ciao youtube: come distruggere la rai (e un’intera memoria collettiva)

Dopo aver rifiutato i 50 milioni di Sky per essere sulla piattaforma satellitare, da domani 1 giugno la Rai sparirà anche dalla piattaforma di Mountain-view. La motivazione? Troppi pochi soldi. L’accordo precedente prevedeva infatti circa 100 euro a video (700 mila euro per 7000 video all’anno). Non abbastanza per Gubitosi che preferisce monetizzare l’eventuale (perchè tale è, eventuale) migrazione degli spettatori sulla piattaforma proprietaria Rai.

Ma snoccioliamo un po’ di dati. Cosa lascia Mamma-Rai su Youtube? Circa 50 mila video, 1.2 milioni di iscritti ai vari canali (32) e circa 1 miliardo di views (è uno dei network europei più visti, secondo solo a BBC, che però ha il vantaggio della lingua inglese). Per farsi un’idea RTVE raccoglie la miseria di 124 mila iscritti e poco più di 250 milioni di views. Stessa cosa succede in Francia e in Germania dove ARD (consorzio di tv pubbliche) ottiene 475 mila iscritti e 323 milioni di views. Dall’altra parte dell’oceano la situazione è la stessa, PBS negli USA raccoglie 417 mila iscritti e 350 milioni di views, numeri ben al di sotto della nostra tv nazionale (e ho citato solo network pubblici, in USA anche CNN ha numeri inferiori alla Rai). Già, perchè qui nasce un altro paradosso. La Rai sta facendo una mossa da tv privata, non pubblica. Non guadagno abbastanza, quindi me ne vado è un ragionamento perfettamente legittimo per una tv privata (vedi Mediaset che è uscita da Youtube anni fa) ma scricchiola pericolosamente se detta da un ente pubblico che è finanziato per larga parte da un canone, peraltro obbligatorio.

L’altra questione è la reale possibilità che 1.2 milioni di utenti iscritti su Youtube possano volersi spostare sul canale Rai.tv (non certo famoso per la sua usabilità, vedi app per android e l’utilizzo di Silverlight). Per quale motivo io utente youtube dovrei cambiare le mie abitudini? E poi, perchè considerare l’utente youtube alla stregua di uno spettatore “rubato” alla televisione? Possibile che i vertici Rai non abbiano capito che Youtube è uno dei tanti canali dove poter visualizzare contenuti. Come ha ripetuto lo stesso direttore di BBC (che al contrario sta ottimizzando la sua presenza su Youtube che risale al 2007) “Il viaggio che facciamo ogni giorno da quando ci svegliamo a quando torniamo a dormire è costituito da un passaggio continuo da uno schermo all’altro”

Ma c’è dell’altro. Come fa notare Tiziano Bonini su Pagina99, dal 2 giugno si creerà una sorta di enorme amnesia collettiva. Oltre a tutti i video caricati ufficialmente dalla rai, verranno cancellati anche tutti quelli illegittimi, fino ad ora tollerati in virtù dell’accordo con Big G. Già perchè oggi Youtube non è più solo una tv online, ma soprattutto un’enorme risorsa per blogger, giornali online, ma anche telegiornali e programmi televisivi che spesso usano i video presenti su Youtube come fonte.

Nell’anno in cui British Pathè regala al mondo intero una memoria storica inestimabile (295 milioni di iscritti e quasi 50 milioni di views in pochi mesi), la Rai prende una decisione controcorrente, un isolamento tecnologico inspiegabile, che non ha giustificazioni apparenti se non la mancanza di visione dei vertici Rai ancora troppo legati al vecchio modo di fare televisione. Ogni ora su Youtube vengono caricati circa 100 ore di nuovi contenuti, dal 2 giugno in quelle cento ore non ci sarà neanche un minuto prodotto dalla RAI.

[UPDATE]

È cominciata regolarmente l’opera di demolizione dei vari canali youtube appartenenti alla RAI. I video sono stati cancellati a scaglioni. Ad oggi degli oltre 50 mila video ne rimangono solo 7000. Dimezzate anche le views totali.

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[UPDATE] 4 giugno 2014

La Rai è ancora su Youtube anche se fortemente ridimensionata. 7100 video rimangono nel network, ma il canale principale è sceso a 40 video. L’unica anomalia è nel fatto che risultano caricati video fino a 4 ore fa, ben oltre il termine dell’accordo con Google. L’ipotesi è che Rai non sparirà definitivamente da Youtube, ma che terrà una posizione, da privato (non partner) per mantenere l’indicizzazione del nome.

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Incontro con David S. Goyer – Master Class RFF12

Prima master class del RFF12. L’ospite è uno di quelli che non ha bisogno di presentazioni, ma ho utilizzato questa frase come riempitivo, quindi ora ve lo presento. David S. Goyer. Nel suo CV troviamo luci e ombre: tra le luci il Batman di Nolan, FlashForward (di cui si è detto non responsabile per la piega presa dopo le prime puntate) tra le ombre Ghost Rider, Blade (sua anche la regia dell’ultimo episodio) il mitico Giocattoli infernali (no davvero non so di cosa sto parlando. Però è uno di quei classici film che guarderei solo per il titolo) e Nick Fury (no, non Samuel L. Jackson, David Hasselhoff, si il bagnino).

La sala è gremita. Per l’occasione verranno proiettati alcuni minuti della nuovissima serie targata BBC dal titolo Da Vinci’s Demons, di cui Goyer è il creatore (nonché Executive Producer, come è norma nel mercato UK/US). Entra Stanley Tucci. Tutti si guardano, credono di aver sbagliato sala. Stanley Tucci non ha un tatuaggio. Quindi deve essere Goyer. Elementary. Ma quello lo fanno domani (oggi NDR).

Goyer si racconta. Nella sua carriera ha fatto di tutto, film, serie tv e anche videogiochi (è sceneggiatore della serie Call of a Duty, 7 milioni di copie vendute al day one). Tra le sue ispirazioni “i fumetti sicuramente, sono un fan di Guerre Stellari (c’è un boato in sala, poi mi accorgo di essere io NDR) e un mio incontro con Lawrence Kesdan (fido co-sceneggiatore di capolavori del cinema pop di Lucas e Spielberg). Ho saltato la scuola per andare a sentire una sua conferenza (era ancora al liceo). Sono anche riuscito ad avvicinarlo per qualche minuto, prima di essere portato via dalla sicurezza (ride). In quel poco tempo però mi ha dato un consiglio fondamentale. “Se vuoi fare questo lavoro (lo sceneggiatore) devi andartene, NY o LA non importa, ma vattene da qui.”

“Così ho fatto.” Il relatore chiede quale siano i suoi riferimenti culturali. “A cosa mi ispiro? Vediamo, Guerre Stellari, C’era una volta il West, e non lo dico perché mi trovo in Italia, Bava (Planet of the Vampires, aka Terrore dallo spazio), Lawrence d’Arabia, Borges e anche Gene Wolfe (un autore di Science Fiction, da ricordare The Book of the New Sun)” “Anche Alan Moore” – aggiunge il relatore “Non mi sento così talentuoso, ma certo metto anche lui tra i miei riferimenti”.

Parte la prima clip del tanto atteso Da Vinci’s Demons. L’immagini fanno parte di un montaggio ad utilizzo interno. 4/3 audio non originale, chroma key visibili, insomma è ancora tutto da finire. “Non ci fate caso” precisa Goyer.

Come ho già detto altrove la fiction in costume non mi entusiasma. Da Vinci non cambia il mio giudizio. Per di più le immagini sono esageratamente pop (anche se Goyer ha in mente un personaggio stile Graphic Novel). Da Vinci sembra Joseph Finnes in Shakespeare in Love. Indossa una giacca di pelle, e ha il capello perfetto con tanto di Gel. La cosa non si ripete con i suoi comprimari. Probabilmente ha inventato lo shampoo. Si rientra in sala. I dirigenti della BBC si guardano nervosamente in giro. Le immagini sono in anteprima assoluta e temono una ripresa non autorizzata.

Goyer racconta del perché della scelta di Da Vinci. “E’ un super eroe del suo tempo. Ha fatto delle cose incredibili. I suoi disegni anatomici sono impressionanti. Molti dicono che dovrebbe essere ricordato più per quelli che per le altre, a volte strambe, invenzioni.” “Perché hai voluto raccontare Da Vinci nei suoi 30 anni? Non è rischioso? Sono gli anni di cui abbiamo più documenti.” Goyer prende una pausa aspettando la traduzione. “Si è vero. In realtà ci sono dei grossi buchi nella sua biografia. I 22/23 ad esempio, anche intorno ai 28. E’ in quelle insenature oscure che mi sono messo a lavorare. Quando è morto delle oltre 30’000 pagine che componevano i suoi scritti, quasi 7000 sono scomparse nel nulla. Cosa si nascondeva in quelle pagine?” “Internet!” urla il relatore come se avesse detto un “Eureka!”. Goyer lo guarda sorpreso “Si è provabile” Ride. “Per Da Vinci è una sorta di Indiana Jones, un Borges, uno Sherlock…anche un po’ Tony Stark!” A questo punto il giacchetto di pelle prende tutt’altro senso.

“Ci puoi dire qualcosa riguardo i viaggi nel tempo? E’ una voce che è circolata intorno al tuo progetto”

“No, non ci sono viaggi nel tempo nel vero senso del termine. Come posso dire. Nel video che avete visto appare un personaggio che sarà ricorrente, si chiama il Turco. In quei pochi fotogrammi dice una frase molto importante: la storia è una bugia. Può essere riscritta, manipolata. Il tempo è per me come un fiume, con una sua circolarità. Si ripete. Non è proprio come un viaggio nel tempo, ma è un sistema fluido. Quello che posso dirvi è che questa circolarità c’è in Da Vinci. Se mai si arriverà alla stagione 6, sappiate che la scena finale è perfettamente incastonata nel primo episodio. La circolarità è fondamentale.”

Goyer vuole aggiungere ancora alcuni particolari sul tipo di trattamento del personaggio di Da Vinci “Come vi ho detto è Da Vinci è un super eroe. Quello che ho voluto fare è mantenere un tono da Graphic Novel. Questo non vuol dire che non ci saranno personaggi realmente esistiti e riferimenti storici. Ho cercato di mischiare moderno e antico, avrei potuto essere più “classico” ma non era quello che volevo raccontare. Nel video che avete visto mancano molti effetti speciali. Ce ne saranno a bizzeffe nella versione finale.”

Il relatore non si trattiene. C’è in effetti un punto oscuro nella produzione di questa serie. Come si fa a girare una serie così italiana sul suolo inglese?

“E’ una questione di soldi, vorrei davvero poter girare in Italia, sarebbe un sogno, ma per ora non è possibile. E’ una produzione USA e UK (Startz, la stessa di Boss, e BBC), quindi per ora utilizziamo le loro risorse e il loro studios. Volevo infine aggiungere che ci saranno molti altri personaggi, supporting roles, nella serie. Pensate che uno di questi personaggi lo abbiamo letteralmente salvato da morte certa. Era già tutto scritto. Ma la performance dell’attore ci ha fatto cambiare idea. Qualche volta non puoi uccidere un tuo personaggio”. Ripenso a tutti i personaggi che avrei potuto uccidere, dopo tutto mi sono auto-dichiarato assassino. Comincerei senza dubbio con Catherine Chandler della versione 2012 (già ci avevano provato negli anni ’80) di The Beauty and the Beast. Poi vi dico.

 

Ripper Street – Sulle tracce di Jack lo squartatore

Non sono un fan del film in costume, tanto meno della serie televisiva in questa veste. A contraddire il mio gusto in questione ci pensa il palinsesto in arrivo il prossimo anno. Downtown Abbey è la serie più premiata dalla critica (lo dice anche il Guinnes dei primati, quindi sarà vero), Goyer rilegge la vita di Da Vinci a suo modo (opinabile la pettinatura e la giacchetta di pelle alla Fonzie, ma aspettiamo aprile) e la BBC aggiunge al suo palinsesto un altro investigatore questa volta sulle tracce del feroce Jack The Ripper con Ripper Street.

Ci troviamo nella Londra di fine ‘800 (1889) poco dopo l’ondata di omicidi del misterioso Jack lo squartatore. La metropolitana è ancora in costruzione e le carrozze invadono numerose le strade del centro. Edmund Reid (interpretato da Matthew Macfadyen, Robin Hood, Frost Nixon) è un detective presso la così chiamata H-Division, il dipartimento di polizia incaricato di controllare la poco raccomandabile zona di Whitechapel. Il difficile compito di Reid è quello di restituire tranquillità alla popolazione dopo un periodo particolarmente tumultuoso. Oltre al crimine a mettere i bastoni tra le ruote al detective c’è la carta stampata, assettata di nuovo sangue, per riempire le prime pagine. Accanto a Reid il fido sergente Bennet Drake (Jerome Lynn, già visto in Trono di Spade) che, a giudicare da questa prima puntata, sa menare le mani come pochi altri. Terzo incomodo tra i due, Jackson, un ex medico dell’esercito americano finito a Londra per qualche motivo non ancora spiegato. Malgrado il suo stile di vita poco nobile (vive in un bordello) ha la fiducia di Reid (ma non quella di Drake). Il suo aiuto è fondamentale per le indagini del giovane detective ma sembra avere un suo progetto parallelo. (di più non dico).

L’impressione iniziale è quella di trovarsi di fronte l’ennesimo rebirth di Sherlock Holmes (oltre a quello BBC e CBS siamo in attesa del terzo capitolo di Guy Ritchie) ma malgrado la somiglianza nei rapporti (un detective e un medico, proprio come Watson) non sembrano esserci gli estremi per una citazione in giudizio. Reid è esperto di chimica (come Sherlock) ma ha un carattere diverso, meno ironico, non troppo witty e decisamente meno ostentato del personaggio nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle.

Il ritmo è buono accompagnato da un ottima colonna sonora. Le location sono molto dettagliate (su imdb si parla di Dublino) e i 60 minuti che costituiscono il primo episodio (l’unico proiettato qui al rff12) sembrano promettere bene. Per i cinefili, nel primo episodio il centro delle indagini sarà un misterioso strumento in grado di registrare immagini in movimento, 5 anni prima dei Lumière. Non mi addentrerò nella polemica del primo film, troppo lunga per questo post, vi basterà sapere che Reid e compagni si troveranno davanti al primo Snuff Movie della storia.

 

Life’s too short – Chi è il vero Gervais?

Premessa

Come sarebbe la mia meta-vita? Come sarebbe la mia vita sotto forma di racconto. Possibilmente girato sotto forma di documentario. Si. Mi piace il documentario. Con quegli aggiustamenti di zoom continui. Il fuoco che ogni tanto si perde. Le focali lunghe. L’inquadratura perennemente instabile. Io nel mezzo del quadro parlo di me stesso. Tautologicamente indico quello che c’è intorno a me. “Vedete questa è la mia stanza, qui è dove dormo. E’ un letto vedete, queste sono le coperte e questo è un piumone. Lo uso quando fa freddo.” Nei documentari c’è sempre qualcuno che spiega quello che stiamo vedendo. Come fosse un servizio aggiuntivo per non vedenti. Io non posso essere da meno. Quindi continuo il mio sproloquio. “Questa è la mia collezione di dvd. Li ho presi la maggior parte alle bancarelle. Sapete 3 euro al pezzo. Ma se sei bravo riesci a portatene a casa 4 per 12 euro.” Guardo in macchina. “Ehm. Si…la maggior parte sono serie tv. Cofanetti. Vedete Extras, The office, Peep Show…poi abbiamo, Spaced…insomma un sacco di roba.” Un Jump cut interrompe la mia lista. Nella versione non editata avevo continuato per circa 43 minuti. Il regista ha pensato bene di tagliare. Io avrei lasciato, solo qualche altro titolo. “Questo è il salone. E’ molto grande. La televisione. Non l’ho comprata io. Io non guardo la televisione. Cosa? Quella? E’ una playstation…No…No…non è mia.” Rido. Sguardo in macchina. “Io non gioco con quella roba…” Stacco. Immagini di repertorio. Io a 11 anni. Sono in sala giochi. Inserisco una moneta mentre un altro ragazzino sta giocando a Street Fighter 2. Una voce annuncia l’entrata di un altro giocatore. Il ragazzino neanche mi guarda. Io timidamente prendo la mia postazione. Il ragazzino occupa tre quarti del posto. Non mi lamento. In fondo c’era prima lui. Certo non poter premere il pulsante “calcio potente” potrebbe essere un handicap. Perdo in 26”34 nuovo record della sala giochi. Mi venne anche consegnata una targa. Stacco “…quasi mai. Si quello è un cabinato.” La camera mi segue per strada. “Questo è il mio quartiere. Il villaggio Olimpico. Da piccolo lo odiavo. Ora lo trovo un bel posto. E’ una sorta di grande paese. Qui ci conosciamo tutti. Hey guarda chi c’è…” Saluto un ragazzo sulla trentina che mi passa vicino. Lui mi guarda si ferma. Poi fa un gesto come a dire “ma che cazzo vuoi”. “Tutto a posto…? Come sta Marco?” “Ma stai a parlà con me…?” Guardo in macchina. “Ah…aha…è sempre stato un attore nato.” Tossisco. Mi guardo intorno. La camera indugia zoomando sul mio viso. Non so più dove guardare. Tossisco di nuovo. Indico fuori campo. Quindi mi incammino verso la direzione da me indicata. Cut.

Fine premessa.

Ricky Gervais torna in tv con uno show tutto nuovo. Dopo i successi di The Office (8 stagioni in USA), Extras, l’esordio a Hollywood (Ghost Town), svariate guest appearance tra tv e cinema (Notte al museo, Curb your enthusiasm), due Hosting ai Golden Globe (L’ultimo memorabile, vi consiglio di dare un’occhiata) e un’incarnazione animata accanto al fido Stephen Merchant (The Ricky Gervais Show), Ricky torna alle origini, con quello che sa fare meglio: Il mockumentary. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui, durante la produzione di Extras Gervais cercava ostinatamente di arrivare a trovare il contatto di Leonardo di Caprio per averlo nella sua serie. Inutili i tentativi, Di Caprio non partecipò mai ad Extras.

Gervais alla ricerca di Leo

Oggi Gervais è uno dei comici più famosi e ricercati. Tutti vogliono lavorare con lui malgrado le sue uscite a dir poco antipatiche nei confronti dell’establishment di Hollywood. Nella nuova serie, targata sempre BBC (co-prodotta da HBO) dal titolo “Life’s too short”, non seguiamo direttamente le gesta di Gervais. Protagonista è in realtà l’attore Warrick Davis. Il nome forse non vi dirà nulla, ma la sua foto non potrà che far vibrare i vostri cuori (ok, forse sto esagerando, cmq è quello sopra. Non Gervais, non Merchant, si, insomma…quello più in basso). Warrick Davis è meglio conosciuto per essere stato un Ewok nel secondo capitolo di Guerre Stellari “Il Ritorno dello Jedi” e protagonista del poco fortunato (al botteghino) Willow (di Ron Howard). Se ancora non vi sovviene ha anche preso parte alla saga di Harry Potter.

Warrick è un attore nano che gestisce un agenzia per attori nani. Nani travestiti da Stevie Wonder, nani cantanti, nani con i capelli lunghi, insomma nani di ogni tipo, come ci tiene a specificare. Tra i suoi amici George Lucas, Ron Howard e molte altre star di Hollywood le cui foto addobbano il suo ufficio. Il periodo non è però dei più felici. Il lavoro stenta a decollare e perdipiù sua moglie gli ha chiesto il divorzio. Così Warrick cerca conforto nei suoi vecchi amici Ricky Gervais e Stephen Merchant. Non appena entra nel loro ufficio ci rendiamo conto che è solo Warrick a ritenersi loro amico. Ricky e Stephen si chiedono perchè diavolo continua a venire nel loro ufficio “Credevo di aver messo il citofono abbastanza in alto per tenerti lontano, ma continui a tornare” Warrick ride. Ma non era una battuta. Un secondo di imbarazzo. Gervais fa notare a Warrick che non c’è molto lavoro nel senso “che si ci sarebbe, ma vedi non per…si insomma nani…” Warrick sta per andarsene. Suona il citofono. Entra Liam Neeson. In carne e ossa. Stava cercando Gervais. “Voglio fare un po di comedy” I tre lo guardano attonito. “Film comici” “No, no stand up comedy. Improvvisazione, live show.” Silenzio. Ricky guarda in macchina. “Capisco”. Liam tira fuori una lista con tutte le cose che vuole fare. “Ho scritto una lista. Scrivo sempre liste. E’ per questo che Spielberg mi ha preso a fare Schindler’s list. Io gli ho detto Steven, io scrivo liste in continuo. E lui. Sei proprio quello che stavo cercando.” I tre ridono. Poi Liam gli chiede “Che diavolo c’è da ridere. E’ esattamente quello che è successo…”

Mi fermo con la versione testuale della serie altrimenti mi becco una denuncia per violazione di copyright. La serie Life’s too short è fenomenale. Oramai Gervais e Merchant sono riusciti nell’intento di creare una realtà parallela in cui non devono far altro che essere se stessi. Alla loro porta si alternano star del cinema internazionale del calibro di Liam Neeson, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Steve Carrell (l’alter ego americano di Gervais in The Office), Sting e molti altri. L’effetto comico è assicurato nel classico stile “imbarazzante” a cui la coppia Merchant e Gervais ci ha abituato. Lo stile documentario ci confonde raccontandoci un mondo in cui il Gervais reale e quello finzionale sono oramai indistinguibili. Se poi avete un account Twitter la cosa diventa ancora più folle. Con @rickygervais che si scambia battute al fulmicotone con il suo “amico” @WarwickADavis. Leggi e ti chiedi: stanno scherzando davvero? O fa parte della serie? Una sorta di meta-marketing virale di ultima generazione? Inutile chiederselo.

Qui sotto la clip con Liam Neeson stand-up comedian.

Life’s too short è andato in onda su BBC2 il 10 novembre 2011.

 

Inside Roma Fiction Fest – Anteprima Episodes

Quest’oggi verrà proiettata l’anteprima della serie BBC/Showtime Episodes. Lo show è già andato in onda per intero sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Una seconda stagione è già in produzione visto il buon successo dei primi 8 episodi.

Dopo le innumerevoli Master Class passate a parlare di televisione, adattamenti e co-produzioni non poteva mancare all’appello una serie come Episodes. In un certo senso lo show che più di ogni altro racchiude le tematiche che hanno attraversato questa quinta edizione del Roma Fiction Fest.

Non è un caso che durante la Master Class “Adaptation”, Ashley Pharoah a domanda “Ha visto Episodes? Quanto c’è di vero in quella serie?” abbia risposto candidamente “Quella non è una serie, è un documentario!”

La storia è semplice: due autori inglesi dopo l’ennesima vittoria ai Bafta, vengono avvicinati da un importante produttore americano che vuole acquistare la serie. Per acquistare intende “adattare” per il pubblico americano. I due autori vengono ingaggiati per seguire il lavoro in USA. L’entusiasmo iniziale della coppia (i due sono anche marito e moglie) di sceneggiatori cala con il passare dei giorni e con l’aumentare dei cambiamenti che i due sono costretti a inserire nello script originale.

Protagonista della serie Matt Leblanc (la star di Friends) nella parte di se stesso, davvero esilarante. Se siete dalle parti dell’auditorium vale la pena passare.

Se volete saperne di più, avevo già scritto una recensione uscita su Film.it (clicca qui per la recensione)

Qui sotto la scheda dell’evento

Anteprima Internazionale Ore 18,00 Sala Petrassi.

“EPISODES”

(Hat Trick / Crane Klarik / BBC Two / Showtime)

Creatori: David Crane e Jeffrey Klarik (David Crane è il creatore di Friends)

Regno Unito/USA 2011, 2×28’

TRAILER

 

Inside Roma Fiction Fest – “Missing” – Master Class

Quarto giorno di festival. Cominciano a presentarsi i primi segni di cedimento psicofisico. Vibrazione perenne all’occhio destro. Dolori muscolari persistenti e un insensato desiderio di rivedere stagione 2 di “Un medico in famiglia”. “Giacomo ti senti bene…?” La voce del mio amico mi arriva come se stessi indossando un casco da astronauta. “Si mi sento bene, ho solo bisogno di una puntata di “Sangue Caldo”…” Per fortuna il mio amico mi ferma in tempo, colpendomi con un mucchio di programmi del fiction fest. Rinsavito, prendo il mio destriero e mi dirigo verso la master class in sala Sinopoli.

Arrivo tardi. Ma oramai non ci fa più caso nessuno.

La master class di oggi si occupa della serie Missing prodotta da Gina Matthews e Grant Scharbo, entrambi presenti in sala. Argomento di discussione il modello di business adottato dalla coppia (anche nella vita) di produttori. Quando i due si sono presentati dall’ABC hanno proposto di allargare il mercato seriale all’estero. In che modo? Co-producendo la serie in vari paesi diversi. Per fare questo c’è stato bisogno di una forte base narrativa e di un ottimo piano di produzione. La serie racconta le vicende di una madre sulle tracce di suo figlio scomparso. La storia è semplice, ma terribilmente funzionale al business plan pensato dai due executive.

Il sistema prevede un plot di massima prestabilito, ma in grado di adattarsi ai bisogni produttivi. Ci spiega meglio Gina: ‘A un certo punto ci siamo trovati a dover decidere se girare o no a Dubrovnik. Volevamo fortemente quella location, ma per poterla utilizzare dovevamo cambiare il piano di produzione. Così abbiamo cominciato le riprese con l’episodio 4. Il season finale è invece stato girato a Istambul. Non era stato previsto, quando eravamo ancora in fase di scrittura, molte delle ambientazioni sono state scelte in corso d’opera’

Il cast della serie è internazionale. Anche in questo caso le necessità sono duplici, da una parte essere fedeli al plot dall’altra massimizzare la visibilità nel paese in cui si va a girare. Per ogni nazione sono stati scelti attori rappresentativi o conosciuti in loco. In questo modo si pensa di attirare il pubblico autoctono.

‘Quello che volevamo fare era portare le bellezze dell’Europa nei salotti statunitensi. In Europa, ogni luogo è speciale.’

‘La parte più difficile è stato coordinare il lavoro all’estero con quello in studio. Grazie agli effetti speciali potevamo girare alcune scene senza muoverci da Los Angeles, ma nel frattempo doveva essere in Europa per scegliere nuove location e prendere contatti con i tecnici. Lavorare con troupe straniere è molto difficile. In Turchia ad esempio ci siamo trovati in grosse difficoltà anche per i limiti che la lingua imponeva.’

Vi è convenuto lavorare in Europa?

Risponde Gina ‘Si, è vero qualche volta lavorare all’estero conviene anche economicamente (qualcuno fa notare come anche in Italia si preferisca girare in Argentina per risparmiare), ma quello che volevamo noi era l’ambientazione reale. Non stavamo cercando dei surrogati di luoghi che potevamo trovare anche in USA. Roma è Roma, Parigi è Parigi, è insostituibile e il suo fascino irriproducibile. Potevamo girare in Lousiana e avremmo avuto degli sgravi fino al 35 percento. Ma la Louisiana non è la Francia!’

Come avete presentato il progetto a ABC?

‘Ci siamo presentati con il progetto intero. Non volevamo produrre una pilota di una singola puntata. Non aveva senso andare in Europa per tornare con 40 minuti di materiale. Quindi abbiamo preso il rischio e abbiamo portato un progetto per 10 puntate e Abc ha detto si! Il progetto funzionava già su carta, certe volte se si riesce a essere chiari nelle proprie idee non c’è bisogno di girare una pilota. Sicuramente la serie di “genere” ha un vantaggio sulle altre poichè non devo spiegare proprio tutto. Il genere è facilmente comprensibile, esiste già, se la storia ti piace il gioco è fatto.’

La Matthews e Scharbo spiegano come sia un momento particolare per i grandi network. La cable tv (HBO, Showtime) ha fatto passi da gigante, guadagnandosi visibilità e pubblico. Il cavo non ha bisogno di piacere a tutti, può essere “edgy”, può spingersi là dove i grandi network non possono arrivare. Se vuoi stare al passo con loro devi fare rumore. Naturalmente non si può chiedere a una major di produrre qualcosa come Breaking Bad. Allora che fare? L’ABC ha cercato, producendo Missing, di creare un genere ibrido, in cui si immettono argomenti “rischiosi” senza abbandonare però il grande pubblico.

A questo punto Gina involotariamente lancia uno scoop nella sala Sinopoli. A quanto pare due serie Italiane da loro visionate sono state selezionate per un possibile adattamento made in USA. La prima è Squadra Antimafia (Tao2) e l’altra è Tutti Pazzi per amore. Brusio tra il pubblico. Il relatore strabuzza gli occhi e chiede conferma. A quanto pare il contatto c’è stato. Poi Gina ridimensiona la notizia: ‘Abbiamo avuto un contatto per un possibile adattamento. Abbiamo passato il soggetto ai nostri sceneggiatori che ci stanno lavorando. A quel punto con il soggetto in mano andremo dai network per vedere se sono interessati.’ La strada è dunque ancora lunga.

Si torna a parlare di Missing. Quanto incide l’audience europeo sul successo del progetto?

I due premettono che il budget della serie è comunque nella norma. In media con le altre produzioni USA. ‘Certo il mercato europeo può essere un fattore, ma non sappiamo quanto l’ABC abbia calcolato di guadagnare fuori dal confine americano.’

Viene chiesto se la serie avrà un lancio globale, come è già accaduto per alcuni serial USA (The Listener, e il più recente Terra Nova). ‘Probabilmente no, ma non sono sicura’ I due danno risposte discordanti per poi alla fine ammettere di non saperne nulla. (la serie conclude le riprese settimana prossima)

A sorpresa arriva sul palco Adriano Giannini, uno degli attori Italiani impegnati in questa co-produzione europea. In jeans e camicia un po’ sgualcito si presenta al pubblico. Descrive come è stato lavorare in una grande produzione come quella di Missing: ‘Sono molto contento, ho lavorato con dei grandi professionisti’.

Segue un divertente siparietto in cui Giannini racconta qualcosa riguardo il suo personaggio sotto gli occhi inquisitori dei due executive. La trama della serie è top secret (si tratta di un thriller…) è Giannini imbarazzato si muove a tentoni: ‘Si può dire che sta cercando il figlio?’ Risate dal pubblico. Risate dai producer. ‘Qualche domanda per Giannini?’. Segue un silenzio tombale. Al quarto giorno di Master Class il pubblico comincia a perdere colpi e la stanchezza colpisce un po’ tutti. Mi vibra l’occhio, ho un dolore persistente alle gambe e un insensato desiderio di guardare la stagione due di “Un medico in famiglia”. Forse è meglio che vado a dormire.


PS. prima di crollare sono riuscito a vedere Case Histories, adattamento per la tv del romanzo omonimo di Kate Atkinson. Protagonista della serie il detective Jackson Brodie. La sceneggiatura per la tv è di Ashley Pharoah (Life on Mars). Vale la pena dargli un’occhiata.


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