L’Italia, un paese digitalmente isolato.

Ok. Guardiamo in faccia alla realtà. La fruizione dei contenuti (tv, musica, film, informazione) sta cambiando radicalmente. Più mi guardo intorno e più mi chiedo perchè diavolo da noi non esista ancora un servizio (come Cristo comanda, non palliativi) come HULU, Netflix, Pandora (Spotify è per fortuna appena arrivato in Italia, anche se c’è qualcosa che non torna nel prezzario). Voglio dire è ridicolo! In un mondo iperconnesso dove posso sapere tutto di tutti non ha senso fingere che non averli sia normale. I modi per raggirare questo sistema di esclusione digitale ci sono (non solo tunneling, anche sistemi come HOLA sono una manna dal cielo), quindi ribadisco: perchè far finta di nulla? Smettiamola. Diciamo addio aal nostro vecchio televisore, buttiamo i cd (ditemi dove che vengo), facciamola finita con il palinsesto! E’ vero, esiste l’on demand di Sky, che funziona molto bene (SKY GO) e c’è anche quello di Mediaset (che non ho provato). Ma sembrano entrambi degli esempi di retrofuturo. Un vorrei ma non posso (perchè non posso abbonarmi solo a Sky Go?). La cosa assurda è che nella rete (che non è un comune in provincia di Internet) si possono trovare tanti piccoli esempi di quel futuro che si vede altrove. C’è un solo problema: nella maggior parte dei casi non utilizzano metodi legali. Per quale motivo oscuro riesco ad avere un servizio migliore da parte di un sistema illegale e non da uno pienamente legale? Perchè non posso guardare documentari? (un mercato morto in Italia, ma non su NETFLIX UK dove la scelta è molto ampia) Perchè non posso rivedere le vecchie serie in qualsiasi momento (HULU) ma posso tranquillamente scaricarle con una semplice ricerca su google? Perchè devo aspettare mesi (anche se Sky ha tentato la via dei sottotitoli) per guardare le mie serie tv preferite? Non sono favorevole alla pirateria. Non è quello che sto dicendo. Sto solo riflettendo sul fatto che trovo ridicolo farsi fregare dalla pirateria in questo periodo storico e con la tecnologia che abbiamo. (per farvi un idea un abbonamento a Netflix in Uk costa 5,99 pound al mese, in linea con quanto poteva costare un abbonamento a megavideo e meno della metà di quanto si spende per un pay-tv).

E’ troppo chiedere una globalizzazione della fruizione dei contenuti? Perchè sono costretto a diventare un immigrato clandestino digitale?

Giacomo, hai scritto un intero post solo perchè vuoi avere Netflix, Lovefilm, Hulu e Pandora? Si. Magari funziona.

 

Incontro con David S. Goyer – Master Class RFF12

Prima master class del RFF12. L’ospite è uno di quelli che non ha bisogno di presentazioni, ma ho utilizzato questa frase come riempitivo, quindi ora ve lo presento. David S. Goyer. Nel suo CV troviamo luci e ombre: tra le luci il Batman di Nolan, FlashForward (di cui si è detto non responsabile per la piega presa dopo le prime puntate) tra le ombre Ghost Rider, Blade (sua anche la regia dell’ultimo episodio) il mitico Giocattoli infernali (no davvero non so di cosa sto parlando. Però è uno di quei classici film che guarderei solo per il titolo) e Nick Fury (no, non Samuel L. Jackson, David Hasselhoff, si il bagnino).

La sala è gremita. Per l’occasione verranno proiettati alcuni minuti della nuovissima serie targata BBC dal titolo Da Vinci’s Demons, di cui Goyer è il creatore (nonché Executive Producer, come è norma nel mercato UK/US). Entra Stanley Tucci. Tutti si guardano, credono di aver sbagliato sala. Stanley Tucci non ha un tatuaggio. Quindi deve essere Goyer. Elementary. Ma quello lo fanno domani (oggi NDR).

Goyer si racconta. Nella sua carriera ha fatto di tutto, film, serie tv e anche videogiochi (è sceneggiatore della serie Call of a Duty, 7 milioni di copie vendute al day one). Tra le sue ispirazioni “i fumetti sicuramente, sono un fan di Guerre Stellari (c’è un boato in sala, poi mi accorgo di essere io NDR) e un mio incontro con Lawrence Kesdan (fido co-sceneggiatore di capolavori del cinema pop di Lucas e Spielberg). Ho saltato la scuola per andare a sentire una sua conferenza (era ancora al liceo). Sono anche riuscito ad avvicinarlo per qualche minuto, prima di essere portato via dalla sicurezza (ride). In quel poco tempo però mi ha dato un consiglio fondamentale. “Se vuoi fare questo lavoro (lo sceneggiatore) devi andartene, NY o LA non importa, ma vattene da qui.”

“Così ho fatto.” Il relatore chiede quale siano i suoi riferimenti culturali. “A cosa mi ispiro? Vediamo, Guerre Stellari, C’era una volta il West, e non lo dico perché mi trovo in Italia, Bava (Planet of the Vampires, aka Terrore dallo spazio), Lawrence d’Arabia, Borges e anche Gene Wolfe (un autore di Science Fiction, da ricordare The Book of the New Sun)” “Anche Alan Moore” – aggiunge il relatore “Non mi sento così talentuoso, ma certo metto anche lui tra i miei riferimenti”.

Parte la prima clip del tanto atteso Da Vinci’s Demons. L’immagini fanno parte di un montaggio ad utilizzo interno. 4/3 audio non originale, chroma key visibili, insomma è ancora tutto da finire. “Non ci fate caso” precisa Goyer.

Come ho già detto altrove la fiction in costume non mi entusiasma. Da Vinci non cambia il mio giudizio. Per di più le immagini sono esageratamente pop (anche se Goyer ha in mente un personaggio stile Graphic Novel). Da Vinci sembra Joseph Finnes in Shakespeare in Love. Indossa una giacca di pelle, e ha il capello perfetto con tanto di Gel. La cosa non si ripete con i suoi comprimari. Probabilmente ha inventato lo shampoo. Si rientra in sala. I dirigenti della BBC si guardano nervosamente in giro. Le immagini sono in anteprima assoluta e temono una ripresa non autorizzata.

Goyer racconta del perché della scelta di Da Vinci. “E’ un super eroe del suo tempo. Ha fatto delle cose incredibili. I suoi disegni anatomici sono impressionanti. Molti dicono che dovrebbe essere ricordato più per quelli che per le altre, a volte strambe, invenzioni.” “Perché hai voluto raccontare Da Vinci nei suoi 30 anni? Non è rischioso? Sono gli anni di cui abbiamo più documenti.” Goyer prende una pausa aspettando la traduzione. “Si è vero. In realtà ci sono dei grossi buchi nella sua biografia. I 22/23 ad esempio, anche intorno ai 28. E’ in quelle insenature oscure che mi sono messo a lavorare. Quando è morto delle oltre 30’000 pagine che componevano i suoi scritti, quasi 7000 sono scomparse nel nulla. Cosa si nascondeva in quelle pagine?” “Internet!” urla il relatore come se avesse detto un “Eureka!”. Goyer lo guarda sorpreso “Si è provabile” Ride. “Per Da Vinci è una sorta di Indiana Jones, un Borges, uno Sherlock…anche un po’ Tony Stark!” A questo punto il giacchetto di pelle prende tutt’altro senso.

“Ci puoi dire qualcosa riguardo i viaggi nel tempo? E’ una voce che è circolata intorno al tuo progetto”

“No, non ci sono viaggi nel tempo nel vero senso del termine. Come posso dire. Nel video che avete visto appare un personaggio che sarà ricorrente, si chiama il Turco. In quei pochi fotogrammi dice una frase molto importante: la storia è una bugia. Può essere riscritta, manipolata. Il tempo è per me come un fiume, con una sua circolarità. Si ripete. Non è proprio come un viaggio nel tempo, ma è un sistema fluido. Quello che posso dirvi è che questa circolarità c’è in Da Vinci. Se mai si arriverà alla stagione 6, sappiate che la scena finale è perfettamente incastonata nel primo episodio. La circolarità è fondamentale.”

Goyer vuole aggiungere ancora alcuni particolari sul tipo di trattamento del personaggio di Da Vinci “Come vi ho detto è Da Vinci è un super eroe. Quello che ho voluto fare è mantenere un tono da Graphic Novel. Questo non vuol dire che non ci saranno personaggi realmente esistiti e riferimenti storici. Ho cercato di mischiare moderno e antico, avrei potuto essere più “classico” ma non era quello che volevo raccontare. Nel video che avete visto mancano molti effetti speciali. Ce ne saranno a bizzeffe nella versione finale.”

Il relatore non si trattiene. C’è in effetti un punto oscuro nella produzione di questa serie. Come si fa a girare una serie così italiana sul suolo inglese?

“E’ una questione di soldi, vorrei davvero poter girare in Italia, sarebbe un sogno, ma per ora non è possibile. E’ una produzione USA e UK (Startz, la stessa di Boss, e BBC), quindi per ora utilizziamo le loro risorse e il loro studios. Volevo infine aggiungere che ci saranno molti altri personaggi, supporting roles, nella serie. Pensate che uno di questi personaggi lo abbiamo letteralmente salvato da morte certa. Era già tutto scritto. Ma la performance dell’attore ci ha fatto cambiare idea. Qualche volta non puoi uccidere un tuo personaggio”. Ripenso a tutti i personaggi che avrei potuto uccidere, dopo tutto mi sono auto-dichiarato assassino. Comincerei senza dubbio con Catherine Chandler della versione 2012 (già ci avevano provato negli anni ’80) di The Beauty and the Beast. Poi vi dico.

 

Ripper Street – Sulle tracce di Jack lo squartatore

Non sono un fan del film in costume, tanto meno della serie televisiva in questa veste. A contraddire il mio gusto in questione ci pensa il palinsesto in arrivo il prossimo anno. Downtown Abbey è la serie più premiata dalla critica (lo dice anche il Guinnes dei primati, quindi sarà vero), Goyer rilegge la vita di Da Vinci a suo modo (opinabile la pettinatura e la giacchetta di pelle alla Fonzie, ma aspettiamo aprile) e la BBC aggiunge al suo palinsesto un altro investigatore questa volta sulle tracce del feroce Jack The Ripper con Ripper Street.

Ci troviamo nella Londra di fine ‘800 (1889) poco dopo l’ondata di omicidi del misterioso Jack lo squartatore. La metropolitana è ancora in costruzione e le carrozze invadono numerose le strade del centro. Edmund Reid (interpretato da Matthew Macfadyen, Robin Hood, Frost Nixon) è un detective presso la così chiamata H-Division, il dipartimento di polizia incaricato di controllare la poco raccomandabile zona di Whitechapel. Il difficile compito di Reid è quello di restituire tranquillità alla popolazione dopo un periodo particolarmente tumultuoso. Oltre al crimine a mettere i bastoni tra le ruote al detective c’è la carta stampata, assettata di nuovo sangue, per riempire le prime pagine. Accanto a Reid il fido sergente Bennet Drake (Jerome Lynn, già visto in Trono di Spade) che, a giudicare da questa prima puntata, sa menare le mani come pochi altri. Terzo incomodo tra i due, Jackson, un ex medico dell’esercito americano finito a Londra per qualche motivo non ancora spiegato. Malgrado il suo stile di vita poco nobile (vive in un bordello) ha la fiducia di Reid (ma non quella di Drake). Il suo aiuto è fondamentale per le indagini del giovane detective ma sembra avere un suo progetto parallelo. (di più non dico).

L’impressione iniziale è quella di trovarsi di fronte l’ennesimo rebirth di Sherlock Holmes (oltre a quello BBC e CBS siamo in attesa del terzo capitolo di Guy Ritchie) ma malgrado la somiglianza nei rapporti (un detective e un medico, proprio come Watson) non sembrano esserci gli estremi per una citazione in giudizio. Reid è esperto di chimica (come Sherlock) ma ha un carattere diverso, meno ironico, non troppo witty e decisamente meno ostentato del personaggio nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle.

Il ritmo è buono accompagnato da un ottima colonna sonora. Le location sono molto dettagliate (su imdb si parla di Dublino) e i 60 minuti che costituiscono il primo episodio (l’unico proiettato qui al rff12) sembrano promettere bene. Per i cinefili, nel primo episodio il centro delle indagini sarà un misterioso strumento in grado di registrare immagini in movimento, 5 anni prima dei Lumière. Non mi addentrerò nella polemica del primo film, troppo lunga per questo post, vi basterà sapere che Reid e compagni si troveranno davanti al primo Snuff Movie della storia.

 

Inside Roma Fiction Fest – Rebirth

Un assassino torna sempre sul luogo del delitto, e io oramai da qualche anno torno al Roma Fiction Fest. Prima che mi denunciate, non ho ancora ucciso nessuno, mi do dell’assassino per darmi un tono. Oramai se non hai almeno un’accusa pendente non sei nessuno.

Come Dexter sarò la voce off che pervade le buie sale dell’auditorium parco della musica in questa scintillante edizione 2012 del Roma Fiction Fest. Sappiate però che sono un esterofilo. Non idrofobo per la cronaca. Per questo scordatevi ogni riferimento a serie di produzione italica o “fiscion” come qualcuno spesso le appella. Non voglio sentire domande del tipo: “Perchè non parli dei Cesaroni?” risposta “Perchè preferirei essere nato lo stesso giorno di Silvio Muccino…oh Cristo…quando è nato..il 14? Apri…ah ma l’anno prima, e comunque non lo faccio lo stesso”. Non siamo riusciti neanche a scrivere una serie sulla Garbatella…(è un format spagnolo…Los Serranos! Olè…ehm..).
Se siete al passo con i tempi (t-n-e-r-r-o-t, leggimi allo specchio), non proprio tutto quello che vedrete qui potrà avere il nome di “anteprima”. Qualcosa è già girato, e i pilot pre-aired sono oramai la normalità (tanto che qualcuno si chiede se non sia solo un sorta di “beta testing” fatto dalle stesse case di produzione). Ma il grande schermo ha il suo fascino e le serie di oggi ben si prestano a una proiezione in sala, quindi anche se l’avete già vista una rinfrescata farà al caso vostro.

Scorrendo rapidamente il programma un paio di serie che ho avuto la fortuna di vedere in precedenza, devono finire direttamente nel vostro calendario: Top Boy, Black Mirror. (di quest’ultima ho già scritto qui). Entrambe le serie sono prodotte da Channel 4 (lo stesso canale di Misfits per intenderci). Per quanto riguarda Top Boy, in un incontro avvenuto a Londra durante un festival di fiction Franco-Inglese (dove ero presente, non chiedetemi perché, è una lunga storia) il regista di Misfits alla domanda “Cosa vorresti aver diretto tra le serie fuori ora?”, ha risposto “Top Boy, senza ombra di dubbio!” (qui trovi l’intervista completa).

Tra i Big presenti al RFF12 non mancano le produzioni mainstream tra cui vanno ricordate Downtown Abbey (se vi piace il drama in costume, stagione 2), Last Resort (Season1), Elementary (con la prima volta di un Watson donna, Lucy Liu) Lillyhammer (prima serie norvegese co-prodotta da Netflix, con Little Steven, chitarrista del Boss e attore dei Sopranos), Great Expectations (con Scully, che ha detto espressamente di non voler sentir parlare di X-Files, non potevo esimermi dall’accontentarla) e molti altri.

Capitolo Master Class: la prima ve la siete già persa, quella con David Goyer, autore tra gli altri del Batman di Nolan, FlashForward e Treshold (che forse vuole dimenticare…) e qui al RFF12 per una sneek preview di Da Vinci’s Demons, sua ultima fatica per BBC. Mi dispiace non ho fatto a tempo, ma ne scriverò presto. Non vi siete ancora persi invece, e non dovete per nessuna cosa al mondo, la master class con Kelsey Grammer protagonista di Boss (presto du rai 3, qui trovi la mia rece) e più conosciuto per essere apparso prima come personaggio ricorrente in Cheers, aka Cin Cin, e poi nel suo Spin Off Frasier, una delle serie più premiate della televisione americana.

Per finire una menzione speciale alla sezione web-series, sicuramente più interessante per chi poco bazzica su youtube: ci saranno i The Pills con un evento speciale in sala Petrassi, ma saranno presenti altre serie (quasi tutti in “teatro studio 3”) come Stuck, Kubric una storia porno, Flep 2.

Se mi sono perso qualcosa aggiorno.

Passo e chiudo.

Per il fiction fest “instagrammato” (se mai esiste come termine) potete seguirmi @humorrisk, oppure qui trovate raccolte tutte le foto.

 

Aldo Magro – Recensione “Una grande famiglia” (Rai1) di Ivan Cotroneo

Premessa

Aldo Magro è giornalista dello Scorriere.it. Esperto di televisione, è noto per la sua precisione maniacale e nemico giurato di Aldo Grasso. La loro rivalità risale ai tempi del liceo. I due, compagni di banco e amici per la pelle, finirono per separarsi a seguito di una violenta lite a seguito della visione dell’episodio di Happy Days in cui un alieno, interpretato da Robin Williams, invade lo spazio scenico della serie. Aldo Magro, pur riconoscendo l’indiscusso valore di Williams, non potè non notare un decadimento nella scrittura dello show. Aldo Grasso al contrario trovava geniale l’intromissione del mondo alieno nell’america anni ’50. Era la fine di un amore. Un’amore platonico e intellettuale che continua sulle pagine dei giornali. Come Capuleti e Montecchi, Guelfi e Ghibellini, sale e pepe i due si affrontano ogni giorno a colpi di recensioni.

Una grande Famiglia

Ho la febbre. 36.6 secondo il mio termometro elettronico. Naturalmente sta mentendo. I vecchi termometri a mercurio sono stati banditi per motivi ben diversi dalla sicurezza delle persone. Con l’elettronico è impossibile sapere se sta dicendo la verità. In questo modo lo stato pensa di guadagnare tra lo 0, 2 e lo 0,5 del PIL. Credendo di essere solo degli ipocondriaci siamo costretti a lavorare anche quando dovremmo starcene a casa a riposare. Bloccato a letto con una tosse grassa (e qui sappiamo di chi è la colpa) ho deciso di accendere la televisione. Il caso ha voluto che il canale che per primo si materializzasse sotto i miei occhi fosse Rai1. Immediatamente mi lancio sul telecomando. Nervosamente premo il pulsante di spegnimento. Niente da fare. Il telecomando non sembra rispondere ai comandi (malgrado il suo nome). Una goccia di sudore scende lentamente sulla mia fronte. Potrebbe essere febbre. Ma non ne sono sicuro. Poi il dubbio diventa sempre più Grasso. Compare il titolo Una grande famiglia, fiction di Rai1 scritta da Ivan Cotroneo, autore di Tutti pazzi per Amore. La serie precedente ha avuto un successo così incredibile da essere venduta in Grecia. La goccia anch’essa in tensione suda freddo. Immobile fissa lo schermo con terrore. La asciugo via con la manica del pigiama. Almeno lei è salva. Come in Arancia Meccanica, sono costretto a guardare. Mi volto verso il bicchiere di aspirina appena ingoiato. “Che diavolo c’era li dentro…” Si tratta di una confezione regalo trovata nella…nella…GUIDA TV. Dannazione come ho fatto a non capirlo. Sono paralizzato. Anche il collo sembra bloccato. Sono costretto a guardare. Cerco di chiudere gli occhi. I titoli di testa sono una tortura cinese. Scorrono i nomi degli attori-torturatori. Stefania Sandrelli. Primo Reggiani. Ho una fitta al fegato. Sarah Fauer…anche quello che ha scritto i titoli ha sbagliato il nome. In pratica tutti gli attori italiani sono nella serie. Sembra un ufficio di collocamento più che una serie televisiva. C’è anche Valentina Cervi che tutti ricordano ogni volta che ordinano un caffè. Entra in campo la protagonista, la matrona del cinema e della televisione italiana. Chiudo di nuovo gli occhi. Ma la voce monotona della Sandrelli mi rapisce come una sirena ammaliatrice. La recitazione è ai minimi storici. Sembra un miope che legge un libro al contrario. La sequela di nomi continua. Oramai sembra la lista dei caduti in guerra. Arriva il fatidico “con la partecipazione straordinaria di…” Alessandro Gassman. “Dieci a uno che muore nei primi 10 minuti”. La partecipazione straordinaria è di solito riservata ad anziani attori. Se è giovane è morto nei primi dieci minuti. E’ una regola non scritta. I miei dubbi diventano rapidamente realtà. La Sandrelli chiede alla sua tata africana (con la quale si comporta come se si trovasse in Via col vento) di chiamare il personaggio interpretato da Gassman. “Bingo…sei un uomo morto.” Sono stranamente attento. Forse è colpa della colonna sonora che sembra più l’audio ad alto volume del vicino rompi coglioni. Onnipresente e slegata dagli eventi. Compaiono gli altri personaggi. Sara Fauemberger sfoggia un accento misto romano-meneghino-vocali aperte. In pratica il suo concetto di dialetto è che al Nord tutti parlano con le E- aperte. Per fortuna suo “fratello” Primo Reggiani ci risparmia il dialetto. Lui parla italiano. Gassman muore come da copione. Tragedia familiare. La scusa della morte fa riavvicinare parenti lontani. La moglie di Gassman interpretata da un altezzosa Stefania Rocca, è disperata. Almeno credo. Piange mentre mette a posto vestiti. In alcuni flashback rivediamo Gassman. Le immagini sono caratterizzate da una luce bruciata e sgranata. Stile CSI a cazzo di cane. Lei è ancora disperata. Quindi trova una lettera dell’amante di suo marito. Improvvisamente si dimentica della morte del marito e chiama il fratello di Gasmann per chiedergli di starle vicino. Lui dice di si. Lei insiste sullo starle vicino. Anche un bambino di 4 anni ha capito che gli sta chiedendo di fare sesso. Segue un montaggio incrociato tra la Rocca che stritola la lettera e il fratello (che le deve stare “vicino”) che cavalca. Se non si trattasse di Cotroneo penserei a un montaggio delle attrazioni. Spero non sia cosi. Bacio il mio crocifisso a cui ho sostituito Cristo con Ėjzenštejn. Ripeto a bassa voce alcune regole del montaggio russo. La cosa mi calma. E’ chiaro che la Rocca ha avuto una storia precedente con il fratello di Gassman. Nel frattempo il figlio della Rocca dice di aver sentito Papà per telefono. “Vedo la gente morta”. La madre pensa sia pazzo. Il ragazzino è a questo minuto il miglior attore in campo. La figlia della Rocca apre bocca solo per insultare la madre. “Sei una stronza, mi fate schifo, non sei capace a fare niente!” La ragazza mi sta subito simpatica. In un lancio pindarico penso ai suoi insulti come la voce soffocata dello spettatore inerme. La cosa mi calma. Lentamente comincio a sentire una leggera sensibilità nelle dita dei piedi. Muovo leggermente il pollicione. Non è abbastanza per spegnere la televisione. C’è qualcosa che non va. Ho la sensazione che il peggio debba ancora arrivare. Ho ragione. Sullo schermo compare Sonia Bergamasco. Come un elefante di fronte a un topo cerco istintivamente di saltare sul divano. Sono ancora bloccato. La Bergamasco si lancia nel suo stile di recitazione “Alzheimer”. Ogni tre parole si impappina e fa pause insensate. Le sue interruzioni sono continue e cadenzate. Ogni volta che si ferma senti come un colpo al cuore e con la bocca cerchi di suggerire la battuta. Il tuo labiale rimane però abbandonato sulle labbra. La Bergamasco continua imperterrita: “Allora…io…creeedo…si insomma…” Ripenso al personaggio di Garry Lejeune di Rumori fuori scena e il suo inconfondibile “…capito no?”. Purtroppo quella che sto guardando non è una commedia. Seguono un paio di scene a caso di bullismo, un paio di frasi spezzate della Bergamasco (ho un conato di vomito su una sua pausa), qualche E- estremamente aperta, un paio di colpi di scena, Piera degli Espositi che sembra Rebecca la prima moglie, qualche “stronza” della figlia della Rocca, un po’ di inquadrature a caso della Rengoni corporation (che produce delle mensole a quanto ho capito), un piantarello della Rocca, degli arredamenti di interni ignobili e per finire una citazione pop sbagliata. La Fassemberger incontra un suo spasimante. Il principe di non so che cosa (Tanto Grasso non si ricorda manco quanti figli c’hanno) che lei chiama giocosamente “Ruer”. Lui ride. Poi chiede perchè. Giustamente. Anche io mi associo nella domanda. “Perchè mi piaceva Blade Runner”. Nella mia mente cerco velocemente un personaggio di nome Ruer. File not Found. Che si riferisse…no. Non può essere. Perchè dovresti sbagliare una citazione di un nome. Sicuramente Cotroneo sa quello che fa. Non può essere Rutger pronunciato male. No. Forse la E- aperta della Fauerbachbeet ha causato una crasi fra le lettere. Non è possibile. La mia diatriba interna viene interrotta da un colpo di scena. Forse Gassman non è morto. Forse. Il bambino continua a ricevere telefonate dalla gente morta, mentre la segretaria Serafina sembra sapere più di quanto dice (come Cotroneo sembra scrivere più di quanto gli venga richiesto). La Sandrelli ridecora casa in mezza giornata grazie all’aiuto di due africani (così li chiama la Funderbat) che la Sandrelli tratta come carne da macello (” non sono troppo magri?”) I due ragazzi troppo magri ridipingono in 20 minuti e la stanza è pronta per accogliere la Rocca che nel frattempo ha problemi a fare le valigie. Prima di recarsi dalla famiglia la Rocca incontra l’amante di suo marito la quale dice, testuali parole “…non sono disposta a raccontarle ciò che io provassi per lui”. Il mio Zanichelli di Italiano cade dalla libreria. Ho un sussulto. Anche le dita delle mani sembrano riprendere conoscenza. Cerco di raggiungere il telecomando. Niente da fare. E’ fuori portata. Mi tocca un’altra infornata di frasi spezzate della Bergamsco, un duetto Savina-Degli Espositi che sembrano improvvisamente Otello e Iago per la lentezza e la didascalicità della scena. Ma al peggio non c’è mai fine. Per cercare di capire cosa è successo all’azienda di famiglia amministrata dal “morto” Gasmann Il padre (Savina) cerca di entrare nel computer dell’ufficio. E’ bloccato da una password (oltre ad avere installato window 95). Come fare? La Fundesbank ha un’idea geniale: “Ho un amico Hacker”. Ho un brivido lungo la schiena. La sola idea di come possa essere rappresentato un nerd/geek in una fiction italiana mi gela il sangue. Mi agito come posso. Sbavo. Cerco in tutti i modi di liberarmi dalla mia paralisi. “Non potete farlo…voi non potete…Fermatevi..” E’ troppo tardi. Il nerd secondo Cotroneo entra in scena. Capelli lunghi come manco nel 1993. Maglietta indefinita. Cuffie da DJ. Bermuda in pieno inverno. Ha una borsa a tracolla e un computer con uno strano adesivo. Chiama il suo computer “il bestiolino”. Prima di cominciare chiede se può farsi una “porra”. (una “canna” in termini meneghini). Lo spasmo rallenta. Oramai non risco più a ribellarmi. Il nerd trova il problema: l’hard disk è vuoto il computer è pulito. Savina chiede che si parli la sua lingua, come se hard disk sia una parola lontana da ogni vocabolario conosciuto. La scena si conclude con l’hacker intento a mangiare uno sfilatino insensatamente grande. Respiro profondamente. Non soffro neanche più. Come il personaggio di Winston in 1984 ho come accettato la realtà dei fatti. L’odio prima trasformato in frustrazione ora si è tradotto in assuefazione. Le mani riprendono vita. Posso muovermi. Potrei finalmente spegnere il televisore. Ma non lo faccio. Oramai manca poco. Che senso ha. E poi voglio vedere come…si insomma…che…capito no?

Qui trovate la seconda puntata. Nel caso vi abbia convinto.

Aldo Magro

 

NBC – Commercial XLVI Superbowl

Durante l’incontro con gli attori Damian Lewis e David Harewood si parlava di differenza tra produzioni USA e UK. I due attori, entrambi inglesi impegnati nella serie USA Homeland, non nascondevano una profonda invidia nel modo di lavorare americano. “E’ un qualcosa che hanno nel DNA, lo scrivere per immagini, lo spettacolo, è un qualcosa che li caratterizza da sempre” “Certo poi ci sono i soldi!”

A confermare le loro parole, se mai ce ne fosse stato bisogno, il nuovo commercial della NBC, realizzato per celebrare il XLVI Superbowl (Giants contro Patriots, per la cronaca). Un po’ come già aveva fatto Conan O’Brien con il suo esilarante pastiche di serie tv in occasione della presentazione degli Emmy Award, la NBC propone un video di circa 4 minuti dove è racchiuso tutto lo spirito del canale (nonchè tutti i suoi protagonisti). La realizzazione è fenomenale. Lo stile, la tecnica, ogni cosa è impeccabilmente al posto giusto. Un Alec Baldwin in grande forma (e dopo l’ennesimo Screen Actors Guild Awards vinto) interpreta il personaggio che lo ha reso celebre nella serie 30 Rock, Jack Donaghy. Insolitamente Jack ha invitato tutti per guardare la partita nel suo appartamento. Liz (l’attrice Tina Fey) sospetta qualcosa. Di punto in bianco Jack comincia a cantare. Liz, giustamente, si chiede “Perchè diavolo stai cantando? Aspetta un attimo siamo in uno spot del Superbowl?”. Il suo sguardo in macchina rompe la quarta parete. Lo spettacolo può cominciare.

http://www.nbc.com/30-rock/video/brotherhood-of-man/1383310

 

Homeland – Incontro con Damian Lewis e David Harewood

Anche se con qualche mese di ritardo rispetto alla messa in onda americana, arriva in UK la serie Homeland. Prodotta da showtime la serie ha già fruttato due Golden Globes. Miglior attrice Claire Danes, davvero straordinaria e, rullo di tamburi, miglior Drama series.

Sinossi

Durante un’operazione della Delta Force in Afghanistan viene ritrovato un sergente dell’esercito, Nicholas Brody (DAMIAN LEWIS), ritenuto morto in azione nel 2003. Il sergente racconta di essere stato prigioniero per 7 lunghi anni insieme a un altro americano, morto durante le torture. Brody viene accolto in patria come un eroe e gettato davanti alle telecamere per dimostrare l’efficenza delle forze di sicurezza. Tutti sembrano entusiasti del suo ritorno, tranne Carrie Anderson (CLAIRE DANES), un agente della CIA che dopo aver condotto azioni non autorizzate durante una missione in IRAQ è stata riassegnata alla sezione Counter Terrorism. Durante la missione era venuta a sapere che un militare USA era stato plagiato dai terroristi. Non appena viene a sapere di Brody, l’agente Anderson sospetta che sia lui il misterioso traditore. La sua foga di agire trova però l’opposizione degli alti gradi della CIA che vedono il suo dubitare senza alcuna prova (nessuno è a conoscienza della notizia ottenuta in IRAQ) come una forma di indisciplina e mancanza di rispetto per un eroe di guerra come il sergente Brody. Carrie non si lascia perdere d’animo e recidiva nel suo voler fare tutto di testa sua, mette sotto sorveglianza la casa di Brody senza alcuna autorizzazione. Carrie viene però colta sul fatto dal suo superiore e mentore Saul Berenson, il quale le intima di interrompere immediatamente le sue ricerche e di presentarsi il giorno dopo davanti alla corte disciplinare. Carrie sembra perdere la testa, il suo stato psicofisico già debole (fa uso di psicofarmaci) sembra crollare, ma il suo istinto e la sua capacità analitica la portano a scoprire qualcosa: forse la sua non è semplice paranoia.

In una serata speciale i due attori protagonisti della serie Damian Lewis e David Harewood (curiosità entrambi Inglesi esportati) hanno incontrato il pubblico dopo la proiezione del pilot della serie (ancora inedito in UK, presto su Channel4).

A quanto pare Homeland è il programma preferito di Obama lo sapevate?

Lewis

Si, l’ho sentito. E’ uscito un articolo sul NyTimes che raccontava questo aneddoto. (L’articolo è di Maureen Dowd, potete leggerlo qui).

Credo ci siano anche i Clinton tra i fan della serie. A quanto pare tutti vogliono un boxset di Homeland nei piani alti della amministrazione americana. Abbiamo avuto moltissime richieste. Guardano quello che piace al loro capo! (risate)

Non vorrei fare troppi spoiler, per chi non l’ha ancora visto…

Probabilmente l’hanno già scaricato tutti da internet! (risate)

La serie è un adattamento di Hatufilm serie scritta e diretta da Gideon Raff. Alla versione americana hanno lavorato Howard Gordon e Alex Gansa.

Cosa avete pensato appena avete visto lo script, quali sono state le vostre prime impressioni?

Lewis

E’ sempre eccitante sapere che ti hanno inviato un nuovo script. Non stai nella pelle, poi lo leggi e dici “oh…” e ne rimani deluso. Non è stato il caso di Homeland. Ho capito subito che mi trovavo davanti a un ottimo prodotto. E’ molto ambizioso e si può capire già dal primo episodio. La cosa che mi ha attirato è la sfida di trattare argomenti così delicati in uno show da 50 minuti. Fin dal primo episodio la serie si presenta molto densa di tematiche diverse, sia dal punto di vista degli eventi che dei personaggi. Qualcosa che difficilmente si trova da queste parti (in UK NDR).

Harewood

Io mi trovavo in tournèe qui a Londra. Mi è arrivato uno script di 14 pagine. Ricordo di non aver avuto tempo per prepararmi, così mi sono messo davanti la telecamera e ho recitato le battute leggendo di volta in volta. Poi me ne sono completamente dimenticato. 2 mesi dopo mi chiama il mio agente e mi dice che gli ero piaciuto molto. Nelle 48h successivo sono al telefono con Alex Gansa (regista produttore di Homeland insieme a Howard Gordon), producer di 24, è stato folle. Incredibile

Interviene Lewis

Devi avere un attore di colore e un roscio. Hanno prima aspettato di vedere se andavo bene e poi ti hanno chiamato! (risate)

A dispetto dei personaggi da lui interpretati Damian Lewis si dimostra un grande intrattenitore, battuta sempre pronta e grande feeling con il pubblico. Unico neo una giacca stile Dolce e Gabbana in Antartico.

Harewood

E’ stato tutto così rapido. Non ho potuto lavorare sul mio personaggio. Non mi ero neanche allenato con il mio accento americano. Non potevo sentirmi nell’episodio pilota che avete appena visto. Quella specie di “mezzo” accento. E’ orribile.

Lewis

Oh non eri così male! Non era male vero? (al pubblico)

Harewood

Durante la serie poi mi sono sentito più a mio agio.

E tra gli altri chi è stato il primo preso per la parte?

Lewis

Credo che Claire Danes sia stata la prima e poi Mandy Patinikin. In un primo momento per il ruolo di mia moglie era stata presa un’altra attrice ma non voglio dire il nome, in quanto la sua sostituzione non è dipesa dal fatto che non fosse brava (si tratta di Laura Fraser). E’ stata fantastica nel pilot, ma non ha convinto gli executive, in quanto non erano ancora certi su come dovesse essere il personaggio. Dopo la fine delle riprese siamo quindi dovuti tornare sul set per altre 3 settimane per rigirare tutte le scene con Morena Baccarin (l’attrice che ha poi interpretato la moglie di brody, già protagonista del Reboot di Visitors)

La protagonista della serie è una donna mentalmente instabile, Claire è affetta da un disturbo bipolare, Che peso ha questo elemento nella storia?

Harewood

La sorella di uno degli sceneggiatori è affetta da questo disturbo. All’uscita della serie ha scritto un’articolo sul NyTimes raccontando quanto questo ruolo fosse importante per informare le persone su questo tipo di disturbo. E’ difficile trovare show televisivi in grado di proporre un ritratto così realistico di questa condizione.

Lewis

E’ stato molto coraggioso inserire un personaggio affetto da disturbo bipolare in un thriller paranoico. Potrebbe sembrare un trucco per attirare l’attenzione. Sicuramente il suo disturbo crea una sorta di instabilità anche nello spettatore, ogni volta costretto a chiedersi se quello che la protagonista fa sia guidato dalla sua malattia o dal suo intuito geniale, ma credo che gli sceneggiatori siano stati molto bravi nel raccontare il suo stato con la giusta sensibilità e questo diventa più chiaro con il progredire delle puntate.

Cosa ne pensate degli altri attori del cast?

Harewood

Per quanto mi riguarda è la miglior compagnia di attori con cui abbia mai lavorato. Molto spesso andavo sul set solo per guardare gli altri recitare. Nel particolare Mandy, davvero incredibile. Era sempre buona la prima, ma quando faceva un altro take riusciva a stravolgere quello che aveva fatto, riuscendo comunque ad aggiungere qualcosa. Anche Claire davvero incredibile.

Cosa ne pensate del tema? Perchè hanno scelto un tema così non americano come il tradimento. Non avevate paura che gli americani non avrebbero apprezzato qualcosa di così antiamericano?

Lewis

Credo che rispetto alla serie “24”, che ha rappresentato un po’ lo spirito repubblicano, una sorta di reazione mascolina all’attentato alle torri gemelle, Homeland abbia un’approccio più di “sinistra” nel raccontare il post undici settembre. Oggi le cose sono diverse, ora sappiamo molto di più su come si sono svolti i fatti. Credo che lo show parta da qui, da come è cambiato il sentimento delle persone 10 anni dopo l’attentato alle torri gemelle.

Harewood

Quando abbiamo girato la pilota Bin Laden era ancora vivo. Prima della messa in onda c’è stata la notizia della cattura e dell’uccisione. Gli autori hanno quindi deciso di aggiungere una battuta (approfittando del fatto che dovevano rigirare le scene con la moglie di Brody) in cui si diceva che Bin Laden era morto. Credo che sia stato un momento cruciale. Quel giorno si è chiuso un capitolo della storia americana. E credo che questo abbia permesso al pubblico, agli americani, non dico di rilassarsi, ma di riuscire a guardare indietro, a quello che è successo negli ultimi dieci anni con un animo diverso. Credo che se non fosse morto Bin Laden, forse, sarebbe stato diverso.

Damian, Com’è stato girare le scene di tortura?

Lewis

Freddo. Molto freddo. Sicuramente sono scene forti, credo abbiano tagliato una scena in cui mi viene conficcato un cacciavite nella spalla. Non è stato più difficile di altre scene. Non sono uno di quegli attori che si porta il lavoro a casa. Di solito sono in quel mondo quando lavoro, ma una volta a casa dimentico tutto.

David, Come ti sei preparato alla tua parte dopo aver interpretato due grandi personaggi storici come Nelson Mandela e Martin Luther King?

Harewood

David Estes , il mio personaggio, è molto introspettivo. E’ stato molto difficile capire quale fosse la sua caratterizzazione. Solo verso la fine della stagione credo di aver trovato la giusta chiave. Non mi sentivo mai soddisfatto del mio lavoro. Poi finalmente uno dei registi, credo fosse il quarto episodio, mi ha dato una direzione che mi ha molto aiutato. Mi ha detto: “non voglio mai vedere quello che stai pensando”. Per me era perfetto, di fatto non dovevo far altro che mascherare ogni sentimento! Ho continuato a lavorare sul personaggio, cercando di costruire un sentimento nascosto, come se non volesse mai chiaramente rivelare se stesso. Non vedo l’ora di girare la seconda stagione. Ora che lo conosco mi sento pronto a interpretarlo al meglio.

Lewis

Posso aggiungere una cosa riguardo ai personaggi? Ci sono due elementi interessanti nel modo di scrivere “drama” negli USA. Di solito gli sceneggiatori hanno un “arco” della storia in mente. All’interno di quest’arco gli autori non conoscono tutti i dettagli. In un certo senso si adattano agli attori, cercando di valorizzare quelle che sono le loro qualità. Può quindi succedere che lo sceneggiatore si “innamori” della performance di un attore. Questo fa si che nella storia ci siano come della pause, dei mini tributi al personaggio che ci aiutano a scoprire lati del suo carattere non presenti nella storia principale. C’è molta più spontaneità di quanto possiate immaginare. L’altro elemento che caratterizza i long form televisivi e l’ha descritta molto bene David Simon creatore di The Wire: è il “novelistic approach”. E’ bello avere un episodio ogni settimana, come leggere un capitolo prima di spegnere la luce e poi fantasticare su come sarà il capitolo successivo. E’ bello essere sorpresi dalle diverse direzioni prese dal racconto, aiuta a mantenere alto l’interesse del pubblico e allo stesso tempo è molto affascinante anche per noi attori.

Parliamo di attori inglesi. Cosa ne pensate? C’è questo bisogno di andare dall’altra parte per poi tornare dopo il successo come una sorta di tesoro nazionale?

Harewood

Per me è importante. Non ci sono molti personaggi così forti e autoritari per un attore di colore in questo paese, non si scrivono personaggi di questo tipo è un dato di fatto. Molti attori della mia generazione vanno a lavorare in USA. Mi sono sempre sentito come se avessi perso il treno. Idris Alba, ad esempio, mi ricordo di aver parlato con lei parecchi anni fa, mi raccontava della sua frustrazione, del fatto che voleva andarsene. E guardate adesso dove è arrivata. E’ diventata una grande star. Ha preso la decisione giusta. Ora che è tornata la BBC gli ha dato una parte in Luther. Naturalmente ci è voluto molto tempo. Ma ne è valsa la pena. Per me è stata una necessità. Nessuno mi avrebbe dato un ruolo del genere qui in questo paese.

Lewis

Credo siamo stati entrambi molto fortunati ad avere un accento americano credibile. In questo modo hai la possibilità di lavorare in entrambi i posti. La maggior parte della tv americana è spazzatura. Quello che abbiamo visto qui ora è la “creme” della tv americana. Ci sono cose buone in entrambe le industrie televisive (UK e USA). Non credo ci sia questa necessità di andare in USA per affermarsi. Credo sia qualcosa di attraente si, ma solo quando ti vengono offerti ruoli interessanti.

Quale credete sia il motivo percui in Inghilterra non ci sono programmi come questo?

Sono due tradizioni diverse. Scrivere per immagini è nel DNA americano. E’ profondamente radicato nella loro cultura. Non si può dire lo stesso dell’Inghilterra. Abbiamo una grande tradizione teatrale. Molti sono partiti da li per poi portare il loro talento in televisione. La nostra produzione televisiva è stata basata sulla parola, per lo più “talking head” (teste parlanti). Ha sempre avuto un approccio molto teatrale. Credo che in Inghilterra ci siano degli scrittori incredibili, ma manca qualcosa. Un motivo molto importante è certamente il diverso metodo di produzione. Quello americano si basa su spendere 5 o 7 milioni di dollari per la sola produzione dell’episodio pilota. Scrivono una sceneggiatura. La girano. E poi decidono se fare o no la serie. Sono 7 milioni, e gli autori vengono pagati in anticipo. Qui bisogna prendere decisioni molto prima di andare in produzione, e questo sicuramente ha un peso importante sulla qualità del prodotto finale.

Harewood

Credo ci sia anche un problema di mancanza di ambizione. Non si cerca di raccontare storie globali. Rimaniamo spesso su temi molto locali. Credo che qualcosa stia cambiando, con l’avvento della tv via cavo, anche qui da noi con Sky si sta cercando di costruire un sistema di produzione più ambizioso. E anche Channel4 naturalmente sta facendo un ottimo lavoro.

Le parole dei due attori mi suonano strane. Come nel film di Woody Allen “Midnight in Paris” sembra che anche qui in Inghilterra si soffra di una “Golden Age Syndrome”. Si rimpiange il grande passato teatrale inglese come un qualcosa di perduto e ora irraggiungibile. Si guarda invece all’America come unico luogo dove poter fare un certo tipo di televisione universale. Mi guardo intorno. Ma come è possibile? Questa è la terra di Misfits, Life on Mars, Shameless, The office, I Monty Python, Being Human, tutte serie che proprio per il loro appeal universale sono spesso state acquistate e rifatte negli Stati Uniti. Possibile che due attori inglesi di successo, di grande spessore culturale, pensino che l’Inghilterra non sia altro che “Talking Heads”?

Mentre rifletto sulle ultime parole di Lewis e Hatterwood cominciano le domande dal pubblico. Ed è proprio dal pubblico che viene una considerazione interessante sul panorama televisivo inglese.

Volevo prima fare una premessa. In passato c’era molta qualità nella tv inglese, soprattuto nella produzione di Dramas, 30, 35 anni fa. Credo sia anche nel nostro DNA, certo oggi qualcosa si è fermato, probabilmente quando è stato riformato il sistema televisivo, e molti dei dipartimenti che si occupavano i fiction sono stati chiusi.

La mia domanda riguarda la connessione con Israele, avete letto il libro da cui è tratta la serie prima di girare?

Lewis

La serie originale è stata scritta da Gideon Raff, ed era basata su alcune ricerche che aveva fatto personalmente. Nel particolare su come vengono trattati i militari che sono stati prigionieri nei territori. A quanto pare una volta rientrati, vengono tenuti in dei campi di debriefing e trattenuti li per molto tempo lontano dalle loro famiglie. Vengono interrogati nel caso possano avere notizie sensibili. Il vero motivo è, naturalmente, che temono possano essere stati plagiati. L’idea principale, la possibilità che un militare possa essersi convertito al nemico, è stata di ispirazione ma poi la storia si evolve in modo completamente diverso.

Tornando al discorso della scrittura, i piccoli tributi fatti agli attori di cui prima parlava Damian Lewis. C’è anche un’altra tendenza dei long form televisivo, quella degli autori a non voler che gli attori sappiano troppo del loro personaggio. Quanto vi è stato detto dei personaggi? Vi è capitato spesso di leggere il nuovo script e dire “Oh cavolo, non sapevo che il mio personaggio si sarebbe comportato in questo modo!”

Lewis

Dipende da dove lavori, per quello che posso dire Alex Gansa è stato molto collaborativo e mi ha sempre detto tutto quello di cui avevo bisogno. Ho avuto con lui una lunga conversazione prima di accettare il ruolo. Quando era chiaro che sarei stato un Marine, un simbolo così forte, un militare che ha deciso di combattere per una società libera, e che nella storia avrebbe potuto abbracciare la religione islamica (si accorge di aver detto qualcosa che si scopre più avanti nella serie) era importante per me che il personaggio prendesse questa decisione attivamente, che non fosse una sorta di Fantoccio stile Manchurian candidate. Per quanto riguarda il personaggio, quello che posso dire è che qualche volta è anche bello non saperne troppo. Aggiunge spontaneità alla serie.

Come ti sei preparato a interpretare Brody?

Lewis

Prima di iniziare ho fatto molta ricerca. Ho incontrato alcuni militari, ho letto molti libri soprattutto sulle sindromi post traumatiche di cui soffrono i soldati che sono tornati dal fronte. Credo che l’autore che mi ha dato di più è stato Brian Keenan e il suo libro “An Evil Cradling”. Ha un modo di scrivere molto bello, profondamente psicologico, mi ha molto aiutato per ricreare lo stato mentale di Brody.

Chi sono gli Yummy Yummy Yummy? C’è un video su youtube…

Lewis

Oh…Si è una band io canto. Il fatto che canti non vuol dire che sia in grado. (ride) Nel sud dove abbiamo girato ci sono molti studi di registrazione, abbiamo incontrato molti producer e abbiamo messo su una band che si chiama così. Gli Yummy Yummy Yummy. E se guardate tutta la serie capirete perchè abbiamo scelto questo nome.

(Se non volete aspettare la fine della serie, o l’avete già finita e volete scoprire a cosa si riferisce Lewis, in questa clip, trovate la risposta all’enigma)

Ultima domanda per Damian chi vorresti interpretare se poteste scegliere uno show attualmente in onda?

Lewis

Don Draper (protagonista di Mad Men)

 

Misfits – Stagione 3 – Incontro con Petra Fried (Executive Producer) e i registi della serie.


Durante la rassegna Totally Serialized è stata organizzata una maratona Misfits. L’intera terza stagione (da poco conclusa su Channel4) in una sola notte. Prima della proiezione (a cui il sottoscritto ha preso parte, resistendo fino alle 5 di mattina) c’è stato un breve incontro con la Executive producer Petra Fried e i registi Alex Garcia e Jonathan van Tulleken.

Com’è nato il progetto Misfits?

PETRA

Abbiamo portato la serie a BBC che ci ha detto di no. Ma forse è meglio che non parliamo di questa faccenda (ride)

All’inizio erano solo un gruppo di ragazzi con super poteri, non sapevamo molto di quello che poteva essere la serie. Siamo andati da Channel4 a proporre il progetto. Loro avevano già Skins, ma si sono detti interessati alla serie. L’unico problema era il target. La serie Skins aveva un pubblico middle class, così ci hanno detto che Misfits sarebbe dovuto essere più working class, con un pubblico più generalista.

Allora ho chiamato lo sceneggiatore e gli ho spiegato la faccenda. Dopo un secondo mi ha detto “Non c’è problema, facciamo che loro lavorano dentro un centro di recupero e indossano tutti delle tute arancioni da community service!”

E’ una buona idea (ride)

Uno dei punti di forza di Misfits sono i personaggi. Il casting è probabilmente uno dei migliori che abbia mai visto. E praticamente perfetto. Come avete scelto gli attori?

Per la prime due serie il casting director ha visto migliaia di persone. Hanno quindi fatto una short list a cui ho cominciato a prendere parte anche io.

Alla fine siamo arrivati a una lista di 40 attori per 5 ruoli. A questo punto abbiamo cominciato a giocare un po’ con gli attori. Li abbiamo messi insieme per vedere chi legava meglio con chi.

Il personaggio di Nathan (Robert Sheenan) per assurdo è stato uno degli ultimi inseriti. Doveva lavorare per un film, che per fortuna è saltato come spesso capita ai film, quindi non ha potuto prendere parte alla fase iniziale del casting. Due settimane prima della fine dei provini, il casting director mi chiama e mi dice “Hey, c’è una nuova possibilità per il personaggio di Nathan: ti interessa qualcuno di bella presenza, molto divertente e con dei tempi comici perfetti?”

Beh direi di si!

Malgrado la bravura di Robbie, Il casting director non era sicuro di volere lui per la parte di Nathan. E io mi sentivo un po’ in imbarazzo perchè invece ero convinta fosse perfetto per la parte. Allo stesso tempo non ero sicura di Laura Socha per il ruolo di Kelly. In una prima stesura della sceneggiatura Nathan e Kelly dovevano innamorarsi e… beh io non li vedevo molto bene insieme! (la gente ride, i due personaggi sono il giorno e la notte NDR). Abbiamo quindi riscritto le prime due serie. Ora che conoscete i personaggi, vi potete rendere conto di quanto siano diversi. Peraltro Kelly all’inizio non era stata pensata per essere divertente. Alicia (Antonia Thomas) era quella con la battuta pronta (qualche “oh..” dalla sala). Poi abbiamo conosciuto Laura Socha (Kelly nella serie) e ci siamo resi conto che è impossibile fargli dire una battuta senza provocare una risata. Quindi abbiamo scambiato il lato comico, spostandolo da Alicia a Kelly

Per Antonia (L’interprete di Alicia) è avvenuto tutto di corsa. Ha finito la sua scuola di arte drammatica la domenica e il lunedi abbiamo cominciato a lavorare. Ha fatto molti progressi durante la serie. E’ stata molto brava.

Simon (Iwan Rheon) era perfetto dall’inizio. Appena è entrato nella sala dei provini, ci siamo convinti immediatamente. Stesso discorso per Nathan Stewart Jarret nella parte di Curtis.

Quando ci siamo trovati a dover sostituire Robbie Sheehan è stato molto difficile trovare qualcuno che potesse ricoprire un personaggio così rumoroso. Abbiamo visto moltissimi attori, ma questo forse è qualcosa di cui vuole parlare Alex, il regista che si è occupato del casting.

ALEX

Abbiamo visto 3000 persone. Era un personaggio particolare, era molto carino, ma soprattutto aveva una personalità incredibile, non si trova facilmente. Joe (Joseph Gilgun che interpreta Rudy) è arrivato una settimana prima dell’inizio delle riprese. Era nella stanza da meno di 2 minuti e aveva già chiamato il mio collega pedofilo: “Ti conosco sembri un pedofilo”. Poi ha cominciato un anedotto di 35 minuti assurdo sull’aver perso 20 pound. A quel punto sapevamo già che il ragazzo era perfetto. L’unica nostra preoccupazione era l’età, sembrava un po’ troppo vecchio per la parte, così gli abbiamo detto di tagliarsi un po’ i capelli, radersi e tornare la settimana seguente.

(PETRA INTERVIENE)

E si è fatto un taglio assurdo. Nell’episodio 4 ha un talglio di capelli insensato. Davvero orribile, fateci caso.

ALEX

Abbiamo avuto solo una settimana di produzione per lavorare sul personaggio di Rudy e il suo doppio. Volevamo dare una caratterizzazione molto diversa a entrambi i Rudy. Abbiamo girato molti test, abbiamo guardato molti film. Quindi li abbiamo girati a Joe per fargli capire cosa volevamo. In due settimane eravamo già sul set. E’ stata una fortuna trovarlo.

Voi due (registi) siete entrambi fan della serie, cosa avete cercato di portare alla serie, rispetto alle prime stagioni?

JONATHAN

Eravamo entrambi fan della serie prima di arrivare. E’ una di quelle offerte che vai sul set e non ti senti neanche il regista, non credi sia un lavoro. Ti comporti come una scolaretta “Hey, grande, piacere di conoscerti…”

E’ stato fantastico. Mifits è incredibile, credo sia il primo show inglese che sembra proprio un film, lo stile e l’attenzione visiva è incredibile non c’è nulla di meglio in tv.

Dal punto di vista registico, è quanto di meglio si possa desiderare. Hai tutto il ventaglio di generi a disposizione. Hai la commedia, l’horror, il thriller.

Quando si arriva alla terza stagione, senti la pressione di dover continuare sullo stesso livello di chi ti ha preceduto. E devo dire che abbiamo avuto molta liberta creativa. Non abbiamo controlli sulla scrittura, non ci sono produttori che vengono sul set e ti dicono “non puoi fare questo, devi fare quello”. Puoi lavorare come vuoi, e puoi farlo proprio come se stessi lavorando a un film. Questa è una cosa molto bella per un regista, è bello sentire tutta questa fiducia. Ti permette di fare delle cose che altrimenti non sarebbero possibili.

ALEX

Si la penso allo stesso modo. Abbiamo incontrato PETRA e MATT STREVENS (che già avevo incontrato al Roma Fiction Fest, qui trovate l’articolo) e gli abbiamo subito dimostrato tutto il nostro entusiasmo per lo show, e io, adesso lo posso dire, l’avrei fatto anche gratis! (PETRA ride)

Quello che volevamo cambiare era l’aspetto visivo di Misfits. Dare più spazio alle location. Dargli maggiore respiro. Le prime due serie funzionavano molto bene, ma avevano un approccio visivo molto claustrofobico, fatto di piani molto stretti. Ripeto funzionava molto, ma volevamo far vedere un po’ di più questo fantastico mondo che Tom Green (regista della pilota) ha creato nelle prime due stagioni.

Ad esempio il bar era sempre rimasto nascosto nella seconda stagione. Nella terza abbiamo cercato di renderlo più luminoso. Volevamo introdurre il mondo di Misfits quasi come fosse un nuovo personaggio, e speriamo di esserci riusciti.

—-POSSIBILI SPOILER ATTENZIONE—-

Avete delle scene preferite? La mia è Kelly vs Hitler?

PETRA

Nell’episodio 6, non voglio scoprire troppo le carte, beh, vi dico solo che c’è rudy in missione per salvare il proprio pene. (risate in sala). Una scena esilarante è quella della telefonata (nella stessa puntata) tra Rudy e Curtis. Brilliant!

Un’altra scena che adoro, vediamo, si episodio 2. Curtis e Alicia parlano della loro relazione. Curtis è paranoico riguardo le sue prestazioni a letto e Alicia cerca di rassicurarlo non riuscendoci. Alla fine Alicia fa un imitazione di lui a letto ed è fantastica!

ALEX

Vediamo, credo Episodio 7. Si, la scena in cui Rudy spiega perchè ha paura delle cheerleader. Joe è semplicemente incredibile.
E poi l’episodio sui Nazisti. Il mio preferito

PETRA

E’ strano perchè quella puntata (quella sul nazismo, episodio 3 Season 3) ha avuto reazioni opposte tra i fan. I giornali inglesi hanno fatto recensioni entusiastiche, ma molti hanno pensato fosse di cattivo gusto. Abbiamo ricevuto molti commenti negativi su quella puntata. Comunque credo sia un episodio molto bello da vedere sul grande schermo. Sembra proprio un war movie

JONATHAN

Si, uno dei miei preferiti, quando ho letto lo script della puntata sui Nazisti mi sono detto “diavolo, vorrei farlo io…” Si è un episodio fantastico, proiettili che volano, inseguimenti, davvero bello da vedere.

Nel mio caso uno dei momenti più incredibili come regista, è stato nell’episodio 6, quando ho dovuto spiegare a Joe come doveva tenere in mano un pene in lattice. E mi dicevo “Oh mio Dio questo è il mio lavoro?”

PETRA

C’è una scena che adoro in quella puntata (parla sempre della puntata sui nazisti NDR). Quando tutti entrano in macchina e si tolgono le maschere. Ci sono anche i due Rudy (il personaggio ha il potere di sdoppiarsi), guardate attentamente la faccia che fa il Rudy timido quando deve caricare la pistola, assolutamente esilarante.

Utlima domanda, lo so che sarà difficile senza fare spoiler, ma potete dirci qualche cosa riguardo la stagione 4?

Sarà difficile visto che ci sono molte persone che ancora non l’hanno vista..vediamo. Saranno ancora al Community service! Vestiranno ancora le loro divise arancioni. Ci saranno nuovi super poteri. Abbiamo passato gli ultimi 4 mesi nello sviluppo della nuova serie, ed è molto difficile trovare nuovi super poteri, perchè non abbiamo un budget molto grande e quindi non possiamo fare cose tipo “volare”. E se ci pensate e guardate la serie tutti i super poteri sono moltro trash. Questo perchè se immettessimo poteri incredibili non dovrebbero usare un estintore per uccidere il prossimo “probation worker”! Sarebbe troppo semplice. Comunque è stato difficile, ma avremo dei super poteri molti interessanti. Rudy in una puntata farà finta di esser il nuovo probation worker, vi assicuro, è esilarante.

E il momento delle domande dal pubblico in sala.

Nel dvd c’è un extra chiamato eraser in cui vediamo il set completamente coperto di Graffiti. Come avete fato con il set design? avete distrutto tutto il set? Avete usato CGI?

PETRA

Abbiamo girato tutto alla fine della serie. E abbiamo distrutto tutto il set.

JONATHAN

E questo è un incubo per il regista che deve lavorare per ultimo, perchè ti rendi conto che non si può più tornare indietro. Tutto quello che hai girato non si può rifare. Non potevo più fare errori.

PETRA

Beh c’è anche un altro motivo percui abbiamo distrutto tutto. Mentre finivamo di lavorare alla terza stagione ci hanno comunicato che il set che abbiamo usato per girare Misfits nelle ultime tre stagioni andava demolito. Per questo non ci siamo preoccupati più di tanto nel distruggerlo e riempirlo di graffiti. Dalla prossima stagione dovremmo trovare un altro posto dove girare. Sarà esattamente uguale all’altro, almeno spero.

Volevo farvi i complimenti e c’è una cosa che volevo chiedervi, perchè non riesco a immaginarmi Misfits in nessun altro posto se non nel quartiere dove è stato girato, perchè una location così particolare…

PETRA

Abbiamo girato nel zona di Thamesmead, le esterne sono tutte girate li. Gli interni invece (quelli al community center) sono girati in una vecchia università in North West london, fuori la A25. Sono dunque due location completamente diverse. Si è vero le esterne in Thamesmead, sono uniche e sarebbe un disastro se non potessimo più girare li. Ogni anno dobbiamo fare in modo di non rompere troppo le scatole agli abitanti della zona. Ma fino ad esso ci hanno sempre permesso di girare, quindi speriamo bene.

A che punto del processo produttivo avete scelto la location?

PETRA

Molto molto tardi. Tom Green, che è stato il regista delle prime tre puntate, doveva trovare le location principali della serie. Abbiamo visto un sacco di posti. Ma lui aveva molto bene in testa cosa voleva. Doveva essere un posto adatto per un film di super eroi. Aveva bisogno di “view” molto particolari, panorami con visuali molto profonde. Voleva una zona piena di linee architettoniche molto marcate. Alla fine abbiamo trovato Thamesmead, con il lago, che da alla location una forte caratterizzazione. Eravamo preoccupati di non riuscire ad ottenere i permessi visti i tempi stretti, ma ce l’abbiamo fatta e siamo tutti molto contenti di esserci riusciti.

Una particolarità di Misfits è la capacità di muoversi in generi e stili diversi, c’è qualcosa che vorreste fare e che ancora non siete riusciti a fare?

PETRA

Se avete qualche idea per favore fateci sapere! (ride). Tutto dipende dalla mente dei nostri scrittori. Di solito vengono da me e mi dicono “Stavo pensando a King Kong con Kelly! Che ne dici?” “D’accordo facciamolo!”
Quello che cerchiamo di fare in ogni episodio è di avere un film nella nostra testa sui cui basarci. Non abbiamo fatto nulla sui Vampiri, forse perchè negli ultimi tempi sono un argomento troppo abusato. Faremo un Siege Episode (credo intenda un’attacco alla fortezza) un’altro in un Nightclub. Passiamo il tempo a guardare film in cerca di nuove idee. E per fortuna ci sono un sacco di film in giro. E’ un processo molto lungo che dura parecchi mesi.

Se non foste impegnati su misfits, c’è qualche altra serie che vorreste fare? Qualcosa tipo The fades?

ALEX

Ci sono un sacco di cose in giro davvero interessanti. Credo “The Hour” anche Luther, mi è piaciuto molto. Questo per quanto riguarda series, per il serial, ho amato Black Mirror.

JONATHAN

Beh ultimamente ho guardato molto Down in the abbey, anche se è molto diverso. Forse Peepshow, ma sono generi molto diversi da quello che sto facendo ora. Sicuramente Luther è una serie molto interessante, mi piacerebbe lavorarci senza dubbio. Comunque è davvero difficile trovare altri show che ti diano la possibilità di girare in questo modo, che hanno questa attenzione per l’immagine.

PETRA

Forse Sherlock ha quel tipo di attenzione cinematografica per l’immagine..

JONATHAN

Si forse Sherlock.

PETRA

Per quanto mi riguarda io sono incastrata a lavorare a Misfits per sempre!

Ci saranno nuovi personaggi nel cast della stagione 4?

PETRA

Senza dire troppo si, ce ne saranno alcuni. A un certo punto verranno introdotti come regular, insieme ad altri che prenderanno parte come protagonisti di puntata, come al solito.

Ci saranno quindi anche nuovi regular?

Si, insieme ai protagonisti avremmo altri personaggi fissi nella serie. Non sappiamo ancora chi siano. Faremo presto dei Casting

Che impatto hanno gli attori sui loro super poteri, sullo script?

PETRA

Beh non molto a dire la verità. Avevamo già scelto i poteri molto prima degli attori. Naturalmente lavoriamo molto con loro. Voglio dire. Joe ha così tanto da dare che è impossibile ignorarlo. Qualche volta lo lasciamo andare per vedere cosa fa, magari tenendo la camera un po più larga e dargli modo di muoversi liberamente. Ma lo script è di per sè perfetto. Credo che in tutte e tre le stagioni di Misfits ci siano al massimo 3 battute che non erano nella sceneggiatura originale. Ci sono pochissime improvvisazioni malgrado la bravura degli attori. Se l’attore ha qualcosa che non gli piace o qualche altra idea, li incoraggiamo a parlarne, ma solo in fase di pre produzione, quando si legge lo script. Una volta che la macchina è partita e il testo approvato non si cambia più nulla. Qualche volta è capitato che se al quarto Take gli attori vogliono dire qualcosa di diverso, li lasciamo fare. Tanto non lo usiamo in montaggio! (ride)

ALEX

Quando li hai tutti sul set è un inferno. Sembra di fare il baby sitter “Joe metti giù quel coso…Antonia smettila di fumare, Laura torna qui!” Corri per tutta la stanza cercando di fermarli e ti ritrovi con un mal di testa lancinante. Tutti che urlano. Molte volte capita che stiamo girando con Iwan e ti accorgi che Joe nel frattempo gli fa le facce da fuori campo. (il pubblico ride)
PETRA

E’ vero! E’ stato molto difficile. Perchè per le due prime stagioni dovevano essere molto seri. Facevano a gara per cercare di far ridere gli altri. Nell’episodio 1 (stagione 3) c’è una scena nel bar. Kelly chiede a Curtis “Is he fingering” (a Joe appartato con una ragazza). Quindi Joe si alza e cammina fino al bancone e parla a Iwan e Laura. Quante Take abbiamo fatto di quella scena?

ALEX

In quella scena abbiamo un movimento di macchina lungo in piano sequenza da Joe a Laura. Credo ci siano volute 15 takes. Joe non stava tentando di farli ridere era semplicemente irresistibile. Quando guardate la scena credo si possa vedere un accenno di risata sul viso di Iwan e Laura. Si può vedere che stavano cercando di non ridere. Le prime 5 takes erano molto divertenti alla 10-11-12 volevo ucciderli.

PETRA

In un altra puntata c’è una scena in ospedale. E c’è una ragazza in coma e…non puoi far ridere una ragazza in coma, non si può fare (ride). Stessa cosa con gli zombie. Non possono ridere! Tutti quelli che erano a terra non facevano altro che ridere. Non si può fare! Soprattutto se sei morto.

JONATHAN interviene

Beh magari erano degli zombie con dei sentimenti!

Siamo all’ultima domanda

Per quanto riguarda gli effetti speciali. Quanto peso ha il budget sulle scelte visive? E’ sempre un problema di soldi?

JONATHAN

Come regista capisci quali sono i limiti di quello che può o non può essere fatto. Prima di pensare alcune scene ragioniamo molto sulla fattibilità. Ad esempio le scene con il doppio di Rudy, sono molto complicate da girare e hanno bisogno di un grosso lavoro di pre-produzione.

PETRA

Noi siamo li a preoccuparci per i soldi. Qualche volta dobbiamo controllare che non si esageri con la post produzione. Tutto si può fare, ma ci vuole tempo quindi ogni tanto dobbiamo frenare gli entusiasmi. Quello che penso è che gli effetti speciali appartengano ai blockbuster. Se provassimo a fare lo stesso credo sarebbe come tradire lo show. Misfits non si basa sugli effetti speciali. Quello che conta è la storia, gli attori. Certo abbiamo i super poteri, quindi utilizziamo effetti speciali, e funzionano. Cerco sempre però di limitarne l’utilizzo, non solo per i soldi, ma perchè credo non sia il motivo percui lo show funziona e piace. Sarei sorpresa se voi mi diceste “guardo lo show perchè ha degli effetti speciali incredibili”. Non credo sia questo che lo rende unico.

ALEX

E’ anche un problema di tempo. Non abbiamo abbastanza tempo per girare. L’utilizzo di CGI ha bisogno di molta preparazione. Ad esempio, c’è una scena in cui tutti sono freezati nel bar. Abbiamo fatti vari test per capire come girare, che movimenti fare. Quindi abbiamo deciso di farla senza effetti speciali. Quando vedete quella scena in cui tutti sembrano congelati in realtà sono solo persone che stanno perfettamente immobili, niente special FX. La maggior parte delle comparse erano insegnanti di Yoga, atleti, in grado di rimanere perfettamente immobili. E la camera non era virtuale era proprio li in mezzo a loro.

L’incontro volge al termine. Tra poco verrà proiettata per intero la terza stagione. La fine della proiezioni è prevista per le 5:00am.

Sarà una lunga notte.

 

Totally Serialized – Intervista a Frank Spotnitz (X-Files, Millennium, Harsh Realms)

Totally Serialized – Incontro con Frank Spotnitz

Le serie televisive stanno guadagnando sempre più credito tra gli addetti ai lavori. Se negli anni ’80 gli attori della televisione sognavano il cinema, oggi sono le star del cinema a essere affascinate dal piccolo schermo. Steve Buscemi, malgrado la sua carriera cinematografica (che comunque lo relega spesso a “supporter role” più che protagonista) ha trovato la sua fortuna (e un golden globe come Best Actor) nella serie “Boardwalk Empire” prodotta (e diretta nel caso della pilota) da un grande maestro del cinema come Martin Scorsese. Ma Buscemi è solo uno degli ultimi “fuggiti” dal grande schermo. Dustin Hoffman e Nick Nolte sono protagonisti della serie Luck (che conta tra i producer Micheal Mann e il supporto della HBO) appena andata in onda negli Stati Uniti. Ma la lista potrebbe essere molto più lunga: Kiefer Sutherland (24) Alec Baldwin (30 Rock) Matin Sheen (West Wing) Glenn Close (Damage, The Shield). La tv non è più dunque l’alternativa povera dell’attore in cerca di lavoro, bensì una scelta conscia. Molti attori hanno spesso sottolineato come il serial televisivo permette un’immedesimazione con il personaggio che il film non riesce a dare. Ma c’è anche dell’altro. La scrittura televisiva ha fatto dei progressi incredibili negli ultimi 20 anni. Si è passati dall’episodio chiuso con personaggio piatto e asintomatico (vi ricordate McGyver?) alla serialità multistrato e multipersonaggio (Lost, Fringe), in cui la storia non si conclude alla fine di ogni singolo episodio, ma continua seguendo varie linee narrative parallele. In ultima analisi ha un peso importante la componenete tecnologica (molte serie oggi vengono girate utilizzando la RED camera, probabilmente la nuova pellicola digitale) che rende le serie televisive spesso indistinguibili da un prodotto cinematografico. L’implementazione dell’alta definizione (e il conseguente formato 16/9), ha permesso ai registi televisivi l’utilizzo di inquadrature larghe, carrelli, piani sequenza altrimenti impossibili in passato, quando il primo piano era indispensabile per venire incontro al piccolo formato delle vecchie televisioni 4/3.

Ma chi sono i veri protagonisti di questa rivoluzione? Secondo la rassegna “Totally Serialized” in corso a Londra presso l’istituto di cultura francese (19-22 gennaio), sono gli sceneggiatori i veri fautori di questo successo. Per questo ieri è stato organizzato un Panel dal titolo “How to write a tv show” con ospite d’onore Frank Spotnitz, autore ed executive producer di Xfiles, Millennium, Harsh Realms e dell’imminente cooproduzione HBO/BBC (prodotta da Kudos) Nemesis.

Tra gli altri ospiti anche Paula Milne (Small Island, The Politician’s Wife), Anne Landois, Eric de Barahir (Spiral) and Marie-Anne Le Pezennec (Research Unit) moderati dallo scrittore Franck Philippon.

L’incontro si apre con le solite presentazioni di rito dei vari burocrati francesi che peraltro sfoggiano un inglese degno del miglior Clouseaux

In quest’articolo mi concentrerò sulle parole di Spotnitz

Negli ultimi anni molti sono gli autori che hanno deciso di iniziare collaborazioni con l’Inghilterra. Cosa sei venuto a fare in UK?

Beh, innanzitutto perchè mi piace stare, qui, ho già vissuto in Europa per un lungo periodo. E poi sono stato avvicinato da Stephen Garrett and Jane Featherstone della Kudos Film and Television.
Mi hanno chiesto se ero interessato a produrre una serie per la televisione inglese. Per un periodo il progetto sembrava possibile ma poi l’idea sembrava svanita. Un giorno ho avuto un incontro con Gilliam Anderson (Skully di X-Files) e gli ho chiesto se era interessata a fare una serie in Inghilterra. Quindi ho immediatamente chiamato Stephen Garrett e gli ho detto: “Ti ricordi quell’idea di fare una serie in UK? Forse è la volta buona!”. Il progetto è andato avanti prima con il nome in codice di “Morton” in seguito trasformato in Nemesis, che credo sara’ il nome definitivo. Abbiamo preso contatti con la BBC, ma nel frattempo Gilliam Anderson ha rinunciato al progetto (perchè impegnata altrove) e c’è voluto un bel po’ di tempo prima di avere un si ufficiale da parte della BBC. Per fortuna le cose sono andate come dovevano e il progetto è finalmente partito.

E come sta andando la produzione di Nemesis?

Molto bene, abbiamo in progetto 8 episodi. Stiamo girando da ottobre, oramai ci siamo quasi. Mi mancano ancora gli ultimi due episodi che sono ancora in fase di riscrittura. E’ probabile la produzione di una seconda stagione a partire da aprile.

A proposito di scrittura, lei ha lavorato per molti anni in USA. Quali sono le maggiori differenze tra il modo di lavorare che avete in america e quello che si usa qui in UK?

Beh è tutto molto diverso non c’è che dire. I ruoli sono diversi. Qui ad esempio lo sceneggiatore scrive e basta. In USA io ero sempre Executive producer dello show per cui lavoravo. Non che non ci sia questa figura in UK semplicemente è un altro ruolo. Si chiama Story Editor ed è la figura di riferimento che fa da tramite tra lo script e la produzione. E’ stato molto difficile trovare la persona giusta ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Un altro problema che ho trovato è stato il diverso approccio alla scrittura. Ho molto insistito con la produzione per avere una “writing room”. Un luogo dove tutti gli sceneggiatori potessero confrontare le proprie idee e gli script dello show. E’ un lavoro normale negli USA, qui un po’ meno. E’ stato molto difficile trovare scrittori che volessero lavorare in questo modo. E’ un lavoro molto dispendioso, non solo dal punto di vista fisico ma anche di tempo. Si perde molto tempo e molti non volevano impegnarsi così a lungo per lavorare a un solo progetto. Qui in Europa il lavoro di scrittura è molto individuale, non si lavora in gruppo. Per me è impossibile non lavorare insieme ad altri. Credo ne guadagni la qualità del prodotto. La cosa divertente è stata che all’inizio i vari sceneggiatori erano molto gentili l’uno con l’altro. Nessuno voleva smontare le idee altrui. Dopo qualche tempo si sono sciolti e hanno cominciato a essere meno delicati. E’ strano perchè da noi è normale che il nostro lavoro venga continuamente giudicato e modificato, qui è diverso.

Ma tu riscrivi il lavoro degli altri?

Si, se è necessario prendo e riscrivo. Se invece lo trovo perfetto lo lascio così comè. Non è una questione di voler mettere l’ultima parola, è una questione di qualità. SI lavora per il pubblico. Bisogna dare al pubblico il miglior prodotto possibile ed è quello che cerco di fare ogni volta. E’ un lavoro di squadra. Come a ping pong, mi viene dato uno script io lo leggo faccio le mie note, poi lo rimando allo scrittore che lo riscrive e così via fino a che non abbiamo quello che vogliamo. (NDR nel frattempo noto lo sdegno degli sceneggiatori francesi alle parole di Spotnitzasulla riscrittura del lavoro altrui)

Tu hai lavorato per anni ad Xfiles, non solo in televisione, ma anche al cinema nei due adattamenti per il grande schermo, come si passa da serie tv a film?

Il primo film di Xfiles è stato molto difficile. Eravamo all’apice del successo e il pubblico aveva molte aspettative. Credo alla fine sia stato un buon prodotto. I fan l’hanno apprezzato e io lo ritengo un buon film. Il secondo è stato invece un incubo. La televisione voleva a tutti i costi realizzare il film prima della chiusura ufficiale della serie. Questo ha creato molti problemi a noi sceneggiatori in quanto dovevamo cercare di non scoprire troppo le carte e mantenere il mistero fino alla fine della stagione 9. E’ stato un vero grattacapo, per questo il film risulta molto riflessivo, non succede molto e sembra quasi staccato dagli avvenimenti della serie televisiva. Non è che non mi sia piaciuto, lo amo come tutte le mie creature, solo che non è stato possibile farlo come volevamo per le pressioni della produzione televisiva. Lo considero un film di riflessione.

Preferisci lavorare per il cinema o per la tv?

Mi piace molto di più lavorare per la tv, la trovo estremamente più razionale. Il cinema è troppo frustrante.

(Prima che si allontani definitivamente riesco a fargli ancora un paio di domande)

Tu hai lavorato anche alla serie Harsh Realms, uno show rivoluzionario per l’epoca ma che è stato chiuso dopo soli 9 episodi. Cosa è andato storto?

Credo che il network non abbia capito lo spirito dello serie. Fin dall’inizio non ci siamo sentiti supportati dal canale. Per dirla in parole povere eravamo già morti ancor prima di iniziare. (ride) Penso che si, forse era troppo presto. Matrix era appena uscito, noi avevamo appena finito di girare la puntata pilota e ci siamo detti “Ma che diavolo!”. Non sapevamo nulla di The Matrix (Harsh Realms ricorda per molti aspetti The Matrix NDR) Credo sia stato un problema di sfortuna. Bad Luck!

Come mai hai deciso di venire a lavorare in Inghilterra? Apparentemente la tua sembra una decisione controcorrente, ma negli ultimi tempi altri hanno fatto lo stesso. David Crane, ad esempio, creatore della serie Friends ha realizzato la serie “Episodes” prodotta da BBC e Showtime. Credi sia un trend che continuerà in futuro? Cosa sei venuto a cercare in UK?

Io amo questo paese. Devo ammettere che sono molto emozionato all’idea di lavorare qui. Ho conosciuto molta gente di talento e poi mi piace l’idea di vivere in UK. (Frank ha già vissuto in Europa e Inghilterra in passato NDR) Fino a qualche tempo fa l’idea di girare qualcosa in Inghilterra per poi venderlo negli Stati Uniti sarebbe stato qualcosa di irrealizzabile. Ma oggi le cose stanno cambiando, come hai ricordato BBC sta sempre più stringendo rapporti con Tv via cavo americane (Episodes è una co-produzione Showtime/BBC, Life’s too short vede una collaborazione BBC/HBO, come nel caso di Nemesis prodotto dall’indipendente Kudos), il mondo sta cambiando ed è per questo che sono qui.

David Crane è venuto qui perchè nel suo programma Episodes in un certo senso vomita tutte le sue frustrazioni sul modo di fare televisione in america, anche tu stai cercando di fare la stessa cosa?

No, ci sono cose buone e cattive in entrambi i modi di lavorare (in USA e in UK). Quello che cerco di fare è prendere il meglio da tutte e due! Certo in america ci sono molti più soldi!

Sorride e viene trascinato via dall’organizzatore del festival.