Black Mirror – La tv come specchio del reale

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Premessa

Provate a trovarmi questo profilo: comico, scrittore, autore televisivo, sceneggiatore, regista, presentatore. autore radiofonico. Ah! E non dimenticate: Classe 1971. Smettete di cercare non lo troverete. Almeno non in Italia.
Sto parlando di Charlie Brooker. Ha lavorato come presentatore per Screenwipe, Gameswipe e Newswipe. Scrive regolarmente per il The Guardian ed è uno dei quattro direttori creativi della Zeppotron casa di produzione specializzata in comedy. La serie horror Dead Set (che se non avete visto vi consiglio vivamente) da lui scritta è stata nominata per i Bafta. E’ stato columnist dell’anno nel 2009 e Best Newcomer (esordiente) ai British comedy award sempre lo stesso anno.
E’ co-presentatore del programma 10’O’clock live sy Channel 4 e ha presentato una serie di documentari per BBC 2 dal titolo: How TV Ruined Your Life (l’esatto opposto del libiro “Buona Maestra” di Aldo Grasso!). Riprendete fiato, il suo CV è quasi finito. Last but not least è autore della miniserie Black Mirror di cui vi parlo poco più sotto.

Fine Premessa

Ieri ho potuto vedere un nuovo episodio della mini serie Black Mirorr, in onda tutte le domeniche su Channel 4. Ogni episodio è autosufficiente e non legato con gli altri. Gli attori cambiano, così come gli sceneggiatori e il regista. Quando per la prima volta è stato presentato alla stampa venne annunciato come un “Twilight Zone” moderno. Una buona definizione aggiungo io. Per una volta si è cercato di spiegare allo spettatore e non di ammaliarlo con un titolo ad effetto. Mi sintonizzo sul canale. Poco prima era stato il turno di X-Factor Uk (esclusiva ITV). Non amo il genere, ma non si può non rimanere abbagliati dalla mastodontica macchina produttiva che ci troviamo di fronte. Non è di X-factor che voglio parlare, almeno non del vero X-factor.
Inizia il programma. Ci troviamo nel futuro. Un futuro non definito da una data precisa. Un ragazzo vive dentro un cubo completamente rivestito di immagini. Degli schermi proiettano ininterrottamente un flusso visivo. Quando non ci sono commercial, la stanza è illuminata da una simil luce solare come a cercare di creare un rapporto con l’esterno. La routine di questo ragazzo è molto semplice. Letto, igiene personale, spinning, cibo, spinning e di nuovo letto. All’inizio non è chiaro perchè la sua vita è così scandita. Piano piano vengono rivelati nuovi elementi. A quanto pare in questo futuro distopico gli abitanti della terra vivono tutti in un enorme palestra di spinning. Ogni bicicletta ha di fronte a se uno schermo. Come in un classico videogioco della Wii ognuno ha il proprio avatar e un punteggio relativo alla distanza percorsa. Con questi crediti è possibile acquistare del cibo, saltare le pubblicità che non riteniamo interessanti (altrimenti si è costretti a subirle) o comprare add-on per il nostro avatar virtuale. C’è un ultima opzione di utilizzo per i nostri soldi virtuali. Con “solo” 15 milioni di crediti è possibile acquistare un “golden ticket” (molto simile a quello di Willy Wonka a dire la verità). In questo modo è possibile “comprare” la propria possibilità di essere selezionato. Selezionato per cosa? Per diventare il prossimo “Hot Shot”! Niente a che vedere con quel vecchio classico del cinema demenziale (lo so che c’ho pensato solo io, però nel caso meglio specificare). Hot Shot è una sorta di X-Factor del futuro. Chi riesce ad acquistare il proprio golden ticket ha diritto (ma l’audizione non è immediata) di andare davanti ai giudici (i vari Morgan ed Elio per capirci) e far vedere il proprio talento.
Il ragazzo non sembra interessato a questo “premio”. Per lui la vita scorre incolore, senza alcuna aspettativa. Il suo credito supera abbondantemente i 15 milioni. Per lui i crediti servono solo ad arginare quell’universo mediatico che gli si impone agli occhi ogni minuto della sua vita (nel caso si chiudano gli occhi le immagini si fermano e attendono che la persona li riapra). Da qui in poi consideratelo spoiler. Lo so tendo a sbrodolarmi nei racconti.

SPOILER ALERT: se vuoi vedere la puntata (che trovi in fondo al post) forse è meglio fermarsi qui o saltare il paragrafo)

La prospettiva del ragazzo cambia quando incontra una ragazza di cui si innamora immediatamente. Dopo averla sentita cantare sottovoce nel bagno della “palestra” le propone di andare a cimentarsi sul palco di Hot Shot. Sarà lui a pagare il biglietto. In questo modo realizzerà il suo sogno e sarà libera dalla schiavitù. La ragazza è indecisa, ma alla fine accetta la proposta. La sua voce impressiona i giudici. Ma di cantanti ce ne sono già tanti e l’unico ruolo rimasto per lei è quello di porno attrice per la sezione “hot” dei canali di intrattenimento. Lei tentenna. Non riesce a decidere è confusa, anche a causa di una bibita lisergica che gli è stata somministrata poco prima di andare sul palco. Gli viene puntata contro una luce. “In questo momento stai consumando la luce percui tutti pedalano ogni giorno” (ecco spiegato lo spinning obbligatorio). La gente fischia. Lei accetta in lacrime. Il ragazzo dietro le quinte viene portato via. La sua amata è ora una Sexy Doll che tutti possono vedere pagando una manciata di crediti. Lui non ha neanche più i soldi per non guardare. Preso dalla disperazione raccoglie i crediti necessari per andare davanti ai giudici. Una volta li, puntandosi una scheggia di vetro al collo minaccia tutti di uccidersi. I giudici gli permettono di dire la sua. Il ragazzo vomita tutto il suo veleno. I giudici sono estasiati. La sua rabbia, la sua violenta reazione nei confronti del sistema diventerà parte stessa di quello che odia. Uno spettacolo. In onda per 30 minuti due volte a settimana.

Il presente è in mano alla televisione. E’ innegabile. E’ la televisione il mezzo per raccontare quello che sta succedendo in questo esatto momento. Il cinema non riesce più a essere lo specchio della società. E’ tutto troppo veloce e non riesce più a tenere il passo. Se prima la televisione riusciva solo a essere un cinema scolorito, un modo di fare le cose con meno soldi, oggi ha capito le sue potenzialità e ha cambiato strada. Non segue più le impronte del fratello maggiore, oggi ha una direzione tutta sua. Una linea parallela nella quale esprimere finalmente il suo vero potenziale. Black Mirror ne è un esempio lampante. La sera della messa in onda di X-Factor, Channel 4 mette in palinsesto (dieci minuti dopo la fine del programma avversario) una riflessione profonda e toccante sul mondo dei reality. Una rilettura fantascientifica che ricorda per ambientazione e profondità del messaggio i grandi romanzi classici della fantascienza. Impossibile non trovarci un po’ di 1984 o qualche ombra di Philip Dick. Il valore aggiunto sta nel riuscire a consegnare questa riflessione quasi in tempo reale. L’effetto creato dal vedere Black Mirror subito dopo aver visto X-Factor è sconcertante. Non si ha il tempo di pensare, il tempo di metabolizzare, si è gettati davanti a un nuovo “reale” e si è costretti a riflettere.

Non si può non apprezzare un prodotto come questo. E non si può non apprezzare la destrezza di chi ha capito che il palinsesto non è un’orario delle lezioni da riempire a caso, ma un valore aggiunto per l’amplificazione del significato. Lo stesso programma palinsestato in qualsiasi altra ore e giorno non avrebbe avuto lo stesso impatto. Un’accortezza questa che manca in Italia, dove i programmi spesso vedono la loro messa in onda spostata o cancellata senza un vero e proprio senso. Ha fatto storia la messa in onda di Dallas in Italia. Nel 1981 è stato acquistato dalla Rai che però lo ha mandato in onda in ordine casuale di fatto compromettendo la narrazione. Canale 5, qualche mese dopo, lo prese in saldo ristabilendo la messa in onda corretta (Che geni! Dopo la puntata 1 c’è la 2! Grande Giove! Ma come gli sarà venuto in mente!). Fu un successo. (Su Dallas Freccero ricorda: “Dallas è il prodotto che fonda la tv commerciale. Dallas fa capire che la fidelizzazione nasce con la serialità; inoltre dimostra che il cinema non è indispensabile e che può essere sostituito vantaggiosamente con prodotti studiati per la tv: coi film il pubblico deve essere conquistato ogni volta; con la serie lo si aggancia all’inizio e lo si tiene puntata dopo puntata”). Errori come questo sembrano acqua passata, ma non lo sono. Capita ancora che Italia si sposti repentinamente il giorno di messa in onda di Fringe (dimenticando completamente la regola base dell’appuntamento) o che intere stagioni vengano bruciate per riempire il palinsesto (le stagioni dei simpson in italia durano meno di un mese con la messa in onda quotidiana). Quali sono le cause di tutto questo? Incapacità? In parte si, ma credo che un problema fondamentale sia quello della mancanza di una vera e propria concorrenza. Il duopolio creato da Mediaset e Rai ha di fatto cancellato ogni velleità produttiva. Non serve investire di più, non serve avere il prodotto migliore, non serve stravincere. Nel peggiore dei casi si finirà secondi, su due partecipanti. Tutto questo non fa altro che aumentare il ritardo dei prodotti italiani. Perchè non c’è una serie Italiana venduta all’estero? (Si abbiamo venduto Romanzo Criminale a HBO e Tutti pazzi per amore in Grecia! In Grecia!) Perchè invece noi ci dobbiamo pappare Rex e L’ispettore Derrick? Perchè nessuno ha interesse a fare un prodotto migliore? Perchè a noi va bene Fiorello. Perchè a noi vanno bene i Cesaroni (da un format spagnolo “Lo Serranos”), Il medico in famiglia (format anch’esso spagnolo “Medico de familia”), Ris (copia carbone su carta della pizza di CSI) e cosi via (salvo solo Montalbano). Uno dei pochi prodotti rivoluzionari della tv italiana, Boris, ha raggiunto la tv nazionale solo oggi (perdendo molta della sua forza, il tempo passa…) e indovinate a che ora viene mandato in onda? Non lo sapete? Prima serata? No. Pomeriggio? No. Seconda serata? Terza. Messa in onda quotidiana. Così finisce prima e ci togliamo il dente. Disdetta. Tremenda disdetta.

 

Life’s too short – Chi è il vero Gervais?

Premessa

Come sarebbe la mia meta-vita? Come sarebbe la mia vita sotto forma di racconto. Possibilmente girato sotto forma di documentario. Si. Mi piace il documentario. Con quegli aggiustamenti di zoom continui. Il fuoco che ogni tanto si perde. Le focali lunghe. L’inquadratura perennemente instabile. Io nel mezzo del quadro parlo di me stesso. Tautologicamente indico quello che c’è intorno a me. “Vedete questa è la mia stanza, qui è dove dormo. E’ un letto vedete, queste sono le coperte e questo è un piumone. Lo uso quando fa freddo.” Nei documentari c’è sempre qualcuno che spiega quello che stiamo vedendo. Come fosse un servizio aggiuntivo per non vedenti. Io non posso essere da meno. Quindi continuo il mio sproloquio. “Questa è la mia collezione di dvd. Li ho presi la maggior parte alle bancarelle. Sapete 3 euro al pezzo. Ma se sei bravo riesci a portatene a casa 4 per 12 euro.” Guardo in macchina. “Ehm. Si…la maggior parte sono serie tv. Cofanetti. Vedete Extras, The office, Peep Show…poi abbiamo, Spaced…insomma un sacco di roba.” Un Jump cut interrompe la mia lista. Nella versione non editata avevo continuato per circa 43 minuti. Il regista ha pensato bene di tagliare. Io avrei lasciato, solo qualche altro titolo. “Questo è il salone. E’ molto grande. La televisione. Non l’ho comprata io. Io non guardo la televisione. Cosa? Quella? E’ una playstation…No…No…non è mia.” Rido. Sguardo in macchina. “Io non gioco con quella roba…” Stacco. Immagini di repertorio. Io a 11 anni. Sono in sala giochi. Inserisco una moneta mentre un altro ragazzino sta giocando a Street Fighter 2. Una voce annuncia l’entrata di un altro giocatore. Il ragazzino neanche mi guarda. Io timidamente prendo la mia postazione. Il ragazzino occupa tre quarti del posto. Non mi lamento. In fondo c’era prima lui. Certo non poter premere il pulsante “calcio potente” potrebbe essere un handicap. Perdo in 26”34 nuovo record della sala giochi. Mi venne anche consegnata una targa. Stacco “…quasi mai. Si quello è un cabinato.” La camera mi segue per strada. “Questo è il mio quartiere. Il villaggio Olimpico. Da piccolo lo odiavo. Ora lo trovo un bel posto. E’ una sorta di grande paese. Qui ci conosciamo tutti. Hey guarda chi c’è…” Saluto un ragazzo sulla trentina che mi passa vicino. Lui mi guarda si ferma. Poi fa un gesto come a dire “ma che cazzo vuoi”. “Tutto a posto…? Come sta Marco?” “Ma stai a parlà con me…?” Guardo in macchina. “Ah…aha…è sempre stato un attore nato.” Tossisco. Mi guardo intorno. La camera indugia zoomando sul mio viso. Non so più dove guardare. Tossisco di nuovo. Indico fuori campo. Quindi mi incammino verso la direzione da me indicata. Cut.

Fine premessa.

Ricky Gervais torna in tv con uno show tutto nuovo. Dopo i successi di The Office (8 stagioni in USA), Extras, l’esordio a Hollywood (Ghost Town), svariate guest appearance tra tv e cinema (Notte al museo, Curb your enthusiasm), due Hosting ai Golden Globe (L’ultimo memorabile, vi consiglio di dare un’occhiata) e un’incarnazione animata accanto al fido Stephen Merchant (The Ricky Gervais Show), Ricky torna alle origini, con quello che sa fare meglio: Il mockumentary. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui, durante la produzione di Extras Gervais cercava ostinatamente di arrivare a trovare il contatto di Leonardo di Caprio per averlo nella sua serie. Inutili i tentativi, Di Caprio non partecipò mai ad Extras.

Gervais alla ricerca di Leo

Oggi Gervais è uno dei comici più famosi e ricercati. Tutti vogliono lavorare con lui malgrado le sue uscite a dir poco antipatiche nei confronti dell’establishment di Hollywood. Nella nuova serie, targata sempre BBC (co-prodotta da HBO) dal titolo “Life’s too short”, non seguiamo direttamente le gesta di Gervais. Protagonista è in realtà l’attore Warrick Davis. Il nome forse non vi dirà nulla, ma la sua foto non potrà che far vibrare i vostri cuori (ok, forse sto esagerando, cmq è quello sopra. Non Gervais, non Merchant, si, insomma…quello più in basso). Warrick Davis è meglio conosciuto per essere stato un Ewok nel secondo capitolo di Guerre Stellari “Il Ritorno dello Jedi” e protagonista del poco fortunato (al botteghino) Willow (di Ron Howard). Se ancora non vi sovviene ha anche preso parte alla saga di Harry Potter.

Warrick è un attore nano che gestisce un agenzia per attori nani. Nani travestiti da Stevie Wonder, nani cantanti, nani con i capelli lunghi, insomma nani di ogni tipo, come ci tiene a specificare. Tra i suoi amici George Lucas, Ron Howard e molte altre star di Hollywood le cui foto addobbano il suo ufficio. Il periodo non è però dei più felici. Il lavoro stenta a decollare e perdipiù sua moglie gli ha chiesto il divorzio. Così Warrick cerca conforto nei suoi vecchi amici Ricky Gervais e Stephen Merchant. Non appena entra nel loro ufficio ci rendiamo conto che è solo Warrick a ritenersi loro amico. Ricky e Stephen si chiedono perchè diavolo continua a venire nel loro ufficio “Credevo di aver messo il citofono abbastanza in alto per tenerti lontano, ma continui a tornare” Warrick ride. Ma non era una battuta. Un secondo di imbarazzo. Gervais fa notare a Warrick che non c’è molto lavoro nel senso “che si ci sarebbe, ma vedi non per…si insomma nani…” Warrick sta per andarsene. Suona il citofono. Entra Liam Neeson. In carne e ossa. Stava cercando Gervais. “Voglio fare un po di comedy” I tre lo guardano attonito. “Film comici” “No, no stand up comedy. Improvvisazione, live show.” Silenzio. Ricky guarda in macchina. “Capisco”. Liam tira fuori una lista con tutte le cose che vuole fare. “Ho scritto una lista. Scrivo sempre liste. E’ per questo che Spielberg mi ha preso a fare Schindler’s list. Io gli ho detto Steven, io scrivo liste in continuo. E lui. Sei proprio quello che stavo cercando.” I tre ridono. Poi Liam gli chiede “Che diavolo c’è da ridere. E’ esattamente quello che è successo…”

Mi fermo con la versione testuale della serie altrimenti mi becco una denuncia per violazione di copyright. La serie Life’s too short è fenomenale. Oramai Gervais e Merchant sono riusciti nell’intento di creare una realtà parallela in cui non devono far altro che essere se stessi. Alla loro porta si alternano star del cinema internazionale del calibro di Liam Neeson, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Steve Carrell (l’alter ego americano di Gervais in The Office), Sting e molti altri. L’effetto comico è assicurato nel classico stile “imbarazzante” a cui la coppia Merchant e Gervais ci ha abituato. Lo stile documentario ci confonde raccontandoci un mondo in cui il Gervais reale e quello finzionale sono oramai indistinguibili. Se poi avete un account Twitter la cosa diventa ancora più folle. Con @rickygervais che si scambia battute al fulmicotone con il suo “amico” @WarwickADavis. Leggi e ti chiedi: stanno scherzando davvero? O fa parte della serie? Una sorta di meta-marketing virale di ultima generazione? Inutile chiederselo.

Qui sotto la clip con Liam Neeson stand-up comedian.

Life’s too short è andato in onda su BBC2 il 10 novembre 2011.

 

Horror Tv Show – Anteprima American Horror Story

Premessa

Non amo particolarmente gli horror. Ma come tutti non posso fare a meno di guardare. E’ il tipico genere che speri di beccare facendo zapping in televisione. Quindi, finito sul canale scelto, svogliatamente dirai (a te stesso visto che non c’è nessuno): “Beh, non c’è proprio niente in televisione, credo lascerò qui”. Il “qui” riecheggia per tutta la casa. Come un cretino sei rimasto a guardare il piano di sopra. Un campanello ti riporta immediatamente alla televisione. “Oh mio dio!”. Per lo spavento fai un salto sul divano e abbracci il cuscino. “Cavolo devo essermi seduto sul telecomando”. In effetti così è stato, per la precisione sopra il pulsante “1”. Sei finito su “Porta a Porta”. Chiunque avrebbe urlato di fronte al cerone di Vespa. E’ inutile che mi guardate così. Chiunque. Ti ricomponi. Abbracciare un cuscino in posizione da sirenetta guardando Porta a Porta non è un bello spettacolo e soprattutto è difficile da spiegare al tuo coinquilino che nel frattempo è rientrato in casa. Con nonchalanche fingi di rigonfiare i cuscini per metterli in forma. La cosa non necessariamente migliora la tua posizione. Con disinteresse ti rimetti in una postura congrua. Si sente un rumore sordo. Stai per risaltare sul divano ma ti trattieni. Niente cuscino abbracciato. Solo posizione sirenetta. Forse era meglio il cuscino. “Cosa è stato?”. Il tuo coinquilino si volta verso le scale. “Non lo so.” “Forse era la porta devo averla lasciata aperta…” “Non credo”. Il coinquilino ha un’aria strana. “Che vuol dire non credo? Non credi che abbia lasciato la porta aperta? Lo faccio sempre…” Non c’è bisogno di sputtanarsi troppo. “…quasi sempre.” “No. Dicevo non credo, perchè…” Pausa “…ho smontato tutte le porte della casa durante il week end…”. Silenzio. Il coinquilino mi guarda come si guarda un attore che ha dimenticato la prorpria battuta. Solo che in questo caso non ci sono battute da ricordare, controscene da portare a termine e porte da chiudere…dato che sono state, si insomma, sono state tutte smontate. “Ma perchè diavolo avresti dovuto fare una cosa del genere. Smontare porte. Non ha senso. E’ totalmente folle! E poi siamo a fine ottobre comincia a rinfrescare…” “Forse è per questo che l’ho fatto.” “Perchè comincia a rinfrescare?” Il coinquilino sembra spazientito. “Cos…no! Ma come diavolo, ma possibile che qui dentro non si riesce a essere inquietanti neanche per un secondo? Io intendevo…Cosa c’è…?” Con l’indice indichi le parti basse. “Ah…credo tu abbia la cerniera aperta” “…cos…Ecco di nuovo…lo vedi…io…io..INTENDEVO FOLLE! IO SONO FOLLE! CAPISCI? FOLLE DANNATAMENTE FOLLE!”. Silenzio. Le porte non sbattono più. C’è un silenzio irreale. Il coinquilino ha il fiatone per quanto ha urlato. “E’ per questo che indossi una maglietta con su scritto “Normal people scares me”. Silenzio. Il coinquilino si guarda la maglietta. Quindi rivolge lo sguardo dritto dentro i tuoi occhi. Sono quasi certo ce l’abbia con te. Anzi tolgo il quasi. Sta guardando proprio te. “Lo sai che non parlo inglese…”. Buio.

Fine premessa

Ok, oggi l’ho tirata lunga. Ma mi piace ascoltare il rumore dei tasti e nel frattempo scrivere insensati dialoghi demenziali, quindi ho lasciato correre. Perchè tutto questo preambolo? Perchè proprio pochi minuti fa ho terminato la visione di American Horror Story, nuova serie targata FX andata in onda in USA il 5 ottobre e che sarà visibile su Sky a partire dall’8 novembre.

Quando ho visto il titolo mi sono subito incuriosito. Così su due piedi non mi vengono in mente molte serie di successo che hanno cercato fortuna nel genere horror, a parte l’ultimo Walking Dead. O forse mi sbaglio? Guardo un po’ in giro nella rete. Diavolo come ho fatto a non ricordarmi. Twilight Zone. Certo. Comincio a fare mente locale. Vediamo. Twin Peaks. Ok, forse non è horror nel vero senso della parola, ma sfido chiunque a guardarselo, soli, al buio in uno chalet di montagna. Dannatamente insensata come cosa da fare, eppure la base del 90 per certo di qualsiasi film Horror. Ma certo come dimenticarlo!: Master of Horror. Antologia prodotta da HBO che ha visto i più grandi registi dell’orrore, unire le loro forze per spaventare il pubblico via cavo. Una sorta di Amazing Stories, solo con meno Spielberg e molto più sangue.

Dunque mi sbagliavo. Di serie horror ce ne sono, e la tv americana sembra apprezzare un po’ di sano spappolamento. Ma torniamo allo show. American Horror Story è creato da Ryan Murphy e Brad Falchuck, meglio conosciuti per aver fatto cantare mezza america con la serie Glee. Due autori di musical per un horror? Beh in realtà, Ryan Murphy è stato anche produttore di Nip and Tuck, il che restituisce un po’ di inquietudine al sottofondo musicale che la serie Glee poteva aver causato nella vostra testa. Ma non preoccupatevi, i credits della serie toglieranno ogni sorriso, ogni baldanzosità musicale e vi faranno lentamente cadere in uno stato di terrore.

Se siete ancora vivi, passiamo alla storia.

Gli Harmon sono una famiglia disfunzionale. Alcune vicissitudini hanno rischiato più volte di rompere il loro matrimonio. Per ricominciare si sono trasferiti a Los Angeles con la figlia Violet. La nuova casa è splendida, ma stranamente economica. Che ci sia qualcosa sotto? Certo che si. La casa costa poco perchè il precedente proprietario ha ucciso tutta la famiglia cercando quindi di torgliersi la vita. Mi sembra un ottimo motivo per svendere. Ma gli Harmon, e soprattutto la piccola Violet (che ricorda molto Wynona Ryder in Beetlejuice, solo castana) non sono tipi che si spaventano facilmente, quindi, senza battere ciglio acquistano la casa. A questo punto cominciano i guai. Visioni. Strani personaggi. Voci dalla cantina e un inquietante vicina di casa interpretata dalla sempre affascinante Jessica Lange.

La serie funziona. Il ritmo è alto e la regia è ben fatta. Le inquadrature di genere sono tutte al posto giusto e anche i più fanatici saranno accontentati. Il classico e immancabile salto sulla sedia è assicurato da movimenti di camera a schiaffo, urla, e tutto l’armamentario normalmente presente in un film horror. Anche la colonna sonora è molto curata (e qui si vede forse il passato di Glee) e fornisce il giusto contrappunto alle immagini. Gli attori sembrano in parte e in un paio di scene danno prova di essere molto affiatati. Da notare l’utilizzo di atmosfere horror anche durante situazioni quotidiane. Il primo giorno di scuola di Violet sembra un pestaggio (come ogni matricola èvittima del bullismo) con tanto di sottofondo musicale metal.

Quello che mi chiedo a questo punto è: sarà in grado American Horror Story di sopportare l’erosione seriale? Mi spiego meglio. La maggior parte degli show horror di successo, sono di solito delle antologie. Puntate singole. Una sorta di mini-film. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a una vera e propria serie, con una crescita orizzontale potenzialmente molto lunga. Quanto basteranno i salti sulla sedia a tenerci incollati davanti alla televisione? I presupposti sembrano buoni, ma bisognerà aspettare ancora qualche episodio per comprendere il valore di questa nuova serie televisiva.

BU.

 

Inside Roma Fiction Fest – Conclusioni

Il Roma Fiction Fest è finito. Il mio esperimento di inviato di me stesso si conclude insieme alla rassegna. Avrei voluto realizzare qualcosa di più multimediale, ma la mole di argomenti venuti fuori nelle master class ha risucchiato ogni mia energia.

Ho trovato gli incontri, quanto di più interessante ho visto negli ultimi anni. La riflessione sulla televisione, in questo particolare momento produttivo, era necessaria ed è stata illuminante. La tv non è più un piccolo schermo che cerca di scimmiottare il cinema come un fratellino minore. Ha preso coscienza di se stessa. Ha capito che i suoi mezzi sono diversi perchè il suo obiettivo è diverso. Il racconto sembra aver trovato la sua nicchia ecologica. Come un romanzo di appendice, la serie televisiva riesce a entrare in profondità nelle storie dipingendo personaggi multisfaccettati con un numero di pixel così elevato da non riuscir più a distinguere tra il personaggio e l’attore. Jim Belushi lo ha detto chiaramente. Lavorare così a lungo su un character ti permette di entrare in sintonia con lui, acquisire una naturalezza che in un film non sarebbe possibile. E questo discorso vale anche per gli sceneggiatori.

La tv digitale ha poi liberato gli autori dalle catene della tv generalista. Non si deve più scrivere per un pubblico vasto. Ci si può concentrare su un segmento di pubblico molto definito. Oggi la tv può rischiare di più, può essere più “edgy” come ha raccontato Scharbo (produttore di Missing). Breaking Bad, Dexter, Big C, sono solo alcuni dei titoli che rispecchiano questa nuova onda televisiva. Le tv via cavo sono state le prime a intraprendere questa strada, ma qualcosa sta cambiando anche tra i network più grandi. Secondo Scharbo (e sua moglie Gina Matthews) anche le grandi produzioni televisive dovranno rischiare qualcosa di più se vogliono rimanere in scia con HBO, Showtime e AMC.

L’altro tema è stato quello dell’adattamento. La tv americana è stata quella che ha prodotto di più, anche grazie a un mercato interno non paragonabile a quello di altri paesi. Negli ultimi tempi però ha come perso l’ispirazione. Molte serie uscite recentemente sono adattamenti di format stranieri. Tra i paesi “fornitori” troviamo Israele (Intreatment, Homeland, Traffic Light), Inghilterra (The office, Free Agent Being Human, Life on Mars, Shameless) e perfino la fredda Danimarca (The Killings). Il baricentro della televisione si sta spostando. Gli Stati Uniti non si sentono più il centro del mondo ma invece di chiudersi a riccio, cercano di conoscere quello che c’è fuori, di assorbirlo, per farne un successo internazionale.

C’è un ultimo elemento che mi ha colpito e che forse è ancora in uno stato troppo embrionale per essere definito una reale tendenza. La serie Missing, non ha caso protagonista della master class intitolata “A case study”, propone un interessante esperimento produttivo: lo show (ABC), interamente girato su territorio europeo, ha proposto un modello di business che prevede l’utilizzo di produzioni e attori trovati in loco. Una grande co-produzione che cerca da un lato di valorizzare il prodotto con location altamente “esotiche” per il pubblico USA, dall’altro di rendere la serie maggiormente vendibile nel mercato estero, grazie a un cast internazionale di altissimo livello. Come a dire: “Se non puoi batterli unisciti a loro”

Ps. Per essere chiari NON sto dicendo in nessun modo che la tv possa sostituire il cinema. Sono due media diversi e si esprimono in modo differente. (Fine Captatio Benevolentiae per evitare pestaggi da parte dei cinefili)

 

Inside Roma Fiction Fest – Anteprima Episodes

Quest’oggi verrà proiettata l’anteprima della serie BBC/Showtime Episodes. Lo show è già andato in onda per intero sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Una seconda stagione è già in produzione visto il buon successo dei primi 8 episodi.

Dopo le innumerevoli Master Class passate a parlare di televisione, adattamenti e co-produzioni non poteva mancare all’appello una serie come Episodes. In un certo senso lo show che più di ogni altro racchiude le tematiche che hanno attraversato questa quinta edizione del Roma Fiction Fest.

Non è un caso che durante la Master Class “Adaptation”, Ashley Pharoah a domanda “Ha visto Episodes? Quanto c’è di vero in quella serie?” abbia risposto candidamente “Quella non è una serie, è un documentario!”

La storia è semplice: due autori inglesi dopo l’ennesima vittoria ai Bafta, vengono avvicinati da un importante produttore americano che vuole acquistare la serie. Per acquistare intende “adattare” per il pubblico americano. I due autori vengono ingaggiati per seguire il lavoro in USA. L’entusiasmo iniziale della coppia (i due sono anche marito e moglie) di sceneggiatori cala con il passare dei giorni e con l’aumentare dei cambiamenti che i due sono costretti a inserire nello script originale.

Protagonista della serie Matt Leblanc (la star di Friends) nella parte di se stesso, davvero esilarante. Se siete dalle parti dell’auditorium vale la pena passare.

Se volete saperne di più, avevo già scritto una recensione uscita su Film.it (clicca qui per la recensione)

Qui sotto la scheda dell’evento

Anteprima Internazionale Ore 18,00 Sala Petrassi.

“EPISODES”

(Hat Trick / Crane Klarik / BBC Two / Showtime)

Creatori: David Crane e Jeffrey Klarik (David Crane è il creatore di Friends)

Regno Unito/USA 2011, 2×28’

TRAILER

 

Inside Roma Fiction Fest – “Missing” – Master Class

Quarto giorno di festival. Cominciano a presentarsi i primi segni di cedimento psicofisico. Vibrazione perenne all’occhio destro. Dolori muscolari persistenti e un insensato desiderio di rivedere stagione 2 di “Un medico in famiglia”. “Giacomo ti senti bene…?” La voce del mio amico mi arriva come se stessi indossando un casco da astronauta. “Si mi sento bene, ho solo bisogno di una puntata di “Sangue Caldo”…” Per fortuna il mio amico mi ferma in tempo, colpendomi con un mucchio di programmi del fiction fest. Rinsavito, prendo il mio destriero e mi dirigo verso la master class in sala Sinopoli.

Arrivo tardi. Ma oramai non ci fa più caso nessuno.

La master class di oggi si occupa della serie Missing prodotta da Gina Matthews e Grant Scharbo, entrambi presenti in sala. Argomento di discussione il modello di business adottato dalla coppia (anche nella vita) di produttori. Quando i due si sono presentati dall’ABC hanno proposto di allargare il mercato seriale all’estero. In che modo? Co-producendo la serie in vari paesi diversi. Per fare questo c’è stato bisogno di una forte base narrativa e di un ottimo piano di produzione. La serie racconta le vicende di una madre sulle tracce di suo figlio scomparso. La storia è semplice, ma terribilmente funzionale al business plan pensato dai due executive.

Il sistema prevede un plot di massima prestabilito, ma in grado di adattarsi ai bisogni produttivi. Ci spiega meglio Gina: ‘A un certo punto ci siamo trovati a dover decidere se girare o no a Dubrovnik. Volevamo fortemente quella location, ma per poterla utilizzare dovevamo cambiare il piano di produzione. Così abbiamo cominciato le riprese con l’episodio 4. Il season finale è invece stato girato a Istambul. Non era stato previsto, quando eravamo ancora in fase di scrittura, molte delle ambientazioni sono state scelte in corso d’opera’

Il cast della serie è internazionale. Anche in questo caso le necessità sono duplici, da una parte essere fedeli al plot dall’altra massimizzare la visibilità nel paese in cui si va a girare. Per ogni nazione sono stati scelti attori rappresentativi o conosciuti in loco. In questo modo si pensa di attirare il pubblico autoctono.

‘Quello che volevamo fare era portare le bellezze dell’Europa nei salotti statunitensi. In Europa, ogni luogo è speciale.’

‘La parte più difficile è stato coordinare il lavoro all’estero con quello in studio. Grazie agli effetti speciali potevamo girare alcune scene senza muoverci da Los Angeles, ma nel frattempo doveva essere in Europa per scegliere nuove location e prendere contatti con i tecnici. Lavorare con troupe straniere è molto difficile. In Turchia ad esempio ci siamo trovati in grosse difficoltà anche per i limiti che la lingua imponeva.’

Vi è convenuto lavorare in Europa?

Risponde Gina ‘Si, è vero qualche volta lavorare all’estero conviene anche economicamente (qualcuno fa notare come anche in Italia si preferisca girare in Argentina per risparmiare), ma quello che volevamo noi era l’ambientazione reale. Non stavamo cercando dei surrogati di luoghi che potevamo trovare anche in USA. Roma è Roma, Parigi è Parigi, è insostituibile e il suo fascino irriproducibile. Potevamo girare in Lousiana e avremmo avuto degli sgravi fino al 35 percento. Ma la Louisiana non è la Francia!’

Come avete presentato il progetto a ABC?

‘Ci siamo presentati con il progetto intero. Non volevamo produrre una pilota di una singola puntata. Non aveva senso andare in Europa per tornare con 40 minuti di materiale. Quindi abbiamo preso il rischio e abbiamo portato un progetto per 10 puntate e Abc ha detto si! Il progetto funzionava già su carta, certe volte se si riesce a essere chiari nelle proprie idee non c’è bisogno di girare una pilota. Sicuramente la serie di “genere” ha un vantaggio sulle altre poichè non devo spiegare proprio tutto. Il genere è facilmente comprensibile, esiste già, se la storia ti piace il gioco è fatto.’

La Matthews e Scharbo spiegano come sia un momento particolare per i grandi network. La cable tv (HBO, Showtime) ha fatto passi da gigante, guadagnandosi visibilità e pubblico. Il cavo non ha bisogno di piacere a tutti, può essere “edgy”, può spingersi là dove i grandi network non possono arrivare. Se vuoi stare al passo con loro devi fare rumore. Naturalmente non si può chiedere a una major di produrre qualcosa come Breaking Bad. Allora che fare? L’ABC ha cercato, producendo Missing, di creare un genere ibrido, in cui si immettono argomenti “rischiosi” senza abbandonare però il grande pubblico.

A questo punto Gina involotariamente lancia uno scoop nella sala Sinopoli. A quanto pare due serie Italiane da loro visionate sono state selezionate per un possibile adattamento made in USA. La prima è Squadra Antimafia (Tao2) e l’altra è Tutti Pazzi per amore. Brusio tra il pubblico. Il relatore strabuzza gli occhi e chiede conferma. A quanto pare il contatto c’è stato. Poi Gina ridimensiona la notizia: ‘Abbiamo avuto un contatto per un possibile adattamento. Abbiamo passato il soggetto ai nostri sceneggiatori che ci stanno lavorando. A quel punto con il soggetto in mano andremo dai network per vedere se sono interessati.’ La strada è dunque ancora lunga.

Si torna a parlare di Missing. Quanto incide l’audience europeo sul successo del progetto?

I due premettono che il budget della serie è comunque nella norma. In media con le altre produzioni USA. ‘Certo il mercato europeo può essere un fattore, ma non sappiamo quanto l’ABC abbia calcolato di guadagnare fuori dal confine americano.’

Viene chiesto se la serie avrà un lancio globale, come è già accaduto per alcuni serial USA (The Listener, e il più recente Terra Nova). ‘Probabilmente no, ma non sono sicura’ I due danno risposte discordanti per poi alla fine ammettere di non saperne nulla. (la serie conclude le riprese settimana prossima)

A sorpresa arriva sul palco Adriano Giannini, uno degli attori Italiani impegnati in questa co-produzione europea. In jeans e camicia un po’ sgualcito si presenta al pubblico. Descrive come è stato lavorare in una grande produzione come quella di Missing: ‘Sono molto contento, ho lavorato con dei grandi professionisti’.

Segue un divertente siparietto in cui Giannini racconta qualcosa riguardo il suo personaggio sotto gli occhi inquisitori dei due executive. La trama della serie è top secret (si tratta di un thriller…) è Giannini imbarazzato si muove a tentoni: ‘Si può dire che sta cercando il figlio?’ Risate dal pubblico. Risate dai producer. ‘Qualche domanda per Giannini?’. Segue un silenzio tombale. Al quarto giorno di Master Class il pubblico comincia a perdere colpi e la stanchezza colpisce un po’ tutti. Mi vibra l’occhio, ho un dolore persistente alle gambe e un insensato desiderio di guardare la stagione due di “Un medico in famiglia”. Forse è meglio che vado a dormire.


PS. prima di crollare sono riuscito a vedere Case Histories, adattamento per la tv del romanzo omonimo di Kate Atkinson. Protagonista della serie il detective Jackson Brodie. La sceneggiatura per la tv è di Ashley Pharoah (Life on Mars). Vale la pena dargli un’occhiata.


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Inside Roma Fiction Fest – Anteprima Terra Nova

Ieri sera al Roma Fiction Fest è stata proiettata la nuova serie, co-prodotta da Steven Spielberg (il marchio Amblin e Dreamworks si intravedono sulla locandina) per ABC, Terra Nova. La serie era stata annunciata qualche tempo fa, ma poi ha subito ritardi dovuti alla lunga postproduzione. Le 6 puntate che compongono la prima stagione verranno quindi distribuite in autunno. La puntata che stiamo per andare a vedere è andata in onda il 26 settembre negli Stati Uniti e sarà in Italia su Fox il 4 ottobre (Fox è sponsor dell’evento).

Entriamo nella sala Sinopoli dell’Auditorium parco della musica, che per l’occasione ha visto il Foyer trasformato in un giardino del Giurassico. Alcune palme languono per terra e c’è un forte odore di chiuso. Ecco perchè i dinosauri si sono estinti. Soffocamento.

Dopo la mia rilettura geologica salgo le scale e riesco a ottenere un posto in terza fila. La sala è gremita. Il presentatore della serata lancia l’evento. Ci siamo. Parto prevenuto come ogni proiezione, ma non posso nascondere una grande curiosità.

Con un piano sequenza in cui si fa sfoggio degli enormi mezzi messi a disposizione dall’ABC attraversiamo a volo d’uccello una città del futuro. Siamo nel 2149. La terra è sulla via del tramonto. Le sue risorse sono oramai agli sgoccioli. L’aria è irrespirabile e il sole appena visibile. Il piano sequenza si conclude direttamente dentro l’appartamento del protagonista Jim Shannon. Lo seguiamo entrare a casa e togliersi la mascherina che lo aiuta a respirare.

—Warning— Mi sono tenuto leggero nel racconto, ma se volete rimanere completamente all’oscuro, beh allora forse è meglio che vi fermiate qui.

A casa c’è la famiglia ad attenderlo. La piccola Zoe, Josh, e la moglie. Trafelata arriva l’altra figlia che però avverte: ‘stanno arrivando!’. Jim immediatamente prende la piccola Zoe la rinchiude in un conduttore dell’aria. I poliziotti arrivano. ‘C’è stato detto che avete infranto la legge’. I poliziotti distruggono l’appartamento in cerca della prova di colpevolezza. Nel vestiario e nelle movenze la scena ricorda molto Farnheit 451. I poliziotti cercano la figlia illegale. Nel futuro immaginato nella serie, i figli per famiglia non possono essere più di due.

La bambina viene trovata Jim si ribella, nasce una colluttazione. Viene arrestato e condannato a scontare 6 anni in una prigione di massima sicurezza. Due anni dopo la moglie gli comunica che sono stati selezionati per il progetto Terra Nova. La piccola Zoe però dovrà rimanere in quanto figlia illegale. L’unico modo per salvarla è far evader Jim e infiltrarsi insieme alla figlia nel gruppo di pellegrini (così vengono chiamati i selezionati).

Gli uomini hanno scoperto un’interruzione nello spazio tempo e sono riusciti con questa a viaggiare indietro nel tempo. 85 milioni di anni. L’era dei dinosauri. L’idea è quella di costruire una colonia, unica speranza per costruire un futuro migliore.

La smetto con il racconto perchè non voglio essere arrestato per spoiler.

L’impatto visivo è incredibile. Visto sul grande schermo non si nota alcuna differenza con un blockbuster cinematografico (solo in alcuni primi piani in chroma key, si nota l’utilizzo di riprese in studio). La prima domanda che mi faccio è “Quanto diavolo è costato?”. Stando alle notizie sparse sulla rete il budget dovrebbe assestarsi sui 10 milioni per il solo pilot. La fox conferma di essere rimasta nelle previsioni, ma voci dall’interno parlano di un reale costo di 20 milioni di dollari che non avrebbe alcun precedente per una produzione tv. Il pilot di Lost per fare una comparazione è costato 14 milioni di dollari e ha portato alle famose dimissioni dell’ABC executive LLoyd Braun per aver dato luce verde a una produzione cosi onerosa.

La serie è stata girata in Australia. La terra dei canguri sta diventando sempre di più il punto di riferimento per le produzioni internazionali (Signore degli anelli, Matrix, Hobbit, Tin Tin).

Ma basta parlare di soldi, gli elementi presenti sono tanti.

Plot. La struttura narrativa è perfetta per una serie a lungo raggio. Come in Lost i protagonisti si trovano in un luogo inedito. Tutti i personaggi sono costretti a ricominciare da capo. Il loro passato sulla terra del futuro si scontrerà con il nuovo presente nel passato (lo so non è colpa mia, a Spielberg piacciono i paradossi temporali). La popolazione di Terra Nova è divisa in due fazioni (anche qui si intravede Lost). I sixers, così vengono chiamati i ribelli, hanno deciso di prendersi la loro libertà e si sono staccati dalla colonia principale, impossesandosi delle materie prime. Già nella pilota viene mostrato un luogo misterioso, che “deve rimanere segreto”. Qualcosa si nasconde dietro l’operazione Terra Nova?

Setting. Il futuro di Terra Nova è un pastiche di molta Science fiction. Gli enormi cartelli luminosi con su scritto “Sovrappopolazione = Estinzione” o “La famiglia è composta da 4 persone” ricordano quelli di 1984. A livello visivo, soprattutto nella versione notturna, la città ricorda Blade Runner (forse un po’ meno post moderna, ma altrettanto sporca). L’escamotage narrativo del viaggio nel tempo è molto simile a quello di Stargate. Gli uomini hanno trovato un’interruzione nello spazio tempo che gli permette di arrivare nel passato. Non è chiaro se la linea temporale dove i pellegrini vengono spediti, sia o meno la stessa del futuro da cui provengono. Mi spiego meglio Maddy (la figlia maggiore di Jim) a un certo punto parla della sonda che è stata mandata per vedere cosa ci fosse dall’altra parte del portale temporale e che non è stata mai trovata nel futuro. Josh, suo fratello, è poco interessato, ma la “Geek” Maddy continua a spiegate imperterrita. “Non siamo sulla stessa linea temporale del futuro, altrimenti ogni nostra decisione avrebbe ripercussioni sul futuro. Uccidere una mosca potrebbe cambiare tutto!” (e io aggiungo “This is heavy”). Il così detto Butterfly effect. Terra nova nella sua prima apparizione ricorda molto Avatar, e il comandante Nathaniel Taylor (Stephen Lang) non fa che amplificarne l’effetto. Per finire l’elemento dinosauri, scoperta delle scoperte, è un palese riferimento a Jurassic Park. In una scena vediamo la piccola Zoe dare da mangiare a un dinosauro erbivoro, così come succedeva nella pellicola di Spielberg. Con le tecniche di oggi è finalmente possibile utilizzare un personaggio così dispendioso a livello di computer grafica e lo spettacolo, ve lo assicuro, è garantito.

Target. Malgrado la grande componente action, Terra Nova, visto anche il costo di produzione, è un prodotto per tutta la famiglia. Il fulcro del racconto è la famiglia: la lotta per rimanere uniti, le liti, e le molteplici inquadrature “quadretto” degli Shannon, non lasciano dubbi. La cosa non sembra infastidire la visione, a parte qualche forzatura di testo, come l’odio di Josh per suo padre Jim, che non corrisponde all’amore visto poco prima della partenza per Terra Nova.

Le puntate previste per questa prima stagione sono 6. Dunque ci si aspetta una compressione narrativa tale da avere molti elementi nuovi ogni puntata. Almeno spero. Nel frattempo, potete correre a cercare per la rete (la puntata è andata in onda in USA il 26) o aspettare la prima visione su Fox il 4 ottobre.

Ecco il trailer italiano ufficiale.

 

Inside Roma Fiction Fest – Adaptation – Master Class

Nella terza giornata del festival si parla di adattamenti. E’ quasi la norma scoprire che una serie che seguiamo appasionatamente, sia in realtà l’adattamento (made in USA sempre più spesso) di una serie proveniente da un altro paese e di cui non abbiamo mai sentito parlare. L’Inghilterra rimane il bacino più grande da cui le major americane “rubano” quando si trovano a corto di idee. Ospiti d’onore, due autori di punta della tv Uk, che hanno visto le loro serie adattate per il mercato USA: Tobey Withouse (creatore di Being Human) e Ashley Pharoah (creatore di Life on Mars). A rappresentare l’Italia Ivan Cotroneo (creatore della serie “Tutti pazzi per amore” ieri sera al festival) e Daniele Cesarano (“creatore” di RIS).

Arrivo leggermente in ritardo e quindi entro che la discuissione è già avviata.

Si parla di modi di scrivere, e di come l’Inghilterra percepisce le serie televisive che vengono da fuori. Con il solito Humor che li contraddistingue la coppia di autori inglesi smonta subito l’attegiamento britannico: “Abbiamo sempre questo atteggiamento nei confronti della narrazione, come se l’avessimo inventato noi, come se fosse solo roba nostra. Quando vediamo opere, o serie che provengono dalle nostre “colonie” (si riferisce agli USA, NDR) diciamo “bravo, bel lavoro, continua così”, ma di base siamo molto concentrati sui nostri prodotti.” continua Tobey Withouse ‘Oltre tutto odiamo i sottotitoli, e tutto ciò che distrae dal prodotto in sè, quindi conosciamo molto poco di quello che non è in lingua inglese’.

In effetti le serie inglesi hanno una forte caratterizzazione e un’originalità che le rende molto appetibili per il mercato estero sempre in cerca di qualcosa di nuovo. Ma non è sempre stato così, come spiega Ashley Pharoah ’10 anni fà non avresti mai incontrato un Executive di una tv americana a Londra, ora è normale incontrarli per strada. Guardano molto la nostra televisione e sono al corrente di tutte le produzioni in corso.’

Entra nella discussione Daniele Cesarano che ammette candidamente che RIS è stato una sorta di furto, più che un adattamento. Qualcuno tra il pubblico ride, non si capisce se per la battuta o per la mise di Cesarano che sembrava appena tornato dalle Bahamas.
Secondo Cesarano un prodotto come RIS non ha molto mercato all’estero, perchè ‘quando si parla di poliziotti, crime investigation o simili, ognuno vuole il suo. Vuole il suo eroe autoctono’. In effetti è facile trovare il Derrick di turno in ogni nazione. ‘I tedeschi sono un eccezione, sono riusciti a vendere molto anche all’estero, Rex ad esempio, è una delle serie europee più vendute all’estero’.

Qualcuno dal pubblico chiede alla coppia di ospiti inglesi se conoscono qualche serie italiana. I due si guardano negli occhi e rispondono con un laconico: ‘NO’. Sportivamente però rigirano la domanda al giornalista: ‘Lei cosa mi consiglierebbe da portare con me in Inghilterra?’. Il giornalista consiglia due serie Boris e Romanzo Criminale. Il presentatore aggiunge ‘Beh c’è anche Tutti pazzi per amore – facendo l’occhiolino a Cotroneo che affonda nella poltrona. Cesarano fa notare che è impossibile adattare Romanzo Criminale (In realtà la HBO ha acquistato i diritti e sembra prepari proprio un remake).

Ashley ringrazia e riprende il discorso dicendo che in realtà ricorda qualcosa di prodotto in Italia. Si tratta di “Zen”, una serie prodotto per BBC 1 ambientata in Italia, ma misteriosamente recitata solo in inglese (anche dagli attori Italiani). Dopo i primi 3 episodi (andati in onda a gennaio di quest’anno) la serie è stata cancellata. Curiosità, gli attori uomini erano inglesi, mentre le interpreti tutte italiane (a parte Cathrine Spaak, che però potremmo considerare italiana, per la sua lunga permanenza nel nostro paese).

Si continua a parlare di adattamenti, questa volta però da paesi non inglesi. Nel particolare ci si sofferma su casi come The Killing, serie danese adattata nell’omonima versione statunitense (entrambe proiettate al festival, ahimè non ho fatto a tempo), o Intreatment serie israeliana adattata con successo da HBO. Tutti gli ospiti sono unanimi nel ritenere Intreatment forse il miglior adattamento di una serie tv per il mercato USA. Commenta Withouse: ‘La bravura del produttore americano è stata quella di non snaturare il prodotto originale, non cercare di americanizzarlo a ogni costo. Infatti quando si guarda Intreatment si ha la sensazione di guardare qualcosa di europeo, di nuovo per il panorama americano’. Viene fatto anche il nome di Gideon Raff, autore e regista israeliano che ha curato l’adattamento di “Homeland” serie USA appena iniziata, e che sarà ospite al festival domani.

Mi inserisco nella conversazione e faccio una domanda ai due inglesi: ‘Abbiamo parlato di format e l’Inghilterra ci ha sempre abituato a un formato diverso alla tv americana. Mi spiego meglio, in USA si produce una serie di 24 puntate, mentre in UK solitamente la serie si protrae per non più di 6 o 12 episodi. E’ solo un motivo economico o c’è anche un diverso modo di vedere il racconto e la narrazione? E poi volevo sapere se avevate visto Episodes e quanto c’è di vero in quella serie’

Risponde Ashley ‘Quella serie, Episodes, è un documentario’ – ride – ‘ Tornando al formato, è sia un problema di mercato che un problema economico. Il nostro mercato (quello inglese) è diverso da quello americano. Loro non solo fanno una Pilot, per loro esiste il concetto di Season Pilot. Si fa un’intera serie per vedere se un prodotto funziona. Inoltre il lavoro autoriale da noi è molto ridimensionato, in parte per un problema di budget. In USA si mettono pacchi di sceneggiatori, chiusi per mesi a produrre. Da noi il lavoro è più individuale, si lavora in pochi. Vorrei davvero poter avere così tanti sceneggiatori, ma non è possibile. E’ un modo diverso di concepire il processo creativo. Comunque preferisco il formato inglese, non potrei mai pensare di dover scrivere 24 puntate a stagione, diventerei pazzo!’

Tobey prende la parola ‘Un altro motivo sono le esclusive con gli attori. In America si fanno contratti più lunghi (e più pagati) con gli attori. Da noi di solito si fanno massimo due anni, allo scadere dei quali l’attore preferisce andarsene verso altri lidi (sempre statunitensi aggiunge Ashley). Ad esempio in Being Human abbiamo aggiunto due personaggi (una sorta di Backdoor pilot) per vedere come poterli inserire nella storia. Il mio problema è che non posso pensare a lungo raggio, perchè non so esattamente che personaggi potrò utilizzare nella prossima stagione. E questo succede a prescindere dal successo della serie’.

Qui si aggancia Ashley ‘Questo è uno dei motivi percui Life on Mars ha chiuso dopo solo due stagioni’.

I due autori ricordano come esistano anche da loro le così dette serie “infinite” ma che siano relegate a due generi come il poliziesco o il medical. Questo è dovuto al fatto che in questi due generi, non è il personaggio ad andare verso la storia, bensì il contrario. Questo facilita non poco il processo creativo, rendedo possibile la longevità dello show.

Dal pubblico qualcuno chiede qual’è la loro serie preferita?

Gli ospiti ci pensano un po’. Comincia Ashley: ‘The Wire, davvero incredibile” anche Tobey è d’accordo, e aggiunge “Intreatment” alle sue serie preferite. Cesarano si aggrega.

L’incontro finisce con una premiazione di alcuni giovani autori. Il tutto avviene in modo molto caotico e quasi tutto il pubblico si dilegua.

 

Inside Roma Fiction Fest – Anteprima “Once upon a time”

Premessa

Once upon a time. C’era una volta un blogger con una maglietta dei Goonies. Era a casa a scrivere sul suo libro elettronico, quando a un certo punto si rese conto di essere in ritardo. Aveva un appuntamento al grande monumento che gli abitanti della città chiamavano “dei tre bacarozzi”. Li si doveva svolgere un importante visione di una grande casa di produzione: la A-B-C. Il blogger pensava che per essere una grande produzione aveva un nome abbastanza convenzionale. Quasi banale. Senza perdersi d’animo prese il suo cavallo con i raggi per arrivare il più in fretta possibile. Arrivato si trovò davanti una fila di personaggi. Tutti quanti erano arrivati in ritardo come lui. Il losco figuro, guardiano dell’entrata non permetteva a nessuno di accedere alla proiezione. “Controllo” ripeteva toccandosi l’orecchio. “Controllo”. “Ma cosa controlla?” Chiese ingenuo il blogger. “Il marrano non vuole farci accedere alla visione. Lei non sa chi sono io!”. A questo punto dopo l’ennesimo “Controllo” il guardiano fece un gesto e dopo aver aperto il cancello di tessuto ricoperto ci fece entrare nel magico mondo della fiction. Il tunnel che portava alla sala delle proiezioni era addobbato a festa. Enormi rappresentazioni di splendide fanciulle ti guardavano fisso negli occhi fino a che la vista poteva vedere. “Dagli autori di Lost”. Il blogger leggeva dubbioso. Entrato nella sala della finzione si trovò davanti uno stuolo di persone. Tutte avevano il suo stesso medaglione al collo. Sopra c’era scritta la loro classe di appartenenza: Stregoni di stampa, Elfi Professionali e molti altri. Il blogger aveva scritto solo “Professionali”. Si morse la lingua. A questo punto apparse il Totem della serata. Colui che li avrebbe guidati nella visione. Dopo aver balbuziato qualche cosa, in “latino antico” pensò il blogger, la tenebra calò sulla sala. A-B-C. Le lettere volavano da un lato all’altro dell’enorme finestra magica. Lo spettacolo stava per iniziare.

Fine Premessa

Cosa succederebbe se tutti i giornalisti, Blogger, o chiunque produca contenuti, per uno scherzo del destino cominciasse a descrivere ogni evento, film, o serie tv come se si trovasse in una favola per bambini? Ecco questo è più o meno quello che accade nella serie ABC “Once upon a time”. Prodotta dagli stessi Produttori esecutivi di Lost (e quando si cominciano a citare le seconde leve, bisogna avere qualche dubbio). Al fiction festival è stato possibile visionare la puntata pilota e vi assicuro che lo spettacolo è quanto di meno comprensibile ci sia sulla faccia della terra. Impossibile non pensare di trovarsi davanti a uno scherzo. Come giustamente dice il mio vicino di sedia Gabriele “Non ho mai visto nessuno camminare così a lungo l’orlo del ridicolo” e continuare a farlo senza paura. L’inizio è disturbante. Ambientazione Fantasy, un cavaliere corre su un lungo ponte. Arriva finalmente a destinazione. Un gruppo di nani lo attende davanti a un feretro. “Sei arrivato tardi” dice un nano che assomiglia tremendamente a Dotto. Quindi segue un primo piano di un nano ingrugnato “non sarà mica Brontolo?” nessuno sembra far caso alla mia domanda. Il principe si avvicina. Piange, quindi dice di voler vedere per l’ultima volta il suo viso, il viso di BIANCANEVE. Avete capito bene, stiamo guardando Biancaneve e i sette nani in carne e ossa. Ok, adesso spunta un orso polare dalla foresta e poi una misteriosa nuvola nera li inghiotte e inizia la serie. Non succede. Al contrario il bel principe bacia la bella biancaneve che si risveglia e vissero felici e contenti. Fino all’arrivo della strega che comunica a tutti i presenti del matrimonio (io non ricordavo il matrimonio in Biancaneve, però è passato un po’ di tempo) che una maledizione li portera nel luogo peggiore che possano conoscere. Un luogo terribile dove tutti vivranno fermi nel tempo una vita che non è la loro senza ricordare quella precedente. Unico modo per salvarsi, preservare la figlia di Biancaneve nascondendola in un armadio magico costruito da, come ti sbagli, Geppetto. In questo modo al compiersi dei 28 anni di età ella tornerà per salvare i personaggi delle fiabe. Ma dove è finita la piccolina? A Boston dove di lavoro “trova la gente” come lei stessa racconta. E’ il giorno del suo compleanno e dopo una brutta giornata di lavoro si trova a casa a festeggiare per l’ennesima volta da sola. Non questa volta però. Un bambino suona alla porta. “Sono tuo figlio”. A quanto pare la piccolina di Biancaneve (che noi immaginiamo essere lei, visto che ancora a questo punto della puntata non è stato ufficializzato) aveva avuto un figlio che però ha dato in adozione perchè “avesse le migliori possibilità”. Il bambino ha un libro con sè e insiste perchè lei lo riaccompagni nel suo paese di origine StoryBrook. Le spiega che Lei è l’unica persona in grado di salvare il suo paese e i suoi magici abitanti. Arrivati in città incontrano il grillo parlante che porta in giro il suo cane, quindi arrivano nella casa del Sindaco, madre del piccolino scappato di casa in cerca della sua madre biologica. Se avete giramenti di testa o di palle, potete fare una pausa. Non mi offendo. Alzatevi prendete un bicchiere d’acqua. Respirate profondamente e quindi tornate di fronte al computer. Ma vi assicuro che non c’è alcun lieto fine, se è quello che state aspettando. Il Sindaco, grazie a un magistrale (Attenzione Sarcasmo!) uso dei flashback, risulta essere la strega cattiva che cerca in ogni modo di ricacciare via la primogenita di Biancaneve. Quasi ci riesce. Ma la piccolina, che di nome fa Emma, non ci sta. E nel finale di puntata decide di passare una settimana a StoryBrook, per la precisione in un piccolo Bad and Breakfast gestito da una simpatica vecchina e dalla sua nipotina, emo, caratterizzata da un acceso cappuccetto rosso. THE END.

Per cercare di riprendervi o trovare un senso a tutto questo, fissate intensamente l’immagine qui sotto. Buona giornata.


Se la visione non fa effetto, in alternativa, potete dare un’occhiata al trailer. Attenzione però, può dare giramenti di testa.


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Inside Roma Fiction Fest – Evento Misfits

Premessa

Mi avvicino alla reception con due amici. ‘Ho il pass…invece i miei amici avrebbero bisogno dei biglietti’. La Hostess mi guarda di traverso ‘Guarda, non so che pass sia, però ti consiglio di prendere i biglietti’ ‘Ma ho l’accredito…’ ‘L’accredito non serve a nulla, è meglio il biglietto, fidati’. I biglietti sono gratuiti. Ottengo il mio posto con al collo quello che a questo punto è solo un collare di riconoscimento. Come il tatuaggio dei cani, serve solo a sapere se mi sono perso. ‘Hey guarda…un nerd, si deve essere perso. Tieni bello…Come ti chiami. Ah, ma abbiamo l’accredito. Giacomo…Cannelli…Ciao Giacomo. Tieni prendi una copia omaggio di Guerre Stellari versione senza le aggiunte digitali’. Guaisco e prendo al volo l’agognato VHS.

Fine premessa.

Secondo giornata di Fiction Festival e secondo incontro con il pubblico. Questa volta a farsi vivo, dopo il bagno di folla di Jim Belushi, il più timido e silenzioso Iwan Rheon. Star della serie Misfits successo planetario che a piccoli passi a conquistato anche l’Italia (a giudicare dal buon numero di presenti). Co-ospite uno dei produttori della serie Matt, di cui però posso dirvi solo il nome, visto che da nessuna parte, neanche sul programma, è possibile trovarlo.

Si parte con una breve clip, un “nelle puntate precedenti” non proprio eccezionale. La qualità video e simil youtube e l’audio è pessimo. Poco male. Si parte con le domande dei due presentatori. L’ambiente è un po sotto tono, ma piano piano comincia a venire fuori qualcosa di interessante. Matt racconta come la serie Misfits abbia preso in prestito il genere dei supereroi, ma che non lo ha fatto per imitarne i tratti. ‘E’ solo un mezzo per poter raccontare storie di ragazzi. Potremmo raccontare le stesse identiche storie togliendo i super poteri e sarebbero storie del tutto normali’. L’elemento di finzione dunque come cassa di risonanza per raccontare il mondo dei così detti Young Adult. ’10 anni fa sarebbe stato molto difficile produrre una serie come questa. Oggi, con la tv via cavo e le tecniche digitali il pubblico è cambiato. Il bacino di utenza è sempre lo stesso, ma è più segmentato. Ora possiamo riferirci, così come ci ha chiesto il canale, a un preciso segmento di età e parlare direttamente con loro. Senza doverci preoccupare degli altri. Possiamo rischiare di più e andare più in profondità nell’affrontare le loro storie’

‘Ma adesso abbiamo una sorpresa, Matt ci ha infatti portato un video in Alta definizione del trailer della terza stagione, che sarà su Sky a gennaio’

Nel video si vede poco e niente. Solo qualche fugace frase e il nuovo personaggio di Rudy, dalla terza stagione sostituto ufficiale dell’ahimè partente Nathan (Robert Sheenhan). La fine di Nathan verrà raccontato in un breve shortfilm che però a quanto pare per problemi diritti non potrà andare in onda in Italia. Matt però ha la soluzione ‘Credo che si, insomma, dovreste trovarlo abbastanza facilmente nella rete…illegalemente!’ [Guarda la Sneak Peek di “Vegas Baby”]

A domande molto interessanti da parte del pubblico, si alternano inviti a cena per Iwan, frasi sconclusionate, e risatine. Il pubblico è in parte formato da molte fan underage. Iwan sorride imbarazzato e ringrazia.

Le poche domande a Iwan sono per lo più incentrate sui tratti del suo personaggio Simon. Iwan racconta come alla fine il suo personaggio non è un Nerd stereotipato. ‘Ha un anima dolce e drammatica, è un Geek, ma non per questo veste con camicia a quadri e occhiali spessi. Ho ascoltato molta musica, soprattutto i Joy Division.’ Iwan ricorda anche come il suo personaggio in principio era stato pensato come cattivo. ‘Simon è un buono, non direi si possa mai pensarlo come cattivo’. Dal pubblico gli si fa notare come il suo personaggio, malgrado il cambiamento di sceneggiatura, sia sempre inquietante e ambiguo. Iwan sorride ‘No, Simon è buono, ma non possiamo sapere cosa può accadere nella terza stagione’. Segue un sorriso alla Simon e il pubblico apprezza.

Continua la sequela di domande. A questo punto mi lancio anche io. ‘Salve, volevo fare una domanda a Matt. Misfits è girato con la Red camera (una camera ad altissima risoluzione) che probabilmente sostituirà l’attuale pellicola. I primi 5 minuti della prima stagione sono incredibili e potrebbero tranquillamente passare per una scena di un film ad alto Budget. La televisione sembra in qualche modo essersi molto avvicinata al cinema per capacità tecniche ed espressive. Sembra quasi sia diventato il mezzo migliore per raccontare storie. In conclusione. Cinema e Tv sono ancora così lontane? E per chiudere. Ti hanno mai chiesto Misfits per un adattamento, in USA ad esempio’.

Matt attende la traduzione (che credo abbia tagliato con l’accetta la mia domanda) quindi risponde che ‘Si, credo che la tv abbia fatto grossi passi in avanti e le molte serie di qualità che provengono soprattutto dagli Stati Uniti lo dimostrano. Io posso dirti che preferisco vedere un’ottima serie Tv che un buon film. Si credo che la Tv e il Cinema siano molto vicini, e io preferisco un’ottima Tv. Per rispondere alla domanda sull’adattamento credo che la serie Misfits sia un format di successo, venduto in molti paesi, quindi non credo sia possibile un remake. Certo non si può mai sapere, ma per ora no. Nessun adattamento.’

C’è ancora tempo per altre domande, si alza dalle ultime file un ragazzo. ‘Salve, la mia domanda è per Matt. – goccia di sudore che scende dalla sua fronte. Si asciuga il viso. – volevo far notare un errore avvenuto nella puntata “Lacto Kynesis” La sala si blocca. Tutti cercano di capire da dove provenga la domanda. Matt e Iwan si guardano. Ora. Esattamente a cosa si stesse riferendo il ragazzo non sono riuscito a carpirlo (ma mi prodigherò a cercarlo). Credo si riferisse a qualche inesattezza cronologica negli eventi che portano alla fine della puntata sei della seconda stagione. Alisha trova il rifugio di Simon. D’accordo la smetto. Non lo ricordo, lo so sono un pessimo cronista. [Update – Domenico mio coinquilino mi ha riferito il pezzo. Alisha torna nel rifugio di Simon in un tempo (due settimane prima) in cui non poteva conoscerne la posizione]Fatto sta che Matt in visibile imbarazzo non nasconde l’errore. ‘Potremmo aver fatto qualche casino!’ Risate dal pubblico. Applausi.

Seguono ancora complimenti e una ragazza che chiede agli ignari ospiti, se sanno perchè in Italia la tv faccia così schifo, e non sia interessata a produrre prodotto come Misfits. Tra me e me mi dico. Siamo un paese di vecchi. Ecco la risposta. La ragazza finisce con un emblematico “Aiuto!”. Matt non si scompone: ‘Non so darti una risposta, ma quello che ti posso dire è: se non ti piace cambiala! Oggi con le tecnologie a disposizione si può fare molto. Cambiala tu!’. Saggio Matt. Vagli a spiegare che noi abbiamo i CDA che decidono i palinsesti, ma questo è tutto un’altro paio di maniche. Ero sprovvisto di macchina fotografica. Il telefonino ha fatto quello che ha potuto.


[update 27/10/2011] Questa mattina ho incontrato Iwan ruminare intorno all’auditorium. Improvvisamente 15enne gli ho chiesto “Can I take a photo?”.