[UPDATED È TORNATO!] Tutto finisce, soprattutto quando è gratis: chiude Box Office Mojo

Senza preavviso, e senza spiegazioni, Box Office Mojo è tornato online. Se volete potete leggere il mio sproloquio prima del ritorno online.

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È sparito così, da un minuto all’altro. Un secondo prima eri a li a vedere quanto aveva incassato First Blood (aka Rambo da noi) e un secondo dopo ti trovi proiettato sul sito di IMDB. Sperduto pensi ad un errore di battitura. Riprovi. Niente da fare. È tutto vero. Box Office Mojo, dalla fine degli anni 90 uno dei punti di riferimento, per conoscere gli incassi presenti e passati dei film di tutto il mondo ha chiuso i battenti. Rien va plus, le jeux son fait…e qui si ferma il mio francese. Morale della favola da oggi dovremmo trovare informazioni altrove. IMDB ha un sistema simile (non a caso aveva acquistato Mojo, lasciandolo però un sito indipendente) ma molto meno chiaro e soprattutto molto meno aggiornato.

Come avete potuto vedere la cosa è stata presa benissimo. Ma perchè arrabbiarsi? Perchè lamentarsi? Abbiamo mai tirato fuori una lira per quel servizio? La risposta è no. Ed è una risposta che si adatta perfettamente ad altre domande simili. Abbiamo mai pagato per Google Reader? No. E se domani chiudesse Google Maps? Gmail? O se il servizio venisse trasferito altrove? Potremmo lamentarci in qualche modo? Si, ma sarebbe solo una perdita di tempo. Ogni forma di protesta sarebbe inutile nonchè infondata. Tanto per farvi venire un po’ di ansia un giornalista del Guardian ha calcolato la vita media dei prodotti Google. Risultato? In media un servizio Google “vive” 1459 giorni (poco più di 4 anni). Questa è la free economy in cui siamo finiti, questo è il mondo in cui vivremo nei prossimi anni. Un mondo in cui tutto è a portata di mano, molto spesso gratuitamente, ma in cui tutto potrebbe sparire in un battito di ciglia.

Per chi non ci vuole credere un lumicino c’è: il destino di Box Office Mojo è ancora incerto, anche se il silenzio di Amazon (proprietario di IMDB) e il repentino cambiamento non fanno ben sperare. Nel frattempo potete ancora contemplare l’indicizzazione del sito, Google, lo ricorda ancora.

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La foto post è presa da qui.

 

L’Italia, un paese digitalmente isolato.

Ok. Guardiamo in faccia alla realtà. La fruizione dei contenuti (tv, musica, film, informazione) sta cambiando radicalmente. Più mi guardo intorno e più mi chiedo perchè diavolo da noi non esista ancora un servizio (come Cristo comanda, non palliativi) come HULU, Netflix, Pandora (Spotify è per fortuna appena arrivato in Italia, anche se c’è qualcosa che non torna nel prezzario). Voglio dire è ridicolo! In un mondo iperconnesso dove posso sapere tutto di tutti non ha senso fingere che non averli sia normale. I modi per raggirare questo sistema di esclusione digitale ci sono (non solo tunneling, anche sistemi come HOLA sono una manna dal cielo), quindi ribadisco: perchè far finta di nulla? Smettiamola. Diciamo addio aal nostro vecchio televisore, buttiamo i cd (ditemi dove che vengo), facciamola finita con il palinsesto! E’ vero, esiste l’on demand di Sky, che funziona molto bene (SKY GO) e c’è anche quello di Mediaset (che non ho provato). Ma sembrano entrambi degli esempi di retrofuturo. Un vorrei ma non posso (perchè non posso abbonarmi solo a Sky Go?). La cosa assurda è che nella rete (che non è un comune in provincia di Internet) si possono trovare tanti piccoli esempi di quel futuro che si vede altrove. C’è un solo problema: nella maggior parte dei casi non utilizzano metodi legali. Per quale motivo oscuro riesco ad avere un servizio migliore da parte di un sistema illegale e non da uno pienamente legale? Perchè non posso guardare documentari? (un mercato morto in Italia, ma non su NETFLIX UK dove la scelta è molto ampia) Perchè non posso rivedere le vecchie serie in qualsiasi momento (HULU) ma posso tranquillamente scaricarle con una semplice ricerca su google? Perchè devo aspettare mesi (anche se Sky ha tentato la via dei sottotitoli) per guardare le mie serie tv preferite? Non sono favorevole alla pirateria. Non è quello che sto dicendo. Sto solo riflettendo sul fatto che trovo ridicolo farsi fregare dalla pirateria in questo periodo storico e con la tecnologia che abbiamo. (per farvi un idea un abbonamento a Netflix in Uk costa 5,99 pound al mese, in linea con quanto poteva costare un abbonamento a megavideo e meno della metà di quanto si spende per un pay-tv).

E’ troppo chiedere una globalizzazione della fruizione dei contenuti? Perchè sono costretto a diventare un immigrato clandestino digitale?

Giacomo, hai scritto un intero post solo perchè vuoi avere Netflix, Lovefilm, Hulu e Pandora? Si. Magari funziona.

 

HFR (Higher Frame Rate) – La nascita del cinema iperrealistico.

Iperrealista. La prima parola che è balenata nella mia testa quando i primi fotogrammi di Lo Hobbit (non così pochi vista la velocità doppia rispetto al cinema fino ad oggi conosciuto) sono lentamente penetrati nella mia retina oculare. Non so cosa abbia potuto pensare il primo spettatore del cinema a quella proiezione organizzata da un paio di pazzi francesi quella sera del 28 dicembre 1895, ma credo che la parola potrebbe essere stata la stessa: iperrealista. “Oh mio Dio, una locomotiva! Fuori di qui!”. I nostri occhi sono abituati a ben altro, la reazione è più composta, quasi interamente racchiusa nei nostri occhi che strabuzzano ad ogni dose di immagini che a velocità incredibile vengono riversate nel nostro campo visivo.

Quando la prima volta sentii parlare di HFR (Higher Frame Rate) ho storto il naso (peraltro il mio setto nasale deviato rende l’espressione ancora più pronunciata). Il cinema DEVE essere più lento della realtà. Quello sfarfallio nel movimento è ciò che lo rende diverso. E’ il filtro della finzione. Appena vediamo un immagine cinematografica ci rendiamo istantaneamente conto di essere davanti a una messa in scena.

Qualche anno fa mio padre mi regalò una videocamera. La mia prima mini dv. L’entusiasmo era alle stelle. Una camera digitale. Finalmente potevamo fare cinema! Mi sbagliavo. Le immagini erano impastate, fare un fuoco selettivo (oggi si fa anche con un cellulare) era praticamente un miracolo. Tutto era a fuoco sempre (quando c’era luce) e soprattutto quei maledetti 50 frame al secondo rendevano tutto così INTERLACCIATO!

Torniamo al mio naso storto. Non la deviazione del setto. All’espressione e al suo significato di disapprovazione.

50 frame (48 per l’HFR) per me volevano dire “televisivo”. Scadente. Interlacciato. L’equivalente dei filmini delle vacanze semplicemente molto più nitidi una volta che l’alta definizione aveva invaso il mercato con telecamere sempre più piccole ed evolute. L’idea che quel tipo di immagine potesse in qualche modo arrivare al cinema mi faceva rabbrividire. Dovevo vedere. Dovevo guardare il male dritto negli occhi per poi criticarlo amaramente. L’ho fatto. E questa è la mia testimonianza.

Scorrono le prime immagini. Tralascerò ogni mio commento sul film. Non è di questo che voglio parlare e non è per questo che sono entrato al cinema. Il fantasy non è il mio genere. Odio le fenici. Non ci posso fare niente.

L’impressione di fluidità è lampante. Tutto scorre ad una velocità insensata. Tutto è nitido. Nei primi istanti ci si sente travolti dalle immagini. I primi movimenti di macchina a volo d’uccello danno le vertigini (capisco per quale motivo alcuni hanno avuto la stessa reazione). Compaiono le prime figure. L’effetto è esattamente quello che mi sarei aspettato. L’occhio percepisce la differenza nelle immagini. All’inizio mi ha ricordato quell’effetto che si ha con alcuni tipi di televisori. E’ una tecnologia digitale che “inventa” (con un software) i frame che mancano per arrivare a 50. Un film quindi prende quella strana visione “realistica” in cui il movimento è fluido e nitido. Troppo nitido. Qui però le cose sono diverse. I frame ci sono, sono 48, ma sono reali e non inventati.

Dopo pochi minuti l’occhio si abitua. E’ incredibile come siamo in grado di adattarci ai cambiamenti (come ai continui aggiornamenti del diario di Facebook). Comincio a guardare cercando di pensare il meno possibile alla tecnologia. E’ impossibile. Lo Hobbit è la sua tecnologia, come Avatar è stato il battesimo del vero 3D. L’HFR non è un orpello, un surplus all’immagine, è un nuovo tipo di immagine. Un nuovo tipo di cinema, forse un altro tipo di linguaggio che necessita di un nuovo tipo di approccio. Più volte durante le riprese di Lo Hobbit Jackson ha fatto notare come tutto andava rivisto. In HFR tutto è visibile, anche il minimo dettaglio. Costumi, trucco, effetti speciali, tutto deve essere più preciso, ineccepibile. Quando riesci a vedere i pori della pelle di un attore (e non stiamo parlando di un dettaglio, ma di un normale primo piano) non puoi permetterti di lasciare nulla al caso. L’HFR è quello che mancava al 3D e lo si nota maggiormente nei momenti più concitati. In Avatar alcuni movimenti di macchina a mano (nei combattimenti) perdevano di forza perchè impossibili da “leggere”. Con 48 frame questo problema non si pone. Tutto è leggibile (anche dal vostro stomaco) con un effetto spettacolare senza pari.

Forse ho esagerato nel paragonare l’HFR all’inizio del cinema, forse il salto non è così grande, e forse il cinema rimarrà ancorato ai suoi 24 frame al secondo, ma quanto ho visto oggi ha stravolto il mio modo di guardare le immagini. Iperrealista. Questa la parola che è balenata nella mia testa quando il primo dei 48 fotogrammi per secondo è entrato nei miei occhi. Sono curioso di conoscere la vostra.

(L’immagine del post è un quadro di Alyssa Monks)

[UPDATE] A questo LINK potete trovare il trailer del film in HFR (credo sia simulato, ma rende molto bene l’effetto).

 

Alieni nel condominio – Attack the block

Qualche tempo durante l’incontro con la stampa per la presentazione di Homeland, ero rimasto abbastanza sorpreso da alcuni commenti dei due attori protagonisti della serie. Entrambi inglesi emigrati negli USA spiegavano come l’Inghilterra non fosse in grado di produrre storie “vendibili” all’estero, ma si limitasse a girare film troppo locali.

Ma è proprio da un film “locale” (talmente locale da essere interamente ambientato in un condominio del Sud di Londra) che ho avuto la conferma che i due si stavano sbagliando. Questo è “Attack the block” probabilmente il miglior action film uscito nel 2011.

D’accordo forse ho alimentato troppe aspettative, quindi adesso abbasso un po’ il tono raccontandovi la sinossi.

Un gruppo di ragazzi assiste per caso alla caduta di un oggetto non identificato. E’ un alieno dalle piccole dimensioni. I ragazzi, non proprio dei bravi ragazzi, si lanciano al suo inseguimento e lo finiscono a suon di bastonate. Orgogliosi del loro trofeo, chiedono allo spacciatore di zona se possono nasconderlo nel suo appartamento per un po’. Siamo a capodanno e la città è invasa da fuochi di artificio di ogni sorta. Ma alcune di quelle luci non sembrano causate dai fuochi. L’invasione ha avuto inizio. Gli unici a rendersene conto sono la piccola gang di ragazzi che con l’entusiasmo e l’incoscienza tipico degli adolescenti si lancia alla caccia dell’invasore. Dopo poco si rendono conto che la cosa migliore da fare e rinchiudersi nel “block” e da li provare a difendersi. La battaglia ha inizio.

Il film vede alla regia l’esordiente Joe Cornish, meglio conosciuto per essere stato presentatore e autore del programma in onda su BBC6 The Adam and Joe Show, in coppia con il suo amico Adam Buxton.

Le sue prime esperienze dietro la macchina da presa consistono in alcuni backstage, prima nella stagione 2 di Little Britains e poi nei due film (Shaun of the Dead, Hot Fuzz) del suo amico e collaboratore Edgar Wright (produttore esecutivo di Attack the block).

Nel 2006 viene chiamato a fare la regia della pilota di Modern Toss, ma per alcune divergenze con la produzione viene cacciato.

Joe non si da per vinto e dopo aver diretto il videoclip del singolo di Charlotte Hatherley “I want you to know” nel 2011 arriva finalmente a dirigere il suo primo feature film, Attack the block.

La pellicola è un successo di pubblico e critica. Malgrado la distribuzione limitata (il film è prodotto in collaborazione con Channel4 e Canalplus) riesce a incassare più di un milione di sterline in UK e altrettanto negli USA. In america viene però osteggiato dai distributori per paura che il pubblico non possa comprendere lo slang londinese. In un Q&A durante la presentazione in USA Joe Cornish ha chiesto espressamente al pubblico se fosse riuscito a capire tutto. La risposta è stato un coro di “YES”.

Come già ci aveva abituato Edgar Wright, in Attack the Block fioccano le citazioni dei film di genere, caratterizzate dall’inconfondibile umorismo nero inglese. Ai dolci ragazzini di Spielberg (o del più recente Super 8 targato J.J. Abrams) si contrappone la gioventù dei sobborghi londinesi che quando trova un alieno caduto sulla terra, pensa che la cosa migliore da fare sia inseguirlo e finirlo a bastonate (ET è stato fortunato a non atterrare nella zona di Elephant and Castle).

Il film dimostra come la new wave inglese (che ha il suo apripista in Edgar Wright, e in televisione con Tom Green e il suo Misfits) è più viva che mai. A differenza degli Stati Uniti, questo tipo di pellicole prova come i soldi non sono un fattore determinante, anche se ci troviamo davanti a un action movie. Attack the blocks ha tutto quello che serve, un ottimo cast, una direzione impeccabile (alcuni hanno paragonato l’esordio di Cornish a quello di Neil Blomkamp per District 9 e addirittura al più blasonato Quentin Tarantino) degli effetti speciali all’altezza della situazione e dei dialoghi taglienti e mai banali.

La storia è il centro del film, una storia “locale” dal respiro globale. Perchè quando ci si trova davanti a un’invasione aliena non importa chi siamo e da dove veniamo, importa solo salvare la propria pelle.

Se vi chiedete dove sia il film. Tranquilli. In Italia non è uscito. L’unico “avvistamento” è stato durante l’ultimo Festival di Torino. Nessuna data per una release in DVD.

[UPDATE] Il film è arrivata finalmente anche da noi, dopo una breve apparizione al future film festival.

 

Jalmari Helander: il J.J. Abrams della Lapponia

Siamo nel 2003. Una casa di produzione Finlandese pubblica sul web un cortometraggio dal titolo “Rare Exports Inc.” Protagonisti tre cacciatori dall’incredibile coraggio. Tra le sperdute terre della Lapponia si lanciano in una caccia senza esclusione di colpi. Chi è la preda? Che domande. Babbo Natale.

Il corto, regia di Jalmari Helander è girato come un spot pubblicitario. Una voce suadente (stile Jack Daniels) ci racconta la storia dei cacciatori, e il motivo della loro caccia. E’ in Lapponia che vengono catturati e addestrati i Babbi Natale di tutto il mondo.

Ma perchè tutto quest’odio nei confronti del povero Babbo Natala?

“In Finlandia abbiamo questa leggenda di questo personaggio dalle lunghe corna. – racconta il regista – Viene usato per spaventare i bambini durante il Natale. Se non si comportano bene il mostro viene e ti sculaccia o qualcosa del genere. E’ l’opposto della versione americana di Santa Claus. In un certo senso volevo onorare la tradizione!”

Dopo il buon successo di pubblico la Woodpecker Film decide di produrre a stretto giro un sequel dal titolo “Rare Exports: The Official Safety Instructions”. Sono passati quasi due anni e dietro la macchina da presa siede sempre Helander. La realizzazione ricorda molto i video Dharma presenti nella serie Lost, e in un certo senso anche il marchio della Rare Export sembra nel design quello della Dharma. Per finire il talento visivo (e il gusto per la citazione) di Jalmari ricorda quello del Re-Mida J.J.Abrams.

“Il primo corto è costato 4000 dollari. Dopo il successo del secondo la casa di produzione era intenzionata a produrne un terzo, ma a questo punto mi sono detto: perchè non farne un lungometraggio? E così è stato. Mi ci sono voluti quasi 4 anni per scrivere la sceneggiatura. Che aggiunti ai tre anni precedenti, fanno quasi sette anni a pensare a Babbo Natale.”

A questo punto il regista decide di rischiare ancora di più e cerca di adattare la sua storia per un lungometraggio. A dispetto di quanto si possa pensare non ci sono stati problemi a trovare i soldi. “Malgrado la violenza del soggetto, ho trovato molte persone entusiaste. Ci è voluto davvero poco a trovare il denaro. Tra il giorno in cui ho finito di scrivere lo script e il primo di riprese è passato meno di un anno. Nessuno ha mai avuto da ridire sulla storia”.

La storia viene stravolta. Il titolo rimane lo stesso, ma questa volta con il sottotitolo: A Christmas Tale. L’intero cast torna al completo (compreso il bambino del secondo capitolo, con qualche anno di più) per sventare un piano ordito dai “cattivi” Yankee americani. Un Tycoon di una non ben definita zona degli Stati Uniti si lancia alla ricerca della tomba di Babbo Natale e la trova nella misteriosa montagna di Korvatunturi Mountain. Nascosto centinaia di metri in profondità c’è il corpo di Santa Claus.

“L’idea del film è più basata sul folklore Finlandese. Un gruppo di americani vuole recuperare il terribile Babbo Natale, perchè non sa nulla della nostra cultura e non si rende conto del pericolo. Ho pensato di cambiare completamente la storia invece che mettermi ad allungare quella già raccontata nei due corti precedenti” (Mi ricorda qualche cosa…Vietnam? Iraq? Afghanistan?)

Il film è comunque attraversato da molte citazioni tratte dai corti precedenti, appositamente “abbandonate” nella pellicola, per la gioia dei Fan di vecchia data. Il film è stato un successo planetario, ed è stata la pellicola Finlandese che ha raggiunto il maggior numero di paesi. “All’inizio è stato difficile venderlo, perchè nessuno capisce che diavolo stanno dicendo i personaggi. Per questo sono ancora più orgoglioso, se ha superato anche la barriera linguistica allora deve essere per forza un buon film!”

Naturalmente, come spiega il regista: “Molte sono le cose “Lost in translation”, incomprensibili per un pubblico non finlandese. Anche il modo stesso come le persone pronunciano le parole ha un significato, non traducibile a parole. La cosa incredibile è che dovunque lo guardassi riuscivo a trovare le stesse reazioni negli stessi punti. Naturalmente in ogni paese il risultato è stato diverso.”

Ma dopo tanto parlare, ecco un po’ di immagini tratte dal trailer.

Da tempo si vocifera di un interessamento da parte di Hollywood per un remake made in USA. “Si è vero. Potrei andare li e farlo io, c’ho anche pensato, ma poi mi sono detto, e se poi rovino tutto, e uccido lo spirito del film? La cosa mi spaventa troppo per ora. Certo potrei fare più soldi e magari lavorare al sequel che ho in mente (una Mega film catastrofico in cui tutti i babbi natale superano i confini finlandesi e portano il terrore in tutto il mondo) ma per ora preferisco non farlo. Farò un film in lingua inglese, ma voglio cercare di tenermi alla larga da Hollywood, almeno fino a che non avrò un buon progetto.

Se siete curiosi di sapere come sarà il suo prossimo film, beh, sappiate che lo descrive in questo modo: “Mamma ho perso l’aereo incontra Rambo”. Mi ha già convinto.

L’intervista al regista integrale potete trovarla qui.

 

I Taviani premiati a Berlino – Il commento di W.Shakespeare

Ho davanti a me uno dei più grandi drammaturghi e poeti di tutti i tempi. Mi accoglie nel suo salotto. Mi racconta di essere appena tornato dalla SIAE. “Un ginepraio guardi, una situazione Kafkiana.” (mi consegna un video dell’evento)

Buona sera Shakespeare, allora soddisfatto?

Beh si, non c’è che dire una grande soddisfazione…peccato che siano scaduti i diritti sulle mie opere! (ride)

I fratelli Taviani l’hanno chiamata?

(ride) pensi che quando ho risposto al telefono e mi hanno detto “Siamo i Taviani…” Io ho detto “Ma i Taviani non sono morti?” Prontamente Paolo mi ha detto “Beh allora siamo in tre a essere deceduti!” (ride) Sono stato molto contento per loro.

squilla il telefono

Mi scusi…yo è il bardo. Chi parla?

William fa una faccia come a dire “Non di nuovo..” Poi coprendo il microfono del telefono mi dice sottovoce

E’ Branagh. (di nuovo al ricevitore) No senti. Non ho nient’altro, li hai fatti tutti. Cosa? Un idea tua, per un film. Un generale viene spedito a combattere in Afghanistan…si sposa in segreto…il luogotenente..li becca insieme, lo uccide..Kenneth..kenneth frena, questo è Otello. Ah..si..certo. Lui non è Musulmano..lo fai Buddista. Certo cambia tutto. Senti mandami il trattamento. Si Stratford-upon-Avon…si ricordati UPON che sennò tornano indietro e poi dicono che non esisto. Si scusa adesso ho da fare. No. Non sto parlando dei Taviani, ti pare. Si. Ciao. (attacca) Mi scusi.

Le è piaciuto il titolo?

Beh sicuramente meglio di Romeo deve morire! (si riferisce alla pellicola Romeo Must Die, con la star delle arti marziali Jet li)

C’è un film che avrebbe voluto scrivere lei?

Twilight…l’ho amato dal primo momento. E’ Romeo e Giulietta con i vampiri! Geniale. E poi non sapevo che potessero sopravvivere al sole.

Cerco di riprendermi dalla risposta che mi ha appena dato uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi. Sono pallido. Ho i sudori freddi. Shakespeare se ne accorge.

Hey ragazzo, sembra tu abbia appena visto il fantasma di tuo padre! Che ti ha detto? Cattive notizie? (ride)

Shakespeare ride fragorosamente. Il suo riso rimbomba nelle mie orecchie come un sasso lanciato in una caverna senza fine. Mi accorgo di aver detto l’ultima frase ad alta voce

…come ha detto “Caverna senza fine…”

Ma che fa prende appunti?

Devo riprendermi. Faccio un sospiro. Forse stava solo scherzando su Twilight. Con un balzo riesco a formulare un’altra domanda

A Venezia vince Il Faust di Goethe a Berlino Shakespeare, chi vincerà gli Oscar, La locandiera di Goldoni?

(ride) Si! Come miglior sceneggiatura originale (ride) Ma il cinema è strano, ora The Artist viene osannato come qualcosa di nuovo, quando non fa altro che scimmiottare il passato. La critica fa il resto, se non sbaglio è stato anche candidato a “Best Sound” ai Bafta. Un film muto, candidato come miglior suono. Se non è questo per lei un ossimoro, io non esisto e le mie opere le ha in realtà scritte Francis Bacon! (ride)

Che poi lei un po’ ci assomiglia a Bacon…

Non so di cosa sta parlando.

 

Netflix – Una videoteca nel vostro salotto [UPDATED]

Sono oramai due settimane che sto utilizzando Netflix, il servizio di video streaming a pagamento che permette di vedere, direttamente sul proprio computer una selezione di centinaia di titoli (PS3 e Xbox sono supportati, ancora non disponibile la versione portatile, almeno in Europa). La scelta è molto varia, si possono trovare serie tv, film, documentari, stand up comedy e molto altro.

Il log in è immediato e volendo si può fare attraverso Facebook. (in questo momento in UK c’è un offerta con il primo mese gratuito).

Al momento della registrazione vi verrà chiesto qualcosa riguardo ai vostri gusti cinematografici. Ad ogni genere potrete rispondere selezionando il vostro grado di interesse. Il sistema di feedback servirà a creare una vostra “playlist” personale di suggerimenti basati sulle vostre preferenze.

La scelta

Netflix dispone di un catalogo molto vasto. Le serie televisive più importanti sono presenti (Dexter, Breaking Bad, The ITCrowd, The Office e molte altre) anche se non sempre è possibile avere accesso a tutte le stagioni. Stesso discorso per i film. Netflix non cerca di prendere il pubblico della prima visione. Seguendo il famoso principio della coda lunga, Netflix si rivolge a quel mercato che il mainstream lascia totalmente scoperto. Con l’apertura dei grandi multiplex e la consequenziale chiusura dei cinema d’essay Netflix può ridare vita ai grandi classici o farvi scoprire perle scomparse nella convulsa distribuzione cinematografica moderna. Tra le categorie più interessanti quella dei documentari (genere difficile da trovare nei media tradizionali) la più fornita tra quelle presenti nel catalogo (e, differenza dei film di finzione, molto più aggiornata).

 

Prezzo

Netflix propone un entry level davvero molto accattivante con 6 pound al mese (5.99) è possibile avere accesso illimitato a tutto il catalogo. Questo vuol dire che possiamo guardare ogni film, anche più di una volta, con il solo limite di non poter usare lo stesso account su due device contemporaneamente. (a quanto pare fino a due è ancora possibile, al terzo andrà in errore.)

Paragonato ai servizi di SKY o Mediaset Premium non sembra esserci partita, rimanendo dell’idea che non avremo modo di guardare il film in prima tv o l’ultima stagione della nostra serie preferita.

Qualità video

Netflix offre un ottima qualità visiva. Testato con una adsl a 7 megabit non ha mai dato segni di cedimento. E’ possibile vedere film in SD e HD (non tutto il catalogo). Nei momenti di lag automaticamente il player “sfoca” l’immagine adattandosi alla banda disponibile. MOlto buono il sistema di FF e REW che permette di muoversi all’interno del filmato in maniera molto semplice grazie a un sistema di thumbnail che ci mostra il fotogramma della scena.


 
Il sistema di suggerimenti

Arriviamo al punto fondamentale che secondo me vale l’intero servizio: il sistema di suggerimenti. Alla fine di ogni “proiezione” Netflix vi chiederà un voto da dare al vostro film. In alcuni casi vi verrà chiesto di specificare quanto spesso guardate un certo genere di film. Le domande (all’inizio più frequenti) diventano man mano meno assidue mentre il sistema crea, all’interno della Home, delle playlist autogenerate dei film che potrebbero soddisfare i vostri gusti.

Malgrado qualche incongruenza (alle volte dei film vengono ripetuti in diverse playlist che non corrispondono al genere) il sistema funziona alla perfezione e rende la ricerca di un film estremamente interessante.

Last but not least, se proprio non ci fidiamo dell’algoritmo creato dai ragazzi di Los Gatos (qui trovate una curiosità riguardo alla sua creazione suggeritami da Fabrizio Cariani), è possibile leggere le migliaia di recensioni degli utenti (le recensioni sono molto ben scritte a dimostrare quanto il pubblico di Netflix sia un pubblico preparato) prima di prendere la propria decisione finale.

Se proprio volete decidere è sempre presente in alto sinistra il classico “Search” per andare direttamente al contenuto desiderato.


 
Conclusioni

Netflix è un servizio rivoluzionario e permette una fruizione cinematografica incredibilmente coinvolgente. L’on demand è la feature principale, ma una delle sensazioni più piacevoli che mi ha dato è stata quella di riscoprire il fascino retrò della videoteca. Con Netflix, anche se in versione digitale, è possibile rivivere quel gusto per la scoperta che Blockbuster e simili portavano con se. Nell’epoca del palinsesto personalizzato è bello perdersi nel catalogo di Netflix e, in un certo senso, lasciare al caso (sapientemente indirizzato dal sistema di preferenze) la scelta del nostro film.

Se amate il cinema (e le serie) e riuscite a stare senza l’ultimo Harry Potter o il blockbuster di turno, allora Netflix è quello che fa per voi.

Quando arriva in Italia? Le notizie sono ancora confuse. Si parlava di fine 2011 ma, come avrete notato, ciò non è avvenuto. I più pessimisti parlano addirittura di 2013. Staremo a vedere.

UPDATE

A quanto pare dopo più di 2 anni finalmente le voci di un arrivo si stanno trasformando in qualcosa di più concreto. Stando al Corriere.it (che ha parlato direttamente con un dirigente di Los Gatos) Netflix potrebbe arrivare nella prima metà del prossimo anno. Queste le parole ufficiali “Non abbiamo ancora fatto annunci in termini di apertura a nuovi mercati. Ma non possiamo escludere l’arrivo già dalla prima metà del prossimo anno”. Staremo a vedere.

UPDATE 21 Maggio 2014

Niente. Lasciate ogni speranza voi che entrate. Netflix con questo Tweet ha annunciato l’imminente “invasione” dell’Europa. Ma dell’Italia, ancora nessuna traccia. Aprono in Lussemburgo, ma niente Italia.

 

La morte dell’originalità – Ci salveranno gli scienziati?

Premessa

Sono sempre stato ossessionato dall’originalità. L’idea di dover per forza scrivere qualcosa di mai visto prima. Per un periodo della mia vita è stato un chiodo fisso. Poi durante la stesura della mia tesi di laurea ho avuto un’illuminazione. Soggetto della tesi i Fratelli Marx. Per cercare ispirazione e tranquillità spesso mi nascondevo in biblioteca a leggere. Sono un lettore a targhe alterne. Ci sono momenti in cui divoro libri in pochi mesi e altri in cui non riesco neanche a guardare una copertina senza sentire un senso di ribrezzo. In quel caso stavo leggendo un libro raccolto a caso nella biblioteca. Quando devi fare una cosa tutte le altre diventano improvvisamente interessanti. Dovrebbero utilizzare questa tecnica anche a scuola. “Allora ragazzi per domani mi raccomando NON leggete da pagina 33 a pagina 42. Mi raccomando.” Potrebbe non funzionare. A 15 anni quando non c’erano compiti non mi pareva vero. Il libro in questione era “La camera chiara” di R. Barthes. Un libro sulla fotografia. Barthes era solo appassionato di fotografia e ci si rapportava da un punto di vista semiotico. Malgrado le sue mancanze tecniche è riuscito a descrivere lo spirito della fotografia come nessun altro. Finii il libro tutto d’un fiato. Uscito dalla biblioteca andai in libreria e ne comprai una copia. Non potevo non averlo. Non sapevo spiegarmelo ma quel libro aveva cambiato qualcosa nella mia coscienza. Aveva immesso un virus in circolo. Non riuscivo a vederlo ma mi sentivo diverso. I giorni passarono. La tesi andava avanti. Io continuavo a scrivere. Uscito da un colloquio con il mio relatore mi fermai un secondo nel cortile interno dell’allora sede del DAMS. Conoscevo bene quel posto. Eppure lo stavo guardando come se fosse la prima volta. C’era qualcosa che me lo rendeva diverso. Presi la mia moleskine e appuntai questa frase “Per disegnare un foglio bianco bisogna per forza tracciarne i contorni”. Riguardai quello che avevo scritto. Mi sembrava la cosa più banale che avessi mai scritto, per di più l’avevo messa in bella mostra sul primo foglio del taccuino. “Bravo Giacomo, ora tutti penseranno che sei un deficiente”. Quella scritta è rimasta li a fermentare. Per un po’ l’ho dimenticata. Aveva però alterato il mio spirito. Era parte del cambiamento che “La camera chiara” aveva cominciato. Scrivere qualcosa di originale è praticamente impossibile. Quel fuoco che si ha dentro, quando si comincia a scrivere o produrre il proprio materiale, quella ricerca spasmodica dell’inedito del mai sentito è una battaglia persa. Non è possibile. La frustrazione è il primo sentimento con cui scontrarsi. Segue la depressione. Creare qualcosa di originale è una missione impossibile. La camera chiara mi ha preso in quel momento e attraverso la metafora della fotografia mi ha fatto crescere. Uscire dalla stupida convinzione che “originale” corrispondeva a “mai visto”. Ora lo so. La fotografia è stata per me il mio mentore. Quando si fotografa qualcosa si sta riproducendo il reale. Esiste già non ha bisogno di essere fotografato. Eppure ci sono alcune foto che sono diventate opere d’arte. Il punto di vista di chi fotografa fa la differenza. Il tempo di esposizione. L’inquadratura. La velocità di scatto. L’obbiettivo utilizzato. Trovare il corrispettivo di questi elementi nel proprio campo creativo è il lavoro che bisogna fare per trovare la propria stella polare e da li, cominciare a creare davvero.

Fine premessa

A metà ottobre qualcuno scrisse su twitter “Oggi volevo andare al cinema, ho aperto la pagina della programmazione di sala e per un attimo mi sono sentito negli anni 80”. Era il 14 ottobre e per uno strano gioco del destino due film degli anni ’80 tornavano in sala lo stesso giorno, si tratta di “The Thing” e “Footloose”.

Oggi, dopo aver comprato un paio di pantaloni a soli 8 pound da Primark (gli altri che avevo sono tutt’ora zuppi di sapone e acqua…poi vi spiego), e vista la pioggia battente fuori dalle vetrate del South Shopping center, mi sono imbucato al cinema. Compro un biglietto per The Thing. Ero un fan del film di Carpenter (1982) a sua volta remake dell’originale del 1951 The thing from another world.

La pellicola regia di Matthijs van Heijningen jr. (il padre è un produttore) è tecnicamente un prequel del film di Carpenter. I fatti raccontati sono quelli che riguardano la prima spedizione norvegese in Antartide che poi verrà scoperta da Kurt Russel e compagni nella versione del 1982. Il film ripercorre passo passo il suo predecessore. E’ uno strano prequel. Alcuni elementi ci raccontano qualcosa in più su “la cosa” ma nel resto del tempo sembra una sceneggiatura ricopiata male. Stesse dinamiche, stessi personaggi (alcuni traslati), addirittura una strana somiglianza tra il personaggio spaccone di questa versione e quello interpretato da Kurt Russell. Alla fine del film (niente spoiler vi sto per raccontare la prima scena della versione 1982) il regista ci ripropone la stessa scena d’apertura già vista in Carpenter di fatto rendendo possibile un’ipotetica visione consecutiva con il suo sequel del 1982 (scusate ma il paradosso temporale crea confusione)

Per quanto riguarda la realizzazione tecnica, il film è uno splatter moderato. Carpenter senza CGI era drammaticamente più “gore”. Malgrado Van Heijninger jr. cerchi di non abusare della computer grafica e in molte scene utilizzi Props in carne e ossa (prese dal macellaio) il risultato è comunque scadente. I colpi di scena sono tutti al posto giusto e per questo scontati dall’inizio alla fine. La colonna sonora (realizzata da Marco Beltrami) non è neanche lontanamente paragonabile a quella del 1982 del maestro Ennio Morricone (ascolta). Lo stesso concetto di sound design è completamente stravolto. Il minimalismo della versione 1982 che rifletteva un senso d’ansia imperante lungo l’intera pellicola è solo a tratti riprodotto nel remake 2011. Esco dal cinema poco convinto. Non sono un fan dei remake (anche se questo è stato “travestito” da prequel) ma non riesco a resistere al fascino di riscoprire una vecchia passione. So che ne sarò deluso, ma non posso evitarlo (e qui i Freudiani potranno sparare le loro teorie).

Malgrado la mia delusione il mercato sembra andare in tutt’altra direzione. Non devo essere un audience di riferimento per Hollywood. Gli anni ’80 sono ovunque. Non solo nei titoli che ripetono il passato, ma anche nei generi che cercano di riprendere ciò che aveva funzionato. JJ.Abrams produce un ET dei nostri tempi con Super8. Todd Philips con il successo di “Una notte da Leoni” e “Parto con il folle” cerca di riportare in auge un certo tipo di commedia anni ’80: la coppia Galfianakis /Downey.Jr ricorda molto quella Steve Martin/John Candy in “Un biglietto per due”. Infine l’imminente “The Sitter”, con la star demenziale Jonah Hill (che nel frattempo ha lasciato il suo lato comico, e molti dei suoi chili, per interpretare la sua prima parte drammatica in Moneyball al fianco di Brad Pitt) sembra un remake velato di A Night On The Town (In Italia “Tutto quella notte” da non confondere con “Tutto in una notte” regia di John Landis) regia Chris Columbus più conosciuto per film come Mamma ho perso l’aereo!

D’accordo, ma se l’investimento vale la spesa niente da dire. A quanto pare non è così. Nessun remake prodotto in questi anni ha mai superato l’incasso dell’originale. Tra i peggiori “Conan il barbaro” (-71millioni di dollari), Halloween (-99m$) Omen (-181m$), per finire con il disastro Arthur (-205m$) (fonte CNBC.com). Calcolando il livello di inflazion, anche buoni risultati al botteghino si traducono in veri e propri flop. Hollywood ha quindi capito l’antifona? Neanche per sogno! Scorrendo la lista di possibili remake in programma nella prossima stagione cinematografica la cosa diventa ancora più seria: Point Break, Robocop, Total Recall, Il corvo, addirittura Corto circuito con l’indimenticabile numero 5 sarà lucidato e rimesso a nuovo per un terzo capitolo (scritto da Dan Milano autore di Robot Chicken) 15 anni dopo la sua ultima apparizione.

Che Hollywood abbia perso la sua ispirazione? Che tutte le storie siano già state raccontate? Siamo destinati a un futuro di soli sequel di sequel come immaginava una memorabile scena di Balle Spaziali?

La situazione è così preoccupante che all’MIT (il famoso centro di ricerca di Boston) l’argomento è diventato materia di studio. E’ stato infatti da poco aperto Il centro “For future story telling”. Un centro in cui sarà possibile sviluppare nuovi modi di raccontare storie. Un nuovo approccio alla narrazione che cerca di assecondare i cambiamenti (sociali ma anche tecnologici) all’interno della nostra società. Le storie diventano così più interattive e il pubblico diventa parte integrante del processo narrativo. Ci salveranno gli scienziati?

http://www.media.mit.edu/research/center-future-storytelling

 

Bourocracy – William Shakespeare

 

Mentre Roland Emmerich pone inquietanti dubbi sulla reale identità del più grande poeta e drammaturgo che la storia ricordi, William Shakespeare deve registrare una nuova opera teatrale. Per fare questo deve riempire solo alcuni moduli. Questione di un attimo, c’è solo un piccolo problema, un nemico invisibile che si insinua nei meandri dell’autocertificazione: la burocrazia.

 

Quentin Vs Coen – Spoke Art Exhibition – Film su tela.

Premessa

L’altro giorno ho fatto un sogno incredibile. Mi trovavo in un Bar. Accanto a me, proprio davanti ai miei occhi c’era Jeff Bridges (nei panni del drugo). Era seduto al bancone e malgrado non ci fosse un filo di sole, indossava un paio di occhiali scuri. A un certo punto qualcuno comincia a urlare all’impazzata. “EveryBody Cool This is a Robbery!” Mi giro. Tim Roth con in mano una pistola inveisce contro i clienti del locale. Accanto a lui Rosanna Arquette. “Oh Cristo sono dentro…mi trovo in Pulp Fiction! “Hey amico, Mi chiamo Jerda, e non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda.” Un tipo con i capelli ricci e il pizzetto mi sta parlando. “Aspetta un attimo io ti conosco, tu sei…” “Jules Winnifield, e non posso negare che tu mi stia già un po’ sul cazzo”. Era Samuel L. Jackson. Era propio lui. Non credo sia il caso di insistere. A quanto ricordo non è il tipo che ami essere contraddetto. Seduti nel tavolo di fronte a lui ci sono Mr Brown, Mr Blonde e Mr White. “Ma che diavolo ci fanno qua?” Mi avvicino a Mr Brown. Sto per chiedergli spiegazioni, quando qualcuno entra dalla porta. E’ George Clooney. “Siamo in Tempesta! Siamo in Tempesta!” Un poliziotto completamente bardato lo guarda ma non dice nulla. Mi sento battere sulla spalla. “Hey amico è tua la macchina li fuori?” “Quale macchina?” “Quella accanto a quel tipo con un taglio di capelli insensato armato di un’ammazza buoi”. “Oh Cristo! Vuoi dire…Javier…Bard..” “Senti non mi frega chi cazzo sia quel cazzo di fottuto bastardo, ti sto solo chiedendo se è tua quella cazzo di macchina”. “Si io credo di…voglio dire non so…ma tu…” “Sposta subito quella cazzo di macchina! Stai per entrare in una valle di lacrime amico…” “Hey Walter vuoi mettere via quella cazzo di pistola, andiamo amico…!”. Ok, mi devo svegliare. Mi devo assolutamente svegliare.

Fine Premessa

Ok. Qualche volta tendo a romanzare un po’ troppo quello che mi succede e forse quello che vi ho appena raccontato potrebbe non essere accaduto precisamente in questa forma. La storia potrebbe non essere una storia, bensì un quadro e io potrei non averlo sognato, bensì visto nel mio eterno vagare su quel social network chiamato “Faccia Libro”.

Il quadro è tratto da una exhibition avvenuta qualche tempo fa (il 7 aprile per essere precisi) a New York City, presso la La Bold Hype Gallery. Titolo della mostra, non a caso, “Quentin Vs Coen”. Alcuni tra gli artisti più talentuosi d’america si sono divertiti a rileggere l’immaginario di due (tre) tra gli autori più importanti della cinematografia made in USA: Quentin Tarantino e la coppia di registi John e Ethan Coen. Il risultato è un pastiche di film, personaggi e colori che non potrà che lasciarvi piacevolmente divertiti.

Spoke Art, il team che ha pensato e organizzato l’evento, si era già fatto notare qualche tempo fa con la mostra “Bad Dads – A tribute to Wes Anderson”. Come avrete intuito in quel caso il soggetto della rilettura artistica era Wes Anderson e la sua coltre di personaggi che ben si prestano alla riproduzione su tela. Tra i film citati Bottle Rocket, Rushmore, The Royal Tenenbaums, The Life Aquatic with Steve Zissou, The Darjeeling Limited e Fantastic Mr. Fox. 60 gli artisti esposti presso Lopo Gallery di San Francisco.

Tornando all’exhibition Quentin Vs Coen, la mostra è in questo momento itinerante per gli Stati Uniti, ma ancora non si hanno notizie per una tournèe nel vecchio continente. Se volete saperne di più su Spoke Art potete visitare il loro SITO UFFICIALE, oppure la loro PAGINA EVENTI su Facebook.

GUARDA LA GALLERY QUENTIN vs COEN

GUARDA LA GALLERY BAD DADS – A TRIBUTE TO WES ANDERSON