Facebook è un amico e ti ascolta, sempre. S-E-M-P-R-E.

Bentornati al nostro spazio “L’angolo del Distopico”. Da qualche tempo mi diverto a vedere fino a punto il mio buon Google fa a pezzi la mia privacy con il suo servizio Google Now (disattivabile, ma perchè farlo, tanto lo fanno lo stesso). Qualche tempo aveva fatto scalpore un opzione del google-fonino (marchiato Motorola, il Moto-G appunto) che permetteva al sistema di attivarsi alla sola frase “Ok, Google” (un po’ come nei Google Glasses). Per fare questo però il telefono doveva per forza di cose (poverino) rimanere in ascolto tutto il tempo in attesa delle fatidiche parole. Beh? Che c’è di male? Niente, se non fosse che molto probabilmente in attesa di “ok google” quelli Mountain View prendessero appunti su tutte le altre parole pronunciate prima di Ok e Google. Il servizio per ora è disponibile solo sugli smartphone targati google (NEXUS) e solo in lingua inglese. Non si sa per quale motivo oscuro, ma il telefono se settato in Italiano non riconosce più la parola magica per attivarsi. Perchè questa premessa? Perchè a partire dal 5 giugno Facebook (o meglio la sua app per mobile) ha introdotto una nuova fantastica feature, per facilitare ogni vostro sharing delle cose che amate. Mettiamo che state ascoltando una canzone e volete fare sharing, ma senza la scomodità di dover andare su Youtube, cercarla, si insomma avete capito. Qui viene in vostro aiuto Facebook che mentre ancora siete intenti a utilizzare le parole giuste ha già automaticamente auto compilato il vostro status? In quale modo? Semplice. Ogni telefono ha un microfono giusto? Si. Dunque perchè lasciarlo riposare tutto quel tempo, ancor di più oggi che i ragazzini non fanno altro che mandarsi messaggini su Whatsapp, poi mi si deprime, diamogli un’altra possibilità. Aspetta, ho un’idea ancora migliore. Teniamolo sempre acceso, perchè stare li a spegnere e accendere tutto il tempo, povero microfono. Lasciamolo andare, lasciamolo ascoltare, quando poi ne abbiamo bisogno lui sarà pronto a fornire le giuste informazioni all’app che in un secondo potrà dirvi cosa state guardando in tv, la canzone che state ascoltando e molte altre amenità davvero utili se non siete in grado di intendere e di volere.

A New, Optional Way to Share and Discover Music, TV and Movies from Facebook on Vimeo.

La cosa deve aver mandato fuori di testa Youtubers Matthias che ha creato un video con cui evangelizzare tutti gli utenti a fuggire da Facebook prima che sia troppo tardi. Tutti abbiamo avuto, chi per un motivo, chi per un altro, voglia di uscire dal Social di Mister Z, forse è una battaglia persa, ma se masticate un po’ di inglese vi consiglio la visione.

ATTENZIONE! Matthias è un comedian come potete chiaramente vedere dagli altri video caricati sul suo canale.

 

Come Facebook vi tiene intrappolati al suo interno

Ho già scritto altre volte del mio rapporto non proprio idilliaco con Facebook. Il social di Mr. Z. è oramai dentro le nostre vite in maniera così profonda che cercare di uscirne equivale prendere e andarsene sopra una montagna in ascetismo (per un po’ si è usato anche il termine “suicidio” per descrivere un log-out definitivo).

Oggi però mi sono imbattutto nell’ennesimo tentativo di Mr. Z. di trattenermi all’interno del social. Ma facciamo un salto indietro.

Previously in Devil Mr. Z. Want You Here Forever.

Uno dei primi meccanismi messi in atto da Facebook per evitare che il proprio pubblico uscisse e entrasse dalla grande F è stato quello di mettere terrore a chi volesse varcare la soglia. Una sorta di warning in pieno stile Trojan, come quelli che si possono incontrare quando il nostro broswer incontra un sito con possibili malaware in vista. Beh? Niente di male, Giacomo, solo che all’epocoa (ora no) questo warning appariva anche per siti molto trafficati (anche quotidiani per dire) di fatto spingendo chi è poco avvezzo alla navigazione a immediatamente tornare indietro e rimanere all’interno della sempre più spessa placenta creata da Mr. Z.

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Un altro trick più subdolo è stato quello (non solo di Facebook) di “facilitare” l’iscrizione degli utenti ad altri siti, usando il login di Facebook. Già, facilitare la vita, è questo che vuole Facebook. Ma se vi fermate per un secondo a ragionare sulle conseguenze di un’iscrizione attraverso questo meccanismo, capirete che non è proprio così che vanno le cose. Iscrivendosi infatti con il log-in di FB di fatto state legando l’utilizzo di un determinato servizio (anche Spotify, per dire) al vostro social network preferito. Cosa succede se un giorno volete uscire da Facebook ma non dall’app alla quale siete iscritti con il loro dati? Niente di che, dovete solo rifare tutta la procedura di iscrizione perdendo tutti i dati e le playlist (nel caso di Spotify). Ma non c’è niente da fare? Una cosa c’è, rimanere su Facebook e mantenere attivo il log-in così da poterlo utilizzare su tutte le piattaforme su cui è stato usato. Facile no?

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E arriviamo al presente. Premetto che è passato ancora troppo poco tempo da quando ho “scoperto” questa cosa, però mi sembrava perfettamente in linea con le due cose di cui vi ho parlato poco sopra. Quando embeddate un video da youtube su FB, il social di Mr. Z vi permette di vedere i video direttamente nel social. Niente di strano fino a qui, è un embed, e come tale ha questa precisa funzione. C’è però qualcosa che non va, se date un’occhiata con più attenzione. Di solito Facebook permette sempre di poter “switchare” alla visione su Youtube in qualsiasi momento semplicemente premendo il pulsante “watch on youtube”. E’ un’opzione utile soprattutto per chi magari vuole dare un’occhiata ai related, avere maggiori informazioni sull’utente che ha caricato il video, o più semplicemente sapere quando è stato caricato un contenuto. Ebbene da oggi, ieri sera per essere precisi, questo pulsante “watch on youtube” non funziona più. Se provate a premerci sopra vi sembrerà di essere pazzi, o di avere un qualche problema con il broswer. Ho provato varie volte anche con diversi software (chrome, safari) ma il risultato non cambia. Dunque? Se non fosse un bug (cosa ancora probabile, visto il poco tempo passato) sarebbe l’ennesimo tentativo (sporco) di FB di evitare che voi usciate dal social. Per accedere al video si può ancora premere sul titolo del video. A mettermi ancora più dubbi, ci ha pensato Andrea Iannunzi, che mi ha girato questo link, dove Facebook, in data 5 maggio, annuncia l’imminente arrivo di nuovi dati insight riguardo la visione dei video. Vere e proprie statistiche (molto simili a quelle già presenti su youtube) per avere una completa visione del proprio pubblico multimediale (altro che Auditel). Rimarrei ancora cauto per altri, diciamo 2 minuti, poi premerei il pulsante “Panico”.

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ps. Ho provato a vedere se era un problema dell’embed di Youtube, ma da altri siti il pulsante funziona senza problemi (anche da Twitter)

[UPDATE]

D’accordo. Da questa mattina il pulsante funziona di nuovo. Il mio animo Maulder però non può che continuare a pensare che tutto questo ha un suo significato, che la verità è la fuori, che voglio crederci…ok. La smetto.

 

Perchè è impossibile uscire da Facebook.

Sono uscito da Facebook. L’ho fatto di nuovo. Non è la prima volta. Qualche anno fa si parlava di suicidio. Ma oggi sembra il termine sia diventato troppo violento per essere utilizzato. Si dice uscito. Disattivato o simili.

Di fatti ho “de-activated” facebook. Già perchè come diceva Antoine-Laurent de Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, o meglio per dirla al social di Zucker, nulla si crea per essere distrutto. Non è tra i tuoi diritti quello di distruggere te stesso. L’eutanasia digitale è illegale come lo è nella realtà (almeno in alcuni paesi).

Ma non voglio parlare di cosa voglia dire uscire da Facebook, le conseguenze sociali, psicologiche e compagnia bella. Non mi interessa. Quello di cui voglio parlarvi sono le conseguenze che questo social ha sulla vostra identità digitale e quanto oramai è radicato nella nostra vita.

Partiamo dalle cose negative. Chiudere Facebook come dicevo poco sopra, non vuol dire chiuderlo ma disattivarlo. Non è prevista infatti alcuna cancellazione. Di fatto è un log-out temporaneo. Nessuno oramai fa log-out di questi tempi. I broswer ricordano tutto (su più dispositivi se autorizzati, come Google Chrome). Entrare e uscire dai nostri social, siti, forum o quant’altro è facile come bere un bicchier d’acqua. La porta è sempre aperta e quasi non ci sembra davvero di entrare in un luogo diverso.

La prima cosa da fare è far dimenticare Facebook al nostro broswer. Il Keychain o il portachiavi delle nostre password deve essere disattivato altrimenti ci vorranno pochi secondi perchè ci ributti dentro il nostro social preferito. Ma non è solo lui a ricordare.

Dopo un paio di giorni senza FB mi arriva una mail. “Ecco i tuoi highlight della settimana su FB”. Strano. Forse si tratta di un errore. O dell’altro account fake che ho dovuto aprire per continuare a gestire delle pagine fan di mia creazione (quelle sono legate agli account e per continuare ad usarle c’è per forza bisogno di un utente). Impossibile. L’utente creato non ha amici. Serve solo per le pagine. Nient’altro. Aspetta. Un amico ce l’ho. Me stesso. Controllo. Niente da fare. Giacomo Cannelli. Parla di Me. Ma come diavolo. Controllo. Su google cerco “Giacomo Cannelli Facebook”. Esce fuori la pagina FB che mi spiega che l’utente c’è su Facebook, ma se lo vuoi conoscere devi loggarti o iscriverti.

Ma che diavolo sta succedendo? Provo un’altra cosa. Dall’account del mio Fake cerco il mio nome. Giacomo Cannelli. Lo trovo è li. Niente privacy. La mia pagina è perfettamente visibile e in ottima forma. Ma che cazzo? Sono in presenza di un “Dead Facebook Walking?”. Non è possibile. Ricontrollo. Mi riloggo con il mio account originale. Tutto funziona correttamente. Non capisco. Era disattivato ne sono sicuro. Lo disattivo nuovamente.

Esco. Rientro dal mio Fake e mi cerco. Non è egocentrismo, è privacy. Protezione della privacy. Di nuovo il mio nome esce in pochi secondi. Dannazione. Subito sotto tutta la lista degli amici “mutual” tra il mio amico Fake (zero amici) e l’amico “real” fuggito da FB (mille e passa amici). Premo sul mio nome. Pagina non trovata. Dunque funziona. Ma il nome rimane perfettamente indicizzato con tanto di ultima foto usata (mi dispiace Chaplin-Batman). Dunque l’account fake riceveva ancora suggerimenti basati sugli amici in comune con un amico che però non era più su Facebook. Grazie Zucker. Grazie davvero. Il problema dell’indicizzazione si sapeva già purtroppo. Anche google mantiene “l’ombra” delle persone scomparse dal social molto tempo dopo la loro disattivazione.

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Comincio a innervosirmi. Forse è meglio ascoltare un po’ di musica. Apro Spotify. Mi chiede il login. Certo. Era sincronizzato con Facebook. Giustamente mi chiede di rientrare. Il bel pulsante blu appare in alto sulla pagina di login. Fanculo. Inserisco i dati manualmente. Magari il login via FB non fa altro che prendere i dati che però rimangono separati dal social. Entro. Funziona. Faccio un respiro di sollievo. Entro e la mia musica è ancora li. Ho un accounto premium, quindi posso ascoltare le canzoni anche offline. Partono i Cake. Ascolto il primo pezzo. Una notifica interrompe però immediatamente l’ascolto. Mail. Apro. Facebook. Di nuovo. “Bentornato”. Cosa? Ma che cazzo è? Uno cazzo di scherzo del cazzo? (quando mi innervosisco divento un personaggio dei Soprano). Merda. Apro la mail. Mi ringraziano per averci ripensato. Li odio. Non ci ho ripensato. Voi l’avete fatto. Scorro la mail. In fondo mi comunica che l’account si è auto-attivato per un “suo login”. Un mio login? Dove. Su Spotify. Certo cazzo. Spotify. Era sincato con Facebook. Malgrado abbia inserito i dati manualmente automaticamente deve aver comunicato con il social che di conseguenza si è immediatamente risvegliato. Merda. Sono fottuto. Ero solito usare login tradizionali. Ma da quando Facebook e Twitter hanno invaso “l’internet” per comodità ho cominciato a usare loro come login. Molto spesso volevo solo testare nuove app o social e mi rompevo a dover re-inserire tutti i dati. Idiota. Sei un idiota. Per pigrizia hai regalato dati a destra e a manca. Non solo ti sei reso dipendente dal social legando ad esso anche servizi percui paghi. Cristo Santo. In pratica se voglio usare la musica percui ho pagato devo per forza tenere aperto facebook. Potrei forse buttarmi in un complicato cambio di mail e login di Spotify, ma solo a pensarci mi viene il mal di testa. Quanti altri account ho legato a Facebook? Neanche lo ricordo. E’ così che si sono insinuati. Per comodità si usa Facebook, senza pensare che piano piano si diventa dipendenti. Non solo dipendenti da quel compulsivo aggiornamento di pagina. Ma anche per servizi diversi. E se un giorno dovessimo iscriverci a servizi statali usando Facebook? A quel punto uscire da Facebook sarebbe quasi illegale. Un modo per sottrarsi all’identità. Già l’identità.

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Quando ho aperto il nuovo account fake per gestire le pagine FB ho provato come nome cose tipo Pinco Pallo o simili. Lo prendeva. Tranquillamente. Poi però mi è venuto in mente un vecchio nome che usavo per Myspace. “Ho Zero Amici”. Uno stupido “inner joke”. Ho Zero Amici aveva zero amici. Lo so è una stupidaggine. Ma da nerd quale sono mi faceva ridere. Volevo ripetere l’esperimento sul Social di Zucker ma immediatamente la mia vena cretino-creativa è stata bloccata. Mi viene comunicato che per nuova policy bisogna usare solo nomi reali, niente fake. Già reali come Pinco Pallo. Figurati quanti ne conosco di Pinco Pallo. Idioti. Fatto sta che il mio “Ho zero amici” senza amici non si poteva fare. Poco male. Mi registro con un altro nome Fake che il social non riconosce come tale solo per la sua conformazione signica. Apro la mia pagina bianca. Intonsa. Il wall è pieno solo dei miei deliri (sono il mio unico amico, tra poco neanche quello appena disattivo). C’è qualcosa che non quadra però. Ho aperto l’account da 5 minuti e ho già 6 richieste di amicizia. Incredibile. Saranno le auto richieste di qualche servizio Facebook. Un po’ come accadeva con My Space dove il fondatore era automaticamente il tuo primo amico (a meno che non lo elliminavate, come io ho fatto). Niente di tutto questo. Sono sei persone reali. Quattro per la precisione e due luoghi fisici, ma comunque reali. Di quei 4, 3 li conosco personalmente.

NomeIndicizzato

Ma come diavolo…cerco da qualche parte il termine “Suggested”, ovvero quello con cui si possono suggerire amicizie. Niente. Nessun suggerimento. Le richieste sembrano genuine. Decido di contattare uno dei miei amici che ha fatto la richiesta. Per avere la conferma che effettivamente sia stata fatta da lui. E’ un mio ex collega emigrato. Mi risponde subito.

– Ciao D. senti, volevo sapere se per caso avessi inviato una richiesta d’amicizia a Pinco Pallo…
– Pinco Pallo? Ma di che cazzo stai parlando? (potrei aver reso la conversazione più colorità della realtà NDR)
– Si…è una storia lunga. Sto uscendo da FB e volevo però mantenere alcune pagine quindi mi sono fatto una pagina FB solo per gestirle…
– Oh…capisco. Io pure volevo uscire. Però alla fine in alcuni casi è comodo per mantenere le amicizie. Soprattutto quando non sei nel tuo paese.
– Si lo so. Solo mi ha rotto le scatole tutto qui.
– Capisco. Ridimmi il nome.
– Pinco Pallo.
– Direi proprio di no. Perchè poi dovrei aggiungere uno che si chiama così.
– Ah non lo so. Magari ti affascinano i nomi tipo Tizio Caio.
– No. Non è il mio caso. Ma ti è arrivato un suggerimento da parte mia?
– No. Niente di tutto ciò. Era una richiesta diretta. Con solo il pulsante “conferma” per accettare la tua amicizia.
– Che stronzi.
– Già. Probabilmente nel caso prema “conferma” ti troveresti una mia richiesta o peggio ancora ti ritroveresti un amico Pinco Pallo direttamente tra i tuoi contatti.
– Bella merda.
– Abbastanza. Senti non ti disturbo oltre. Grazie per la consulenza.
– Di niente. A presto

Chiudo la chat. Disattivo nuovamente il mio account. Oramai mi sembra come di staccare e riattaccare la spina a un malato in ospedale, senza arrecare danni celebrali. La pagina torna all’homepage originale. La mia mail si staglia già nel login. Il broswer ricorda sempre. Chiudo con una serie di “non consenti” le richieste d’accesso che compaiono compulsivamente sullo schermo. Sembrano finalmente assopite. Rimane solo la scritta di cui va tanto fiero Mr Zucker:

“It’s free and always will be”

Quasi in automatico mi viene in mente un’altra frase. Aveva sempre il “free” dentro. L’avevo scritta in un altro articolo. Molto tempo fa. Era una frase di Josh Harris. Un pazzo arricchito della prima bolla internet che aveva dato vita al primo Grande Fratello ante litteram rinchiudendo (con tanto di autorizzazione volontaria) un gruppo di persone dentro una specie di albergo dove li costringeva a vivere senza privacy. Non solo. Gli ospiti erano costretti, o meglio, spinti, a guardare cosa facevano gli altri, grazie all’introduzione di televisioni a circuito chiuso che mandavano su diversi canali le altre stanze dell’hotel. L’esperimento si è chiusto con l’intervento delle forze dell’ordine che hanno liberato gli ospiti dell’albergo. La frase di cui vi parlavo era questa:

“Everything’s free except the video that we capture of you. That we own.”

Facebook Trap

Sono fottuto.

 

Meme Story – facebook.com/HumorRisk

Una raccolta di Meme pubblicati sulla pagina facebook di Humor Risk

 

Il mio compleanno senza data.

Il mio compleanno senza data.

Non amo molto il giorno del mio compleanno. Come capodanno, è di solito giornata di resoconti. Si tirano le somme. Come in un’azienda si cercano di capire quelli che sono stati i più e i meno dell’annata appena passata. Si guarda al proprio nuovo numero rappresentativo. Lo si studia come se non lo si fosse mai visto. 31. Tre. Uno. Brutto numero. Ma non è di questo numero che parleremo oggi. Qualche giorno prima del mio fatidico birthday parlavo con una mia amica. Le raccontavo di quanto odiassi l’accozzaglia che si crea sulla pagina fb ogni volta che sopraggiunge un compleanno. Colpa del reminder legato alle impostazioni di privacy. Peraltro comparendo qualche giorno prima causa il fastidioso (nonchè infausto) augurio del giorno prima. E’ matematico. Torniamo ubriachi da una serata e invece di leggere “Domani è il suo compleanno”, leggiamo “dmsak alalk complanno”. Compleanno malgrado la difficoltà di pronuncia dopo 4 vodka lisce viene comunque riconosciuto dal cervello che istantaneamente propone di fare quella cosa chiamata “auguri”. Cd: auguri. Ho un cervello in Dos. Non ci posso fare nulla.

– Beh ma scusa, fai come me, io ho tolto il giorno del mio compleanno dalle impostazioni!
– Che vuoi dire?
– Voglio dire che non compare il giorno della mia nascita.

Geniale. Come ho fatto a non pensarci prima. Bloccare il proprio wall è cosa troppo esplicita. Ma togliere il proprio giorno è solo questione di privacy. Decido di mettere in atto il mio sottile piano antisociale. Apro le impostazioni. I miei privacy settings sono più aperti di un programma open source. Spunto l’opzione data di nascita. Il gioco è fatto. Da oggi in poi non sono mai nato, non ho età. Potete vedere tutte le mie foto, tutti i miei link, tutti i miei amici, ma non avete la minima idea di quando sia venuto al mondo. Sorrido sotto i baffi. Quindi mi faccio la barba. Sorrido di nuovo. “Ora non mi resta che aspettare”. E’ il 13 aprile. Nei miei piani di isolamento forzato alle 22 sono già nel letto. Per ingannare il tempo guardo “The Muppets”. Il titolo è stato scelto accuratamente per evitare ogni storia o film che possa mettermi anche solo lontanamente di cattivo umore con riferimenti più o meno espliciti all’invecchiamento. Dei pupazzi di pezza sono la scelta più sensata. Non possono invecchiare. Mi sbaglio. Il piccolo pupazzo di pezza deve scegliere qual’è il suo talento: “E’ quello che devi fare quando diventi un adulto”. Maledetta Disney devi sempre rovinare tutto. Mi hai già fregato con Bambi. Crollo nel sonno più profondo canticchiando la canzone premio Oscar scritta da Brett Mckenzie. Tutto secondo i piani. Mi sveglio. Sono ufficialmente più vecchio. Qualche messaggio sul telefono. Chiamate non risposte. Dormivo. Rispondo confermando la mia brillante serata nel letto. Do uno sguardo alla mia pagina “diario”. Silenzio. Un link postato da un amica. Niente auguri. Ore 12. Compare il primo augurio. Qualcuno potrebbe sospettare qualcosa e infatti dopo pochi minuti compare il secondo. Quello che sembrava un trend si interrompe bruscamente. Di nuovo silenzio. Quindi arrivano una serie di messaggi privati. La mancanza di informazioni ha reso le persone insicure. Gli auguri arrivano compresi di captatio benevolentiae. Non sono certi del giorno, ma si buttano lo stesso. Impavidi. Ore 17. C’è un’altra infornata di auguri altri 4. Sono 5 in totale. Ore 18. Altri due. Siamo a 7. Silenzio. Nel frattempo mi sono riguardato Minority Report e tutti i suoi Extra. Ho quasi terminato la visione di “Quel pomeriggio di un giorno da cani”. Non riesco a non notare che il film si conclude senza neanche una nota di colonna sonora. I titoli di coda scorrono tra il rumore assordante degli aerei. Guardo l’orologio. Mezzanotte e 14. Il mio esperimento è concluso. 7 auguri sul wall. Ora non mi resta che confrontarlo con il numero dell’anno passato. Cerco nella mia timeline. Vedere la mia vita raccolta come post di un blog un po’ mi spaventa. Trovo facilmente il giorno del mio compleanno. E’ tra gli “highlights” di aprile 2011. 14 aprile 2011. 133 post sulla timeline. 14 aprile 2012. 7 post sulla timeline. -90%. Il mio era solo un compleanno. Ma non posso smettere di pensare a quanto un piccolo reminder possa influenzare le nostre azioni. Mi vengono in mente i suggerimenti di Amazon (che seguo più pedissequamente del mio stesso medico),  le ricerche di google, oramai personalizzate secondo i nostri gusti, le “persone che potresti conoscere” basate su non si sa quale “parentela” tra amici di amici. La serendipity del web sembra sempre meno una “casualità” e sempre più un sistema causa effetto. Domenico mi ha una volta raccontato che da tre anni un suo amico ha cambiato il giorno del suo compleanno su FB per fare uno scherzo ai suoi conoscenti. Il compleanno è stato spostato di qualche settimana. Gli auguri, come previsto sono caduti a pioggia. Spiegato l’arcano, l’amico ha di nuovo riproposto lo scherzo. Stesso giorno. Malgrado la spiegazione le persone hanno continuato a festeggiarlo il giorno che Facebook definiva come suo compleanno.  E’ tardi. Gli occhi diventano pesanti. Chiudo il computer. 31. Nel mettere a posto il mio laptop un biglietto dell’autobus scivola dalla tasca della mia borsa. Guardo la data. E’ scaduto. Bella scoperta. Ma non è quello ad attirare la mia attenzione. Il biglietto è stato timbrato alle 14:14 del 14/04/2012. Il giorno del mio compleanno, omesso nel mio profilo, compare per tre volte in un solo biglietto. Il caso. Già. Il caso.

 

Josh Harris – Una vita senza privacy

Premessa

Il primo gennaio di quest’anno ho chiuso il mio account di facebook. Era un idea che avevo da tempo. Volevo aprire un altro blog e da li raccontare la mia esperienza. Dopo poco più di una settimana ho riaperto il mio account. Neanche sette giorni. Alcuni hanno detto “pensavo avresti resistito di più”. Ma io mi ero già preparato una scappatoia, una giustificazione. Nell’ultima riga avevo lanciato un sasso.

“Un’ultima domanda. Tutto questo uscire da FB, disattivare il suo profilo, lo ha fatto solo per scrivere quest’articolo?

Probabile. Abbiamo finito? Grazie. Buon anno.”

Probabile. Inconsciamente avevo lasciato aperta una porta. Non credo sia stata una cosa voluta, si sapevo che probabilmente lo avrei riaperto. Ma non avevo ben in mente quando. Sapevo che sarei partito e che questo avrebbe comportato un allontanamento dai miei amici. Quale miglior strumento per tenersi in contatto se non FB? E poi dovevo cercare una stanza dove stare. Sapete qual’è il modo migliore per trovare qualcosa? Si, sempre lui.

Il 7 di gennaio la mia pagina era di nuovo attiva. In poco tempo ero di nuovo online, a pieno ritmo. Come andare in bicicletta anche se non ho mai creduto a questo detto. Ho dimenticato perchè lo avevo fatto. Ho dimenticato ogni sensazione che mi aveva spinto a disattivarlo. Ero di nuovo un animale sociale.

Fine Premessa

Ho appena finito di vedere un film. Netflix è approdato in Uk e da qualche giorno ne sto apprezzando l’utilizzo. Il film in questione è “We live in public” un documentario di Ondi Timoner.

La storia è quella di Josh Harris, da molti considerato “il più grande pioniere dell’epoca di internet”.

We Live In Public TRAILER from We Live in Public on Vimeo.

La sua storia è folle. Nei primi anni ’90 si trasferisce a NY dove fonda la JupiterResearch una società di analisi dati. Nel boom del “dotcom” Harris riesce a vendere la società a una cifra astronimica. Con i soldi ottenuti fonda Pseudo.com la prima webtv che la storia ricordi. E’ il 1993. Malgrado la tecnologia non fosse ancora pronta per il progetto che Josh aveva pensato, gli elementi c’erano tutti: webcasting (Livestream??) Interazione live durante i programma televisivi, e un estrema targetizzazione del prodotto (esisteva un canale per ogni gusto…youtube?). Quello che Josh aveva già capito con molti anni in anticipo era che il web sarebbe stato il nuovo media principale per la distribuzione dei contenuti, e che avrebbe avuto il grande vantaggio di poter sapere quello che il pubblico vuole con una precisione che nessun altro media potrà mai avere.

In seguito ad alcuni comportamenti ritenuti non consoni (Josh andava in giro vestito da pagliaccio agli incontri di lavoro) viene allontanato da Pseudo.com. Raccolti i soldi si getta a capofitto in un altro progetto.

Alla fine del 1999 Josh trasforma un palazzo in un enorme albergo videocontrollato. L’idea è quella di costruire un enviroment completamente connesso in cui ogni luogo è sorvegliato da una telecamera. Le persone che sceglieranno di vivere nell’hotel dovranno rinunciare a ogni forma di privacy e tutto quello che verrà girato apparterrà ineluttabilmente al suo progetto. Le persone si presentano a decine. Tutti vogliono far parte dell’evento.

“Everything is free execpt the video that we capture of you. That we own.”

All’interno della casa non esiste denaro e non esistono vestiti se non la divisa consegnata all’entrata. L’idea è molto simile a quella di un campo di concentramento, come spiega lo stesso Josh. Ogni stanza dell’albergo ha una televisione che trasmette 24h quello che succede in ogni altro luogo dell’Hotel. Quando due stanze si connettono l’una con l’altra, il sistema pensato da Josh permette ai due inquilini di comunicare direttamente (un po come succede con chatroulette). Nell’albergo è presente anche un poligono di tiro dove gli ospiti possono andare a scaricare le loro tensioni. Siamo nel 1999 e Josh Harris ha costruito il suo “personal big brother” nel centro di Manhattan. Scopo del suo esperimento, vedere come i rapporti sociali cambiano quando non esiste più alcuna privacy, quando le persone condividono tutto senza alcun limite. Le immagini dell’esperimento sono sconcertanti.

L’hotel viene chiuso il primo gennaio 2000. La polizia ha avuto una soffiata su un possibile suicidio di massa. Josh non è preoccupato, anzi è stufo dell’esperimento, in quanto ha già avuto le risposte che cerca.

Durante una vacanza Josh conosce una ragazza Tanya Corrin. I due si innamorano e insieme decidono di condividere la loro relazione con il mondo su weliveinpublic.com. L’intera abitazione di Josh è video sorvegliata. C’è una telecamera in ogni angolo, anche il più impensabile (dentro la tazza del WC).

Il rapporto si sgretola dopo qualche mese. I due vivono il loro rapporto in funzione di quello che il pubblico pensa e giudica. Dopo una litigata i due si fiondano a controllare cosa dice la community.

Tanya se ne va di casa. Josh è in banca rotta. Decide di lasciare NY e rifugiarsi in campagna. Si definisce “mentally sick” e in disperato bisogno di staccare la spina.

(in un intervista che trovate più in fondo, Josh racconta che la ragazza è stata in realtà scelta da lui 5 anni prima. Tanya era dunque parte di un esperimento da lui volutamente portato avanti. Questo nel film non è menzionato.)

Nel 2005 Josh perde sua madre a causa di un tumore. Seguendo quella che lui defisce, la sua strada di artista, Josh manda un video saluto alla madre, rifiutandosi di essere presente per l’ultimo saluto.

La depressione di Josh sembra irreversibile, ma nello stesso anno decide di tornare in sella con un nuovo progetto. Venduta la fattoria dove si era rifugiato investe il denaro in Operator 11. Una servizio che permette a chiunque di creare il proprio studio televisivo virtuale e creare il proprio programma televisivo. Il progetto sembra partire bene, ma Josh non riesce a trovare un compratore. I nuovi giovinastri della rete (tra cui il CEO di Myspace) malgrado riconoscano la visionarietà del progetto non credono possa trasformarsi in un investimento vantaggioso. Operator 11 chiude i battenti e Josh è costretto a fuggire, questa volta per soldi.

Oggi Josh vive in Etiopia lontano dal mondo connesso.

La pellicola di Ondi Timoner è straniante. Ho deciso di guardarlo per un commento su Netflix, qualcuno scriveva “If you’re a Geek, YOU WILL LOVE IT!”. Preso dall’entusiasmo di questo utente, senza troppo pensare ho premuto play. Man mano che le immagini scorrevano mi sono sentito sempre più disturbato da quello che stavo guardando. Quella che comincia come una favola della New Economy si trasforma con il passare del tempo in un incubo alla George Orwell con venature alla Philip Dick. Il decadimento fisico e psicologico di Josh è perfettamente visibile nei 90 minuti del film ed è quanto di più drammatico possiate immaginare.

Ogni “invenzione” di Josh si è avverata con il passare del tempo. Le sue visioni del futuro, follie al tempo in cui venivano presentate al pubblico, sono diventate in meno di dieci anni parte integrante della nostra realtà. L’albergo da lui creato, forse non esiste fisicamente, ma virtualmente, è presente nella vita di tutti i giorni. Facebook è il nostro albergo, la nostra stanza da cui guardare tutte le stanze di tutti gli altri inquilini.

A pochi giorni dal lancio di Facebook in borsa non posso non pensare a cosa c’è scritto nell’homepage del colosso di Zuckerberg.

“It’s free and always will be.”

Forse la frase più corretta sarebbe quella pronunciata da Josh Harris durante il suo esperimento

“Everything is free execpt the video that we capture of you. That we own.”

Qui sotto trovate una sua intervista del 2009

 

Facebook Suicida – 28 ore dopo.

Sonno.
Rumore (offuscato)
Sonno.
Ancora rumore. Questa volta più chiaro. E’ il citofono.
Richiudo gli occhi. Forse se ne vanno. Lo so, non molto responsabile.
Citofono.
Vado.

– Pronto? (la forma troppo simile al telefono mi costringe a usarlo come tale)
– Daniè?
– Non ho capito scusi…
– Danielle?
– Daniele?
– Eh.
– Eh che?
– Daniele?
– Guardi che non c’è nessun Daniele.
– Come?
– Non c’è nessun Daniele.
– Ah. Scusi.

Chiudo. Sento le risate del mio coinquilino provenire dalla stanza chiusa di sotto. Almeno credo. Forse sto diventando paranoico. Mi ridirigo verso il letto. Prima faccio una capatina in bagno “Già che ci sto…”

E’ una giornata plumbea. Almeno credo. La condensa rende impossibile guardare fuori. Non ho voglia di aprire la finestra e compromettere il calore acquisito, solo per sapere che tempo che fa.

Torno a letto. Mi sdraio. Il letto si è freddato. “Maledetto disturbatore”. Disturbatrice per essere preciso. Guardo il cellulare. E’ presto. Mi giro nel letto. Tutto inutile. Sono sveglio. Un pensiero mi ronza per la testa. Ho appena superato le 24 ore di assenza da Facebook. Forse ha ragione Fabio Chiusi non ci si può liberare di Facebook. E li che ronza nel tuo cervello. Continua a occupare la tua ram, malgrado la chiusura. Chissà cosa sarà successo.

Sicuramente qualcosa di incredibilmente interessante. Una di quelle catene di Sant’Antonio. Qualche scoperta incredibile. Un segreto rivelato. Una notizia che gli altri non vogliono pubblicare. Un video che “guardatelo prima che venga cancellato” e poi sta sempre li. Le foto di tutti i capodanni. Mio Dio. In questo caso mi sento fortunato. Ho sempre odiato il momento diapositive. Le serate organizzate per farti vedere le vacanze. Molto anni 80. Una cena organizzata espressamente per mostrarti immagini. “Qui eravamo all’aeroporto. Qui ho preso la valigia. Qui mi è caduta. Qui ho preso l’altra valigia. Qui ho preso la terza valigia. Questa è…” “no aspetta non dirmi. La quarta valigia! Già che c’eri potevi fare un video. Magari a 15 frame. Stile cinema delle origini” Il mio background DAMS spesso causa insoliti silenzi.

Oggi sembra quasi uno scherzo. Le nostre vacanze le riveliamo in tempo reale. Sarebbe come se vi invitassero a casa di qualcuno per mostrarvi la loro pagina facebook su un proiettore. Mi fermo. Magari qualcuno lo fa. Come faccio a saperlo? Beh, comunque non posso smettere di pensare che con Facebook il servizio diapositive è diventato automatico e autoimposto. Prima ti invitavano e non potevi dire di no. Ora lo fai di tua spontanea volontà.

La pioggia comincia a cadere sul tetto. Piove. Ora è il suono a darmi conferma visto che gli occhi non era riusciti a essere più precisi.

Guardo l’orologio. 9:15. Se fosse stata un’ora prima avrei potuto fantasticare sulla coincidenza del 8 e del 15. Oceanic 815. Mi mordo la lingua. Faticosamente calcolo a mente. Al classico ho cambiato 7 professori di matematica. Forse ci metto tanto a fare i calcoli perchè ogni volta ripenso a tutti i nomi dei professori. No. Credo di no. 28. La digressione sul liceo mi permette di calcolare facilmente senza errori. 28 ore. Mi alzo.

 

Facebook Suicide


“Dunque vi siete suicidati da oramai 4 giorni giusto?” “Giusto”. Appuntai sul mio taccuino la risposta, malgrado fosse una sola parola di 6 lettere. Come al solito scrivevo male, come i medici, avevo sviluppato una calligrafia del tutto incomprensibile. “Siete contenti della vostra decisione?” “Si”. Voglia di parlare saltami addosso. Come diavolo lo scrivo un articolo di 2000 caratteri. Se andiamo avanti così al massimo scrivo un’ANSA. “Quando è stato il primo momento in cui avete pensato a un gesto così estremo?” “Circa un anno fa. Eravamo al mare. Abbiamo incontrato dei nostri amici, è nata una lite furibonda. La mia ragazza ha riconosciuto una ex con cui mi sentivo. Da li ha cominciato a diventare paranoica. Mi chiedeva in continuo di lei. Abbiamo cominciato ad essere infelici. Così ho pensato che la cosa migliore da fare fosse il suicidio.” “Mi sembra giusto”. Cosa ho mangiato ieri? Tonno e capperi. Ecco perchè non riesco a deglutire. Quei capperi erano dannatamente salati. Cristo quanto vorrei un bicchiere d’acqua con ghiaccio. Giacomo, sei un cazzo di giornalista, per favore concentrazione. “Cosa si prova a suicidarsi?” Forse se mi sbrigo e faccio piano riesco a sgattaiolare in cucina. In fondo un’intervista telefonica ha i suoi vantaggi. “Beh, è strano. Voglio dire, un giorno sei li in mezzo ai tuoi amici, il giorno dopo non ci sei più. Sei solo. Solo con te stesso. All’inizio hai paura, poi ti ci abitui. E’ un po’ come tornare alle origini. Si è soli. Improvvisamente ti sembra di sentire meglio quello che succede nella tua testa fino a quel momento completamente offuscata dal rumore di fondo. Credo che suicidarsi sia come…” Veloce e indolore, ora va meglio. Che ha detto? Cazzo lo sapevo mi sono perso l’unica cosa sensata dell’intervista. E adesso che faccio? Richiedo? Ma si che mi frega. Però potrebbe incazzarsi. Io mi incazzerei. Cazzo mi chiami dopo un suicidio e neanche mi ascolti. Vaffanculo. Sono prorprio uno stronzo. Cosa ci voleva ad aspettare 5 minuti. Idiota. “Beh d’altra parte è così”. Silenzio dall’altra parte. Merda, sta a vedere che stavolta non funziona. “Ehm.” Merda. “In che senso è così…scusi non ho capito cosa intende.” Merda. Sono fottuto. Poteva funzionare alle medie un trucchetto del genere. Ma dopo 10 anni di carriera giornalistica te lo potevi proprio risparmiare. Ora sei nella merda. Non farai il pezzo. Il tuo capo ti manderà affanculo è tu sarai fottuto. Ottimo lavoro Giacomo, mi congratulo. “Ehm…Volevo dire…che…” Non pensarci neanche per un secondo. Niente finte interferenze con la bocca lo hai già fatto una volta. Non è stato un bel momento per il giornalismo, quindi evita. Piuttosto digli la verità. “Beh vede io…la penso così.” Che diavolo stai facendo? Porti avanti un punto di vista inesistente e per di più con la spocchia di chi ne sa una più del diavolo? Perfetto. “Mi scusi continuo a non capire cosa c’entra con quello che ho appena detto” Fottuto. Lo stronzo usa solo pronomi. Pezzo di merda. Lo fa apposta. Lo sa che non so nulla e non mi da nessun appiglio per rispondere. Lo odio. Oh al diavolo. “Beh ecco volevo dire, che purtroppo c’è stato un…bzzz..” “C’è stato un bzz?” “Bzz Bzz..” “Si sente bene?” “Non si sente molto bene vero?” “No intendevo: si sente bene, Lei?” “Io benissimo grazie” “Non mi stava ascoltando…” “Scusi?” “Non mi stava ascoltando. La smetta di fingere. Pensavo che voi giornalisti foste almeno bravi a fingere. Deve essere veramente l’ultimo della fila.” “Guardi che stavo ascoltando.” “Si certo. Io le parlo di un suicidio e lei pensa ai fatti suoi. Molto professionale complimenti. Beh sa che c’è l’intervista se la può anche scordare…” “No aspetti..mi serv…voglio dire, è importante…sono molto interessato io…pronto?” Stronzo. Stronzo. Stronzo. Merda. Sono fottuto. Odio quel maledetto Facebook, cosa mene frega a me se qualcuno vuole uscirne.