare aspettando un pagamento a 90 giorni.

1. Calcolare il lasso di tempo in ore, minuti e perché no, secondi. Tanto per farsela prendere a male. 1 ora= 60 minuti, 1 giorno= 24 ore = (24×60) = 1,440 minuti. 90 giorni sono dunque 90×1440= 129 mila 600 minuti. In secondi? Si lo so che lo volete sapere. In secondi sono 129,600×60 = (fate un bel respiro) 7776000 secondi. Buona conta.

2. Girare 7 versioni di The Rope di Alfred Hitchcock. Il buon Alfred aveva la fissa del film in location unica e in qualche caso dell’unità di tempo. Molti altri l’hanno seguito e tra cui non ultimo Rodrigo Cortes che ha girato Buried in soli 17 giorni. In pratica lui finisce un film in 2 settimane e una società ce ne mette 12 per saldare una fattura. Deve essere molto complicato compilare un bonifico.

3. Seguire la gravidanza di un puma, magari non troppo da vicino.

4. Piantare del grano nel gioco Simpsons Tapped Out. Si, ci vogliono 90 giorni, se non volete pagare. Ma visti i tempi di fattura vi conviene aspettare.

5. Seguire le orme di Jake Reilly ed entrare nell’Amish Project. Astinenza totale da tecnologia, qualsiasi essa sia per 90 giorni. “Sono andato in bici, ho fatto collages, puzzle,“ insomma tutte quelle cose che normalmente non avrei mai fatto”. Ah, beata gioventù.

6. Votare un numero svariato di volte (se vi trovate in Italia) e/o assistere a una serie di promesse elettorali inevitabilmente non mantenute.

7. Guardare l’intera serie di Breaking Bad 44 volte (senza pause, don’t do at home).

8. Guardare i lavori in corso, ma a un certo punto ricordarsi dei soldi, potrebbero essere già arrivati, soprattutto se vi trovate davanti ai lavori della Metro C.

9. Vedersi scorrere davanti agli occhi circa 45’000’000’000 di tweet (ma sotto mondiali potrebbe andare peggio).

10. Aggiornare la mail ogni 5 minuti, che per 90 giorni, fanno circa 25’920 click sul tasto aggiorna. Nel frattempo che premete vi consiglio di pensare al nome di un buon avvocato.

 

#coglioneSi #coglioneNo e la scusa del Grande Capo

Coglione si, coglione no. A parte sembrare un brutto spin off di una canzone di Elio e le storie tese, la discussione esplosa in “rete” (odio questo termine) riguardo il lavoro creativo non adeguatamente retribuito (nel migliore dei casi) o non pagato (nel migliore dei casi) ha secondo me tralasciato un altro punto importante del sistema lavoro di oggi (rimango nell’ambito “creativo”).

Sto parlando del pagamento a “tanti giorni” se non mesi, se non “tanti mesi” se non “scusi lei chi è esattamente?”. Già perchè quando si è così fortunati da essere pagati non si è neanche a metà dell’opera (anche se l’opera, di ingegno, da mo’ che è stata consegnata). Scatta a questo punto la lunga sequela di mail per avere i soldi pattuiti (il telefono è oramai uno strumento inutile in questi casi, oltre a non lasciare tracce). La cosa folle è che all’inizio ci si sente sempre un po’ in difetto. “Che rompi palle che sono… sempre a chiedere soldi” “Poi poveracci, con questa crisi, stiamo tutti messi male…”. Si aspetta dunque fiduciosi. Prima un mese. “Vabbè ma un mese di ritardo oggi è la norma…” Poi diventano 2. “Vabbè ma 60 giorni che saranno mai! E poi abbiamo un governo illegittimo da molto più tempo!”. Si arriva ai 90 giorni “Ma la Juve non stava 8 punti sotto la Roma?” 180 giorni (non so perchè ma i giorni di solito sono sempre multipli, come i bit delle console). Di volta in volta le mail passano da un “vorrei per favore sapere a che punto è il pagamento” a “Salve vi ricordate di me?” per poi “Sono sicuro che il pagamento è in corso, ma potreste darmi una data precisa?” fino a ad arrivare a cose tipo “Siete delle persone fantastiche, sono molto contento di attendere il mio pagamento, in fondo il bello è l’attesa, poi quando si ottengono i soldi finisce tutto il divertimento. Non è importante dove si va…è il viaggio. Il muoversi. Ecco finchè i soldi sono in viaggio mi sento meglio…” (NDR attenzione il redattore potrebbe aver sostituito la frase per motivi di ordine pubblico). Il mio record personale rimane quello di 210 giorni, e sono un privato. So per certo che ci sono mondi in cui questi pagamenti possono protrarsi per anni. Tutto questo perchè? Perchè una società dovrebbe avere problemi a pagare una cifra che va dalle poche centinaia di euro (il mio record) al migliaio o poco più? Come è possibile che non sia già stata dichiarata fallita? Bancarotta? Caput? E per quale motivo oscuro io, persona privata, con tasse, spese come tutti gli altri, dovrei invece essere in grado di stringere la cinghia e rinunciare al mio compenso per il bene di una società più grande di me, che sa perfettamente quali sono i rischi di “produrre”?

Ora passo alla captatio benevolentiae, sennò non lavoro più. So perfettamente che il mio problema si pone allo stesso modo sopra le mie spalle. Soggetti più grandi, che potremmo chiamare “Grandi Capi” (come il film di Von Trier) che non pagano, che a loro volta hanno altri “Grandi Capi” che non tirano fuori i soldi e così via. Ma non sarebbe dunque meglio mettere delle regole che valgono per tutti? Per chi crea, per chi produce, per chi compra. Insomma se io finisco un lavoro il giorno 1 dovrei essere pagato entro il mese. Punto. Chi produce deve quindi accordarsi per un pagamento con il suo Grande Capo entro un tempo che ritiene congruo. Idem più su. Come far rispettare queste regole? Beh un metodo già c’è, in uso nella nostra tanto amata Equitalia che prevede un sistema di “more” molto chiare. Scaduto il termine di pagamento scatta una di tassazione di giorno in giorno con una percentuale stabilita già nella prima comunicazione. Quindi o paghi nei giorni stabiliti, o paghi una penale per ogni giorno, di fatto aumentando il mio compenso (e di fatto rendendo i pagamenti nei tempi stabiliti, molto più vantaggiosi) Follia? Forse sono un #coglioneSi a pensarla in questo modo, anche se credo ci sarebbero meno campagne #coglioneNo se davvero si riuscisse a creare una maggiore equità nel lavoro.