Stranger than fiction


Stranger than fiction. Più strano della finzione. La pellicola di Marc Foster (Neverland, Monster Ball) è balenata davanti ai miei occhi per caso. E’ il classico film che sai di voler vedere, ma ti sfugge continuamente, si nasconde, ti saluta salvo poi scappare via in mezzo alla folla. Ieri l’ho preso per la giacca, l’ho messo nel mio lettore dvd e l’ho fatto mio.
Sapevo poco della storia, un meta-film (come si poteva anche intuire dal titolo) incentrato sulla vita di un personaggio di un racconto che a un certo punto si rende conto di essere parte di una finzione. Meglio. Sa di essere reale, di vivere un mondo reale, ma allo stesso tempo di essere soggetto alla penna di uno scrittore.
Il film si apre proprio con una voce narrante che descrive la routine, vuota e noiosa, del protagonista. Una grafica on screen molto accattivante “misura” ogni singolo elemento della vita di Harold (questo il suo nome), un ispettore del servizio fiscale americano, tremendamente ferrato, guarda un po’, quando si tratta di numeri. Ogni istante della sua vita è scandito da sequenze numeriche pedissequamente applicate. 76 spazzolate di denti, 38 da sotto a sopra, 38 da sopra a sotto, 57 passi per isolato, per 6 isolati. Ogni giorno della settimana per 12 lunghi anni. Ma un giorno, un mercoledi, il fido orologio da polso, preciso guardiano del tempo che passa, avrebbe per sempre cambiato la vita di Harold Crick.

Cosa fareste se un giorno scopriste di essere parte di un racconto, parto della penna di uno scrittore (scrittrice in questo caso) che, peraltro, ha deciso che l’unico modo per finire il suo romanzo sia uccidervi? L’unico modo che Harold ha per cambiare il suo destino è incontrarla, spiegarle le sue ragioni e convincerla che non merita di morire. Ma da dove cominciare? Sicuro di non essere pazzo, Harold chiede aiuto al professore Jules Herbert, esperto di narrazione che, malgrado la follia della richiesta, decide di prestargli attenzione. L’unico che può aiutarlo a trovare una scrittrice, non è un poliziotto, un detective e neanche un super eroe, ma un professore di letteratura. Spulciando ogni singola virgola e inflessione della voce narrante, Jules cercherà di portarlo dal suo potenziale “assassino” prima che sia troppo tardi. In realtà il professore è più attirato dalla sfida di scoprire l’autore della finzione conoscendo solo il suo personaggio, ma con il passare del tempo non potrà che affezionarsi al suo amico di finzione.

La premessa del film è attraente. Sarà che sono fissato con tutto ciò che gioca tra reale e finzione e che sono in parte convinto che qualche volta la mia vita sia in realtà scritta da qualcuno con un pessimo senso dell’umorismo, ma questa pellicola mi piace. Ricorda in un certo senso Essere John Malckovic, senza però tutta quella dose di paranoia che il film di Spike Jonze (e, non dimentichiamo, scritto da Charlie Kaufman) racconta. Stranger than fiction è spensierato, dolce, e visivamente più pulito, anche dal punto di vista fotografico. Tutto è luminoso, simmetrico, minimalista. Le case dei personaggi sono semi vuote, arredate solo con qualche mobile sparso. Tutto è irrealmente preciso, fino a quando Harold non scopre cosa sta succedendo. Non appena realizza il suo stato, l’atmosfera cambia. Harold comincia a sbattere addosso alle persone, perde l’autobus, si lava i denti senza contare le spazzolate e nel mezzo di questa rivoluzione numerica, finalmente, trova l’amore.

Tutto secondo i piani dunque? Il più scontato dei lieto fine? Neanche per sogno. L’avventura di Harold non sarà così facile come sembra. Altro non vi posso dire altrimenti il film, invece che vederlo, finirete per leggerlo. Ma sappiate che Stranger than Fiction saprà colpire il vostro cuore di lettore e cinefilo lasciandovi piacevolmente sorpresi.

Nel cast oltre a Will Ferrell (un perfetto Harold Crick) ci sono anche Emma Thompson (la scrittrice, nonchè voce narrante) Dustin Hoffman (magistrale) e Maggie Gyllenhall (non preoccupatevi, nessuno sa pronunciarlo correttamente, probabilmente neanche suo fratello Jake).