Black Mirror – Qualcuno ha visto il futuro?

Ho appena terminato di vedere l’ultima stagione di Black Mirror. Da buona serie antologica lo show ha una struttura cangiante. 3 episodi la prima stagione. 4 la seconda. 6 la terza. 6 la quarta e per una sorta di ritorno alle origini, 3 la quinta (non contando Bandersnatch, e adesso che ci penso, forse anche White Christmas è una sorta di speciale, di fatto abbassando a 3 episodi anche la seconda stagione, quella precedente il passaggio del franchise a Netflix).

Ok mi fermo con la numerologia. Di solito cerco di evitare spoiler ma pur frequentando poco i social ultimamente non ho potuto fare a meno di intravedere un paio di recensioni negative, entrambe dal tono tipo “Charlie Brooker ha finito le idee” o “Black Mirror non parla più del futuro” e non posso negare che i tre episodi sono molto meno “disruptive” di quanto non fossero quelli delle precedenti stagioni.

Ricordo ancora la prima volta che ho visto 15 milion Merits. Era il 2011 e in quel periodo mi trovavo in UK. Netflix esisteva, ma la tv di flusso era ancora LA cosa da guardare. E Black Mirror lo sapeva bene. L’intera puntata era stata pensata nei minimi dettagli, compresa la messa in onda, pochi minuti dopo la fine di X FACTOR. L’effetto distopico funzionava alla perfezione. Appena usciti da un talent show si veniva proiettati dentro una storia folle in cui le meccaniche del programma esondavano nella vita reale delle persone, diventando il meccanismo stesso della vita. Per quanto futuristica l’idea, parte della riuscita di quell’episodio stava nella sua presentazione, l’inserimento nel palinsesto in quel preciso momento, su quel canale. Senza difese lo spettatore non aveva il tempo di ricalcolare quello che stava succedendo di fatto immergendosi nella storia completamente. Well played Mr. Brooker.

Ma torniamo al presente. La mancanza di idee. I tre episodi sono di per sé una sorta di ammissione di colpa. “Non avevamo 6 episodi”. La cosa bella è che oggi, con questo tipo di struttura produttiva non c’è bisogno di rispettare troppo il palinsesto. L’importante è consegnare un nuovo contenuto, dare qualcosa di nuovo agli abbonati a prescindere dalla durata (avete fatto caso a quante serie original non rispettino la durata prefissata tra un episodio e l’altro? La puntata dura QUANTO deve durare). Ma gli episodi sono all’altezza della serie? Non posso rispondere “no”. Forse è dovuto al fatto che il mio cervello aveva registrato quei feedback negativi e in un certo senso partiva con un aspettativa bassa. I tre episodi funzionano, non sono il miglior Black Mirror che possiate trovare ma hanno tutti e tre un qualcosa su cui riflettere, e sì, sono forse gli episodi più “presenti” che Charlie Brooker abbia mai scritto. Per “presenti” intendo “non futuristici”. Gli altri episodi di Black Mirror avevano una sorta di glitch (spesso tecnologico) che spostava il racconto in un mondo “altro”, uguale al nostro, ma con qualcosa di rotto, uno specchio rotto. Gli ultimi tre episodi di Black Mirror sembrano uno specchio graffiato. I graffi sono molto sottili, quelle piccole imperfezioni a cui non fai caso a meno che non ti avvicini alla superficie. In un certo senso è come se Charlie Brooker ci stesse dicendo “il futuro è adesso, da qui in poi non siamo più in grado di guardare oltre, quello che state vedendo è ora e adesso, buona visione”. C’è un problema, una serie di fantascienza che si muove al presente, non usando il futuro, può risultare noiosa, perché rompe uno schema di aspettativa: se è un sci-fi, mi aspetto di vedere la fantascienza, con le pistole laser, qualche tipo di chip nel cervello, insomma avete capito.

Ma se guardiamo a come la fantascienza si sta sviluppando in questo periodo forse questo tipo di “spostamento” verso il presente non è così strano. Se guardo ai racconti Dick, Matheson, solo per citare i miei preferiti, lo spostamento in avanti era incredibilmente marcato, centinaia di anni nel futuro o su pianeti lontani, raccontando tecnologie che non sarebbero comparse prima di 50 anni. Il futuro era “lontano”, 2000 light years away, per citare un vecchio pezzo di Billie Joe Armstrong. E oggi dove si trova il futuro? Per rispondere sono andato a rispolverare un vecchio articolo, un’intervista fatta a Hermanna and Buchanan, i due fondatori “The Awl” un sito di “news, ideas and obscure Internet minutiae of the day” che ha purtroppo chiuso i battenti il 31 gennaio 2018. Per molti si trattava di una vera e propria macchina del tempo, una sorta di De Lorean per comprendere il panorama multimediale che ci circondava. Una frase tratta da quell’intervista si è stampata nella mia mente:

“I think John tends to be ahead of these things because he reads them as science fiction of the present,” Buchanan says. “That’s a lot of what The Awl does now,” Herrman agrees. “Our entire economy is just a giant science fiction writing prompt.”

Parafrasando: la nostra intera esistenza è un enorme e perenne spunto per la fantascienza. Ogni giorno stiamo scrivendo il nostro romanzo fantascientifico in real time. E questo non è un caso, ci troviamo in un punto preciso della nostra esistenza, in quel punto in cui tutto si sposta in maniera esponenziale. Secondo la legge di Moore (CEO di Intel dal 1965) “La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni)”. La sua osservazione era empirica: tra il 1959 e il 1965 il numero di componenti elettronici che formavano un chip era raddoppiato ogni anno. In seguito Hans Moravec ha preso le leggi di Moore per cercare di capire se si potessero applicare allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Secondo Kurtzweil, questo tipo accelerazione porterà in 100 anni a uno sviluppo tecnologico equivalente a quello di 20’000 anni (devo assolutamente recuperare “Marooned in Real Time” di Vernon Vinge a questo proposito).

Insomma quello che stiamo vivendo ora in un certo senso è il nostro futuro, mentre il nostro presente si consuma rapidamente, sempre più vicino al passato. Quindi sì, gli ultimi tre episodi di Black Mirror non guardano al futuro, non nel modo in cui Brooker ci ha abituato negli ultimi anni. Sono molto “realistici”, e forse “noiosi” a uno sguardo “fantascientifico”, ma raccontano la nostra realtà, l’ora e adesso.

P.S.

Prima di concludere mi viene in mente un altro discorso, mi trovavo al Festival della Mente, e a parlare c’era Odifreddi che raccontava di come l’universo e il cervello nascondano gli stessi misteri, un enorme numero di stelle/neuroni ancora inesplorati. Forse è lì che si svilupperà la nuova fantascienza, sarà una fantascienza “interna”, “nevrotica” per usare le parole di Paolo Villaggio in una vecchia intervista. Qui Villaggio cita Mark Twain che alla fine del 1800 diceva “L’umorismo dura al massimo 20 anni”. A questo l’attore aggiunge che con le tecnologie attuali (si riferisce alla tv, visto che ci troviamo nel 1975) “l’umorismo, i personaggi, si bruciano in meno tempo, i comici a mio avviso non dureranno più, come Sordi, Gassman e Tognazzi, parlo dei grandi hanno controllato il mercato negli ultimi 20 anni, i pilastri della comicità, della commedia all’italiano, un personaggio durerà al massimo, se ha fortuna, 5 anni perché viene consumato, bruciato immediatamente”.

 

ciao youtube: come distruggere la rai (e un’intera memoria collettiva)

Dopo aver rifiutato i 50 milioni di Sky per essere sulla piattaforma satellitare, da domani 1 giugno la Rai sparirà anche dalla piattaforma di Mountain-view. La motivazione? Troppi pochi soldi. L’accordo precedente prevedeva infatti circa 100 euro a video (700 mila euro per 7000 video all’anno). Non abbastanza per Gubitosi che preferisce monetizzare l’eventuale (perchè tale è, eventuale) migrazione degli spettatori sulla piattaforma proprietaria Rai.

Ma snoccioliamo un po’ di dati. Cosa lascia Mamma-Rai su Youtube? Circa 50 mila video, 1.2 milioni di iscritti ai vari canali (32) e circa 1 miliardo di views (è uno dei network europei più visti, secondo solo a BBC, che però ha il vantaggio della lingua inglese). Per farsi un’idea RTVE raccoglie la miseria di 124 mila iscritti e poco più di 250 milioni di views. Stessa cosa succede in Francia e in Germania dove ARD (consorzio di tv pubbliche) ottiene 475 mila iscritti e 323 milioni di views. Dall’altra parte dell’oceano la situazione è la stessa, PBS negli USA raccoglie 417 mila iscritti e 350 milioni di views, numeri ben al di sotto della nostra tv nazionale (e ho citato solo network pubblici, in USA anche CNN ha numeri inferiori alla Rai). Già, perchè qui nasce un altro paradosso. La Rai sta facendo una mossa da tv privata, non pubblica. Non guadagno abbastanza, quindi me ne vado è un ragionamento perfettamente legittimo per una tv privata (vedi Mediaset che è uscita da Youtube anni fa) ma scricchiola pericolosamente se detta da un ente pubblico che è finanziato per larga parte da un canone, peraltro obbligatorio.

L’altra questione è la reale possibilità che 1.2 milioni di utenti iscritti su Youtube possano volersi spostare sul canale Rai.tv (non certo famoso per la sua usabilità, vedi app per android e l’utilizzo di Silverlight). Per quale motivo io utente youtube dovrei cambiare le mie abitudini? E poi, perchè considerare l’utente youtube alla stregua di uno spettatore “rubato” alla televisione? Possibile che i vertici Rai non abbiano capito che Youtube è uno dei tanti canali dove poter visualizzare contenuti. Come ha ripetuto lo stesso direttore di BBC (che al contrario sta ottimizzando la sua presenza su Youtube che risale al 2007) “Il viaggio che facciamo ogni giorno da quando ci svegliamo a quando torniamo a dormire è costituito da un passaggio continuo da uno schermo all’altro”

Ma c’è dell’altro. Come fa notare Tiziano Bonini su Pagina99, dal 2 giugno si creerà una sorta di enorme amnesia collettiva. Oltre a tutti i video caricati ufficialmente dalla rai, verranno cancellati anche tutti quelli illegittimi, fino ad ora tollerati in virtù dell’accordo con Big G. Già perchè oggi Youtube non è più solo una tv online, ma soprattutto un’enorme risorsa per blogger, giornali online, ma anche telegiornali e programmi televisivi che spesso usano i video presenti su Youtube come fonte.

Nell’anno in cui British Pathè regala al mondo intero una memoria storica inestimabile (295 milioni di iscritti e quasi 50 milioni di views in pochi mesi), la Rai prende una decisione controcorrente, un isolamento tecnologico inspiegabile, che non ha giustificazioni apparenti se non la mancanza di visione dei vertici Rai ancora troppo legati al vecchio modo di fare televisione. Ogni ora su Youtube vengono caricati circa 100 ore di nuovi contenuti, dal 2 giugno in quelle cento ore non ci sarà neanche un minuto prodotto dalla RAI.

[UPDATE]

È cominciata regolarmente l’opera di demolizione dei vari canali youtube appartenenti alla RAI. I video sono stati cancellati a scaglioni. Ad oggi degli oltre 50 mila video ne rimangono solo 7000. Dimezzate anche le views totali.

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[UPDATE] 4 giugno 2014

La Rai è ancora su Youtube anche se fortemente ridimensionata. 7100 video rimangono nel network, ma il canale principale è sceso a 40 video. L’unica anomalia è nel fatto che risultano caricati video fino a 4 ore fa, ben oltre il termine dell’accordo con Google. L’ipotesi è che Rai non sparirà definitivamente da Youtube, ma che terrà una posizione, da privato (non partner) per mantenere l’indicizzazione del nome.

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Crozza e il monopolio della risata

Sto guardando Crozza nel paese delle meraviglie. E’ il monologo inziale. Crozza si ferma e dice una serie di freddure da far rabbrividire l’inventore della prima battuta divertente della storia, probabilmente quel fricchettone dell’uomo di Cromagnon. A questo punto Crozza si sdoppia. Non basta un personaggio, ne fa tre insieme. Per la precisione tre interpretazioni dei tre leghisti più in vista. Non rido. Al contrario dentro di me si muove un dubbio. Che fine ha fatto la satira? Già perchè quello che fa Crozza è tutto tranne satira tagliente. E’ una sorta di brodaglia in cui si sorride una volta ogni 10 minuti (qualunque pezzo che non fa ridere nei primi 2 minuti verrebbe automaticamente cassato nel mondo della risata). Lo spettacolo dura un’eternità, questo anche a causa dell’allungamento della prima serata a tutti e due gli slot serali. Così si risparmia, si paga uno solo e si coprono due spazi di programmazione. L’effetto collaterale è una lentezza senza senso e quell’ammasso di freddure che forse neanche mia nonna apprezzerebbe (come ad esempio “Pensiero stipendio” al posto di “pensiero stupendo” di Patti Bravo).

Ripeto la mia domanda precedente: che fine ha fatto la satira? Dove sono le alternative a Crozza? Non ci sono. Sono svanite nel nulla. Mentre in passato programmi come Avanzi (in seguito Tunnel, L’ottavo Nano, Pippo Chennedy) costruivano il loro successo su un ensemble di incredibile valore (tra i quali c’era anche lo stesso Crozza ancora insieme ai Broncoviz) oggi la satira è tutta nelle mani di un sol uomo. Una sorta di monopolio della risata che si rafforza quando dopo le sue 2 ore su La7, Crozza si porta a casa anche il monologo di Ballarò, peraltro su una rete concorrente. A rendere ancora più forte la sua presenza mediatica ci pensa Repubblica che posta qualsiasi cosa Crozza dica in homepage. Qual è il motivo di questo monopolio? Non ci sono più comici? Eppure coloro che hanno fatto la storia della satira recente sono tutti ancora in vita. Guzzanti, Corrado, ogni tanto si affaccia su Sky con un programma anche in quel caso interamente sulle sue spalle (e si vede, malgrado la qualità, anche li, la fatica del buon Corrado), mentre la sorella più piccola si è lanciata in solitaria su MTV però cercando una satira a buon mercato, più infantile, anche forse a causa del target più “basso” della rete. Neri Marcorè dopo il fallimento del suo programma è tornato al teatro. La Cortellesi si è sciolta come neve al sole, mentre i suoi ex colleghi della Gialappa’s dopo un ottima partenza con Mai Dire Gol si sono fossilizzati nel loro stile senza mai aggiungere nulla di nuovo. Anche loro sono spariti dagli schermi dopo che Mediaset non ha rinnovato Mai Dire Grande Fratello per la stagione 2014 (e visti gli ascolti di GF alla fine meglio così). Mazzocca, fratello di risate di Corrado Guzzanti a quanto pare ha aperto un ristorante a Miami e non ha alcuna intenzione di tornare a far ridere (anche se il meglio lo ha sempre dato insieme a Guzzanti). Nuove leve? Il programma della Guzzanti (sorella maggiore) aveva portato sullo schermo alcune nuove faccie (peraltro con un meccanismo interessante fatto di workshop, ospitati dal cinema occupato a San Lorenzo), anche li il programma però non ha portato gli ascolti sperati e lo show Un Due Tre Stella è finito nel cassetto. Stessa sorte per Serena Dandini e Vergassola anch’essi bruciati dagli ascolti fallimentari. Ultimo non in ordine cronologico, Luttazzi si è praticamente autodistrutto (dopo la cacciata dalla Rai) dopo essere stato preso in flagrante a scopiazzare i maestri dello stand-up made in USA.

(non cito programmi come Zelig, Colorado, o Superconvention, Le Iene, Striscia la notizia e simili, perchè non li ritengo programmi di satira. In aggiunta mi sono concentrato solo sulla parte televisiva lasciando fuori tutte le realtà web)

Niente sono arrivato alla fine di questo ragionamento comico (solo nel soggetto) però non riesco a trovare una risposta soddisfacente. E’ solo una questione di ascolti? Quelli in effetti sono a favore di Crozza (che fa stabilmente tra il il 9 e l’11 su una rete che di solito si attesta su ben altri risultati, verso il basso). Oppure la realtà è diventata talmente surreale che la battuta diventa un gioco di parole (stipendio/stupendo) e le maschere dei personaggi bastano a far ridere anche se il testo è di basso livello, come anche l’imitazione (anche se crozza non è mai stato un “realista” nelle sue interpretazioni). Basta dunque il soggetto, cambiato il contesto, per fare satira? Possibile che a distanza di 10 anni ancora dobbiamo rimpiangere il gruppo della tv delle ragazze come ultimo esempio di contenitore satirico ben riuscito? D’accordo, la finisco, vi ho riempito di dubbi e domande più che di risposte. Prendete questo post come una presa di coscienza, un’osservazione, e niente più. Chiudo citando un vecchio sketch dei Monty Python, nel quale il gruppo inglese mette in scena la comicità slapstick nella sua versione più tecnica e metalinguistica: torte in faccia e sgambetti sono spogliati di ogni orpello narrativo, scientificamente analizzati come in un autopsia del riso. Il risultato, manco a dirlo, è esilarante.