Aldo Magro – Recensione “Una grande famiglia” (Rai1) di Ivan Cotroneo

Premessa

Aldo Magro è giornalista dello Scorriere.it. Esperto di televisione, è noto per la sua precisione maniacale e nemico giurato di Aldo Grasso. La loro rivalità risale ai tempi del liceo. I due, compagni di banco e amici per la pelle, finirono per separarsi a seguito di una violenta lite a seguito della visione dell’episodio di Happy Days in cui un alieno, interpretato da Robin Williams, invade lo spazio scenico della serie. Aldo Magro, pur riconoscendo l’indiscusso valore di Williams, non potè non notare un decadimento nella scrittura dello show. Aldo Grasso al contrario trovava geniale l’intromissione del mondo alieno nell’america anni ’50. Era la fine di un amore. Un’amore platonico e intellettuale che continua sulle pagine dei giornali. Come Capuleti e Montecchi, Guelfi e Ghibellini, sale e pepe i due si affrontano ogni giorno a colpi di recensioni.

Una grande Famiglia

Ho la febbre. 36.6 secondo il mio termometro elettronico. Naturalmente sta mentendo. I vecchi termometri a mercurio sono stati banditi per motivi ben diversi dalla sicurezza delle persone. Con l’elettronico è impossibile sapere se sta dicendo la verità. In questo modo lo stato pensa di guadagnare tra lo 0, 2 e lo 0,5 del PIL. Credendo di essere solo degli ipocondriaci siamo costretti a lavorare anche quando dovremmo starcene a casa a riposare. Bloccato a letto con una tosse grassa (e qui sappiamo di chi è la colpa) ho deciso di accendere la televisione. Il caso ha voluto che il canale che per primo si materializzasse sotto i miei occhi fosse Rai1. Immediatamente mi lancio sul telecomando. Nervosamente premo il pulsante di spegnimento. Niente da fare. Il telecomando non sembra rispondere ai comandi (malgrado il suo nome). Una goccia di sudore scende lentamente sulla mia fronte. Potrebbe essere febbre. Ma non ne sono sicuro. Poi il dubbio diventa sempre più Grasso. Compare il titolo Una grande famiglia, fiction di Rai1 scritta da Ivan Cotroneo, autore di Tutti pazzi per Amore. La serie precedente ha avuto un successo così incredibile da essere venduta in Grecia. La goccia anch’essa in tensione suda freddo. Immobile fissa lo schermo con terrore. La asciugo via con la manica del pigiama. Almeno lei è salva. Come in Arancia Meccanica, sono costretto a guardare. Mi volto verso il bicchiere di aspirina appena ingoiato. “Che diavolo c’era li dentro…” Si tratta di una confezione regalo trovata nella…nella…GUIDA TV. Dannazione come ho fatto a non capirlo. Sono paralizzato. Anche il collo sembra bloccato. Sono costretto a guardare. Cerco di chiudere gli occhi. I titoli di testa sono una tortura cinese. Scorrono i nomi degli attori-torturatori. Stefania Sandrelli. Primo Reggiani. Ho una fitta al fegato. Sarah Fauer…anche quello che ha scritto i titoli ha sbagliato il nome. In pratica tutti gli attori italiani sono nella serie. Sembra un ufficio di collocamento più che una serie televisiva. C’è anche Valentina Cervi che tutti ricordano ogni volta che ordinano un caffè. Entra in campo la protagonista, la matrona del cinema e della televisione italiana. Chiudo di nuovo gli occhi. Ma la voce monotona della Sandrelli mi rapisce come una sirena ammaliatrice. La recitazione è ai minimi storici. Sembra un miope che legge un libro al contrario. La sequela di nomi continua. Oramai sembra la lista dei caduti in guerra. Arriva il fatidico “con la partecipazione straordinaria di…” Alessandro Gassman. “Dieci a uno che muore nei primi 10 minuti”. La partecipazione straordinaria è di solito riservata ad anziani attori. Se è giovane è morto nei primi dieci minuti. E’ una regola non scritta. I miei dubbi diventano rapidamente realtà. La Sandrelli chiede alla sua tata africana (con la quale si comporta come se si trovasse in Via col vento) di chiamare il personaggio interpretato da Gassman. “Bingo…sei un uomo morto.” Sono stranamente attento. Forse è colpa della colonna sonora che sembra più l’audio ad alto volume del vicino rompi coglioni. Onnipresente e slegata dagli eventi. Compaiono gli altri personaggi. Sara Fauemberger sfoggia un accento misto romano-meneghino-vocali aperte. In pratica il suo concetto di dialetto è che al Nord tutti parlano con le E- aperte. Per fortuna suo “fratello” Primo Reggiani ci risparmia il dialetto. Lui parla italiano. Gassman muore come da copione. Tragedia familiare. La scusa della morte fa riavvicinare parenti lontani. La moglie di Gassman interpretata da un altezzosa Stefania Rocca, è disperata. Almeno credo. Piange mentre mette a posto vestiti. In alcuni flashback rivediamo Gassman. Le immagini sono caratterizzate da una luce bruciata e sgranata. Stile CSI a cazzo di cane. Lei è ancora disperata. Quindi trova una lettera dell’amante di suo marito. Improvvisamente si dimentica della morte del marito e chiama il fratello di Gasmann per chiedergli di starle vicino. Lui dice di si. Lei insiste sullo starle vicino. Anche un bambino di 4 anni ha capito che gli sta chiedendo di fare sesso. Segue un montaggio incrociato tra la Rocca che stritola la lettera e il fratello (che le deve stare “vicino”) che cavalca. Se non si trattasse di Cotroneo penserei a un montaggio delle attrazioni. Spero non sia cosi. Bacio il mio crocifisso a cui ho sostituito Cristo con Ėjzenštejn. Ripeto a bassa voce alcune regole del montaggio russo. La cosa mi calma. E’ chiaro che la Rocca ha avuto una storia precedente con il fratello di Gassman. Nel frattempo il figlio della Rocca dice di aver sentito Papà per telefono. “Vedo la gente morta”. La madre pensa sia pazzo. Il ragazzino è a questo minuto il miglior attore in campo. La figlia della Rocca apre bocca solo per insultare la madre. “Sei una stronza, mi fate schifo, non sei capace a fare niente!” La ragazza mi sta subito simpatica. In un lancio pindarico penso ai suoi insulti come la voce soffocata dello spettatore inerme. La cosa mi calma. Lentamente comincio a sentire una leggera sensibilità nelle dita dei piedi. Muovo leggermente il pollicione. Non è abbastanza per spegnere la televisione. C’è qualcosa che non va. Ho la sensazione che il peggio debba ancora arrivare. Ho ragione. Sullo schermo compare Sonia Bergamasco. Come un elefante di fronte a un topo cerco istintivamente di saltare sul divano. Sono ancora bloccato. La Bergamasco si lancia nel suo stile di recitazione “Alzheimer”. Ogni tre parole si impappina e fa pause insensate. Le sue interruzioni sono continue e cadenzate. Ogni volta che si ferma senti come un colpo al cuore e con la bocca cerchi di suggerire la battuta. Il tuo labiale rimane però abbandonato sulle labbra. La Bergamasco continua imperterrita: “Allora…io…creeedo…si insomma…” Ripenso al personaggio di Garry Lejeune di Rumori fuori scena e il suo inconfondibile “…capito no?”. Purtroppo quella che sto guardando non è una commedia. Seguono un paio di scene a caso di bullismo, un paio di frasi spezzate della Bergamasco (ho un conato di vomito su una sua pausa), qualche E- estremamente aperta, un paio di colpi di scena, Piera degli Espositi che sembra Rebecca la prima moglie, qualche “stronza” della figlia della Rocca, un po’ di inquadrature a caso della Rengoni corporation (che produce delle mensole a quanto ho capito), un piantarello della Rocca, degli arredamenti di interni ignobili e per finire una citazione pop sbagliata. La Fassemberger incontra un suo spasimante. Il principe di non so che cosa (Tanto Grasso non si ricorda manco quanti figli c’hanno) che lei chiama giocosamente “Ruer”. Lui ride. Poi chiede perchè. Giustamente. Anche io mi associo nella domanda. “Perchè mi piaceva Blade Runner”. Nella mia mente cerco velocemente un personaggio di nome Ruer. File not Found. Che si riferisse…no. Non può essere. Perchè dovresti sbagliare una citazione di un nome. Sicuramente Cotroneo sa quello che fa. Non può essere Rutger pronunciato male. No. Forse la E- aperta della Fauerbachbeet ha causato una crasi fra le lettere. Non è possibile. La mia diatriba interna viene interrotta da un colpo di scena. Forse Gassman non è morto. Forse. Il bambino continua a ricevere telefonate dalla gente morta, mentre la segretaria Serafina sembra sapere più di quanto dice (come Cotroneo sembra scrivere più di quanto gli venga richiesto). La Sandrelli ridecora casa in mezza giornata grazie all’aiuto di due africani (così li chiama la Funderbat) che la Sandrelli tratta come carne da macello (” non sono troppo magri?”) I due ragazzi troppo magri ridipingono in 20 minuti e la stanza è pronta per accogliere la Rocca che nel frattempo ha problemi a fare le valigie. Prima di recarsi dalla famiglia la Rocca incontra l’amante di suo marito la quale dice, testuali parole “…non sono disposta a raccontarle ciò che io provassi per lui”. Il mio Zanichelli di Italiano cade dalla libreria. Ho un sussulto. Anche le dita delle mani sembrano riprendere conoscenza. Cerco di raggiungere il telecomando. Niente da fare. E’ fuori portata. Mi tocca un’altra infornata di frasi spezzate della Bergamsco, un duetto Savina-Degli Espositi che sembrano improvvisamente Otello e Iago per la lentezza e la didascalicità della scena. Ma al peggio non c’è mai fine. Per cercare di capire cosa è successo all’azienda di famiglia amministrata dal “morto” Gasmann Il padre (Savina) cerca di entrare nel computer dell’ufficio. E’ bloccato da una password (oltre ad avere installato window 95). Come fare? La Fundesbank ha un’idea geniale: “Ho un amico Hacker”. Ho un brivido lungo la schiena. La sola idea di come possa essere rappresentato un nerd/geek in una fiction italiana mi gela il sangue. Mi agito come posso. Sbavo. Cerco in tutti i modi di liberarmi dalla mia paralisi. “Non potete farlo…voi non potete…Fermatevi..” E’ troppo tardi. Il nerd secondo Cotroneo entra in scena. Capelli lunghi come manco nel 1993. Maglietta indefinita. Cuffie da DJ. Bermuda in pieno inverno. Ha una borsa a tracolla e un computer con uno strano adesivo. Chiama il suo computer “il bestiolino”. Prima di cominciare chiede se può farsi una “porra”. (una “canna” in termini meneghini). Lo spasmo rallenta. Oramai non risco più a ribellarmi. Il nerd trova il problema: l’hard disk è vuoto il computer è pulito. Savina chiede che si parli la sua lingua, come se hard disk sia una parola lontana da ogni vocabolario conosciuto. La scena si conclude con l’hacker intento a mangiare uno sfilatino insensatamente grande. Respiro profondamente. Non soffro neanche più. Come il personaggio di Winston in 1984 ho come accettato la realtà dei fatti. L’odio prima trasformato in frustrazione ora si è tradotto in assuefazione. Le mani riprendono vita. Posso muovermi. Potrei finalmente spegnere il televisore. Ma non lo faccio. Oramai manca poco. Che senso ha. E poi voglio vedere come…si insomma…che…capito no?

Qui trovate la seconda puntata. Nel caso vi abbia convinto.

Aldo Magro

 

Black Mirror – La tv come specchio del reale

20111212-190210.jpg

Premessa

Provate a trovarmi questo profilo: comico, scrittore, autore televisivo, sceneggiatore, regista, presentatore. autore radiofonico. Ah! E non dimenticate: Classe 1971. Smettete di cercare non lo troverete. Almeno non in Italia.
Sto parlando di Charlie Brooker. Ha lavorato come presentatore per Screenwipe, Gameswipe e Newswipe. Scrive regolarmente per il The Guardian ed è uno dei quattro direttori creativi della Zeppotron casa di produzione specializzata in comedy. La serie horror Dead Set (che se non avete visto vi consiglio vivamente) da lui scritta è stata nominata per i Bafta. E’ stato columnist dell’anno nel 2009 e Best Newcomer (esordiente) ai British comedy award sempre lo stesso anno.
E’ co-presentatore del programma 10’O’clock live sy Channel 4 e ha presentato una serie di documentari per BBC 2 dal titolo: How TV Ruined Your Life (l’esatto opposto del libiro “Buona Maestra” di Aldo Grasso!). Riprendete fiato, il suo CV è quasi finito. Last but not least è autore della miniserie Black Mirror di cui vi parlo poco più sotto.

Fine Premessa

Ieri ho potuto vedere un nuovo episodio della mini serie Black Mirorr, in onda tutte le domeniche su Channel 4. Ogni episodio è autosufficiente e non legato con gli altri. Gli attori cambiano, così come gli sceneggiatori e il regista. Quando per la prima volta è stato presentato alla stampa venne annunciato come un “Twilight Zone” moderno. Una buona definizione aggiungo io. Per una volta si è cercato di spiegare allo spettatore e non di ammaliarlo con un titolo ad effetto. Mi sintonizzo sul canale. Poco prima era stato il turno di X-Factor Uk (esclusiva ITV). Non amo il genere, ma non si può non rimanere abbagliati dalla mastodontica macchina produttiva che ci troviamo di fronte. Non è di X-factor che voglio parlare, almeno non del vero X-factor.
Inizia il programma. Ci troviamo nel futuro. Un futuro non definito da una data precisa. Un ragazzo vive dentro un cubo completamente rivestito di immagini. Degli schermi proiettano ininterrottamente un flusso visivo. Quando non ci sono commercial, la stanza è illuminata da una simil luce solare come a cercare di creare un rapporto con l’esterno. La routine di questo ragazzo è molto semplice. Letto, igiene personale, spinning, cibo, spinning e di nuovo letto. All’inizio non è chiaro perchè la sua vita è così scandita. Piano piano vengono rivelati nuovi elementi. A quanto pare in questo futuro distopico gli abitanti della terra vivono tutti in un enorme palestra di spinning. Ogni bicicletta ha di fronte a se uno schermo. Come in un classico videogioco della Wii ognuno ha il proprio avatar e un punteggio relativo alla distanza percorsa. Con questi crediti è possibile acquistare del cibo, saltare le pubblicità che non riteniamo interessanti (altrimenti si è costretti a subirle) o comprare add-on per il nostro avatar virtuale. C’è un ultima opzione di utilizzo per i nostri soldi virtuali. Con “solo” 15 milioni di crediti è possibile acquistare un “golden ticket” (molto simile a quello di Willy Wonka a dire la verità). In questo modo è possibile “comprare” la propria possibilità di essere selezionato. Selezionato per cosa? Per diventare il prossimo “Hot Shot”! Niente a che vedere con quel vecchio classico del cinema demenziale (lo so che c’ho pensato solo io, però nel caso meglio specificare). Hot Shot è una sorta di X-Factor del futuro. Chi riesce ad acquistare il proprio golden ticket ha diritto (ma l’audizione non è immediata) di andare davanti ai giudici (i vari Morgan ed Elio per capirci) e far vedere il proprio talento.
Il ragazzo non sembra interessato a questo “premio”. Per lui la vita scorre incolore, senza alcuna aspettativa. Il suo credito supera abbondantemente i 15 milioni. Per lui i crediti servono solo ad arginare quell’universo mediatico che gli si impone agli occhi ogni minuto della sua vita (nel caso si chiudano gli occhi le immagini si fermano e attendono che la persona li riapra). Da qui in poi consideratelo spoiler. Lo so tendo a sbrodolarmi nei racconti.

SPOILER ALERT: se vuoi vedere la puntata (che trovi in fondo al post) forse è meglio fermarsi qui o saltare il paragrafo)

La prospettiva del ragazzo cambia quando incontra una ragazza di cui si innamora immediatamente. Dopo averla sentita cantare sottovoce nel bagno della “palestra” le propone di andare a cimentarsi sul palco di Hot Shot. Sarà lui a pagare il biglietto. In questo modo realizzerà il suo sogno e sarà libera dalla schiavitù. La ragazza è indecisa, ma alla fine accetta la proposta. La sua voce impressiona i giudici. Ma di cantanti ce ne sono già tanti e l’unico ruolo rimasto per lei è quello di porno attrice per la sezione “hot” dei canali di intrattenimento. Lei tentenna. Non riesce a decidere è confusa, anche a causa di una bibita lisergica che gli è stata somministrata poco prima di andare sul palco. Gli viene puntata contro una luce. “In questo momento stai consumando la luce percui tutti pedalano ogni giorno” (ecco spiegato lo spinning obbligatorio). La gente fischia. Lei accetta in lacrime. Il ragazzo dietro le quinte viene portato via. La sua amata è ora una Sexy Doll che tutti possono vedere pagando una manciata di crediti. Lui non ha neanche più i soldi per non guardare. Preso dalla disperazione raccoglie i crediti necessari per andare davanti ai giudici. Una volta li, puntandosi una scheggia di vetro al collo minaccia tutti di uccidersi. I giudici gli permettono di dire la sua. Il ragazzo vomita tutto il suo veleno. I giudici sono estasiati. La sua rabbia, la sua violenta reazione nei confronti del sistema diventerà parte stessa di quello che odia. Uno spettacolo. In onda per 30 minuti due volte a settimana.

Il presente è in mano alla televisione. E’ innegabile. E’ la televisione il mezzo per raccontare quello che sta succedendo in questo esatto momento. Il cinema non riesce più a essere lo specchio della società. E’ tutto troppo veloce e non riesce più a tenere il passo. Se prima la televisione riusciva solo a essere un cinema scolorito, un modo di fare le cose con meno soldi, oggi ha capito le sue potenzialità e ha cambiato strada. Non segue più le impronte del fratello maggiore, oggi ha una direzione tutta sua. Una linea parallela nella quale esprimere finalmente il suo vero potenziale. Black Mirror ne è un esempio lampante. La sera della messa in onda di X-Factor, Channel 4 mette in palinsesto (dieci minuti dopo la fine del programma avversario) una riflessione profonda e toccante sul mondo dei reality. Una rilettura fantascientifica che ricorda per ambientazione e profondità del messaggio i grandi romanzi classici della fantascienza. Impossibile non trovarci un po’ di 1984 o qualche ombra di Philip Dick. Il valore aggiunto sta nel riuscire a consegnare questa riflessione quasi in tempo reale. L’effetto creato dal vedere Black Mirror subito dopo aver visto X-Factor è sconcertante. Non si ha il tempo di pensare, il tempo di metabolizzare, si è gettati davanti a un nuovo “reale” e si è costretti a riflettere.

Non si può non apprezzare un prodotto come questo. E non si può non apprezzare la destrezza di chi ha capito che il palinsesto non è un’orario delle lezioni da riempire a caso, ma un valore aggiunto per l’amplificazione del significato. Lo stesso programma palinsestato in qualsiasi altra ore e giorno non avrebbe avuto lo stesso impatto. Un’accortezza questa che manca in Italia, dove i programmi spesso vedono la loro messa in onda spostata o cancellata senza un vero e proprio senso. Ha fatto storia la messa in onda di Dallas in Italia. Nel 1981 è stato acquistato dalla Rai che però lo ha mandato in onda in ordine casuale di fatto compromettendo la narrazione. Canale 5, qualche mese dopo, lo prese in saldo ristabilendo la messa in onda corretta (Che geni! Dopo la puntata 1 c’è la 2! Grande Giove! Ma come gli sarà venuto in mente!). Fu un successo. (Su Dallas Freccero ricorda: “Dallas è il prodotto che fonda la tv commerciale. Dallas fa capire che la fidelizzazione nasce con la serialità; inoltre dimostra che il cinema non è indispensabile e che può essere sostituito vantaggiosamente con prodotti studiati per la tv: coi film il pubblico deve essere conquistato ogni volta; con la serie lo si aggancia all’inizio e lo si tiene puntata dopo puntata”). Errori come questo sembrano acqua passata, ma non lo sono. Capita ancora che Italia si sposti repentinamente il giorno di messa in onda di Fringe (dimenticando completamente la regola base dell’appuntamento) o che intere stagioni vengano bruciate per riempire il palinsesto (le stagioni dei simpson in italia durano meno di un mese con la messa in onda quotidiana). Quali sono le cause di tutto questo? Incapacità? In parte si, ma credo che un problema fondamentale sia quello della mancanza di una vera e propria concorrenza. Il duopolio creato da Mediaset e Rai ha di fatto cancellato ogni velleità produttiva. Non serve investire di più, non serve avere il prodotto migliore, non serve stravincere. Nel peggiore dei casi si finirà secondi, su due partecipanti. Tutto questo non fa altro che aumentare il ritardo dei prodotti italiani. Perchè non c’è una serie Italiana venduta all’estero? (Si abbiamo venduto Romanzo Criminale a HBO e Tutti pazzi per amore in Grecia! In Grecia!) Perchè invece noi ci dobbiamo pappare Rex e L’ispettore Derrick? Perchè nessuno ha interesse a fare un prodotto migliore? Perchè a noi va bene Fiorello. Perchè a noi vanno bene i Cesaroni (da un format spagnolo “Lo Serranos”), Il medico in famiglia (format anch’esso spagnolo “Medico de familia”), Ris (copia carbone su carta della pizza di CSI) e cosi via (salvo solo Montalbano). Uno dei pochi prodotti rivoluzionari della tv italiana, Boris, ha raggiunto la tv nazionale solo oggi (perdendo molta della sua forza, il tempo passa…) e indovinate a che ora viene mandato in onda? Non lo sapete? Prima serata? No. Pomeriggio? No. Seconda serata? Terza. Messa in onda quotidiana. Così finisce prima e ci togliamo il dente. Disdetta. Tremenda disdetta.

 

Inside Roma Fiction Fest – Jim Belushi

Oggi parte ufficiosamente il fiction festival di roma. Quinta edizione, leggermente in ritardo rispetto alle precedenti (originariamente si svolgeva a luglio), nuova location (Auditorium Parco della musica) e fondi dimezzati.
Ospite speciale per la giornata d’apertura Jim Belushi (fratello dello scomparso Blues Brothers John) che ha intrattenuto il pubblico nella prima Master Class del festival.

Malgrado un presentatore più emozionato che bravo, Jim prende subito le redini dell’incontro e comincia a spron battente a parlare di According to Jim, sitcom di successo da lui interpretata, che nel 2009 si è conclusa dopo 8 stagioni.
Dopo la proiezione di un episodio risalente alla prima stagione, Jim comincia a raccontare la genesi della serie. “Quello che volevo era fare una serie diversa, dove l’uomo a fine puntata non dovesse chiedere “Scusa amore…”. Belushi spiega come ha voluto rompere con le regole della sitcom buonista made in Usa. “Il mio personaggio (cucito addosso, ma dopo l’incontro, direi il contrario) è un uomo vecchia maniera che cerca di fare del suo meglio. Qualche volta ci riesce, qualche volta no, ma non per questo deve chiedere scusa.” Finita la sparata maschilista di chi “porta i pantaloni” Jim si è poi lanciato in una serie di smancerie nei confronti della moglie “che mi ha reso un uomo migliore”. La frase ha fermato appena in tempo due vecchine in terza fila che stavano già preparando le borsette di ordinanza per un pestaggio in piena regola. (ok, potrebbe non essere accaduto NDR)
182 sono gli episodi di According to Jim andati in onda. Belushi ci evita il racconto di ogni singolo shooting, ma ci racconta come il progetto lo senta molto suo. Belushi ha infatti collaborato alla stesura di molti episodi e ne ha diretti la bellezza di 45.
Il presentatore parte con una serie di domande incomprensibili. Se ne capisce una sola.

Nuovi progetti?

“Beh si, c’è un nuovo progetto sempre con l’abc, però non vi posso dire molto. E’ una sitcom, e parla del rapporto tra un padre e una figlia, l’idea è molto semplice, e non vorrei che qualcuno ce la fottesse” “Ci sono molti ladri in televisione.” (Qui potete trovare la notizia di qualche giorno fa)
Il presentatore paonazzo e in difficolta balbetta qualcosa. Jim capisce che è il momento di tirare fuori la sua anima da showman e si lancia in una serie di gag più o meno riuscite. “Adoro il vostro saluto, il doppio bacio, così ho tempo di allungare le mani nelle vostre tasche!” Quindi come un mago, comincia a tirare fuori oggetti dalle tasche mimando al pubblico “queste mutande sono tue! (e al presentatore) oh e questo orologio deve essere tuo!”. Il pubblico apprezza e ride, Jim suda copiosamente. Partono le domande del pubblico

Quali sono i tuoi attori preferiti? A chi ti sei ispirato?

Beh senza dubbio Jackie Gleason, adoravo la sua serie The Honeymooners, non so se qualcuno la conosce da queste parti – il presentatore, fa un gesto come a dire “è poco conosciuta…”. “Beh poi sicuramente adoro Lucy Ball, lei è la madre di tutte le sitcom. Sicuramente Lucy.

Dove hai cominciato a muovere i primi passi?

Al Second City, un teatro di Chicago, facevo improvvisazione teatrale. Da li ci sono passati tutti, è una sorta di crocevia per i comici di talento. Sul palco si sono alternati, Bill Murray Dan Aykroyd, Mike Myers e molti altri. Quel posto mi ha dato molto. E poi la televisione veniva in quel posto a scegliere i suoi talenti! Li ho anche guadagnato il mio esordio al cinema. Il film si chiamava “Thief” regia di Micheal Mann, di base il mio personaggio faceva due cose. Metteva la testa in mezzo alle tette di una ragazza e poi moriva ucciso con 3 colpi di pistola. Una buona morte. Non per vantarmi, ma sono molto bravo a morire.
Poi ho fatto altri film, tra cui Poliziotto a 4 zampe. Devo ringraziare il mio agente per quel film. Quando mi ha proposto il lavoro gli ho detto “Sei impazzito?” “Non andrò a girare un film con un maledetto cane!” “Io lo faccio questo film, ma poi ti ammazzo, anzi prima ti licenzio e poi ti ammazzo perchè non vorrei che poi i giornali scrivessero “Attore uccide agente!”. Il film è stato un successo e il povero Jim ha dovuto chiedere scusa al suo odiato agente “Ora mi tiene in pugno, qualsiasi cosa mi proponga devo per forza fidarmi di lui….”

Com’è recitare con Schwarzy (non è colpa mia è sempre il presentatore emotivo)?

“Adoro Schwarzy, una persona incredibile. Spesso stavamo a parlare nel camper, ma non parlavamo di recitazione, lui parlava solo di affari. Era un tipo sveglio e molto convincente. Una volta ho pensato “Hey quest’uomo potrebbe fare il senatore!” Ma non ho mai capito se era lui ad aver impresso quest’idea nella mia mente!”

Hai lavorato in Italia con Rosi nel 1990 cosa ricordi di quell’esperienza?

“Bellissima adoro l’Italia (si certo come no…sembra il cantante che incita la folla a inizio concerto leggendo su un foglietto il nome della città in cui si trova “…la città più bella al mondo”). Rosi è un regista incredibile. Abbiamo girato a Palermo. Voi italiani avete una tale attenzione per l’intrattenimento, davvero incredibile. (Il presentatore ride, un vocio di persone si chiede “ma a che cosa si sta riferendo?”. Nella mente tutti noi scorrono le immagini di serie come Un medico in famiglia, Sangue caldo, I cesaroni….che sappia qualche cosa che noi non sappiamo? Si la lingua. Non capisce un cazzo di Italiano. Tutti annuiscono, mistero risolto, si torna ad ascoltare le sue parole). E poi ho lavorato anche con Dino de Laurentis, grande produttore, il film era Once Upon a Crime(con un cast misto formato da alcuni attori italiani,Jim e lo scomparso John Candy).

Inevitabili arrivano le domande sul fratello. Jim è molto tranquillo, oramai ci deve essere abituato. Ci racconta la storia della band dei Blues Brothers (con la quale ha prodotto 3 dischi). “Quando Dan Akroyd mi ha proposto di partecipare al progetto musicale, ero un po’ restio. Gli ho detto Danny, io non so se è una buona idea, quella è una cosa di mio fratello, è roba sua non credo sia giusto. (a questo punto Jim si lancia in una imitazione di Dan Akroyd esilarante) E’ la cosa giusta. E’ la cosa giusta da fare. Tu continuerai il suo cammino, ma sarai un nuovo membro della band, avrai un altro nome. Tu sarai il fratello Zee-Blues!” L’emotivo presentatore gli chiede che strumento preferisce. A questo punto Jim tira fuori la sua Harmonica e si lancia in un pezzo blues. Il pubblico apprezza, Jim si diverte. “Il ragazzo ci sa fare” sussurra la vecchina che fino a poco prima voleva sfasciargli in testa la sua borsa corazzata in oro.

Quali sono le tue serie preferite?

Lost, Dexter, poi guardo anche Son of Anarchy, i Borgia e i Tudor.

C’è una serie o uno show italiano che ti ricordi?

(Jim ci pensa un attimo e poi sbotta) “Strip Poker!” In un nano secondo tutta la sala fa un rapido calcolo: 1990. Palermo. Di giorno lavorava, di sera era l’unico momento in cui poteva guardare la tv. Fa che non sia quello. Fa che non sia quello. A questo punto il viso dell’emotivo presentatore si illumina quindi a ralenti pronuncia “Ah…Colpo Grosso!”. Jim Si ricorda. Era quello. Traduzione: cosa ti ricordi della tv italiana? Tette e culi. Beh il panorama non è molto cambiato.

Jim è oramai il presentatore di se stesso. Intrattiene da solo l’intera sala, si lancia in racconti e backstage della sua carriera. Parla di suo fratello, delle imitazioni che sapeva fare alla perfezione “Ha cominciato con mio padre, mia madre, poi è passato a fare Marlon Brando e gli riusciva molto bene. Io so a malapena imitare mia moglie e i miei figli!”

La lunga chiacchierata si conclude con la domanda finale di una ragazza che chiede a Jim del suo viaggio in Albania avvenuto qualche anno fa (Belushi è di origine albanese). Jim prende una pausa. Guarda la ragazza. “Beh i personaggi famosi che provengono dall’Albania sono tre: Madre Teresa di Calcutta, John Belushi e Io. I primi due sono morti! Quindi!!” Poi diventa improvvisamente serio e sottovoce dice “Beh se ti devo rispondere senza troppe battute o giochi di parole: mi mancava mio padre.” Jim è sincero nel ricordo del padre. Si finisce con la lacrimuccia. Le due ore sono volate e Jim si lancia a firmare autografi.

Avrei voluto farvi un video, ma la batteria della mia macchina ha deciso di morire nell’istante in cui Jim è salito sul palco. Poco male, intorno a me c’erano più videocamere che persone. Spezzoni dell’evento saranno presto online. Nell’attesa vi toccherà leggere.

Guarda la GALLERY con le foto dell’evento.

 

Stranger than fiction


Stranger than fiction. Più strano della finzione. La pellicola di Marc Foster (Neverland, Monster Ball) è balenata davanti ai miei occhi per caso. E’ il classico film che sai di voler vedere, ma ti sfugge continuamente, si nasconde, ti saluta salvo poi scappare via in mezzo alla folla. Ieri l’ho preso per la giacca, l’ho messo nel mio lettore dvd e l’ho fatto mio.
Sapevo poco della storia, un meta-film (come si poteva anche intuire dal titolo) incentrato sulla vita di un personaggio di un racconto che a un certo punto si rende conto di essere parte di una finzione. Meglio. Sa di essere reale, di vivere un mondo reale, ma allo stesso tempo di essere soggetto alla penna di uno scrittore.
Il film si apre proprio con una voce narrante che descrive la routine, vuota e noiosa, del protagonista. Una grafica on screen molto accattivante “misura” ogni singolo elemento della vita di Harold (questo il suo nome), un ispettore del servizio fiscale americano, tremendamente ferrato, guarda un po’, quando si tratta di numeri. Ogni istante della sua vita è scandito da sequenze numeriche pedissequamente applicate. 76 spazzolate di denti, 38 da sotto a sopra, 38 da sopra a sotto, 57 passi per isolato, per 6 isolati. Ogni giorno della settimana per 12 lunghi anni. Ma un giorno, un mercoledi, il fido orologio da polso, preciso guardiano del tempo che passa, avrebbe per sempre cambiato la vita di Harold Crick.

Cosa fareste se un giorno scopriste di essere parte di un racconto, parto della penna di uno scrittore (scrittrice in questo caso) che, peraltro, ha deciso che l’unico modo per finire il suo romanzo sia uccidervi? L’unico modo che Harold ha per cambiare il suo destino è incontrarla, spiegarle le sue ragioni e convincerla che non merita di morire. Ma da dove cominciare? Sicuro di non essere pazzo, Harold chiede aiuto al professore Jules Herbert, esperto di narrazione che, malgrado la follia della richiesta, decide di prestargli attenzione. L’unico che può aiutarlo a trovare una scrittrice, non è un poliziotto, un detective e neanche un super eroe, ma un professore di letteratura. Spulciando ogni singola virgola e inflessione della voce narrante, Jules cercherà di portarlo dal suo potenziale “assassino” prima che sia troppo tardi. In realtà il professore è più attirato dalla sfida di scoprire l’autore della finzione conoscendo solo il suo personaggio, ma con il passare del tempo non potrà che affezionarsi al suo amico di finzione.

La premessa del film è attraente. Sarà che sono fissato con tutto ciò che gioca tra reale e finzione e che sono in parte convinto che qualche volta la mia vita sia in realtà scritta da qualcuno con un pessimo senso dell’umorismo, ma questa pellicola mi piace. Ricorda in un certo senso Essere John Malckovic, senza però tutta quella dose di paranoia che il film di Spike Jonze (e, non dimentichiamo, scritto da Charlie Kaufman) racconta. Stranger than fiction è spensierato, dolce, e visivamente più pulito, anche dal punto di vista fotografico. Tutto è luminoso, simmetrico, minimalista. Le case dei personaggi sono semi vuote, arredate solo con qualche mobile sparso. Tutto è irrealmente preciso, fino a quando Harold non scopre cosa sta succedendo. Non appena realizza il suo stato, l’atmosfera cambia. Harold comincia a sbattere addosso alle persone, perde l’autobus, si lava i denti senza contare le spazzolate e nel mezzo di questa rivoluzione numerica, finalmente, trova l’amore.

Tutto secondo i piani dunque? Il più scontato dei lieto fine? Neanche per sogno. L’avventura di Harold non sarà così facile come sembra. Altro non vi posso dire altrimenti il film, invece che vederlo, finirete per leggerlo. Ma sappiate che Stranger than Fiction saprà colpire il vostro cuore di lettore e cinefilo lasciandovi piacevolmente sorpresi.

Nel cast oltre a Will Ferrell (un perfetto Harold Crick) ci sono anche Emma Thompson (la scrittrice, nonchè voce narrante) Dustin Hoffman (magistrale) e Maggie Gyllenhall (non preoccupatevi, nessuno sa pronunciarlo correttamente, probabilmente neanche suo fratello Jake).