E se il mio smartphone scrivesse meglio di me?

Mi sono spesso scontrato nella mia vità con l’atavico problema della creatività. E’ un qualcosa di impossibile da evitare quando si cerca di scrivere. Nelle varie fasi ho sempre avuto approcci diversi. All’inizio c’era la frustrazione. Tutto era già stato scritto. Per essere originali bisognava fare qualcosa di mai pensato prima. Piano piano questa utopia si è affievolita. Leggendo, approfondendo, si scopre che non tutto quello che luccica è originale. La fotografia è stato un buon modo per lenire il mio dolore creativo. Che senso avrebbe un’arte che non fa altro che riprodurre (meccanicamente, e prima, chimicamente) il reale?

L’idea di “incorniciare” il reale era quello che mi teneva in piedi. E’ il frame quello che conta, il punto di vista che si ha su una determinata situazione, cosa, storia, persona, argomento. Quella è la tua originalità.

Con il passare del tempo, da buon ipocondriaco ho cercato altre malattie creative (oltre a quella “non farò mai niente della mia vita”). Una di queste è l’impatto della tecnologia sulla mia modalità di espressione, la scrittura. Cosa è cambiato dai tempi della penna? Cosa cambia oggi con il digitale? Come scriverei se non avessi un computer e uno smartphone sempre con me?

Ho così ripreso le mie montagne di appunti, le ho spulciate, in cerca di qualche segreto “pattern” che potesse rivelarmi il segreto della (mia) creatività. Niente da fare.

Nel farlo mi sono reso conto che non scrivevo più. Che quasi non ero più in grado di scrivere fisicamente (non che fossi mai stato troppo bravo con la calligrafia). Possibile che stessi già perdendo un qualcosa di così importante e personale come la scrittura?

Scrivo ancora su carta, qualche volta. Ad esempio quando devo studiare la struttura di un articolo, o meglio il suo svolgimento, allora uso ancora la penna, ma per il resto tutto è fatto di zero e uno.

Ma sono davvero io a scrivere? Quando digito sulla mia tastiera chi è che sta esprimendo qualcosa? Io? O la macchina? Ce la fa il pensiero a rimanere integro nel passaggio dal cervello al computer? O si perde, si modifica fino a diventare un opera meccanica?

Di questo ho già scritto in questo racconto. Ma c’è qualcos’altro di cui voglio parlare oggi.

Chi utilizza uno smartphone ogni giorno ha ben presente il sistema di correzione automatica presente sulla totalità dei dispositivi che usiamo oggi. I dizionari imparano dalla nostra scrittura. Un tempo (sto parlando dei nokia) era possibile aggiungere parole al T9 in modo da averle disponibili nel messaggio successivo (se si voleva scrivere “cazzo” si veniva subito corretti altrimenti). Oggi il software è diventato sempre più sofisticato. Non solo impara, ma per non sbagliare, salva tutto, TUTTO, quello che scriviamo sul nostro dispositivo. Questo serve a migliorare il sistema di suggerimenti (e non faccio il cospirazionista dicendo che in realtà le nostre parole hanno ben altri utilizzi, ops, l’ho fatto…) quando compiliamo un messaggio, ma non finisce qui. Accumulando migliaia di parole il sistema non è in grado solo di suggerirvi la “prossima” parola, ma anche tutte quelle successive, stando sempre nei limiti del suo sapere. Provare per credere.

Ho così provato a inserire una parola e poi lasciare al pilota automatico, la macchina, il resto del lavoro. Questo è il risultato.

Nella prima frase ho inserito solo “questo” e “che”

Questo è il mio numero che ti ho detto ma non ho mai problemi.

Qui ho inserito “Ora” e “ma”

Ora, io non ho nessun problema con la tecnologia, testi, accordi, foto, planimetrie ma non ho mai problemi di ricezione.

Qui ho inserito solo “amore” (abbastanza indicativo, dalla risposta successiva)

L’amore con te. E se morissi io?

Qui ho inserito “Vita”

La vita è un po di tempo.

Qui “tempo”

Il tempo di fare un giro di un suo riscontro.

Fino ad arrivare al “bug”, quando si insiste troppo con il pilota automatico, la macchina incosciamente sembra risponderci con un loop di “ma non lo so”.

Mangiare, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so.

E se il mio cellulare dopo aver accumulato tutto il mio sapere se ne andasse e cominciasse a pubblicare racconti per cavoli suoi? Vado a prendere un cappio, e un martello.

 

#coglioneSi #coglioneNo e la scusa del Grande Capo

Coglione si, coglione no. A parte sembrare un brutto spin off di una canzone di Elio e le storie tese, la discussione esplosa in “rete” (odio questo termine) riguardo il lavoro creativo non adeguatamente retribuito (nel migliore dei casi) o non pagato (nel migliore dei casi) ha secondo me tralasciato un altro punto importante del sistema lavoro di oggi (rimango nell’ambito “creativo”).

Sto parlando del pagamento a “tanti giorni” se non mesi, se non “tanti mesi” se non “scusi lei chi è esattamente?”. Già perchè quando si è così fortunati da essere pagati non si è neanche a metà dell’opera (anche se l’opera, di ingegno, da mo’ che è stata consegnata). Scatta a questo punto la lunga sequela di mail per avere i soldi pattuiti (il telefono è oramai uno strumento inutile in questi casi, oltre a non lasciare tracce). La cosa folle è che all’inizio ci si sente sempre un po’ in difetto. “Che rompi palle che sono… sempre a chiedere soldi” “Poi poveracci, con questa crisi, stiamo tutti messi male…”. Si aspetta dunque fiduciosi. Prima un mese. “Vabbè ma un mese di ritardo oggi è la norma…” Poi diventano 2. “Vabbè ma 60 giorni che saranno mai! E poi abbiamo un governo illegittimo da molto più tempo!”. Si arriva ai 90 giorni “Ma la Juve non stava 8 punti sotto la Roma?” 180 giorni (non so perchè ma i giorni di solito sono sempre multipli, come i bit delle console). Di volta in volta le mail passano da un “vorrei per favore sapere a che punto è il pagamento” a “Salve vi ricordate di me?” per poi “Sono sicuro che il pagamento è in corso, ma potreste darmi una data precisa?” fino a ad arrivare a cose tipo “Siete delle persone fantastiche, sono molto contento di attendere il mio pagamento, in fondo il bello è l’attesa, poi quando si ottengono i soldi finisce tutto il divertimento. Non è importante dove si va…è il viaggio. Il muoversi. Ecco finchè i soldi sono in viaggio mi sento meglio…” (NDR attenzione il redattore potrebbe aver sostituito la frase per motivi di ordine pubblico). Il mio record personale rimane quello di 210 giorni, e sono un privato. So per certo che ci sono mondi in cui questi pagamenti possono protrarsi per anni. Tutto questo perchè? Perchè una società dovrebbe avere problemi a pagare una cifra che va dalle poche centinaia di euro (il mio record) al migliaio o poco più? Come è possibile che non sia già stata dichiarata fallita? Bancarotta? Caput? E per quale motivo oscuro io, persona privata, con tasse, spese come tutti gli altri, dovrei invece essere in grado di stringere la cinghia e rinunciare al mio compenso per il bene di una società più grande di me, che sa perfettamente quali sono i rischi di “produrre”?

Ora passo alla captatio benevolentiae, sennò non lavoro più. So perfettamente che il mio problema si pone allo stesso modo sopra le mie spalle. Soggetti più grandi, che potremmo chiamare “Grandi Capi” (come il film di Von Trier) che non pagano, che a loro volta hanno altri “Grandi Capi” che non tirano fuori i soldi e così via. Ma non sarebbe dunque meglio mettere delle regole che valgono per tutti? Per chi crea, per chi produce, per chi compra. Insomma se io finisco un lavoro il giorno 1 dovrei essere pagato entro il mese. Punto. Chi produce deve quindi accordarsi per un pagamento con il suo Grande Capo entro un tempo che ritiene congruo. Idem più su. Come far rispettare queste regole? Beh un metodo già c’è, in uso nella nostra tanto amata Equitalia che prevede un sistema di “more” molto chiare. Scaduto il termine di pagamento scatta una di tassazione di giorno in giorno con una percentuale stabilita già nella prima comunicazione. Quindi o paghi nei giorni stabiliti, o paghi una penale per ogni giorno, di fatto aumentando il mio compenso (e di fatto rendendo i pagamenti nei tempi stabiliti, molto più vantaggiosi) Follia? Forse sono un #coglioneSi a pensarla in questo modo, anche se credo ci sarebbero meno campagne #coglioneNo se davvero si riuscisse a creare una maggiore equità nel lavoro.

 

La morte dell’originalità – Ci salveranno gli scienziati?

Premessa

Sono sempre stato ossessionato dall’originalità. L’idea di dover per forza scrivere qualcosa di mai visto prima. Per un periodo della mia vita è stato un chiodo fisso. Poi durante la stesura della mia tesi di laurea ho avuto un’illuminazione. Soggetto della tesi i Fratelli Marx. Per cercare ispirazione e tranquillità spesso mi nascondevo in biblioteca a leggere. Sono un lettore a targhe alterne. Ci sono momenti in cui divoro libri in pochi mesi e altri in cui non riesco neanche a guardare una copertina senza sentire un senso di ribrezzo. In quel caso stavo leggendo un libro raccolto a caso nella biblioteca. Quando devi fare una cosa tutte le altre diventano improvvisamente interessanti. Dovrebbero utilizzare questa tecnica anche a scuola. “Allora ragazzi per domani mi raccomando NON leggete da pagina 33 a pagina 42. Mi raccomando.” Potrebbe non funzionare. A 15 anni quando non c’erano compiti non mi pareva vero. Il libro in questione era “La camera chiara” di R. Barthes. Un libro sulla fotografia. Barthes era solo appassionato di fotografia e ci si rapportava da un punto di vista semiotico. Malgrado le sue mancanze tecniche è riuscito a descrivere lo spirito della fotografia come nessun altro. Finii il libro tutto d’un fiato. Uscito dalla biblioteca andai in libreria e ne comprai una copia. Non potevo non averlo. Non sapevo spiegarmelo ma quel libro aveva cambiato qualcosa nella mia coscienza. Aveva immesso un virus in circolo. Non riuscivo a vederlo ma mi sentivo diverso. I giorni passarono. La tesi andava avanti. Io continuavo a scrivere. Uscito da un colloquio con il mio relatore mi fermai un secondo nel cortile interno dell’allora sede del DAMS. Conoscevo bene quel posto. Eppure lo stavo guardando come se fosse la prima volta. C’era qualcosa che me lo rendeva diverso. Presi la mia moleskine e appuntai questa frase “Per disegnare un foglio bianco bisogna per forza tracciarne i contorni”. Riguardai quello che avevo scritto. Mi sembrava la cosa più banale che avessi mai scritto, per di più l’avevo messa in bella mostra sul primo foglio del taccuino. “Bravo Giacomo, ora tutti penseranno che sei un deficiente”. Quella scritta è rimasta li a fermentare. Per un po’ l’ho dimenticata. Aveva però alterato il mio spirito. Era parte del cambiamento che “La camera chiara” aveva cominciato. Scrivere qualcosa di originale è praticamente impossibile. Quel fuoco che si ha dentro, quando si comincia a scrivere o produrre il proprio materiale, quella ricerca spasmodica dell’inedito del mai sentito è una battaglia persa. Non è possibile. La frustrazione è il primo sentimento con cui scontrarsi. Segue la depressione. Creare qualcosa di originale è una missione impossibile. La camera chiara mi ha preso in quel momento e attraverso la metafora della fotografia mi ha fatto crescere. Uscire dalla stupida convinzione che “originale” corrispondeva a “mai visto”. Ora lo so. La fotografia è stata per me il mio mentore. Quando si fotografa qualcosa si sta riproducendo il reale. Esiste già non ha bisogno di essere fotografato. Eppure ci sono alcune foto che sono diventate opere d’arte. Il punto di vista di chi fotografa fa la differenza. Il tempo di esposizione. L’inquadratura. La velocità di scatto. L’obbiettivo utilizzato. Trovare il corrispettivo di questi elementi nel proprio campo creativo è il lavoro che bisogna fare per trovare la propria stella polare e da li, cominciare a creare davvero.

Fine premessa

A metà ottobre qualcuno scrisse su twitter “Oggi volevo andare al cinema, ho aperto la pagina della programmazione di sala e per un attimo mi sono sentito negli anni 80”. Era il 14 ottobre e per uno strano gioco del destino due film degli anni ’80 tornavano in sala lo stesso giorno, si tratta di “The Thing” e “Footloose”.

Oggi, dopo aver comprato un paio di pantaloni a soli 8 pound da Primark (gli altri che avevo sono tutt’ora zuppi di sapone e acqua…poi vi spiego), e vista la pioggia battente fuori dalle vetrate del South Shopping center, mi sono imbucato al cinema. Compro un biglietto per The Thing. Ero un fan del film di Carpenter (1982) a sua volta remake dell’originale del 1951 The thing from another world.

La pellicola regia di Matthijs van Heijningen jr. (il padre è un produttore) è tecnicamente un prequel del film di Carpenter. I fatti raccontati sono quelli che riguardano la prima spedizione norvegese in Antartide che poi verrà scoperta da Kurt Russel e compagni nella versione del 1982. Il film ripercorre passo passo il suo predecessore. E’ uno strano prequel. Alcuni elementi ci raccontano qualcosa in più su “la cosa” ma nel resto del tempo sembra una sceneggiatura ricopiata male. Stesse dinamiche, stessi personaggi (alcuni traslati), addirittura una strana somiglianza tra il personaggio spaccone di questa versione e quello interpretato da Kurt Russell. Alla fine del film (niente spoiler vi sto per raccontare la prima scena della versione 1982) il regista ci ripropone la stessa scena d’apertura già vista in Carpenter di fatto rendendo possibile un’ipotetica visione consecutiva con il suo sequel del 1982 (scusate ma il paradosso temporale crea confusione)

Per quanto riguarda la realizzazione tecnica, il film è uno splatter moderato. Carpenter senza CGI era drammaticamente più “gore”. Malgrado Van Heijninger jr. cerchi di non abusare della computer grafica e in molte scene utilizzi Props in carne e ossa (prese dal macellaio) il risultato è comunque scadente. I colpi di scena sono tutti al posto giusto e per questo scontati dall’inizio alla fine. La colonna sonora (realizzata da Marco Beltrami) non è neanche lontanamente paragonabile a quella del 1982 del maestro Ennio Morricone (ascolta). Lo stesso concetto di sound design è completamente stravolto. Il minimalismo della versione 1982 che rifletteva un senso d’ansia imperante lungo l’intera pellicola è solo a tratti riprodotto nel remake 2011. Esco dal cinema poco convinto. Non sono un fan dei remake (anche se questo è stato “travestito” da prequel) ma non riesco a resistere al fascino di riscoprire una vecchia passione. So che ne sarò deluso, ma non posso evitarlo (e qui i Freudiani potranno sparare le loro teorie).

Malgrado la mia delusione il mercato sembra andare in tutt’altra direzione. Non devo essere un audience di riferimento per Hollywood. Gli anni ’80 sono ovunque. Non solo nei titoli che ripetono il passato, ma anche nei generi che cercano di riprendere ciò che aveva funzionato. JJ.Abrams produce un ET dei nostri tempi con Super8. Todd Philips con il successo di “Una notte da Leoni” e “Parto con il folle” cerca di riportare in auge un certo tipo di commedia anni ’80: la coppia Galfianakis /Downey.Jr ricorda molto quella Steve Martin/John Candy in “Un biglietto per due”. Infine l’imminente “The Sitter”, con la star demenziale Jonah Hill (che nel frattempo ha lasciato il suo lato comico, e molti dei suoi chili, per interpretare la sua prima parte drammatica in Moneyball al fianco di Brad Pitt) sembra un remake velato di A Night On The Town (In Italia “Tutto quella notte” da non confondere con “Tutto in una notte” regia di John Landis) regia Chris Columbus più conosciuto per film come Mamma ho perso l’aereo!

D’accordo, ma se l’investimento vale la spesa niente da dire. A quanto pare non è così. Nessun remake prodotto in questi anni ha mai superato l’incasso dell’originale. Tra i peggiori “Conan il barbaro” (-71millioni di dollari), Halloween (-99m$) Omen (-181m$), per finire con il disastro Arthur (-205m$) (fonte CNBC.com). Calcolando il livello di inflazion, anche buoni risultati al botteghino si traducono in veri e propri flop. Hollywood ha quindi capito l’antifona? Neanche per sogno! Scorrendo la lista di possibili remake in programma nella prossima stagione cinematografica la cosa diventa ancora più seria: Point Break, Robocop, Total Recall, Il corvo, addirittura Corto circuito con l’indimenticabile numero 5 sarà lucidato e rimesso a nuovo per un terzo capitolo (scritto da Dan Milano autore di Robot Chicken) 15 anni dopo la sua ultima apparizione.

Che Hollywood abbia perso la sua ispirazione? Che tutte le storie siano già state raccontate? Siamo destinati a un futuro di soli sequel di sequel come immaginava una memorabile scena di Balle Spaziali?

La situazione è così preoccupante che all’MIT (il famoso centro di ricerca di Boston) l’argomento è diventato materia di studio. E’ stato infatti da poco aperto Il centro “For future story telling”. Un centro in cui sarà possibile sviluppare nuovi modi di raccontare storie. Un nuovo approccio alla narrazione che cerca di assecondare i cambiamenti (sociali ma anche tecnologici) all’interno della nostra società. Le storie diventano così più interattive e il pubblico diventa parte integrante del processo narrativo. Ci salveranno gli scienziati?

http://www.media.mit.edu/research/center-future-storytelling

 

Il lato sinistro del cervello: “The Berlusconi of the brain”

Oramai Berlusconi è lo zimbello d’Europa. Il video della Merkel e di Sarkozy ce lo ha dimostrato, se ancora avessimo qualche dubbio al riguardo.

Oggi, dovendomi studiare un po di cervello, ho trovato un piccolo “tutorial” molto interessante su come funziona il nostro cervello. Il video cerca di sfatare molti miti sul diverso ruolo del lato destro e sinistro. La divisione tra creativo e razionale. Ma non è questo il punto di questo post. Al minuto 10’10” sento qualcosa che non mi sarei mai aspettato, almeno in un video di divulgazione scientifica.

Dal titolo lo avete capito. “…mi piace chiamare la parte sinistra del cervello, la parte “Berlusconiana del cervello…”. Seguono grasse risate. Commento. Ancora grasse risate.

Qua sotto il video.