Avete bisogno di questo articolo? Probabilmente no.

Gli scrittori sono sottopagati. È un dato di fatto. La questione è perchè? In altri ambiti il crollo della retribuzione è facilmente spiegabile: o non serve più quel servizio, oppure c’è una macchina (un software) in grado di sostituire la manodopera umana a un prezzo irrisorio. Ora, scrivere è ancora un lavoro umano, ci sono macchine in grado di scrivere articoli partendo da dati, ma sono ancora algoritmi imperfetti e soprattutto poco leggibili se non per scritti molto tecnici e poco lirici.

Dunque perchè svalutare un lavoro ancora cosí legato alle persone?

Nessuno ha bisogno di articoli? Sembra più che altro il contrario. Tutti ne hanno bisogno e in numero crescente. Ora non sono un economista, ma se si alza la domanda il prezzo dell’oggetto venduto scende, ma non lo stipendio di chi produce quell’oggetto, almeno questo è quello che è successo fino ad oggi. Anzi. Serviranno più persone specializzate per servire quell’aumento nella richiesta.

Ecco però che sorge un problema. La domanda si alza, ma é un mercato falsato dalla FREE economy. Tutti vogliamo essere intrattenuti e avere di più ma non abbiamo alcuna intenzione di pagare per questo. Che siano informazioni, film, programmi televisivi, videogiochi (freemium) e quant’altro.

Può la scrittura di articolo valere 8 euro? Si, se non fosse qualcosa di necessario. Se è qualcosa che ci serve davvero perchè pagarla così poco? “Beh il mercato è questo…”.

Ora quello che mi chiedo è: abbiamo davvero bisogno di tutta questa mole di materiale? Perchè a me sembra piuttosto che il numero di richieste, ovvero la domanda, sia in realtá falsata da un fattore distorcente: la gratuitá.

Ne vogliamo di più perchè è gratis, o semi gratuita. Perchè chiederne di meno? Basta vedere cosa fanno le persone nei ristoranti All You Can Eat. Di certo non smettono di mangiare, anzi molto più spesso arrivano ad esplodere come nella celebre scena de ‘Il senso della vita’ dei Monty Python.

E se non avessimo bisogno di tutti quei contenuti? Se la richiesta avvenisse solo perchè c’è la disponibilitá? I contenuti a differenza del cibo non fanno male al fisico. Non c’è alcun segnale nel corpo che dice ‘non guardare più film, non leggere più notizie!’

Oggi abbiamo accesso a infinite fonti (anche se la moltiplicazione ha quasi sempre poche fonti alla radice) di notizie. Infiniti canali televisivi con infinite copie di programmi, serie e quant’altro.

Il web produce più informazioni in un anno di quanti se ne siano prodotte nell’intera storia dell’uomo. Sparendo la fisicitá degli oggetti allo stesso tempo sembra essere sparito il limite di fruizione (e di possesso) dei contenuti. Oggi 30 mila canzoni stanno in una tasca. Idem per film, libri, articoli. Perchè darsi un limite se posso ottenerli a un costo irrisorio e non occupano alcuno spazio?

Il consumismo dei contenuti è una bolla. Una falsa richiesta causata da una concatenazione di elementi: la gratuitá, la replicazione del contenuto a prezzi di costo sempre più bassi se non pari a zero (vedi le news copia incollate), la diminuizione dello spazio occupato dei contenuti (le librerie non sono più dei molock di legno, ma nuvole volatili sparse in server sperduti), la moltiplicazione delle piattaforme distributive (siti, blog, social e un numero insensato di canali televisivi in perenne ricerca di contenuti da mandare in onda 24h, giá, perchè abbiamo bisogno delle 24h di palinsesto?).

Oggi una tv può arrivare a offrire per 1h di palinsesto circa 2000 euro, se vi dice bene. Chiaramente quei soldi non bastano a produrre nulla di sensato, a meno che non si abbassino gli stipendi di tutti quelli impegnati nella produzione del prodotto (e tolta la così detta ‘stecca’ del produttore).

Quello che voglio dire con questo sproloquio è che la richiesta di contenuti è fasulla. Non ne abbiamo realmente bisogno ma essendo abituati ad averne accesso adesso è difficile farne a meno. Il mercato si è autodistrutto cercando di rincorrere l’impossibile: creare prodotti per tutte le piattaforme di distribuzione è una missione suicida e senza alcun senso logico. Dove arriveremo? A produrre articoli o film per una sola persona? Un film con un target iper specifico di un solo individuo? Ho come l’impressione che la teoria della coda lunga stilata qualche anno fa da Chris Anderson sia in un certo senso andata, scusate il termine, a farsi fottere.

Il lavoro di chi produce contenuti non vale niente perchè non vale niente il mercato fittizio che è stato creato. La facilitá con cui si apre una piattaforma non sta a significare che quella piattaforma debba essere creata (e riempita di contenuti). Se costruire strade fosse facile come premere un pulsante, staremo tutto il tempo a costruire strade? Per andare dove?

 

#coglioneSi #coglioneNo e la scusa del Grande Capo

Coglione si, coglione no. A parte sembrare un brutto spin off di una canzone di Elio e le storie tese, la discussione esplosa in “rete” (odio questo termine) riguardo il lavoro creativo non adeguatamente retribuito (nel migliore dei casi) o non pagato (nel migliore dei casi) ha secondo me tralasciato un altro punto importante del sistema lavoro di oggi (rimango nell’ambito “creativo”).

Sto parlando del pagamento a “tanti giorni” se non mesi, se non “tanti mesi” se non “scusi lei chi è esattamente?”. Già perchè quando si è così fortunati da essere pagati non si è neanche a metà dell’opera (anche se l’opera, di ingegno, da mo’ che è stata consegnata). Scatta a questo punto la lunga sequela di mail per avere i soldi pattuiti (il telefono è oramai uno strumento inutile in questi casi, oltre a non lasciare tracce). La cosa folle è che all’inizio ci si sente sempre un po’ in difetto. “Che rompi palle che sono… sempre a chiedere soldi” “Poi poveracci, con questa crisi, stiamo tutti messi male…”. Si aspetta dunque fiduciosi. Prima un mese. “Vabbè ma un mese di ritardo oggi è la norma…” Poi diventano 2. “Vabbè ma 60 giorni che saranno mai! E poi abbiamo un governo illegittimo da molto più tempo!”. Si arriva ai 90 giorni “Ma la Juve non stava 8 punti sotto la Roma?” 180 giorni (non so perchè ma i giorni di solito sono sempre multipli, come i bit delle console). Di volta in volta le mail passano da un “vorrei per favore sapere a che punto è il pagamento” a “Salve vi ricordate di me?” per poi “Sono sicuro che il pagamento è in corso, ma potreste darmi una data precisa?” fino a ad arrivare a cose tipo “Siete delle persone fantastiche, sono molto contento di attendere il mio pagamento, in fondo il bello è l’attesa, poi quando si ottengono i soldi finisce tutto il divertimento. Non è importante dove si va…è il viaggio. Il muoversi. Ecco finchè i soldi sono in viaggio mi sento meglio…” (NDR attenzione il redattore potrebbe aver sostituito la frase per motivi di ordine pubblico). Il mio record personale rimane quello di 210 giorni, e sono un privato. So per certo che ci sono mondi in cui questi pagamenti possono protrarsi per anni. Tutto questo perchè? Perchè una società dovrebbe avere problemi a pagare una cifra che va dalle poche centinaia di euro (il mio record) al migliaio o poco più? Come è possibile che non sia già stata dichiarata fallita? Bancarotta? Caput? E per quale motivo oscuro io, persona privata, con tasse, spese come tutti gli altri, dovrei invece essere in grado di stringere la cinghia e rinunciare al mio compenso per il bene di una società più grande di me, che sa perfettamente quali sono i rischi di “produrre”?

Ora passo alla captatio benevolentiae, sennò non lavoro più. So perfettamente che il mio problema si pone allo stesso modo sopra le mie spalle. Soggetti più grandi, che potremmo chiamare “Grandi Capi” (come il film di Von Trier) che non pagano, che a loro volta hanno altri “Grandi Capi” che non tirano fuori i soldi e così via. Ma non sarebbe dunque meglio mettere delle regole che valgono per tutti? Per chi crea, per chi produce, per chi compra. Insomma se io finisco un lavoro il giorno 1 dovrei essere pagato entro il mese. Punto. Chi produce deve quindi accordarsi per un pagamento con il suo Grande Capo entro un tempo che ritiene congruo. Idem più su. Come far rispettare queste regole? Beh un metodo già c’è, in uso nella nostra tanto amata Equitalia che prevede un sistema di “more” molto chiare. Scaduto il termine di pagamento scatta una di tassazione di giorno in giorno con una percentuale stabilita già nella prima comunicazione. Quindi o paghi nei giorni stabiliti, o paghi una penale per ogni giorno, di fatto aumentando il mio compenso (e di fatto rendendo i pagamenti nei tempi stabiliti, molto più vantaggiosi) Follia? Forse sono un #coglioneSi a pensarla in questo modo, anche se credo ci sarebbero meno campagne #coglioneNo se davvero si riuscisse a creare una maggiore equità nel lavoro.

 

Perchè è impossibile uscire da Facebook.

Sono uscito da Facebook. L’ho fatto di nuovo. Non è la prima volta. Qualche anno fa si parlava di suicidio. Ma oggi sembra il termine sia diventato troppo violento per essere utilizzato. Si dice uscito. Disattivato o simili.

Di fatti ho “de-activated” facebook. Già perchè come diceva Antoine-Laurent de Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, o meglio per dirla al social di Zucker, nulla si crea per essere distrutto. Non è tra i tuoi diritti quello di distruggere te stesso. L’eutanasia digitale è illegale come lo è nella realtà (almeno in alcuni paesi).

Ma non voglio parlare di cosa voglia dire uscire da Facebook, le conseguenze sociali, psicologiche e compagnia bella. Non mi interessa. Quello di cui voglio parlarvi sono le conseguenze che questo social ha sulla vostra identità digitale e quanto oramai è radicato nella nostra vita.

Partiamo dalle cose negative. Chiudere Facebook come dicevo poco sopra, non vuol dire chiuderlo ma disattivarlo. Non è prevista infatti alcuna cancellazione. Di fatto è un log-out temporaneo. Nessuno oramai fa log-out di questi tempi. I broswer ricordano tutto (su più dispositivi se autorizzati, come Google Chrome). Entrare e uscire dai nostri social, siti, forum o quant’altro è facile come bere un bicchier d’acqua. La porta è sempre aperta e quasi non ci sembra davvero di entrare in un luogo diverso.

La prima cosa da fare è far dimenticare Facebook al nostro broswer. Il Keychain o il portachiavi delle nostre password deve essere disattivato altrimenti ci vorranno pochi secondi perchè ci ributti dentro il nostro social preferito. Ma non è solo lui a ricordare.

Dopo un paio di giorni senza FB mi arriva una mail. “Ecco i tuoi highlight della settimana su FB”. Strano. Forse si tratta di un errore. O dell’altro account fake che ho dovuto aprire per continuare a gestire delle pagine fan di mia creazione (quelle sono legate agli account e per continuare ad usarle c’è per forza bisogno di un utente). Impossibile. L’utente creato non ha amici. Serve solo per le pagine. Nient’altro. Aspetta. Un amico ce l’ho. Me stesso. Controllo. Niente da fare. Giacomo Cannelli. Parla di Me. Ma come diavolo. Controllo. Su google cerco “Giacomo Cannelli Facebook”. Esce fuori la pagina FB che mi spiega che l’utente c’è su Facebook, ma se lo vuoi conoscere devi loggarti o iscriverti.

Ma che diavolo sta succedendo? Provo un’altra cosa. Dall’account del mio Fake cerco il mio nome. Giacomo Cannelli. Lo trovo è li. Niente privacy. La mia pagina è perfettamente visibile e in ottima forma. Ma che cazzo? Sono in presenza di un “Dead Facebook Walking?”. Non è possibile. Ricontrollo. Mi riloggo con il mio account originale. Tutto funziona correttamente. Non capisco. Era disattivato ne sono sicuro. Lo disattivo nuovamente.

Esco. Rientro dal mio Fake e mi cerco. Non è egocentrismo, è privacy. Protezione della privacy. Di nuovo il mio nome esce in pochi secondi. Dannazione. Subito sotto tutta la lista degli amici “mutual” tra il mio amico Fake (zero amici) e l’amico “real” fuggito da FB (mille e passa amici). Premo sul mio nome. Pagina non trovata. Dunque funziona. Ma il nome rimane perfettamente indicizzato con tanto di ultima foto usata (mi dispiace Chaplin-Batman). Dunque l’account fake riceveva ancora suggerimenti basati sugli amici in comune con un amico che però non era più su Facebook. Grazie Zucker. Grazie davvero. Il problema dell’indicizzazione si sapeva già purtroppo. Anche google mantiene “l’ombra” delle persone scomparse dal social molto tempo dopo la loro disattivazione.

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Comincio a innervosirmi. Forse è meglio ascoltare un po’ di musica. Apro Spotify. Mi chiede il login. Certo. Era sincronizzato con Facebook. Giustamente mi chiede di rientrare. Il bel pulsante blu appare in alto sulla pagina di login. Fanculo. Inserisco i dati manualmente. Magari il login via FB non fa altro che prendere i dati che però rimangono separati dal social. Entro. Funziona. Faccio un respiro di sollievo. Entro e la mia musica è ancora li. Ho un accounto premium, quindi posso ascoltare le canzoni anche offline. Partono i Cake. Ascolto il primo pezzo. Una notifica interrompe però immediatamente l’ascolto. Mail. Apro. Facebook. Di nuovo. “Bentornato”. Cosa? Ma che cazzo è? Uno cazzo di scherzo del cazzo? (quando mi innervosisco divento un personaggio dei Soprano). Merda. Apro la mail. Mi ringraziano per averci ripensato. Li odio. Non ci ho ripensato. Voi l’avete fatto. Scorro la mail. In fondo mi comunica che l’account si è auto-attivato per un “suo login”. Un mio login? Dove. Su Spotify. Certo cazzo. Spotify. Era sincato con Facebook. Malgrado abbia inserito i dati manualmente automaticamente deve aver comunicato con il social che di conseguenza si è immediatamente risvegliato. Merda. Sono fottuto. Ero solito usare login tradizionali. Ma da quando Facebook e Twitter hanno invaso “l’internet” per comodità ho cominciato a usare loro come login. Molto spesso volevo solo testare nuove app o social e mi rompevo a dover re-inserire tutti i dati. Idiota. Sei un idiota. Per pigrizia hai regalato dati a destra e a manca. Non solo ti sei reso dipendente dal social legando ad esso anche servizi percui paghi. Cristo Santo. In pratica se voglio usare la musica percui ho pagato devo per forza tenere aperto facebook. Potrei forse buttarmi in un complicato cambio di mail e login di Spotify, ma solo a pensarci mi viene il mal di testa. Quanti altri account ho legato a Facebook? Neanche lo ricordo. E’ così che si sono insinuati. Per comodità si usa Facebook, senza pensare che piano piano si diventa dipendenti. Non solo dipendenti da quel compulsivo aggiornamento di pagina. Ma anche per servizi diversi. E se un giorno dovessimo iscriverci a servizi statali usando Facebook? A quel punto uscire da Facebook sarebbe quasi illegale. Un modo per sottrarsi all’identità. Già l’identità.

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Quando ho aperto il nuovo account fake per gestire le pagine FB ho provato come nome cose tipo Pinco Pallo o simili. Lo prendeva. Tranquillamente. Poi però mi è venuto in mente un vecchio nome che usavo per Myspace. “Ho Zero Amici”. Uno stupido “inner joke”. Ho Zero Amici aveva zero amici. Lo so è una stupidaggine. Ma da nerd quale sono mi faceva ridere. Volevo ripetere l’esperimento sul Social di Zucker ma immediatamente la mia vena cretino-creativa è stata bloccata. Mi viene comunicato che per nuova policy bisogna usare solo nomi reali, niente fake. Già reali come Pinco Pallo. Figurati quanti ne conosco di Pinco Pallo. Idioti. Fatto sta che il mio “Ho zero amici” senza amici non si poteva fare. Poco male. Mi registro con un altro nome Fake che il social non riconosce come tale solo per la sua conformazione signica. Apro la mia pagina bianca. Intonsa. Il wall è pieno solo dei miei deliri (sono il mio unico amico, tra poco neanche quello appena disattivo). C’è qualcosa che non quadra però. Ho aperto l’account da 5 minuti e ho già 6 richieste di amicizia. Incredibile. Saranno le auto richieste di qualche servizio Facebook. Un po’ come accadeva con My Space dove il fondatore era automaticamente il tuo primo amico (a meno che non lo elliminavate, come io ho fatto). Niente di tutto questo. Sono sei persone reali. Quattro per la precisione e due luoghi fisici, ma comunque reali. Di quei 4, 3 li conosco personalmente.

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Ma come diavolo…cerco da qualche parte il termine “Suggested”, ovvero quello con cui si possono suggerire amicizie. Niente. Nessun suggerimento. Le richieste sembrano genuine. Decido di contattare uno dei miei amici che ha fatto la richiesta. Per avere la conferma che effettivamente sia stata fatta da lui. E’ un mio ex collega emigrato. Mi risponde subito.

– Ciao D. senti, volevo sapere se per caso avessi inviato una richiesta d’amicizia a Pinco Pallo…
– Pinco Pallo? Ma di che cazzo stai parlando? (potrei aver reso la conversazione più colorità della realtà NDR)
– Si…è una storia lunga. Sto uscendo da FB e volevo però mantenere alcune pagine quindi mi sono fatto una pagina FB solo per gestirle…
– Oh…capisco. Io pure volevo uscire. Però alla fine in alcuni casi è comodo per mantenere le amicizie. Soprattutto quando non sei nel tuo paese.
– Si lo so. Solo mi ha rotto le scatole tutto qui.
– Capisco. Ridimmi il nome.
– Pinco Pallo.
– Direi proprio di no. Perchè poi dovrei aggiungere uno che si chiama così.
– Ah non lo so. Magari ti affascinano i nomi tipo Tizio Caio.
– No. Non è il mio caso. Ma ti è arrivato un suggerimento da parte mia?
– No. Niente di tutto ciò. Era una richiesta diretta. Con solo il pulsante “conferma” per accettare la tua amicizia.
– Che stronzi.
– Già. Probabilmente nel caso prema “conferma” ti troveresti una mia richiesta o peggio ancora ti ritroveresti un amico Pinco Pallo direttamente tra i tuoi contatti.
– Bella merda.
– Abbastanza. Senti non ti disturbo oltre. Grazie per la consulenza.
– Di niente. A presto

Chiudo la chat. Disattivo nuovamente il mio account. Oramai mi sembra come di staccare e riattaccare la spina a un malato in ospedale, senza arrecare danni celebrali. La pagina torna all’homepage originale. La mia mail si staglia già nel login. Il broswer ricorda sempre. Chiudo con una serie di “non consenti” le richieste d’accesso che compaiono compulsivamente sullo schermo. Sembrano finalmente assopite. Rimane solo la scritta di cui va tanto fiero Mr Zucker:

“It’s free and always will be”

Quasi in automatico mi viene in mente un’altra frase. Aveva sempre il “free” dentro. L’avevo scritta in un altro articolo. Molto tempo fa. Era una frase di Josh Harris. Un pazzo arricchito della prima bolla internet che aveva dato vita al primo Grande Fratello ante litteram rinchiudendo (con tanto di autorizzazione volontaria) un gruppo di persone dentro una specie di albergo dove li costringeva a vivere senza privacy. Non solo. Gli ospiti erano costretti, o meglio, spinti, a guardare cosa facevano gli altri, grazie all’introduzione di televisioni a circuito chiuso che mandavano su diversi canali le altre stanze dell’hotel. L’esperimento si è chiusto con l’intervento delle forze dell’ordine che hanno liberato gli ospiti dell’albergo. La frase di cui vi parlavo era questa:

“Everything’s free except the video that we capture of you. That we own.”

Facebook Trap

Sono fottuto.