[UPDATED È TORNATO!] Tutto finisce, soprattutto quando è gratis: chiude Box Office Mojo

Senza preavviso, e senza spiegazioni, Box Office Mojo è tornato online. Se volete potete leggere il mio sproloquio prima del ritorno online.

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È sparito così, da un minuto all’altro. Un secondo prima eri a li a vedere quanto aveva incassato First Blood (aka Rambo da noi) e un secondo dopo ti trovi proiettato sul sito di IMDB. Sperduto pensi ad un errore di battitura. Riprovi. Niente da fare. È tutto vero. Box Office Mojo, dalla fine degli anni 90 uno dei punti di riferimento, per conoscere gli incassi presenti e passati dei film di tutto il mondo ha chiuso i battenti. Rien va plus, le jeux son fait…e qui si ferma il mio francese. Morale della favola da oggi dovremmo trovare informazioni altrove. IMDB ha un sistema simile (non a caso aveva acquistato Mojo, lasciandolo però un sito indipendente) ma molto meno chiaro e soprattutto molto meno aggiornato.

Come avete potuto vedere la cosa è stata presa benissimo. Ma perchè arrabbiarsi? Perchè lamentarsi? Abbiamo mai tirato fuori una lira per quel servizio? La risposta è no. Ed è una risposta che si adatta perfettamente ad altre domande simili. Abbiamo mai pagato per Google Reader? No. E se domani chiudesse Google Maps? Gmail? O se il servizio venisse trasferito altrove? Potremmo lamentarci in qualche modo? Si, ma sarebbe solo una perdita di tempo. Ogni forma di protesta sarebbe inutile nonchè infondata. Tanto per farvi venire un po’ di ansia un giornalista del Guardian ha calcolato la vita media dei prodotti Google. Risultato? In media un servizio Google “vive” 1459 giorni (poco più di 4 anni). Questa è la free economy in cui siamo finiti, questo è il mondo in cui vivremo nei prossimi anni. Un mondo in cui tutto è a portata di mano, molto spesso gratuitamente, ma in cui tutto potrebbe sparire in un battito di ciglia.

Per chi non ci vuole credere un lumicino c’è: il destino di Box Office Mojo è ancora incerto, anche se il silenzio di Amazon (proprietario di IMDB) e il repentino cambiamento non fanno ben sperare. Nel frattempo potete ancora contemplare l’indicizzazione del sito, Google, lo ricorda ancora.

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La foto post è presa da qui.

 

Come si decide il prezzo di un oggetto digitale?

Qualche settimana fa ho accolto con grande giubilio (lo so mi basta poco) l’uscita in Italia di Spotify. L’entusiasmo si è però ampiamente ridimensionato quando per caso vengo a scoprire che l’abbonamento premium da noi costa ben 3 euro di più che in Portogallo. Ma non è finita qui. Con qualche altra ricerca scopro che in Polonia il risparmio è addirittura di 5 euro! Il 50% in meno. E’ vero potrebbero esserci delle differenze nella library musicale, ma non credo che in Polonia siano disponibili la metà delle 15 milioni di tracce disponibili (non ho ancora trovato notizie certe) solitamente su Spotify. Passi (ma ci torno) il discorso sulla Polonia, non ancora entrata nella comunità europea (ha pure rifiutato l’euro), ma per il Portogallo è tutto molto più oscuro. Il Portogallo fa infatti parte dell’EU. E’ tra i fortunati PIGS d’Europa (si, ci siamo anche noi). E’ in crisi, come noi. Quindi perchè quel prezzo? Pubblicata la mia terribile scoperta su Fb qualcuno mi risponde: “Forse hanno una IVA differente”. Forse. Immediatamente controllo. La risposta è “NO”. Neanche per niente. Anzi. L’IVA in Portogallo è più alta, 23%. Altri mi fanno notare come in fondo 9 euro per ascoltare tutta la musica che voglio non sono tanti. E’ vero. Sono d’accordo. Ma il mio pensiero è già volato oltre il mero risparmio. Quello che mi rimbalza in testa è un altro interrogativo. Come si decide il prezzo di un oggetto digitale? Oggi il digital delivery sta diventando la norma (Steam, PSN, Itunes). L’oggetto venduto non è fisico, è un simulacro di qualcos’altro, un cd, un dvd, un software. In ogni luogo può essere venduto allo stesso modo senza alcuna differenza, senza alcun segno di usura, senza alcun costo di trasporto. Quali sono allora i fattori che potrebbero causare una differenza di prezzo? Vediamo: 1) tasse. La prima che mi viene in mente. Ogni paese tassa in modo differente il materiale digitale. E qui ritorna la questione IVA, che sui device digitali è del 21 percento. La stessa percentuale si applica stranamente anche agli E-book ancora considerati alla stregua di un dvd o di un lettore mp3 (solitamente l’iva dei libri cartacei è del 4% ). Per ovviare a questo problema quasi tutti i rivenditori digitali hanno intrapreso una forte riduzione dei prezzi (su amazon si possono risparmiare fino a 10 euro sul prezzo di copertina cartaceo). In questo caso il prezzo viene abbassato aggressivamente per invogliare il compratore a usare questa nuova tecnologia e per ovviare a un problema legislativo ancora in sospeso. 2) Ipotesi 2 (e qui cito Luca Conti, che ha preso parte alla discussione su FB) entrano in gioco gli accordi con le major, che vengono fatti paese per paese, da qui il lancio differito in diversi paesi, un po’ alla volta. Magari la SIAE chiede in proporzione di più della SIAE portoghese. 3) Differenti economie, differenti prezzi. E qui arriviamo al punto focale del discorso. I prezzi cambiano a seconda della disponibilità economica dei vari paesi. Probabilmente Spotify ha fatto le sue ricerche è ha stabilito che in media uno studente portoghese non avrebbe speso più di 7 euro per avere accesso alla versione premium del servizio. Giusto. Molto giusto. Quantomeno strano rispetto al sistema a cui siamo sempre stati abituati fino ad oggi. Di solito l’oggetto non viene venduto dove la popolazione non se lo può permettere. Prendiamo anche qui l’esempio dei device elettronici. L’iphone è oggi status symbol in Cina, ma solo dopo che la Cina ha comprato il debito USA. Gli Iphone non vendono in Mali. Ne vengono venduti a prezzo più basso nei differenti mercati (anzi spesso si applica la parità euro/dollaro in modo del tutto arbitrario). Non c’è distribuzione di un qualcosa che non ha un compratore. Sarebbe folle. Già, a meno che la distribuzione costi meno, molto meno. Ma torniamo alla musica. Il prezzo dei Cd è sempre stato variabile. Ricordo che in UK si trovavano dei veri e propri affari (anche in USA ma più che altro per il fattore cambio e distribuzione, i cd in USA uscivano prima e diventavano vecchi prima, quindi più economici). Questo con il compact disc fisico. Ma con la musica digitale? Prendiamo l’esempio di Itunes: sullo store di casa apple viene applicata la parità euro dollaro. Ciò che si vende in USA (e in altri paesi) a 1,29$ si traduce in 1,29€ in europa. Di fatto chi vive nel vecchio continente paga qualcosa di più degli Yankee. E negli altri paesi? La politica dei prezzi non sembra preoccuparsi del reddito procapite: in l’Albania (in questo caso la musica non è disponibile) Fruit Ninja costa 0,99$ vs 0,89€ dell’Italia (in questo caso più o meno stesso prezzo). La stessa cosa succede per altri paesi (quelli che ho potuto vedere da Itunes.) La differenza quindi non sembra essere di prezzo quanto più di disponibilità. In alcuni paesi manca la musica, in altri non tutte le app sono disponibili.

La mossa di Spotify è dunque, un po’ come nel caso dei libri sopracitato, un marketing aggressivo atto proprio a mettere in difficoltà il colosso di apple o un vero e proprio cambio di rotta nella politica dei prezzi? Siamo di fronte all’inizio di un nuovo mercato in cui i prezzi dello stesso oggetto fluttuano a seconda dello spread? Del reddito procapite? E’ possibile ignorare queste differenze e accontentarsi di quello che si ha in un mondo iperconnesso dove tutto è visibile? (C’è gente che dentro i negozi sfoglia Amazon per vedere se il prezzo è vantaggioso). Vedremo. Nel frattempo credo mi fingerò portoghese, proprio come fecero alcuni romani nel XVIII secolo. La leggenda (riportata da molte fonti) racconta di un grande spettacolo organizzato dall’allora ambasciatore del Portogallo presso lo Stato Pontificio. L’idea era quella di omaggiare tutti i suoi concittadini che abitavano o si trovavano a Roma. Per entrare a teatro era sufficiente dichiarare la propria nazionalità. Nessun invito o richiesta di documenti. La voce si sparse in fretta tra le strade di Roma. In poco tempo una folla di persone si presentò a piazza Torre Argentina per assistere allo show. All’entrata tutti ordinatamente rispondevano alla fatidica domanda:

– Mi scusi lei è portoghese?
– Può dirlo forte. Portoghese de’ quattro generazioni
– Non si direbbe dall’accento.
– Sto cercando di adattarmi all’ambiente circostante.
– Come i camaleonti.
– Bravo
– Obrigado
– Non si senta in dovere.
– Mi scusi?

ps. Non mi sono fatto alcun account portoghese. Ma l’aneddoto era una sorta di “ammazza la vecchia”, inevitabile.