AltspaceVR: vi racconto la mia esperienza in un social network virtuale.

facebook_image

Era un po’ di tempo che non davo un occhiata allo store di OCULUS per il mio Gear VR. Dopo il lancio consumer (99$ per un casco marchiato Samasung, in collaborazione con OCULUS) e l’offerta attualmente disponibile (compri un s6 e ti regalano il casco, maledetti aggiungo, io l’ho pagato a prezzo pieno) le cose nel mondo del VR cominciano a muoversi sempre più rapidamente. Qualche mese fa vi ho parlato del mio primo viaggio social nel mondo della realtà virtuale (roba di margherite fluttuanti) e dopo neanche 60 giorni mi trovo a testare un’altra piattaforma social che sfrutta le possibilità del VR.

Si chiama AltSpace-VR ed è un app gratuita scaricabile dallo store di OCULUS (è nella sezione “concept”). Non appena entrati ci viene spiegato brevemente come muoversi. Uno swipe su e giù sono necessari per girare il proprio sguardo (se non si è ad esempio su una seggiola girevole), il resto verrà fatto con lo sguardo. Un mirino su schermo ci può teletrasportare in qualsiasi luogo all’interno della stanza semplicemente cliccando nel punto che vogliamo visitare.

La prima stanza che visito è la “welcome room”. Qui è dove si può cominciare a muoversi nel mondo di Altspace. Non a caso è la stanza più “affollata”, ci sono 10 persone che fluttuano avanti e indietro in una sorta di mega-chalet futuristico sospeso in mezzo alle nuvole. Sento una voce. Mi avvicino. E’ uno degli sviluppatori di Altspace. E’ li per rispondere a qualsiasi domanda. La prima cosa che noto è che ha le braccia. O meglio. Tutti abbiamo le braccia. Ma è l’unico in grado di muoverle. Provo a schiacciare qualche pulsante del mio joystick (uso un controller bluetooth, ma si può navigare anche in sua mancanza, utilizzando il touch del casco). Niente da fare. Mi tolgo dal “mute” (è in default quando si entra) e chiedo informazioni. Il ragazzo (almeno credo, siamo più o meno tutti uguali, quelli che hanno un corpo umano perlomeno) è molto gentile e mi risponde prontamente. Sta usando Altspace da Desktop (è una cross-platform, si possono utilizzare diversi device, il Gear VR è uno di questi, ma si può usare anche senza casco) e per muovere le mani ha installato un KINECT (accessorio per XBOX ONE). Muovendo le sue mani è in grado di doppiare il movimento nella realtà virtuale. La sua testa però è immobile in quanto non è dotato di un casco. Ascolto con molta attenzione. Gli chiedo se si tratta di un prodotto FACEBOOK. Mi risponde che no, non sono legati a facebook. Sono una start-up, hanno appena ricevuto dei fondi e sono in fase di lancio. “E’ tutto ancora da vedere…ci stiamo lavorando”. Sorrido. O almeno credo di farlo. Per esprimere emozioni ci sono delle emoticon in basso. Si possono selezionare solo alcune facili espressioni. Una volta scelte, compaiono come un enorme emoticon sopra la nostra testa. Nel frattempo entrano altre “persone”, droidi perlopiù. Si tratta del corpo standard con cui è possibile entrare nel mondo virtuale. Per cambiarlo basta registrarsi e scegliere tra alcuni “body” un po’ più originali (ma non aspettatevi un livello di customizzazione molto profondo…arriverà probabilmente in futuro). Scelgo un umano. Maglietta azzurra. Sento un po’ di vociare. Alcune persone stanno chiacchierando all’entrata. Di nuovo mi avvicino al developer. Gli chiedo se c’è uno specchio. Attenzione. Non sono pazzo. Non completamente. La mia domanda ha basi puramente scientifiche. Voglio capire come gli altri percepiscono il mio personaggio. Se quanto scuoto la testa ho un effetto realistico oppure no. Quanto pedissequamente il movimento del collo viene riprodotto nella mia controparte virtuale. Per nulla scosso dalla mia domanda (non devo essere il primo) il developer mi dice che si, c’è uno specchio ma non è disponibile per il mio dispositivo. “Vedi quel gruppo di persone laggiù? Sono davanti a uno specchio. E’ per questo che si raggruppano tutti in quel punto”. In effetti c’è uno strano affollamento. “Però c’è una soluzione…puoi chiedere a lui se riesce doppiare i tuoi movimenti”. C’è un altro persoanggio davanti a me. Molto simile. Mi guarda. Giro la testa a destra. Fa lo stesso. Quindi scuoto la testa. Di nuovo il ragazzo (almeno credo, in fondo qui, il genere, non esiste) copia ogni mio movimento. Ridiamo entrambi. Ride anche il developer. E’ assurdo. Abbiamo appena utilizzato un livello di comunicazione basico, il più ancestrale che l’uomo ricordi, quello che anche i bambini mettono in pratica quando ancora non possiedono tutte le risposte. E lo abbiamo fatto in un ambiente che non esiste. Arrivano altre persone. Le mani del developer sono il centro dell’attenzione. In molti vogliono essere sfiorati. Non c’è contatto naturalmente ma tutti vogliono vedere l’effetto che fa. L’ambiente è abbastanza confortevole. C’è però qualcosa che non quadra. L’audio. Quando sono vicino ad una persona sento il suo audio a più alto volume. Quando mi allontano il suono si allontana di conseguenza. Ma non sparisce mai completamente. Alcune persone sono fuori dalla baita, ma riesco comunque a sentirle. Chiedo lumi al developer che mi spiega che si in effetti è impossibile “mutare” le conversazioni intorno. “Se qualcuno fosse dietro questa parete, riusciresti comunque a sentirlo”. Nel parlare si gira. Un’altra domanda sorge spontanea. “La tua bocca che si muove è l’unico elemento che ho per capire se stai parlando?” “Si, beh, questo è quello che succede con corpi come il mio o il tuo, i droidi sono più “sofisticati”. Anche se sono di spalle puoi vederli pulsare quando stanno parlando. In realtà qui, quando abbiamo iniziato c’erano solo droidi, gli uomini li abbiamo inseriti dopo. Sono un po’ più naturali, battono gli occhi (a caso, anche se non ci sei) ma quando parli non brillano di luce propria”. Un cumulo di persone si trova davanti al developer. Tutti pendono dalle sue labbra. A giudicare dalle zeppole direi che siamo un branco di nerd senza una vita. “Cavolo, sembra proprio Ready Player One, è incredibile”. Sarò ripetitivo, ma non riesco a non sentirmi dentro il libro di Ernst Cline. “Già, adoro quel libro”. Naturalmente il developer conosce il testo, non avevo dubbi. “La cosa bella è che se sei un coder, puoi costruirti il tuo spazio caricarlo e invitare gli amici. Non è ancora possibile con la versione GEAR VR, ma da desktop si, bisogna saper un po’ smanettare (JAVA) ma può dare molte soddisfazioni. Puoi caricare il tuo cabinato e invitare gli amici a giocare!” In pratica ognuno può creare un suo spazio virtuale completamente personalizzabile e invitare gli amici a giocare nel suo mondo (esattamente come succedeva nel romanzo di Cline). Ogni spazio è un’indirizzo http a cui collegarsi. Se si creano oggetti, e sono caricati online, è possibile condividerli anche all’interno degli spazi di Altpsace. “Vi faccio vedere…” Tutti guardano il developer agitare le mani in modo innaturale. “Scusate sto cercando di scrivere con la tastiera…” Le sue braccia sono piegate al contrario. “Tutt…ttu…tut….ah, eccolo qui…vedete qualcosa di strano nel cielo?” Mi giro. Niente. “Mmm…vediamo, forse…no…questo…no…si..ecco. Lo vedete questo?” Ci indica un enorme palla bianca al centro della stanza. “Wow..” Dopo poco la palla diventa una foto sferica. “E potete camminarci dentro”. Mi avvicino. Entro nella palla. Sono al suo interno. Da qui la foto viene percepita come una normale foto sferica navigabile. Se la si attraversa si torna nella stanza. Entro e esco svariate volte. Cavolo. E’ davvero incredibile. A differenza dello spazio virtuale proposto da Samsung, questo è un vero e proprio luogo open-source dove l’utente può praticamente costruire qualsiasi cosa sia in grado di programmare. Decido di fare un giro nelle altre stanze. Sono tutte vuote. Vago per qualche minuto. Ci sono stanze con giochi, un enorme mansion con uno schermo con su scritto “Live Events”. Probabilmente è dove si riunisce la community per guardare eventi live organizzati dal Altspace. Più mi guardo intorno e più mi sembra di avere un déjà vu chiamato Second Life. E’ innegabile la somiglianza, ma l’aggiunta del VR trasforma l’esperienza in modo radicale. Torno nella stanza “Welcome”, non appena entro ho una sorta di “allucinazione”. O almeno credo. Vedo un enorme ScoreBoard sul muro della casa. Mi avvicino. Poi sparisce. Vado dal Developer e gli chiedo informazioni. Il telefono comincia a scaldarsi, l’immagine rallenta. “C’era uno scoreboard per caso?” “Cosa?” “C’era un tabellone?” “Dove l’hai visto?” “Sul muro..” “mmm..sei sicuro?” “Credo di si…” “Strano…beh ma eri appena arrivato? Dove ti trovavi?” Gli spiego che si in effetti ero appena rientrato nella stanza. “Forse si trattava di un glitch…?” Chiedo. “Eh…diciamo…” sembra restio, in fondo un glitch, è un errore di programmazione, non vuole fare brutta figura. “…diciamo di si..era un glitch..mi dispiace!” “Figurati, ero solo curioso!”. Si mette a ridere. Ridiamo. Il telefono è troppo caldo. L’immagine scatta e l’esperienza sta diventando fastidiosa. Decido di congedarmi. “Grazie di tutto e per le informazioni. Cheers”. Il ragazzo mi saluto di conseguenza, aggiungendo un enorme emoticon sorridente sulla sua testa. Sorrido (tra me e me), saluto di nuovo e spengo.

Qui trovate tutte le info su AltspaceVR. E’ qualcosa da provare e probabilmente è uno sguardo molto “realistico” su come si potranno sviluppare i social network (Facebook ha parlato spesso di teletrasporto…) nel prossimo futuro (molto più vicino di quanto possiate immaginare).

 

 

[UPDATED È TORNATO!] Tutto finisce, soprattutto quando è gratis: chiude Box Office Mojo

Senza preavviso, e senza spiegazioni, Box Office Mojo è tornato online. Se volete potete leggere il mio sproloquio prima del ritorno online.

—–

È sparito così, da un minuto all’altro. Un secondo prima eri a li a vedere quanto aveva incassato First Blood (aka Rambo da noi) e un secondo dopo ti trovi proiettato sul sito di IMDB. Sperduto pensi ad un errore di battitura. Riprovi. Niente da fare. È tutto vero. Box Office Mojo, dalla fine degli anni 90 uno dei punti di riferimento, per conoscere gli incassi presenti e passati dei film di tutto il mondo ha chiuso i battenti. Rien va plus, le jeux son fait…e qui si ferma il mio francese. Morale della favola da oggi dovremmo trovare informazioni altrove. IMDB ha un sistema simile (non a caso aveva acquistato Mojo, lasciandolo però un sito indipendente) ma molto meno chiaro e soprattutto molto meno aggiornato.

Come avete potuto vedere la cosa è stata presa benissimo. Ma perchè arrabbiarsi? Perchè lamentarsi? Abbiamo mai tirato fuori una lira per quel servizio? La risposta è no. Ed è una risposta che si adatta perfettamente ad altre domande simili. Abbiamo mai pagato per Google Reader? No. E se domani chiudesse Google Maps? Gmail? O se il servizio venisse trasferito altrove? Potremmo lamentarci in qualche modo? Si, ma sarebbe solo una perdita di tempo. Ogni forma di protesta sarebbe inutile nonchè infondata. Tanto per farvi venire un po’ di ansia un giornalista del Guardian ha calcolato la vita media dei prodotti Google. Risultato? In media un servizio Google “vive” 1459 giorni (poco più di 4 anni). Questa è la free economy in cui siamo finiti, questo è il mondo in cui vivremo nei prossimi anni. Un mondo in cui tutto è a portata di mano, molto spesso gratuitamente, ma in cui tutto potrebbe sparire in un battito di ciglia.

Per chi non ci vuole credere un lumicino c’è: il destino di Box Office Mojo è ancora incerto, anche se il silenzio di Amazon (proprietario di IMDB) e il repentino cambiamento non fanno ben sperare. Nel frattempo potete ancora contemplare l’indicizzazione del sito, Google, lo ricorda ancora.

Screen Shot 2014-10-11 at 13.35.42

La foto post è presa da qui.

 

5 cose sul lancio dell’Iphone 6

“Vorremmo potervi dire di più”. Questo era il claim apparso sul sito della Apple prima del suo attessissimo Keynote. Purtroppo le aspettative non sono state accontentate. Il lancio del nuovo Iphone (e Iwatch) non ci ha detto nulla di più di quello che già sapevamo. I leak ci avevano mostrato già le forme del nuovo nato in casa Apple e l’AppleWatch non raggiunge neanche minimamente i render immaginari che si erano alternati sulle riviste di settore. Capitolo a parte l’Apple Pay che cerca di rompere le regole del gioco esattamente come aveva fatto Itunes qualche anno fa. Ma andiamo con ordine.

1. Il leak è probabilmente il protagonista di quest’anno. Oramai sembra quasi impossibile per un’azienda riuscire a nascondere le proprie creazioni al pubblico prima del lancio, a tal punto che qualcuno si chiede se forse questi leaks non siano altro che delle attente mosse di mercato per avere feedback dagli utenti e nel caso cambiare in corsa. Un altro motivo dell’aumento di leaks sta nel fatto che è molto difficile nascondere i propri ordini oltre oceano. Quando si ordinano milioni di schermi da 5,5 è difficile non fare la matematica.
2. L’Iphone non innova. E oramai non lo fa da almeno 3 modelli. L’ultimo telefono che ha davvero aggiunto qualcosa al mercato è stato l’Iphone 3g. I modelli successivi non hanno fatto altro che aggiornare il modello precedente senza grossi stravolgimenti (la cosa più interessante è stata l’attivazione con l’impronta digitale, a detta di molti non perfettamente funzionale, e forse ancora da migliorare). Le specifiche dei nuovi nati sono pressochè identiche a telefoni di almeno 2 anni fa. Come si può vedere dalla tabella qui sotto a livello strettamente numerico (è chiaro che in due anni le componenti cambino) i due device, Nexus 4 e Iphone 6 sono pressochè identici (con una “sottile” differenza nel prezzo).

BxHWndmCIAAV70q

Altra cosa da notare il passo indietro ideologico di Apple che un anno fa definiva una questione di “common sense” non fare un telefono più grande. Diciamo che il common sense è andato a farsi fottere di fronte all’evidenza del mercato.

3. Il punto precedente rende oramai palese un fatto: non è l’hardware il campo di battaglia dove si combatterà la guerra tra smartphone. Il software è quello che rende un telefono diverso dagli altri. Android, Windows e IOS sono tre mondi e modi diversi di utilizzare un device. Apple probabilmente la pensa allo stesso modo altrimenti sarebbe inspiegabile presentarsi con un hardware che non giustifica minimamente gli oltre 1000 euro della versione top gamma da 5,5 pollici. Con la metà dei soldi è possibile prendere una nave spaziale e avere ancora soldi per comprarne un altro.
4. Apple Watch. Ecco questo punto rimane un vero mistero. Apple presenta un oggetto pressochè identico alla sua concorrenza diretta (gear di Samsung, con le dovute differenze a livello di rifinitura), decisamente più “brutto” dello splendido (ma con qualche pecca tecnica) Moto G 360 che ha scelto la linea tonda più consona per un orologio da polso.

apple-watch-theverge-6_1320_verge_super_wide

moto-360-cafe

Per il resto si conosce solo un prezzo fuori mercato (100 dollari sopra i top gamma della concorrenza, 200 più del Moto G 360), un design opinabile (la rotellina, che a quanto pare serve per navigare oltre al touch, è solo a destra, di fatto rendendolo inutilizzabile per chi porta l’orologio a destra), e una data di lancio che lo rende già vecchio ancor prima di uscire (chissà quanti altri LG, Samsung usciranno da qui al 2015). La feature “health” tanto millantata è un qualcosa che tutti i telefoni attuali possono supportare. Sapete come funziona il calcolo del battito cardiaco? Con una fotocamera e un flash, si, esatto, ogni telefono, con una semplice app riesce a calcolarlo appoggiando il dito sulla fotocamera. Per finire l’Iwatch non funziona se non in sincronia con l’iphone. La Samsung ha già rilasciato una versione del suo Gear con funzionalità 3G per poterlo sincronizzare anche senza un telefono a portata di mano.
5. Apple Pay. Ecco forse questo è il punto fondamentale del lancio Apple. Al precedente Keynote dell’iphone 5s molti hanno storto il naso quando hanno scoperto che per l’ennesima volta il sistema NFC (che permette pagamenti a contatto e scambi di file sempre appoggiando due dispositivi uno accanto all’altro) era stato negato agli utenti Apple. La giustificazione sempre la stessa: problemi di sicurezza. Oggi però con il sistema di sblocco ad impronte digitali questa sicurezza c’è (e quei poveri utenti 5s? Perchè loro no? Per assurdo chi ha preso il telefono per ultimo si trova nella stessa situazione di chi ha un telefono di 3 generazioni precedenti) e soprattutto c’è un sistema proprietario di pagamento che giustifica l’utilizzo dell’NFC: Apple Pay. Dunque come con l’APP store, Apple crea sistemi proprietari dai quali può guadagnare direttamente e quindi supportare appieno (chissà a quanto ammonta la percentuale di pizzo da pagare alla società di Cupertino). La questione ora sarà capire come si porranno gli altri operatori (da noi Poste, Vodafone e Tim) che già avevano implementato un sistema di pagamento NFC.

 

Facebook è un amico e ti ascolta, sempre. S-E-M-P-R-E.

Bentornati al nostro spazio “L’angolo del Distopico”. Da qualche tempo mi diverto a vedere fino a punto il mio buon Google fa a pezzi la mia privacy con il suo servizio Google Now (disattivabile, ma perchè farlo, tanto lo fanno lo stesso). Qualche tempo aveva fatto scalpore un opzione del google-fonino (marchiato Motorola, il Moto-G appunto) che permetteva al sistema di attivarsi alla sola frase “Ok, Google” (un po’ come nei Google Glasses). Per fare questo però il telefono doveva per forza di cose (poverino) rimanere in ascolto tutto il tempo in attesa delle fatidiche parole. Beh? Che c’è di male? Niente, se non fosse che molto probabilmente in attesa di “ok google” quelli Mountain View prendessero appunti su tutte le altre parole pronunciate prima di Ok e Google. Il servizio per ora è disponibile solo sugli smartphone targati google (NEXUS) e solo in lingua inglese. Non si sa per quale motivo oscuro, ma il telefono se settato in Italiano non riconosce più la parola magica per attivarsi. Perchè questa premessa? Perchè a partire dal 5 giugno Facebook (o meglio la sua app per mobile) ha introdotto una nuova fantastica feature, per facilitare ogni vostro sharing delle cose che amate. Mettiamo che state ascoltando una canzone e volete fare sharing, ma senza la scomodità di dover andare su Youtube, cercarla, si insomma avete capito. Qui viene in vostro aiuto Facebook che mentre ancora siete intenti a utilizzare le parole giuste ha già automaticamente auto compilato il vostro status? In quale modo? Semplice. Ogni telefono ha un microfono giusto? Si. Dunque perchè lasciarlo riposare tutto quel tempo, ancor di più oggi che i ragazzini non fanno altro che mandarsi messaggini su Whatsapp, poi mi si deprime, diamogli un’altra possibilità. Aspetta, ho un’idea ancora migliore. Teniamolo sempre acceso, perchè stare li a spegnere e accendere tutto il tempo, povero microfono. Lasciamolo andare, lasciamolo ascoltare, quando poi ne abbiamo bisogno lui sarà pronto a fornire le giuste informazioni all’app che in un secondo potrà dirvi cosa state guardando in tv, la canzone che state ascoltando e molte altre amenità davvero utili se non siete in grado di intendere e di volere.

A New, Optional Way to Share and Discover Music, TV and Movies from Facebook on Vimeo.

La cosa deve aver mandato fuori di testa Youtubers Matthias che ha creato un video con cui evangelizzare tutti gli utenti a fuggire da Facebook prima che sia troppo tardi. Tutti abbiamo avuto, chi per un motivo, chi per un altro, voglia di uscire dal Social di Mister Z, forse è una battaglia persa, ma se masticate un po’ di inglese vi consiglio la visione.

ATTENZIONE! Matthias è un comedian come potete chiaramente vedere dagli altri video caricati sul suo canale.

 

ciao youtube: come distruggere la rai (e un’intera memoria collettiva)

Dopo aver rifiutato i 50 milioni di Sky per essere sulla piattaforma satellitare, da domani 1 giugno la Rai sparirà anche dalla piattaforma di Mountain-view. La motivazione? Troppi pochi soldi. L’accordo precedente prevedeva infatti circa 100 euro a video (700 mila euro per 7000 video all’anno). Non abbastanza per Gubitosi che preferisce monetizzare l’eventuale (perchè tale è, eventuale) migrazione degli spettatori sulla piattaforma proprietaria Rai.

Ma snoccioliamo un po’ di dati. Cosa lascia Mamma-Rai su Youtube? Circa 50 mila video, 1.2 milioni di iscritti ai vari canali (32) e circa 1 miliardo di views (è uno dei network europei più visti, secondo solo a BBC, che però ha il vantaggio della lingua inglese). Per farsi un’idea RTVE raccoglie la miseria di 124 mila iscritti e poco più di 250 milioni di views. Stessa cosa succede in Francia e in Germania dove ARD (consorzio di tv pubbliche) ottiene 475 mila iscritti e 323 milioni di views. Dall’altra parte dell’oceano la situazione è la stessa, PBS negli USA raccoglie 417 mila iscritti e 350 milioni di views, numeri ben al di sotto della nostra tv nazionale (e ho citato solo network pubblici, in USA anche CNN ha numeri inferiori alla Rai). Già, perchè qui nasce un altro paradosso. La Rai sta facendo una mossa da tv privata, non pubblica. Non guadagno abbastanza, quindi me ne vado è un ragionamento perfettamente legittimo per una tv privata (vedi Mediaset che è uscita da Youtube anni fa) ma scricchiola pericolosamente se detta da un ente pubblico che è finanziato per larga parte da un canone, peraltro obbligatorio.

L’altra questione è la reale possibilità che 1.2 milioni di utenti iscritti su Youtube possano volersi spostare sul canale Rai.tv (non certo famoso per la sua usabilità, vedi app per android e l’utilizzo di Silverlight). Per quale motivo io utente youtube dovrei cambiare le mie abitudini? E poi, perchè considerare l’utente youtube alla stregua di uno spettatore “rubato” alla televisione? Possibile che i vertici Rai non abbiano capito che Youtube è uno dei tanti canali dove poter visualizzare contenuti. Come ha ripetuto lo stesso direttore di BBC (che al contrario sta ottimizzando la sua presenza su Youtube che risale al 2007) “Il viaggio che facciamo ogni giorno da quando ci svegliamo a quando torniamo a dormire è costituito da un passaggio continuo da uno schermo all’altro”

Ma c’è dell’altro. Come fa notare Tiziano Bonini su Pagina99, dal 2 giugno si creerà una sorta di enorme amnesia collettiva. Oltre a tutti i video caricati ufficialmente dalla rai, verranno cancellati anche tutti quelli illegittimi, fino ad ora tollerati in virtù dell’accordo con Big G. Già perchè oggi Youtube non è più solo una tv online, ma soprattutto un’enorme risorsa per blogger, giornali online, ma anche telegiornali e programmi televisivi che spesso usano i video presenti su Youtube come fonte.

Nell’anno in cui British Pathè regala al mondo intero una memoria storica inestimabile (295 milioni di iscritti e quasi 50 milioni di views in pochi mesi), la Rai prende una decisione controcorrente, un isolamento tecnologico inspiegabile, che non ha giustificazioni apparenti se non la mancanza di visione dei vertici Rai ancora troppo legati al vecchio modo di fare televisione. Ogni ora su Youtube vengono caricati circa 100 ore di nuovi contenuti, dal 2 giugno in quelle cento ore non ci sarà neanche un minuto prodotto dalla RAI.

[UPDATE]

È cominciata regolarmente l’opera di demolizione dei vari canali youtube appartenenti alla RAI. I video sono stati cancellati a scaglioni. Ad oggi degli oltre 50 mila video ne rimangono solo 7000. Dimezzate anche le views totali.

Rai_PrimaCancellazione

Screen Shot 2014-06-03 at 09.23.56

[UPDATE] 4 giugno 2014

La Rai è ancora su Youtube anche se fortemente ridimensionata. 7100 video rimangono nel network, ma il canale principale è sceso a 40 video. L’unica anomalia è nel fatto che risultano caricati video fino a 4 ore fa, ben oltre il termine dell’accordo con Google. L’ipotesi è che Rai non sparirà definitivamente da Youtube, ma che terrà una posizione, da privato (non partner) per mantenere l’indicizzazione del nome.

Schermata 2014-06-04 alle 16.43.24

Schermata 2014-06-04 alle 16.42.46

 

Google Stories: il creatore automatico di ricordi

Oramai ci sono abituato, a non sapere cosa il mio telefono sta facendo intendo. Già vi avevo annoiato con le 5 cose che Google Now fa e di cui probabilmente non siete a conoscenza. Oggi voglio ampliare la vostra ignoranza inconscia (ignorata) con una nuova funzione di cui Google mi ha gentilmente informato l’altra sera (sabato).

Tutto comincia con una nuova icona di notifica. Il telefono vibra. Accendi lo schermo e ti trovi davanti a una cosa tipo “La tua storia è pronta”. No, non è un dolce forno della scrittura, niente di tutto ciò, ma poco ci manca.

Screen Shot 2014-05-25 at 17.21.22

Andiamo con ordine. Google ha da qualche tempo ottimizzato il suo sistema di photo-back-up. Scattate una foto e automaticamente (potete scegliere se farlo solo via wifi, o in carica) trovate la vostra foto sull’account di google plus (a sua volta sincronizzabile con Google Drive). Le foto non sono pubbliche (per fortuna), ma bastano pochi passi per condividerle con le proprie cerchie (si lo so, per quale motivo oscuro?).

Gli automatismi però non si fermano qua. Le foto vengono messe in ordine, catalogate, per data, luogo, ora e per qualche altro misterioso algoritmo che mette “in evidenza” alcune foto invece che altre. Il servizio è non c’è dubbio molto comodo, soprattutto ora che si tende a tenere tutte le proprie foto sui telefoni sempre più capienti.


Ma arriviamo al “main course” di cui vi avevo parlato più sopra. Di cosa si tratta? Le foto automaticamente salvate sui server di google, non vengono solo salvate, ma rilavorate, rimesse in ordine e imbellettate (si, c’è un servizio di auto-adjustment delle foto e anche un altro che riconosce scatti vicini per creare una sorta di gif-animata on the fly, vedi foto sopra). Tutto quello che vi rimane da fare è inserire le informazioni che google non è (ancora per poco) riuscito a raccogliere. Con chi ti trovavi? Che facevi? Di chi era il compleanno? Di chi sono quelle foto? Insomma Google, ha deciso di togliervi quel fastidioso lavoro di creare uno “scrapbook” come lo chiamano gli americani, ogni volta che tornate a casa. Ora l’album dei ricordi si limita a essere un form da compilare nei suoi campi ancora vuoti. Al resto pensa l’algoritmo che traccia una linea narrativa grazie al solo utilizzo delle foto scattate (probabilmente aiutandosi con il GPS che gli “racconta” quali foto sono state scattate nello stesso luogo e quindi “narrativamente” limitrofe).


Qui trovate una live demo.

E la privacy? Gli interni di Google (malgrado la funzione renda palese l’enorme quantità di dati assorbiti) hanno assicurato che nulla è compromesso. Le foto sono automaticamente visibili dal solo possessore che deve decidere con chi, nel caso, condividerle. Inoltre le “storie” sono interamente artificiali, ovvero scelte dall’algoritmo, il che significa che nessuno ingegnere di Palo Alto passa le giornate davanti alle nostre foto private.

Per gli utenti Nexus la funzione dovrebbe essere attiva di Default se avete Google Now in funzione. Per gli altri è un opzione dell’app separata di Google Plus (presente anche su IOS).

 

5 cose che Google Now fa e di cui probabilmente non siete a conoscenza.

Premessa. Per chi non conosce Google Now, brevemente, si tratta di un servizio di notifiche e informazioni basate sui dati accumulati da Google, che siano mail, geolocalizzazioni, acquisti etc. Negli smartphone di ultima generazione non è più un app a parte ma parte integrante del sistema operativo android (esiste l’app per IOS).

1. Il sistema automatizzato di Google ha accesso diretto a tutte le ricerche e le e-mail che mandate e ricevete. Questo permette al servizio di suggerirvi articoli a cui potreste essere interessati e soprattutto interagire direttamente con le vostre comunicazioni. In che modo? Ad esempio è in grado di creare automaticamente un reminder per il vostro spettacolo al cinema (basandosi sulle vostre ricerche di orari e lo spostamento, avvicinamento al cinema cercato). Calcolando distanza, mezzo di trasporto e traffico, google vi suggerisce attraverso una notifica, di muovervi se non volete perdervi il vostro film preferito. La cosa si ripete anche nel caso abbiate acquistato un biglietto del treno. Non appena in metro in viaggio verso la stazione Google Now vi avvertirà dicendovi che siete in orario ma se non state andando a prendere il treno è il momento di muoversi.

2. Un altra funzione è quella del conta-passi. Google calcola ogni vostro spostamento (potete cambiare l’opzione ma di default è attiva). Questo gli serve per varie cose, capire dove abitate, quali sono i vostri spostamenti più frequenti, suggerendovi possibili strade per tornare a casa (via bus, bici o macchina) e soprattutto per smuovere il vostro amor proprio, con un sistema di contapassi mensile che vi aggiorna su quanti chilometri avete percorso. Il reminder, automatico ma “disattivabile” (o meglio non visualizzabile in futuro), vi mostra un raffronto con il mese precedente informandovi sulla vostra debacle fisica.

Schermata 2014-05-14 alle 13.20.33

3. Trovare la vostra macchina. Già, esistono da tempo servizi che vi permettono di segnare con un pin, il punto esatto dove avete lasciato il vostro veicolo. La questione è che Google Now ora fa la stessa cosa senza richiesta dell’utente. Di base Google vede la velocità a cui vi state muovendo e “capisce” se vi trovate su un auto o a piedi. Una volta fermi, suppone che vi siate fermati e senza colpo ferire lascia un marker nel punto dove avete fermato la vostra corsa. Tornando all’auto vi prende il panico. Dove diavolo l’ho lasciata? Google a questo punto monitora il vostro randomico movimento, probabilmente nella zona dell’auto, e dopo aver aspettato un po’ di tempo (diamogli tempo, magari ci arriva, penserà) decide di togliervi d’impaccio e suggerirvi il punto dove avete lasciato la vostra auto. Ok. Non c’è che dire, le cose cominciano a diventare inquietanti.

2014-05-01-image-1

4. Google vi ascolta sempre, letteralmente, in cerca di possibili informazioni che potrebbero esservi utili. Su alcuni telefoni (i Nexus, ma anche Samsung) è infatti stato implementato un sistema che permette al telefono di rispondervi sempre al solo richiamo di “ok google” (solo in inglese, non chiedetemi perchè). C’è solo un piccolo problema. Per fare questo il telefono “ascolta” si il richiamo, ma anche tutto quello che viene pronunciato nei pressi del vostro smartphone.

5. Chiudiamo con qualcosa di più rilassante, le funzioni più standard. Meteo, partite e traffico sono sempre a vostra disposizione. In aggiunta google è in grado di estrapolare possibili pacchi in arrivo, ad esempio, dei vostri acquisti su amazon. Automaticamente potete seguire il tracciamento del vostro regalo in ogni momento. In USA esistono anche servizi di notifiche simili con l’affitto di un auto, di un biglietto del cinema o del teatro, che vi vengono suggeriti nel caso vi troviate nei pressi dell’evento. Per i malati di serie tv esiste anche un servizio di reminder che vi aggiorna sui nuovi episodi dandovi ora e canale di messa in onda.

[UPDATE]

Dopo che ho scritto l’articolo, Google Now ha voluto subito consigliarmi una lettura a cui potrei essere interessato.

1505577_10202754931008639_2687434099414881993_n

 

Come Facebook vi tiene intrappolati al suo interno

Ho già scritto altre volte del mio rapporto non proprio idilliaco con Facebook. Il social di Mr. Z. è oramai dentro le nostre vite in maniera così profonda che cercare di uscirne equivale prendere e andarsene sopra una montagna in ascetismo (per un po’ si è usato anche il termine “suicidio” per descrivere un log-out definitivo).

Oggi però mi sono imbattutto nell’ennesimo tentativo di Mr. Z. di trattenermi all’interno del social. Ma facciamo un salto indietro.

Previously in Devil Mr. Z. Want You Here Forever.

Uno dei primi meccanismi messi in atto da Facebook per evitare che il proprio pubblico uscisse e entrasse dalla grande F è stato quello di mettere terrore a chi volesse varcare la soglia. Una sorta di warning in pieno stile Trojan, come quelli che si possono incontrare quando il nostro broswer incontra un sito con possibili malaware in vista. Beh? Niente di male, Giacomo, solo che all’epocoa (ora no) questo warning appariva anche per siti molto trafficati (anche quotidiani per dire) di fatto spingendo chi è poco avvezzo alla navigazione a immediatamente tornare indietro e rimanere all’interno della sempre più spessa placenta creata da Mr. Z.

facebook-dashes-warning

Un altro trick più subdolo è stato quello (non solo di Facebook) di “facilitare” l’iscrizione degli utenti ad altri siti, usando il login di Facebook. Già, facilitare la vita, è questo che vuole Facebook. Ma se vi fermate per un secondo a ragionare sulle conseguenze di un’iscrizione attraverso questo meccanismo, capirete che non è proprio così che vanno le cose. Iscrivendosi infatti con il log-in di FB di fatto state legando l’utilizzo di un determinato servizio (anche Spotify, per dire) al vostro social network preferito. Cosa succede se un giorno volete uscire da Facebook ma non dall’app alla quale siete iscritti con il loro dati? Niente di che, dovete solo rifare tutta la procedura di iscrizione perdendo tutti i dati e le playlist (nel caso di Spotify). Ma non c’è niente da fare? Una cosa c’è, rimanere su Facebook e mantenere attivo il log-in così da poterlo utilizzare su tutte le piattaforme su cui è stato usato. Facile no?

Schermata-08-2456526-alle-17.35.24

E arriviamo al presente. Premetto che è passato ancora troppo poco tempo da quando ho “scoperto” questa cosa, però mi sembrava perfettamente in linea con le due cose di cui vi ho parlato poco sopra. Quando embeddate un video da youtube su FB, il social di Mr. Z vi permette di vedere i video direttamente nel social. Niente di strano fino a qui, è un embed, e come tale ha questa precisa funzione. C’è però qualcosa che non va, se date un’occhiata con più attenzione. Di solito Facebook permette sempre di poter “switchare” alla visione su Youtube in qualsiasi momento semplicemente premendo il pulsante “watch on youtube”. E’ un’opzione utile soprattutto per chi magari vuole dare un’occhiata ai related, avere maggiori informazioni sull’utente che ha caricato il video, o più semplicemente sapere quando è stato caricato un contenuto. Ebbene da oggi, ieri sera per essere precisi, questo pulsante “watch on youtube” non funziona più. Se provate a premerci sopra vi sembrerà di essere pazzi, o di avere un qualche problema con il broswer. Ho provato varie volte anche con diversi software (chrome, safari) ma il risultato non cambia. Dunque? Se non fosse un bug (cosa ancora probabile, visto il poco tempo passato) sarebbe l’ennesimo tentativo (sporco) di FB di evitare che voi usciate dal social. Per accedere al video si può ancora premere sul titolo del video. A mettermi ancora più dubbi, ci ha pensato Andrea Iannunzi, che mi ha girato questo link, dove Facebook, in data 5 maggio, annuncia l’imminente arrivo di nuovi dati insight riguardo la visione dei video. Vere e proprie statistiche (molto simili a quelle già presenti su youtube) per avere una completa visione del proprio pubblico multimediale (altro che Auditel). Rimarrei ancora cauto per altri, diciamo 2 minuti, poi premerei il pulsante “Panico”.

Screen Shot 2014-05-07 at 10.38.53

ps. Ho provato a vedere se era un problema dell’embed di Youtube, ma da altri siti il pulsante funziona senza problemi (anche da Twitter)

[UPDATE]

D’accordo. Da questa mattina il pulsante funziona di nuovo. Il mio animo Maulder però non può che continuare a pensare che tutto questo ha un suo significato, che la verità è la fuori, che voglio crederci…ok. La smetto.

 

10 cose che ho imparato al Festival del Giornalismo #ijf14

1. Che chi si alza per fare una domanda e dice ‘sono un giornalista’ non ha capito nulla di dove sta andando il giornalismo.

2. Che esiste un giornale in Olanda che con un crowdfunding record sta costruendo qualcosa di eccezionale.

3. Che ancora non abbiamo pienamente compreso le potenzialità di internet.

4. Che repetita non iuvant, quando scriviamo qualcosa evitiamo di ripetere ció che esiste già, i link esistono per questo (anche se al De Correspondent hanno trovato un metodo meno distraente per inserirli)

5. L’open source non è un sistema operativo ma un’ideologia. (cit. Om Malik)

6. Che le Breaking News sono solo una forma di masturbazione giornalistica.

7. Che ci sono troppi contenuti in giro e non una reale richiesta, ‘it’s insane’ mi ha detto Felix Salmon.

8. Che potrebbe esserci un’era post testuale.

9. Che devo tenere d’occhio il progetto di Fusion.net

10. Tornerò ogni anno consapevole del fatto che il mondo dell’informazione oggi è un essere cangiante che si muove a velocità smodata e che l’unico luogo dove è possibile rallentare la sua corsa per potergli dare anche solo una fugace occhiata è il festival del giornalismo di Perugia. ‪#‎ijf14‬