E se avessero inventato l’auditel dei libri?

Stavo leggendo questo articolo sul sistema di sottolineatura disponibile sul kindle, il dispositivo made in amazon che ha rivoluzionato il mercato degli e-book. Mentre si legge è infatti possibile sottolineare digitalmente i passaggi che ci interessano. Questi vengono salvati in una sorta di scrapbook di appunti dove possiamo leggerli in un flusso (schizofrenico) unico. Quando li salviamo però avviene anche un’altra cosa. La sottolineatura finisce nel database dei lettori di amazon che ci fornisce statistiche in real-time di quante altre persone hanno ritenuto interessante e meritevole di sottolineatura quel particolare passaggio. Oltre a distruggere il mio senso di unicità tale ragionamento ha causato ben peggiori risultati. Dove vanno a finire tutti questi dati? Quanti altri vengono raccolti e non comunicati da Amazon? Lo sapevate che tra i dati analizzati dal gigante di Bezos c’è anche il movimento del cursore su un dato oggetto in vendita? In questo modo è possibile calcolare il reale desiderio del compratore e nel caso cambiare il prezzo al momento giusto per far si che quel sinuoso movimento verso il “compra in un clik” si trasformi in un reale acquisto. Ma il mio ragionamento mi ha fornito timori persino peggiori.

Oggi è possibile raccogliere dati sulla nostra lettura prima inimmaginabili. Qualè la frase piú letta? Il libro in media piú veloce da finire? Quello piú letto? Qualè il picco di attenzione su un determinato libro? Quali le pagine che meritano una seconda lettura?

E se un domani gli editori impugnassero questi meta dati per recensire la nostra opera? E se i libri subissero la stessa condanna dei prodotti televisivi: l’auditel.

Percentuali, numeri, tempi, share diverrebbero il nuovo metodo di valutazione dei nostri amati libri. Una violazione senza precedenti di una delle forme di intrattenimento piú intime che l’uomo ricordi. Giá perchè tutto quello che oggi un kindle raccoglie, prima esclusivo segreto del lettore e della sua voce interiore, oggi è patrimonio di enormi server sparsi chissà in quale deserto.

E se un giorno i libri subissero tagli e riediting secondo motivazioni mosse solo da statistiche? Mi viene da vomitare. Spero vivamente che il mio animo distopico si sbagli.

 

E se il mio smartphone scrivesse meglio di me?

Mi sono spesso scontrato nella mia vità con l’atavico problema della creatività. E’ un qualcosa di impossibile da evitare quando si cerca di scrivere. Nelle varie fasi ho sempre avuto approcci diversi. All’inizio c’era la frustrazione. Tutto era già stato scritto. Per essere originali bisognava fare qualcosa di mai pensato prima. Piano piano questa utopia si è affievolita. Leggendo, approfondendo, si scopre che non tutto quello che luccica è originale. La fotografia è stato un buon modo per lenire il mio dolore creativo. Che senso avrebbe un’arte che non fa altro che riprodurre (meccanicamente, e prima, chimicamente) il reale?

L’idea di “incorniciare” il reale era quello che mi teneva in piedi. E’ il frame quello che conta, il punto di vista che si ha su una determinata situazione, cosa, storia, persona, argomento. Quella è la tua originalità.

Con il passare del tempo, da buon ipocondriaco ho cercato altre malattie creative (oltre a quella “non farò mai niente della mia vita”). Una di queste è l’impatto della tecnologia sulla mia modalità di espressione, la scrittura. Cosa è cambiato dai tempi della penna? Cosa cambia oggi con il digitale? Come scriverei se non avessi un computer e uno smartphone sempre con me?

Ho così ripreso le mie montagne di appunti, le ho spulciate, in cerca di qualche segreto “pattern” che potesse rivelarmi il segreto della (mia) creatività. Niente da fare.

Nel farlo mi sono reso conto che non scrivevo più. Che quasi non ero più in grado di scrivere fisicamente (non che fossi mai stato troppo bravo con la calligrafia). Possibile che stessi già perdendo un qualcosa di così importante e personale come la scrittura?

Scrivo ancora su carta, qualche volta. Ad esempio quando devo studiare la struttura di un articolo, o meglio il suo svolgimento, allora uso ancora la penna, ma per il resto tutto è fatto di zero e uno.

Ma sono davvero io a scrivere? Quando digito sulla mia tastiera chi è che sta esprimendo qualcosa? Io? O la macchina? Ce la fa il pensiero a rimanere integro nel passaggio dal cervello al computer? O si perde, si modifica fino a diventare un opera meccanica?

Di questo ho già scritto in questo racconto. Ma c’è qualcos’altro di cui voglio parlare oggi.

Chi utilizza uno smartphone ogni giorno ha ben presente il sistema di correzione automatica presente sulla totalità dei dispositivi che usiamo oggi. I dizionari imparano dalla nostra scrittura. Un tempo (sto parlando dei nokia) era possibile aggiungere parole al T9 in modo da averle disponibili nel messaggio successivo (se si voleva scrivere “cazzo” si veniva subito corretti altrimenti). Oggi il software è diventato sempre più sofisticato. Non solo impara, ma per non sbagliare, salva tutto, TUTTO, quello che scriviamo sul nostro dispositivo. Questo serve a migliorare il sistema di suggerimenti (e non faccio il cospirazionista dicendo che in realtà le nostre parole hanno ben altri utilizzi, ops, l’ho fatto…) quando compiliamo un messaggio, ma non finisce qui. Accumulando migliaia di parole il sistema non è in grado solo di suggerirvi la “prossima” parola, ma anche tutte quelle successive, stando sempre nei limiti del suo sapere. Provare per credere.

Ho così provato a inserire una parola e poi lasciare al pilota automatico, la macchina, il resto del lavoro. Questo è il risultato.

Nella prima frase ho inserito solo “questo” e “che”

Questo è il mio numero che ti ho detto ma non ho mai problemi.

Qui ho inserito “Ora” e “ma”

Ora, io non ho nessun problema con la tecnologia, testi, accordi, foto, planimetrie ma non ho mai problemi di ricezione.

Qui ho inserito solo “amore” (abbastanza indicativo, dalla risposta successiva)

L’amore con te. E se morissi io?

Qui ho inserito “Vita”

La vita è un po di tempo.

Qui “tempo”

Il tempo di fare un giro di un suo riscontro.

Fino ad arrivare al “bug”, quando si insiste troppo con il pilota automatico, la macchina incosciamente sembra risponderci con un loop di “ma non lo so”.

Mangiare, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so.

E se il mio cellulare dopo aver accumulato tutto il mio sapere se ne andasse e cominciasse a pubblicare racconti per cavoli suoi? Vado a prendere un cappio, e un martello.

 

Avete bisogno di questo articolo? Probabilmente no.

Gli scrittori sono sottopagati. È un dato di fatto. La questione è perchè? In altri ambiti il crollo della retribuzione è facilmente spiegabile: o non serve più quel servizio, oppure c’è una macchina (un software) in grado di sostituire la manodopera umana a un prezzo irrisorio. Ora, scrivere è ancora un lavoro umano, ci sono macchine in grado di scrivere articoli partendo da dati, ma sono ancora algoritmi imperfetti e soprattutto poco leggibili se non per scritti molto tecnici e poco lirici.

Dunque perchè svalutare un lavoro ancora cosí legato alle persone?

Nessuno ha bisogno di articoli? Sembra più che altro il contrario. Tutti ne hanno bisogno e in numero crescente. Ora non sono un economista, ma se si alza la domanda il prezzo dell’oggetto venduto scende, ma non lo stipendio di chi produce quell’oggetto, almeno questo è quello che è successo fino ad oggi. Anzi. Serviranno più persone specializzate per servire quell’aumento nella richiesta.

Ecco però che sorge un problema. La domanda si alza, ma é un mercato falsato dalla FREE economy. Tutti vogliamo essere intrattenuti e avere di più ma non abbiamo alcuna intenzione di pagare per questo. Che siano informazioni, film, programmi televisivi, videogiochi (freemium) e quant’altro.

Può la scrittura di articolo valere 8 euro? Si, se non fosse qualcosa di necessario. Se è qualcosa che ci serve davvero perchè pagarla così poco? “Beh il mercato è questo…”.

Ora quello che mi chiedo è: abbiamo davvero bisogno di tutta questa mole di materiale? Perchè a me sembra piuttosto che il numero di richieste, ovvero la domanda, sia in realtá falsata da un fattore distorcente: la gratuitá.

Ne vogliamo di più perchè è gratis, o semi gratuita. Perchè chiederne di meno? Basta vedere cosa fanno le persone nei ristoranti All You Can Eat. Di certo non smettono di mangiare, anzi molto più spesso arrivano ad esplodere come nella celebre scena de ‘Il senso della vita’ dei Monty Python.

E se non avessimo bisogno di tutti quei contenuti? Se la richiesta avvenisse solo perchè c’è la disponibilitá? I contenuti a differenza del cibo non fanno male al fisico. Non c’è alcun segnale nel corpo che dice ‘non guardare più film, non leggere più notizie!’

Oggi abbiamo accesso a infinite fonti (anche se la moltiplicazione ha quasi sempre poche fonti alla radice) di notizie. Infiniti canali televisivi con infinite copie di programmi, serie e quant’altro.

Il web produce più informazioni in un anno di quanti se ne siano prodotte nell’intera storia dell’uomo. Sparendo la fisicitá degli oggetti allo stesso tempo sembra essere sparito il limite di fruizione (e di possesso) dei contenuti. Oggi 30 mila canzoni stanno in una tasca. Idem per film, libri, articoli. Perchè darsi un limite se posso ottenerli a un costo irrisorio e non occupano alcuno spazio?

Il consumismo dei contenuti è una bolla. Una falsa richiesta causata da una concatenazione di elementi: la gratuitá, la replicazione del contenuto a prezzi di costo sempre più bassi se non pari a zero (vedi le news copia incollate), la diminuizione dello spazio occupato dei contenuti (le librerie non sono più dei molock di legno, ma nuvole volatili sparse in server sperduti), la moltiplicazione delle piattaforme distributive (siti, blog, social e un numero insensato di canali televisivi in perenne ricerca di contenuti da mandare in onda 24h, giá, perchè abbiamo bisogno delle 24h di palinsesto?).

Oggi una tv può arrivare a offrire per 1h di palinsesto circa 2000 euro, se vi dice bene. Chiaramente quei soldi non bastano a produrre nulla di sensato, a meno che non si abbassino gli stipendi di tutti quelli impegnati nella produzione del prodotto (e tolta la così detta ‘stecca’ del produttore).

Quello che voglio dire con questo sproloquio è che la richiesta di contenuti è fasulla. Non ne abbiamo realmente bisogno ma essendo abituati ad averne accesso adesso è difficile farne a meno. Il mercato si è autodistrutto cercando di rincorrere l’impossibile: creare prodotti per tutte le piattaforme di distribuzione è una missione suicida e senza alcun senso logico. Dove arriveremo? A produrre articoli o film per una sola persona? Un film con un target iper specifico di un solo individuo? Ho come l’impressione che la teoria della coda lunga stilata qualche anno fa da Chris Anderson sia in un certo senso andata, scusate il termine, a farsi fottere.

Il lavoro di chi produce contenuti non vale niente perchè non vale niente il mercato fittizio che è stato creato. La facilitá con cui si apre una piattaforma non sta a significare che quella piattaforma debba essere creata (e riempita di contenuti). Se costruire strade fosse facile come premere un pulsante, staremo tutto il tempo a costruire strade? Per andare dove?

 

Inutili considerazioni next-gen

Ebbene si. Mi voglio lanciare in alcune considerazioni next gen senza ancora aver nemmeno provato la console, ma solo avendo visto e rivisto recensioni, articoli e video di gameplay sparsi per la rete. Già perchè mi viene un dubbio. Non è che questo salto generazionale non è così generazionale come vogliono farci credere?

Più guardo i video di gameplay più non riesco a vedere questa differenza madornale con quello che ho giocato fino ad oggi. E’ vero siamo ancora all’inizio. Le console sono acerbe anche per chi deve programmare e questo fa si che le maggiori software house per velocizzare i tempi di uscita abbiano rilasciato dei porting più che delle vere e proprie opere ad hoc. Ecco allora che Fifa14, Assassins Creed, COD e simili sembrano essere solo delle versioni pompate delle loro controparti old gen. Esistono anche alcuni video in rete che rendono palese come la differenza principale tra le due versioni sia (nelle next gen) un maggior numero di dettagli contemporanemanete su schermo (vedi esplosioni, persone sedute sugli spalti etc.).

Il foto-realismo sembra essere la vera feauture delle console di nuova generazione. Beh ma questa è la solita storia. Nuova console e nuove sbavate dietro alla grafica stellare. Vero. Ma questa volta nell’era dell’HD c’eravamo già. Il passaggio Ps2/Ps3 (parlo di quello che ho provato) era sbalorditivo proprio per il fatto che per la prima volta quelle belle tv piatte fino a quel momento usate solo per vedere la tv analogica male finalmente cominciavano a prendere senso. Con le Next gen niente 4k (cosa strana visto che di fatto nascono già vecchie e difficilmente adattabili in futuro) ma “solo” 1080p. Appena qualche linea in più del 720p dei giochi di questa generazione. La differenza dunque non è enorme se non per i promessi 60frame al secondo che hanno una reale influenza sulla giocabilità. Ma dov’è la novità? E’ proprio a livello di giocabilità che sembra non esserci nulla di entusiasmante.

Il titolo che maggiormente mi attira è Watch Dogs. Il problema è che uscirà anche per le vecchie console. Quindi? Che fare? Comprare una nuova console solo per avere più frammenti di esplosione sparsi sullo schermo? NBA 2k14 è in INCREDIBILE, praticamente una partita vera con tanto di chicche come il commento doppiato dai veri giocatori tra primo e secondo tempo. Ancora però non mi convince a sborsare 400 euro.

Tutto il comparto multimediale e social è interessante. Ma non sono convinto di voler spendere 400 euro per poter parlare su skype mentre gioco a fifa, o guardare la televisione mentre mi ammazzano su COD. E poi di alternative ce ne sono a bizzeffe e a prezzi molto più competitivi.

Molto più interessante, anche se ancora non confermata per il mercato europeo è l’uscita della Psvita da casa. Una mini console con uscita HDMI che permette di giocare gli stessi giochi della vita sul grande schermo (in 720p) di fatto unendo il gioco portatile e quello casalingo. Si salva sulla tv e si continua a giocare sul portatile e viceversa. La piccolina permette anche il gioco in streaming da PS4. E questa forse è la feature che la Ps3 non ha sviluppato fino in fondo forse per problemi di hardware.

Sarà meglio sarà peggio? Tutto questo sproloquio forse verrà spazzato via dal lancio di PS4 e XboxOne, solo il tempo potrà dirlo. E forse fra qualche mese mi troverete online a giocare sulle console next gen. Già perchè in fondo l’inizio è sempre un po’ critico, e per capolavori come The Last of Us si è dovuto attendere la fine di una generazione prima di poterci mettere sopra le mani.

 

Chromecast – Ogni tv è una smart tv. (UPDATE)

Proliferano oramai da tempo le così dette smart tv. Televisioni con un software dedicato in grado di riprodurre sul grande schermo un esperienza simile a quella dei nostri tablet. Ci sono applicazioni per News (Repubblica, Gazzetta o simili) Meteo e quant’altro. In pratica la televisione spaventata dall’avvento dei computer (oggi i tablet) cerca di scimmiottare il loro funzionamento per mantenere il suo ruolo di “focolare domestico”. D’accordo Giacomo ma una smart tv costa intorno ai 700 euro, oltre al fatto che la maggior parte di noi non ha nessuna intenzione di cambiare televisore solo per un mucchio di, spesso inutili, applicazioni. Vero. Infatti non vi voglio parlare di una smart tv, ma di un piccolo dispositivo che potrebbe (con il tempo e lo sviluppo di nuove compatibilità) rivoluzionare il nostro modo di utilizzare la “vecchia” televisione.

Il suo nome è Chromecast è viene da Palo Alto. Viene in pace, e anche senza troppo pesare sulle nostre tasche. Il prezzo è molto piccolo, 35 dollari, ma le potenzialità molto grandi. Di parlare come Yoda ora smetto.

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Come funziona. Il chromecast si presenta come una piccola chiavetta. Al posto della classica usb abbiamo però una porta HDMI. Dall’altra parte una micro usb serve da alimentazione. Il sistema è Plug and Play, più una piccola configurazione attraverso tablet o pc (o mac). Una volta collegato alla rete domestica Chromecast è pronto all’utiizzo. Se volete usarlo da Pc o mac sarà necessario scaricare l’estensione per il broswer made in google. Per tablet e telefono, l’ultima versione di youtube ha compresa la funzione “airplay”.

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Si Giacomo, ma non hai spiegato cosa fa. Ci arrivo. Chromecast è un device in grado di portare tutto quello che passa sulla vostro broswer direttamente sul televisore di casa. Possono essere siti di informazione, foto, video. Di fatto è uno specchio (senza fili) del vostro computer. Dove però Chromecast da il meglio è con le app dedicate. Youtube è stata ottimizzata per funzionare a dovere con Chromecast.

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Questo significa che mentre state guardando un video da youtube sul vostro cellulare (o tablet o pc), potete in qualsiasi momento mandarlo sul televisore di casa. In che modo? Attenzione Chromecast non “strimma” il video dal vostro cellulare al televisore. Niente di tutto questo. Quello che fa è segnalare il video a chromecast che se lo va a cercare per conto suo. Questo offre notevoli vantaggi rispetto a sistemi di streaming tra dispositivi (tipo PLEX). Il video in questione carica in pochi secondi anche con un adsl non troppo performante (la mia arriva a malapena a 6mega) e fa si che il device da cui parte la richiesta non consumi troppa batteria. Una volta inviato, il video parte ed è possibile spegnere il telefono senza che questo influisca sulla visione. Qualunque dispositivo collegato alla rete wifi può interagire con Chromecast è inviare video per la visione. E’ inoltre possibile creare delle playlist “on the go” mettendo in coda gli altri video che vogliamo vedere proiettati.

Solo youtube è compatibile con Chromecast? Non proprio. Se vi trovate negli Stati Uniti o in UK anche servizi come Netflix (qui trovate più informazioni su cosa sia) funzionano alla perfezione. Il tablet diventa il vostro “menu” dove selezionare il film o la serie della serata. Una volta lanciato il video parte in pochi secondi. Ma fermate l’acquolina. Netflix in Italia non c’è, anche se ci sono metodi per farlo funzionare anche dal Bel Paese (li ho provati personalmente e funzionano alla grande, solo Chromecast ha bisogno di ulteriori aggiustamenti per funzionare correttamente). L’altra app, sempre di google, che sfrutta alla perfezione chromecast è Google Music (per chi non la conosce è il corrispettivo targato google di Spotify). Personalmente trovo abbastanza inutile usare un app musicale dalla televisione, ma in mancanza d’altro non è male e se avete un sistema sourround allora può valerne la pena.

Tutto qui? Già per ora (Chromecast è stato lanciato da un paio di mesi) le applicazioni dedicate latitano, ma Google sta spingendo molto sugli sviluppatori perchè inseriscano di default la compatibilità con il loro dispositivo. A mio parere, per il prezzo molto basso e un killer app come youtube, il gioco vale la candela. In fondo youtube è la più grande library video esistente e l’idea di poterla condividere istantaneamente sul televisore di casa è davvero molto allettante.

Inoltre con un po’ di “smanettamenti” è possibile usare servizi come Netflix o Hulu Plus che renderanno la vostra tv la più grande videoteca on demand che abbiate mai visto. Per chi volesse utilizzare Chromecast in stile Plex (che pare abbia aperto a una possibile compatibilità con la chiavetta Google), ovvero “strimmando” video presenti sul vostro hard disk, allora è possibile (anche se ancora in beta) trascinare video nel broswer per vederlo proiettato sul televisore (funziona, testato, ma ci sono problemi di dropframe e audio salterino, ma ripeto è solo una funziona beta).

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Dove lo trovo questo Chromecast? Bella domanda. Ufficialmente Chromecast non è disponibile al di fuori degli Stati Uniti. Su Amazon.com è disponibile anche con spedizione internazionale ma a un prezzo fuori mercato (100 euro). Una soluzione più economica (quella da me praticata) è Ebay che con qualche spesa doganale (ora si pagano prima) permette l’acquisto a 45 euro (varia da venditore a venditore) con tempi di consegna di 7 giorni.

UPDATE

Chromecast è oggi disponibile anche su Amazon.it o attraverso il lo store ufficiale di Google.

 

Perchè è impossibile uscire da Facebook.

Sono uscito da Facebook. L’ho fatto di nuovo. Non è la prima volta. Qualche anno fa si parlava di suicidio. Ma oggi sembra il termine sia diventato troppo violento per essere utilizzato. Si dice uscito. Disattivato o simili.

Di fatti ho “de-activated” facebook. Già perchè come diceva Antoine-Laurent de Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, o meglio per dirla al social di Zucker, nulla si crea per essere distrutto. Non è tra i tuoi diritti quello di distruggere te stesso. L’eutanasia digitale è illegale come lo è nella realtà (almeno in alcuni paesi).

Ma non voglio parlare di cosa voglia dire uscire da Facebook, le conseguenze sociali, psicologiche e compagnia bella. Non mi interessa. Quello di cui voglio parlarvi sono le conseguenze che questo social ha sulla vostra identità digitale e quanto oramai è radicato nella nostra vita.

Partiamo dalle cose negative. Chiudere Facebook come dicevo poco sopra, non vuol dire chiuderlo ma disattivarlo. Non è prevista infatti alcuna cancellazione. Di fatto è un log-out temporaneo. Nessuno oramai fa log-out di questi tempi. I broswer ricordano tutto (su più dispositivi se autorizzati, come Google Chrome). Entrare e uscire dai nostri social, siti, forum o quant’altro è facile come bere un bicchier d’acqua. La porta è sempre aperta e quasi non ci sembra davvero di entrare in un luogo diverso.

La prima cosa da fare è far dimenticare Facebook al nostro broswer. Il Keychain o il portachiavi delle nostre password deve essere disattivato altrimenti ci vorranno pochi secondi perchè ci ributti dentro il nostro social preferito. Ma non è solo lui a ricordare.

Dopo un paio di giorni senza FB mi arriva una mail. “Ecco i tuoi highlight della settimana su FB”. Strano. Forse si tratta di un errore. O dell’altro account fake che ho dovuto aprire per continuare a gestire delle pagine fan di mia creazione (quelle sono legate agli account e per continuare ad usarle c’è per forza bisogno di un utente). Impossibile. L’utente creato non ha amici. Serve solo per le pagine. Nient’altro. Aspetta. Un amico ce l’ho. Me stesso. Controllo. Niente da fare. Giacomo Cannelli. Parla di Me. Ma come diavolo. Controllo. Su google cerco “Giacomo Cannelli Facebook”. Esce fuori la pagina FB che mi spiega che l’utente c’è su Facebook, ma se lo vuoi conoscere devi loggarti o iscriverti.

Ma che diavolo sta succedendo? Provo un’altra cosa. Dall’account del mio Fake cerco il mio nome. Giacomo Cannelli. Lo trovo è li. Niente privacy. La mia pagina è perfettamente visibile e in ottima forma. Ma che cazzo? Sono in presenza di un “Dead Facebook Walking?”. Non è possibile. Ricontrollo. Mi riloggo con il mio account originale. Tutto funziona correttamente. Non capisco. Era disattivato ne sono sicuro. Lo disattivo nuovamente.

Esco. Rientro dal mio Fake e mi cerco. Non è egocentrismo, è privacy. Protezione della privacy. Di nuovo il mio nome esce in pochi secondi. Dannazione. Subito sotto tutta la lista degli amici “mutual” tra il mio amico Fake (zero amici) e l’amico “real” fuggito da FB (mille e passa amici). Premo sul mio nome. Pagina non trovata. Dunque funziona. Ma il nome rimane perfettamente indicizzato con tanto di ultima foto usata (mi dispiace Chaplin-Batman). Dunque l’account fake riceveva ancora suggerimenti basati sugli amici in comune con un amico che però non era più su Facebook. Grazie Zucker. Grazie davvero. Il problema dell’indicizzazione si sapeva già purtroppo. Anche google mantiene “l’ombra” delle persone scomparse dal social molto tempo dopo la loro disattivazione.

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Comincio a innervosirmi. Forse è meglio ascoltare un po’ di musica. Apro Spotify. Mi chiede il login. Certo. Era sincronizzato con Facebook. Giustamente mi chiede di rientrare. Il bel pulsante blu appare in alto sulla pagina di login. Fanculo. Inserisco i dati manualmente. Magari il login via FB non fa altro che prendere i dati che però rimangono separati dal social. Entro. Funziona. Faccio un respiro di sollievo. Entro e la mia musica è ancora li. Ho un accounto premium, quindi posso ascoltare le canzoni anche offline. Partono i Cake. Ascolto il primo pezzo. Una notifica interrompe però immediatamente l’ascolto. Mail. Apro. Facebook. Di nuovo. “Bentornato”. Cosa? Ma che cazzo è? Uno cazzo di scherzo del cazzo? (quando mi innervosisco divento un personaggio dei Soprano). Merda. Apro la mail. Mi ringraziano per averci ripensato. Li odio. Non ci ho ripensato. Voi l’avete fatto. Scorro la mail. In fondo mi comunica che l’account si è auto-attivato per un “suo login”. Un mio login? Dove. Su Spotify. Certo cazzo. Spotify. Era sincato con Facebook. Malgrado abbia inserito i dati manualmente automaticamente deve aver comunicato con il social che di conseguenza si è immediatamente risvegliato. Merda. Sono fottuto. Ero solito usare login tradizionali. Ma da quando Facebook e Twitter hanno invaso “l’internet” per comodità ho cominciato a usare loro come login. Molto spesso volevo solo testare nuove app o social e mi rompevo a dover re-inserire tutti i dati. Idiota. Sei un idiota. Per pigrizia hai regalato dati a destra e a manca. Non solo ti sei reso dipendente dal social legando ad esso anche servizi percui paghi. Cristo Santo. In pratica se voglio usare la musica percui ho pagato devo per forza tenere aperto facebook. Potrei forse buttarmi in un complicato cambio di mail e login di Spotify, ma solo a pensarci mi viene il mal di testa. Quanti altri account ho legato a Facebook? Neanche lo ricordo. E’ così che si sono insinuati. Per comodità si usa Facebook, senza pensare che piano piano si diventa dipendenti. Non solo dipendenti da quel compulsivo aggiornamento di pagina. Ma anche per servizi diversi. E se un giorno dovessimo iscriverci a servizi statali usando Facebook? A quel punto uscire da Facebook sarebbe quasi illegale. Un modo per sottrarsi all’identità. Già l’identità.

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Quando ho aperto il nuovo account fake per gestire le pagine FB ho provato come nome cose tipo Pinco Pallo o simili. Lo prendeva. Tranquillamente. Poi però mi è venuto in mente un vecchio nome che usavo per Myspace. “Ho Zero Amici”. Uno stupido “inner joke”. Ho Zero Amici aveva zero amici. Lo so è una stupidaggine. Ma da nerd quale sono mi faceva ridere. Volevo ripetere l’esperimento sul Social di Zucker ma immediatamente la mia vena cretino-creativa è stata bloccata. Mi viene comunicato che per nuova policy bisogna usare solo nomi reali, niente fake. Già reali come Pinco Pallo. Figurati quanti ne conosco di Pinco Pallo. Idioti. Fatto sta che il mio “Ho zero amici” senza amici non si poteva fare. Poco male. Mi registro con un altro nome Fake che il social non riconosce come tale solo per la sua conformazione signica. Apro la mia pagina bianca. Intonsa. Il wall è pieno solo dei miei deliri (sono il mio unico amico, tra poco neanche quello appena disattivo). C’è qualcosa che non quadra però. Ho aperto l’account da 5 minuti e ho già 6 richieste di amicizia. Incredibile. Saranno le auto richieste di qualche servizio Facebook. Un po’ come accadeva con My Space dove il fondatore era automaticamente il tuo primo amico (a meno che non lo elliminavate, come io ho fatto). Niente di tutto questo. Sono sei persone reali. Quattro per la precisione e due luoghi fisici, ma comunque reali. Di quei 4, 3 li conosco personalmente.

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Ma come diavolo…cerco da qualche parte il termine “Suggested”, ovvero quello con cui si possono suggerire amicizie. Niente. Nessun suggerimento. Le richieste sembrano genuine. Decido di contattare uno dei miei amici che ha fatto la richiesta. Per avere la conferma che effettivamente sia stata fatta da lui. E’ un mio ex collega emigrato. Mi risponde subito.

– Ciao D. senti, volevo sapere se per caso avessi inviato una richiesta d’amicizia a Pinco Pallo…
– Pinco Pallo? Ma di che cazzo stai parlando? (potrei aver reso la conversazione più colorità della realtà NDR)
– Si…è una storia lunga. Sto uscendo da FB e volevo però mantenere alcune pagine quindi mi sono fatto una pagina FB solo per gestirle…
– Oh…capisco. Io pure volevo uscire. Però alla fine in alcuni casi è comodo per mantenere le amicizie. Soprattutto quando non sei nel tuo paese.
– Si lo so. Solo mi ha rotto le scatole tutto qui.
– Capisco. Ridimmi il nome.
– Pinco Pallo.
– Direi proprio di no. Perchè poi dovrei aggiungere uno che si chiama così.
– Ah non lo so. Magari ti affascinano i nomi tipo Tizio Caio.
– No. Non è il mio caso. Ma ti è arrivato un suggerimento da parte mia?
– No. Niente di tutto ciò. Era una richiesta diretta. Con solo il pulsante “conferma” per accettare la tua amicizia.
– Che stronzi.
– Già. Probabilmente nel caso prema “conferma” ti troveresti una mia richiesta o peggio ancora ti ritroveresti un amico Pinco Pallo direttamente tra i tuoi contatti.
– Bella merda.
– Abbastanza. Senti non ti disturbo oltre. Grazie per la consulenza.
– Di niente. A presto

Chiudo la chat. Disattivo nuovamente il mio account. Oramai mi sembra come di staccare e riattaccare la spina a un malato in ospedale, senza arrecare danni celebrali. La pagina torna all’homepage originale. La mia mail si staglia già nel login. Il broswer ricorda sempre. Chiudo con una serie di “non consenti” le richieste d’accesso che compaiono compulsivamente sullo schermo. Sembrano finalmente assopite. Rimane solo la scritta di cui va tanto fiero Mr Zucker:

“It’s free and always will be”

Quasi in automatico mi viene in mente un’altra frase. Aveva sempre il “free” dentro. L’avevo scritta in un altro articolo. Molto tempo fa. Era una frase di Josh Harris. Un pazzo arricchito della prima bolla internet che aveva dato vita al primo Grande Fratello ante litteram rinchiudendo (con tanto di autorizzazione volontaria) un gruppo di persone dentro una specie di albergo dove li costringeva a vivere senza privacy. Non solo. Gli ospiti erano costretti, o meglio, spinti, a guardare cosa facevano gli altri, grazie all’introduzione di televisioni a circuito chiuso che mandavano su diversi canali le altre stanze dell’hotel. L’esperimento si è chiusto con l’intervento delle forze dell’ordine che hanno liberato gli ospiti dell’albergo. La frase di cui vi parlavo era questa:

“Everything’s free except the video that we capture of you. That we own.”

Facebook Trap

Sono fottuto.

 

L’inconscio collettivo

Le righe qui sotto l’ho scritte di getto seduto in strada mentre leggevo il libro di Murakami “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”. La pubblico in ritardo, perchè l’avevo dimenticata e stava marcendo.

Murakami nel libro “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” paragona l’inconscio a “un enciclopedia che pubblica un’edizione aggiornata ogni giorno”.

Il paragone è pregnante se si prende in considerazione l’anno di pubblicazione del libro, il 1985. Ma se spostiamo le lancette avanti al presente, il 2013, quel paragone prende tutta un’altra tonalitá. Non è piu una azzardato paragone surreale, nel pieno stile dell’autore, quanto più una similitudine con un oggetto esistente: Wikipedia.

Allargando ancora di più il discorso, il paragone, tecnologicamente inconsapevole, di Murakami può riferirsi all’intero World Wide Web. Internet produce un numero tale di contenuti che non è possibile per alcun essere umano conoscerne ogni più recondito meandro. Un luogo così esteso da non poterne vedere i confini, a prescindere dal lato verso cui si decide di volgere lo sguardo.

Facciamo entrare a questo punto nella discussione un altro autore che ha sempre guardato oltre i confini della conoscenza: H.G.Welles. Nel suo “World Brain” immagina un futuro in cui la conoscenza è un patrimonio comune, dove le scoperte avvengono a una velocitá incredibile grazie alla condivisione globale. Impossibile non vedere nel suo “World Brain”, traducibile come “Cervello Omniscente”, le caratteristiche di Internet così come lo conosciamo oggi.

L’uomo ha sempre creato oggetti che in un modo o nell’altro riflettevano la sua figura. Basta guardare la struttura di un automobile per rendersene conto. Abbiamo gli occhi/fari, la bocca/presa d’aria, i polmoni/impianto di areazione, i tergicristalli/sopracciglia. Il motore è poi a sua volta una riproduzione del nostro sistema digerente (con tanto di scarico). Il paragone può essere ripetuto con altri oggetti o costruzioni (la struttura di un palazzo). E se l’uomo con la creazione del Web avesse raggiunto un livello superiore di riproduzione di se stesso? Un livello inconscio, non voluto. Un livello che potrebbe rappresentare in maniera tangibile quello che l’uomo non é mai stato in grado di spiegare, quella che Murakami chiama “la scatola nera” della nostra coscienza.

A differenza delle precedenti rappresentazioni Internet è un qualcosa prodotto da tanti uomini contemporanemante e sempre cangiante. Un opera collettiva inconsapevole. Ognuno agisce nella propria direzione ma tutti in fondo contribuiscono al sistema.

Oggi facciamo domande a internet. Chiediamo. Esattamente come facciamo con il nostro inconscio.

È il nostro inconscio collettivo.

Update: per caso oggi bazzicando nell’internet mi sono imbattuto in questo.

 

Come si decide il prezzo di un oggetto digitale?

Qualche settimana fa ho accolto con grande giubilio (lo so mi basta poco) l’uscita in Italia di Spotify. L’entusiasmo si è però ampiamente ridimensionato quando per caso vengo a scoprire che l’abbonamento premium da noi costa ben 3 euro di più che in Portogallo. Ma non è finita qui. Con qualche altra ricerca scopro che in Polonia il risparmio è addirittura di 5 euro! Il 50% in meno. E’ vero potrebbero esserci delle differenze nella library musicale, ma non credo che in Polonia siano disponibili la metà delle 15 milioni di tracce disponibili (non ho ancora trovato notizie certe) solitamente su Spotify. Passi (ma ci torno) il discorso sulla Polonia, non ancora entrata nella comunità europea (ha pure rifiutato l’euro), ma per il Portogallo è tutto molto più oscuro. Il Portogallo fa infatti parte dell’EU. E’ tra i fortunati PIGS d’Europa (si, ci siamo anche noi). E’ in crisi, come noi. Quindi perchè quel prezzo? Pubblicata la mia terribile scoperta su Fb qualcuno mi risponde: “Forse hanno una IVA differente”. Forse. Immediatamente controllo. La risposta è “NO”. Neanche per niente. Anzi. L’IVA in Portogallo è più alta, 23%. Altri mi fanno notare come in fondo 9 euro per ascoltare tutta la musica che voglio non sono tanti. E’ vero. Sono d’accordo. Ma il mio pensiero è già volato oltre il mero risparmio. Quello che mi rimbalza in testa è un altro interrogativo. Come si decide il prezzo di un oggetto digitale? Oggi il digital delivery sta diventando la norma (Steam, PSN, Itunes). L’oggetto venduto non è fisico, è un simulacro di qualcos’altro, un cd, un dvd, un software. In ogni luogo può essere venduto allo stesso modo senza alcuna differenza, senza alcun segno di usura, senza alcun costo di trasporto. Quali sono allora i fattori che potrebbero causare una differenza di prezzo? Vediamo: 1) tasse. La prima che mi viene in mente. Ogni paese tassa in modo differente il materiale digitale. E qui ritorna la questione IVA, che sui device digitali è del 21 percento. La stessa percentuale si applica stranamente anche agli E-book ancora considerati alla stregua di un dvd o di un lettore mp3 (solitamente l’iva dei libri cartacei è del 4% ). Per ovviare a questo problema quasi tutti i rivenditori digitali hanno intrapreso una forte riduzione dei prezzi (su amazon si possono risparmiare fino a 10 euro sul prezzo di copertina cartaceo). In questo caso il prezzo viene abbassato aggressivamente per invogliare il compratore a usare questa nuova tecnologia e per ovviare a un problema legislativo ancora in sospeso. 2) Ipotesi 2 (e qui cito Luca Conti, che ha preso parte alla discussione su FB) entrano in gioco gli accordi con le major, che vengono fatti paese per paese, da qui il lancio differito in diversi paesi, un po’ alla volta. Magari la SIAE chiede in proporzione di più della SIAE portoghese. 3) Differenti economie, differenti prezzi. E qui arriviamo al punto focale del discorso. I prezzi cambiano a seconda della disponibilità economica dei vari paesi. Probabilmente Spotify ha fatto le sue ricerche è ha stabilito che in media uno studente portoghese non avrebbe speso più di 7 euro per avere accesso alla versione premium del servizio. Giusto. Molto giusto. Quantomeno strano rispetto al sistema a cui siamo sempre stati abituati fino ad oggi. Di solito l’oggetto non viene venduto dove la popolazione non se lo può permettere. Prendiamo anche qui l’esempio dei device elettronici. L’iphone è oggi status symbol in Cina, ma solo dopo che la Cina ha comprato il debito USA. Gli Iphone non vendono in Mali. Ne vengono venduti a prezzo più basso nei differenti mercati (anzi spesso si applica la parità euro/dollaro in modo del tutto arbitrario). Non c’è distribuzione di un qualcosa che non ha un compratore. Sarebbe folle. Già, a meno che la distribuzione costi meno, molto meno. Ma torniamo alla musica. Il prezzo dei Cd è sempre stato variabile. Ricordo che in UK si trovavano dei veri e propri affari (anche in USA ma più che altro per il fattore cambio e distribuzione, i cd in USA uscivano prima e diventavano vecchi prima, quindi più economici). Questo con il compact disc fisico. Ma con la musica digitale? Prendiamo l’esempio di Itunes: sullo store di casa apple viene applicata la parità euro dollaro. Ciò che si vende in USA (e in altri paesi) a 1,29$ si traduce in 1,29€ in europa. Di fatto chi vive nel vecchio continente paga qualcosa di più degli Yankee. E negli altri paesi? La politica dei prezzi non sembra preoccuparsi del reddito procapite: in l’Albania (in questo caso la musica non è disponibile) Fruit Ninja costa 0,99$ vs 0,89€ dell’Italia (in questo caso più o meno stesso prezzo). La stessa cosa succede per altri paesi (quelli che ho potuto vedere da Itunes.) La differenza quindi non sembra essere di prezzo quanto più di disponibilità. In alcuni paesi manca la musica, in altri non tutte le app sono disponibili.

La mossa di Spotify è dunque, un po’ come nel caso dei libri sopracitato, un marketing aggressivo atto proprio a mettere in difficoltà il colosso di apple o un vero e proprio cambio di rotta nella politica dei prezzi? Siamo di fronte all’inizio di un nuovo mercato in cui i prezzi dello stesso oggetto fluttuano a seconda dello spread? Del reddito procapite? E’ possibile ignorare queste differenze e accontentarsi di quello che si ha in un mondo iperconnesso dove tutto è visibile? (C’è gente che dentro i negozi sfoglia Amazon per vedere se il prezzo è vantaggioso). Vedremo. Nel frattempo credo mi fingerò portoghese, proprio come fecero alcuni romani nel XVIII secolo. La leggenda (riportata da molte fonti) racconta di un grande spettacolo organizzato dall’allora ambasciatore del Portogallo presso lo Stato Pontificio. L’idea era quella di omaggiare tutti i suoi concittadini che abitavano o si trovavano a Roma. Per entrare a teatro era sufficiente dichiarare la propria nazionalità. Nessun invito o richiesta di documenti. La voce si sparse in fretta tra le strade di Roma. In poco tempo una folla di persone si presentò a piazza Torre Argentina per assistere allo show. All’entrata tutti ordinatamente rispondevano alla fatidica domanda:

– Mi scusi lei è portoghese?
– Può dirlo forte. Portoghese de’ quattro generazioni
– Non si direbbe dall’accento.
– Sto cercando di adattarmi all’ambiente circostante.
– Come i camaleonti.
– Bravo
– Obrigado
– Non si senta in dovere.
– Mi scusi?

ps. Non mi sono fatto alcun account portoghese. Ma l’aneddoto era una sorta di “ammazza la vecchia”, inevitabile.

 

L’Italia, un paese digitalmente isolato.

Ok. Guardiamo in faccia alla realtà. La fruizione dei contenuti (tv, musica, film, informazione) sta cambiando radicalmente. Più mi guardo intorno e più mi chiedo perchè diavolo da noi non esista ancora un servizio (come Cristo comanda, non palliativi) come HULU, Netflix, Pandora (Spotify è per fortuna appena arrivato in Italia, anche se c’è qualcosa che non torna nel prezzario). Voglio dire è ridicolo! In un mondo iperconnesso dove posso sapere tutto di tutti non ha senso fingere che non averli sia normale. I modi per raggirare questo sistema di esclusione digitale ci sono (non solo tunneling, anche sistemi come HOLA sono una manna dal cielo), quindi ribadisco: perchè far finta di nulla? Smettiamola. Diciamo addio aal nostro vecchio televisore, buttiamo i cd (ditemi dove che vengo), facciamola finita con il palinsesto! E’ vero, esiste l’on demand di Sky, che funziona molto bene (SKY GO) e c’è anche quello di Mediaset (che non ho provato). Ma sembrano entrambi degli esempi di retrofuturo. Un vorrei ma non posso (perchè non posso abbonarmi solo a Sky Go?). La cosa assurda è che nella rete (che non è un comune in provincia di Internet) si possono trovare tanti piccoli esempi di quel futuro che si vede altrove. C’è un solo problema: nella maggior parte dei casi non utilizzano metodi legali. Per quale motivo oscuro riesco ad avere un servizio migliore da parte di un sistema illegale e non da uno pienamente legale? Perchè non posso guardare documentari? (un mercato morto in Italia, ma non su NETFLIX UK dove la scelta è molto ampia) Perchè non posso rivedere le vecchie serie in qualsiasi momento (HULU) ma posso tranquillamente scaricarle con una semplice ricerca su google? Perchè devo aspettare mesi (anche se Sky ha tentato la via dei sottotitoli) per guardare le mie serie tv preferite? Non sono favorevole alla pirateria. Non è quello che sto dicendo. Sto solo riflettendo sul fatto che trovo ridicolo farsi fregare dalla pirateria in questo periodo storico e con la tecnologia che abbiamo. (per farvi un idea un abbonamento a Netflix in Uk costa 5,99 pound al mese, in linea con quanto poteva costare un abbonamento a megavideo e meno della metà di quanto si spende per un pay-tv).

E’ troppo chiedere una globalizzazione della fruizione dei contenuti? Perchè sono costretto a diventare un immigrato clandestino digitale?

Giacomo, hai scritto un intero post solo perchè vuoi avere Netflix, Lovefilm, Hulu e Pandora? Si. Magari funziona.

 

It’s an Hybrid world baby!

Ibrido. E’ un po’ di tempo che questa parola è entrata di diritto nel linguaggio comune. Fino a qualche tempo fa vocabolo biologico usato prevalentemente per descrivere la via di mezzo in natura è stato pian piano acquisito dalle nuove tecnologie per definire quello che ancora una definizione non ha.

Il digitale è forse stata la sintesi del termine. Tutto è ibrido. Tutto si mischia. Basta pensare ai dispositivi elettronici. Abbiamo cominciato con un device che faceva una cosa fatta bene (penso al lettore mp3, in epoca digitale) e siamo finiti con device che fanno tutto (spesso non nel migliore dei modi). Console per videogiochi che fanno anche da telefono (la Psvita ha touch davanti, touch dietro, naviga, fa foto, ah…ci siamo scordati dei giochi..). Lavatrici wifi, frigoriferi touch screen, forni a microonde che fanno girare senza problemi super mario bros (ok, forse questo me lo sono inventato, ma sono certo che il chip all’interno di un frullatore potrebbe farlo girare, nonchè far atterrare l’Apollo 11 sulla luna).

C’è un ibrido che sembra rispettare maggiormente il senso biologico del termine e con il quale ho avuto il mio primo contatto qualche giorno fa all’Hybrid Space di Via frattina 138, un Temporary space shop ideato da Toyota Motor Italia e progettato dall’agenzia Superegg. Sto parlando dell’auto ibrida. Di che si tratta? Giacomo, non stai parlando con tua nonna. Si lo so, però meglio essere precisi. Il concetto è semplice è un auto a motore, ma è anche un auto elettrica. Le due cose lavorano in sinergia. Magia nera? Più o meno.

Per capirne di più mi avventuro all’interno dello spazio. Dentro è un trionfo di luci e suoni. Per l’occasione è stata sviluppata una vetrina interattiva che grazie a un sensore reagisce al passaggio dei pedoni. L’interno è diviso in tre postazioni. Nella prima è possibile vedere una Toyota Yaris diligentemente affettata a metà.

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Nella seconda stanza è possibile provare con il proprio di dietro la differenza di guida (a livello di vibrazioni) tra un auto normale e un auto ibrida. Davanti a noi c’è uno schermo che riproduce il traffico di Roma. Istintivamente cerco il clacson. Il mio gesto nell’aria viene notato da uno dei ragazzi dello Space.

– Se vuole può fare un giro su una delle nostre auto ibride. Li potrà anche usare il clacson.

Accetto seduta stante. Appena entrato in auto ho un colpo apoplettico. Il co-pilota mi chiede se sto bene.

– Tutto a posto. E’ che di solito guido una Uno dell’89.

Il co-pilota si fa il segno della croce. Quindi partiamo. L’auto è automatica, niente frizione. Il mio piede sinistro ringrazia. L’accensione è istantanea e silenziosa. Di fatto non sembra esserci alcuna differenza tra acceso e spento.
Basta alzare il freno e l’auto parte.

– Come le auto diesel!
– Più o meno

In realtà le cose sono molto più complicate. A spiegarle ci pensa un computer di bordo che in tempo reale aggiorna il conducente su quelli che sono i consumi.

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– L’auto sfrutta un doppio motore. Una parte elettrica e una a combustione. Fino a 50km/h entra in funzione solo la parte elettrica, in caso serva aiuto allora il motore a combustione da una mano. Il fulcro della tecnologia sta nella sua capacità di non sprecare alcun tipo di energia prodotta dal movimento dell’auto. Ogni frenata, discesa, e rallentamento producono energia che viene accumulata nella batteria interna dell’auto. Non si butta niente.

– Come il maiale!

Il co-pilota non sembra apprezzare le mie metafore culinarie. Dopo pochi minuti la mia esperienza da Fiat Uno è dimenticata. La differenza maggiore nel guidare un auto del genere è la totale assenza di rumori. Sembra di stare su una sorta di tapirulan. Il movimento è fluido (anche le vibrazioni sono praticamente azzerate) e in alcuni casi sono costretto a usare il clacson per avvertire della mia presenza i pedoni che camminano in mezzo alla strada.
Anche se sono un ciclista convinto non posso non notare la fluidità di guida. Improvvisamente la mia vecchia auto sembra una caravella del 500.

Mi perdo nelle strade del centro. Incalzo il co-pilota con alcune domande tecniche e il discorso va a finire sulle possibilità dell’auto elettrica.

E’ da tempo che se ne parla, ma ancora non esiste un mercato vero e proprio e soprattutto ancora non esiste un numero sufficiente di studi sulla reale possibilità di convertire l’intero mercato dell’auto all’elettricità. Non sono un esperto, ma la prima cosa che mi è venuta in mente è stata il sostentamento. Se domani tutte le auto che abbiamo oggi fossero elettriche come verrebbero alimentate? Ad esempio negli Stati Uniti più del 45% dell’energia elettrica viene prodotta con impianti a carbone (FONTE EIA), di fatto azzerando gli eventuali benefici di un auto elettrica. L’ibrido sembra per ora il giusto compromesso. Nel mondo sono circa 2 milioni e mezzo le auto alimentate con un motore di questo tipo. Ancora poche, ma un numero sufficiente per capire che impatto possono avere sull’ambiente.

Finalmente ritroviamo la strada per l’hybrid space. Parcheggio. Il co-pilota mi fa notare che posso utilizzare la telecamera posteriore. Con una tecnologia Augmented Reality il computer di bordo sovrappone all’immagine live del paraurti una linea rossa e gialla che man mano che giro il volante mi indica in che modo eseguire la manovra.

Premo un pulsante. L’auto si spegne. Almeno così dice il cruscotto. Le mie orecchie e le mie mani sul volante di nuovo non sentono alcuna differenza.

Ho ancora tempo per un ultimo giro nel quale scoprire il mio grado di sinergia (puramente tecnologica) con il co-pilota grazie a un gioco interattivo presente nello Space che in stile Wii permette di “interpretare” la parte elettrica o quella a combustione.

Se siete interessati e volete approfondire la vostra conoscenza della tecnologia ibrida il Toyota Hybrid Space sarà aperto nel periodo di Gennaio-Febbraio 2013, tutti i giorni dalle ore 11 alle 20 in via Frattina 138 – Roma.


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