L’inconscio collettivo

Le righe qui sotto l’ho scritte di getto seduto in strada mentre leggevo il libro di Murakami “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”. La pubblico in ritardo, perchè l’avevo dimenticata e stava marcendo.

Murakami nel libro “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” paragona l’inconscio a “un enciclopedia che pubblica un’edizione aggiornata ogni giorno”.

Il paragone è pregnante se si prende in considerazione l’anno di pubblicazione del libro, il 1985. Ma se spostiamo le lancette avanti al presente, il 2013, quel paragone prende tutta un’altra tonalitá. Non è piu una azzardato paragone surreale, nel pieno stile dell’autore, quanto più una similitudine con un oggetto esistente: Wikipedia.

Allargando ancora di più il discorso, il paragone, tecnologicamente inconsapevole, di Murakami può riferirsi all’intero World Wide Web. Internet produce un numero tale di contenuti che non è possibile per alcun essere umano conoscerne ogni più recondito meandro. Un luogo così esteso da non poterne vedere i confini, a prescindere dal lato verso cui si decide di volgere lo sguardo.

Facciamo entrare a questo punto nella discussione un altro autore che ha sempre guardato oltre i confini della conoscenza: H.G.Welles. Nel suo “World Brain” immagina un futuro in cui la conoscenza è un patrimonio comune, dove le scoperte avvengono a una velocitá incredibile grazie alla condivisione globale. Impossibile non vedere nel suo “World Brain”, traducibile come “Cervello Omniscente”, le caratteristiche di Internet così come lo conosciamo oggi.

L’uomo ha sempre creato oggetti che in un modo o nell’altro riflettevano la sua figura. Basta guardare la struttura di un automobile per rendersene conto. Abbiamo gli occhi/fari, la bocca/presa d’aria, i polmoni/impianto di areazione, i tergicristalli/sopracciglia. Il motore è poi a sua volta una riproduzione del nostro sistema digerente (con tanto di scarico). Il paragone può essere ripetuto con altri oggetti o costruzioni (la struttura di un palazzo). E se l’uomo con la creazione del Web avesse raggiunto un livello superiore di riproduzione di se stesso? Un livello inconscio, non voluto. Un livello che potrebbe rappresentare in maniera tangibile quello che l’uomo non é mai stato in grado di spiegare, quella che Murakami chiama “la scatola nera” della nostra coscienza.

A differenza delle precedenti rappresentazioni Internet è un qualcosa prodotto da tanti uomini contemporanemante e sempre cangiante. Un opera collettiva inconsapevole. Ognuno agisce nella propria direzione ma tutti in fondo contribuiscono al sistema.

Oggi facciamo domande a internet. Chiediamo. Esattamente come facciamo con il nostro inconscio.

È il nostro inconscio collettivo.

Update: per caso oggi bazzicando nell’internet mi sono imbattuto in questo.

 

Ritorno al futuro – Intervista a Roger Penrose

Ci sono pochi film che hanno colpito la mia immaginazione come Ritorno al Futuro. Non so da cosa sia dipeso. Forse è passato nella mia vita nell’esatto istante in cui ero abbastanza grande da comprenderlo ma ancora piccolo per capirlo affondo. L’ho vissuto come un sogno reale. E’ diventato una mia esperienza, malgrado non abbia mai viaggiato nel tempo a bordo di una Delorean.

La scienza nonostante il mio percorso di studi sia passato per altre strade è sempre stata nello specchietto retrovisore. Come l’enorme Tir di Duel (e qui avrete capito che cosa ho studiato) mi guardava da lontano. Mi seguiva. Che sia sempre stata una parte importante della mia vita e della mia immaginazione l’ho sempre saputo, ma alla fine di ottobre ne ho avuto la conferma.

Mi sono trovato a lavorare al Festival della Scienza di Genova, realtà di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo però mai potuto sperimentare in prima persona. Nei giorni passati li, in mezzo a fisici, ingegneri, chimici, neurologi, ho capito quanto fossi appassionato alla materia. Il mio coinquilino vista la mia foga nel raccontare ipotesi di universi lontani è arrivato a dirmi “Mi sa proprio che hai sbagliato campo di studi…” Forse si. Forse no. Perchè in fondo Scienza e Immaginazione sono molto più legate di quanto si possa pensare. Entrambe hanno radici nella creatività. Una persona mi ha illuminato al riguardo. Si chiama Sir Roger Penrose e durante il festival ho avuto l’onore di fare quattro chiacchiere con lui.

Genova, 1 novembre 2011.

Ho le mani sudate. Tra poco devo incontrare Sir Roger Penrose. E’ uno di quei nomi che il cervello anche se non ne sa nulla si chiede: dovrei saperne? Si. Dovresti. Classe 1931 è diventato Sir (baronetto) per  per i suoi contributi scientifici e, nel 1998, per i suoi studi sulla struttura dell’universo ha ricevuto il premio Wolf, il maggior riconoscimento mondiale per la matematica. Ripasso velocemente la teoria del multi-universo da un articolo pubblicato sul  numero di ottobre de Le scienze. E’ tutto inutile. Sono troppo teso e il multi-universo è un concetto troppo astratto. Mi ripasso le domande. Oltre al limite nozionistico, c’è anche quello linguistico. Penrose arriva. Gli vado incontro. “I’ve been waiting for you, Sir Penrose. We meet again, at last. The circle is now complete.”. Per fortuna rimane solo un fugace pensiero che attraversa il mio cervello. La valvola di sicurezza permette solo un più sobrio “Nice to meet you”. Penrose mi sorride. Gli dico se vuole sentire prima le domande. “No preferisco improvvisare”. Sarà una lunga intervista.

Lo accompagno giù nella sala dove gireremo il video. Penrose ha l’aria tranquilla. Con grande pacatezza mi segue nella stanza dove abbiamo organizzato un mini set. Passando si guarda intorno come a cercare verità nascoste in ogni oggetto che lo circonda. Gli indico la poltrona dove dovrà sedere. Si siede, quindi mi porge i suoi appunti e gli occhiali “Non credo abbia bisogno della vista per parlare!”. Sorrido prendo i preziosi manoscritti. Sono dei lucidi. Al contrario di quasi tutti i conferenzieri del Festival, Penrose utilizzerà il classico lucido per illustrare la sua teoria dell’universo ciclico. Genio. E’ fatto di un altra pasta. Mentre ci sediamo gli spiego che sarò fuori campo. Le mie domande non verrano registrate in questo frangente. Ci siamo. Parto con la prima domanda.

Cos’è la teoria dei big bang ciclici?

Bravo Giacomo. Domanda aperta. Ora sei fregato.

“E’opinione comune che il big bang sia stato l’inizio di tutto ed è un’ idea che anche ho condiviso fino a circa 6 anni fa. Poi ho iniziato a sviluppare una nuova teoria che ha alcune cose in comune con le idee di Veneziano.”

Mi sorride. Veneziano è considerato il padre della toeria delle Stringhe. Una teoria molto complicata che cerca in un certo senso di unire il mondo della quantistica con quello della Fisica classica. Il risultato dovrebbe essere la tanto agognata fisica del tutto.

“Mi sono sempre interessato alla natura speciale del big bang che non solo è  l’origine dell’universo, in una visione tradizionale, ma anche uno stato molto particolare  legato alla seconda legge della termodinamica che ci insegna che le cose diventano man mano più caotiche con il passare del tempo. Quando si cercano delle prove del Big Bang, ci si trova di fronte a quanto di più caotico si possa immaginare: questo è un controsenso perchè è un processo che dovrebbe diventare sempre più caotico con il passare del tempo, e non esserlo già in partenza. Qual è la ragione?”

Ho un sussulto. Oddio lo sta chiedendo a me. Ehm. Si allora. Teoria delle stringhe. No. Teoria del Chaos. Si ce l’ho. Jurassic Park. Il professore Ian Malcom ne parlava. Dio crea i dinosauri, Dio distrugge i dinosauri, Dio crea l’uomo, l’uomo distrugge Dio, l’uomo crea i dinosauri. Forse non era questa quella che mi dovevo ricordare.

Per fortuna riparte con il suo discorso. Sospiro. Non ce l’ha con me. Continua il suo racconto ai confini dell’universo. E’ difficile stargli dietro, ma la passione che ha nel raccontare è magnetica. E’ un fiume in piena.

“La maggior parte dei cosmologi non si preoccupa di questo ma io credo che il problema abbia  bisogno di una spiegazione. Uno dei miei colleghi. Paul Todd ha trovato uno splendido modo per spiegare questa condizione ammettendo la possibilità che sia esistito qualcosa prima del Big Bang, anche se non ancora spiegabile con il linguaggio matematico.

Il problema è che quando ci si  avvicina al Big Bang, tornando indietro nel tempo, la temperatura diventa sempre più alta, e diventa così alta, che la massa delle particelle diventa completamente irrilevante. A temperature così alte non esiste alcuna massa. Le strutture sono molto più primitive. Ma se non si conosce la massa non si  può definire il tempo. E’ la massa ha determinare il tempo. Stando alle leggi della relatività e della quantistica, ogni particella ha una massa precisa che oscilla a una specifica frequenza. Ma senza la massa è impossibile conoscere il tempo.”

Inizio divagazione.

In un immaginario montaggio in split screen nella mia testa scorrono i fotogrammi della scena d’apertura di Back to the Future. Mi è già capitato di riflettere sull’assenza di tempo. E’ un qualcosa di inconcepibile “Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi.” Già. Un qualcosa di inventato dall’uomo per dare un senso allo scorrere delle cose. Senza tempo è difficile fare riferimento a qualche evento. Ti ricordi quando siamo andati al mare? Quando? Dove, sarebbe la domanda più corretta a quanto pare. Lo spazio è l’unica cosa certa. I secondi sono artificiali, come i minuti le ore. Potremmo allo stesso modo calcolare il tempo con le gocce che cadono ordinatamente da un lavandino rotto oppure con il battito del nostro cuore. Sarebbe la stessa cosa. Siamo così abituati ai secondi che l’idea di calcolarlo in altro modo ci sembra solo un gioco, una metafora, romantica nel caso del cuore. Cosa sarebbe successo se si fosse deciso di usare qualcos’altro. Niente secondi, minuti, bensì respiri. Respiri. Troppo difficili da calcolare. E poi i respiri di chi? Meglio di no. E se poi calcoliamo i respiri di un ansiogeno? Mio dio non potrei pensare a quanto passerebbe in fretta il tempo. Eppure nella storia era già successo di giocare con il tempo delle persone. Il calendario gregoriano introdotto nel 1582 cambiò in un giorno il tempo delle persone. Per la precisione tutti si ritrovarono 10 giorni indietro nel tempo rispetto al precedente calendario Giuliano. 10 giorni. Non sono pochi. La cosa ancora più straniante è che non tutti i paesi adottarono il nuovo calendario allo stesso tempo. In Svezia ad esempio si cercò di fare un cambiamento graduale. Per recuperare gli anni si decise di eliminare tutti gli anni bisestili dal 1700 al 1740. Ottima idea se non siete impegnati in una guerra. Il primo 29 febbraio venne quindi eliminato. Ma i successivi del 1704 e 1708 vennero dimenticati li dove erano. Riconosciuto l’errore che stava creando solo confusione nella popolazione, si decise di tralasciare la conversione e tornare al vecchio calendario giuliano. Ma per farlo bisognava ristabilire il vecchio 28 febbraio eliminato. Nessun problema, ne aggiungiamo un altro. Così nel calendario svedese del 1712 venne inserito l’unico 30 febbraio che la storia ricordi. Penso a quel povero cristo nato quel giorno.

Fine divagazione.

“Il tempo e lo spazio sono correlati nella relatività, così se non sai la misura del tempo, non puoi conoscere neanche la distanza. Questo significa che la “Geometry” (la struttura) che ti interessa non è quella in cui conosci distanza e tempo, ma è una versione più primitiva dove conosci solo l’angolazione (angles).
Nella relatività questo significa che conosci solo la velocità della luce, e nient’altro. Viene definita Conformal Geometry. Di nuovo un Italiano è arrivato a questa definizione, il grande Beltrami, uno dei più grandi esponenti di questo tipo di Geometry. E’ leggermente più primitiva della teoria di Einstein sulla relatività perchè  in questa teoria non esistono le dimensioni. Ma se prendiamo  in considerazione questo tipo di Geometry (nella quale il tempo non esiste), allora l’ipotesi che ci sia stato qualcosa prima del Big Bang, comincia a diventare plausibile. Perchè in un certo senso le particelle non conoscono alcun confine. Altamente compresse, dilatate, non conoscono le distanze.

Ma se c’è stato qualcosa prima del Big Bang, allora cosa è stato? A questo punto dobbiamo spostarci dall’altra parte del nostro quadro e guardare al futuro più remoto. Il futuro più remoto , beh in un certo senso diventa molto noioso, perchè la cosa più interessante che potremmo vedere è un numero imprecisato di  buchi neri che alla fine scompaiono. Il buco nero è il luogo dove tutta la caoticità viene risucchiata. Secondo le toerie di Stephen Hawkings un giorno i buchi neri evaporeranno. Non subito però! Ci vorrà un bel po’ di tempo, quello che noi definiamo un GOOGLE years. Lo so non è proprio un termine scientifico: corrisponde a un “1” con 100 “0”. Scompariranno tutti in circa un “GOOGLE years” . A questo punto l’universo continuerà ad espandersi sempre più in fretta, come ci ha dimostrato la teoria che ha da poco vinto il premio nobel. Secondo questa teoria esiste una costante cosmologica. Il primo ad immaginarla è stato Einstein nel 1917, anche se la mise da parte pensando fosse una cattiva idea. La introdusse per le ragioni sbagliate, sfortunatamente, ma era una buona idea. E’ in tutti i libri di cosmologia, ma solo ultimamente si è scoperto il vero valore e l’esistenza di questa costante.

Quindi l’universo sta accelerando la sua espansione. E quando ci troviamo in questa situazione, nel futuro più remoto, le particelle vengono risucchiate dai buchi neri e la loro massa evapora, scompare nel nulla. Voglio precisare, questa è, naturalmente, un’ipotesi che facciamo.  La massa scompare e ci troviamo di fronte per lo più fotoni esattamente come è successo all’inizio del Big Bang. Anche in questo caso è impossibile calcolare tempo. La nozione di tempo, di distanza diventano equivalenti. Così in un futuro molto lontano, ci troviamo in una situazione, causata da questa espansione, che potrebbe essere molto vicina a quella che avremo potuto trovare all’inizio, al momento del Big Bang. La curvatura riferita alla gravità scompare automaticamente. Il quadro che abbiamo di fronte non è di facile comprensione, me ne rendo conto, perchè non è facile pensare in questi termini. Noi siamo sempre stati abituati a pensare che le distanze, la massa siano importanti. Ma in questo quadro, in cui grande e piccolo sono equivalenti, il futuro remoto potrebbe risultare simile, se non addirittura essere l’equivalente di quello che è accaduto ai tempi del Big Bang. Naturalmente non sarà il nostro Big Bang, perchè questo porterebbe a dei paradossi, viaggi nel tempo e difficoltà simili.”

Grande Giove!

“Deve essere l’inizio di qualche altro universo, non il nostro.”

“Dal Big Bang fino all’infinito è quello che definisco un “Eone”. E’ un tempo infinito. Ho guardato sul dizionario per vedere che cosa significasse, avevo paura che volesse dire un certo periodo di tempo, ma non è così, vuol dire un tempo di infinito, molto lungo, non calcolabile. Ma non è importante che sia infinito perchè come abbiamo detto prima in questi frangenti il tempo scompare e diventa inutile. La direzione del tempo però continua ad esistere. In questo modo la parte remota dell’universo potrà sfociare, e quindi diventare l’inizio di un altro universo o del prossimo Eone, come preferisco chiamarlo. Un’infinita successione di Eoni.”

FINE PRIMA PARTE

Nota: ho lasciato alcuni termini usati da Penrose in inglese, in quanto non volevo arrischiarmi in traduzioni a senso su una materia troppo complessa per essere tradotta senza una piena cognizione di causa.

 

La morte dell’originalità – Ci salveranno gli scienziati?

Premessa

Sono sempre stato ossessionato dall’originalità. L’idea di dover per forza scrivere qualcosa di mai visto prima. Per un periodo della mia vita è stato un chiodo fisso. Poi durante la stesura della mia tesi di laurea ho avuto un’illuminazione. Soggetto della tesi i Fratelli Marx. Per cercare ispirazione e tranquillità spesso mi nascondevo in biblioteca a leggere. Sono un lettore a targhe alterne. Ci sono momenti in cui divoro libri in pochi mesi e altri in cui non riesco neanche a guardare una copertina senza sentire un senso di ribrezzo. In quel caso stavo leggendo un libro raccolto a caso nella biblioteca. Quando devi fare una cosa tutte le altre diventano improvvisamente interessanti. Dovrebbero utilizzare questa tecnica anche a scuola. “Allora ragazzi per domani mi raccomando NON leggete da pagina 33 a pagina 42. Mi raccomando.” Potrebbe non funzionare. A 15 anni quando non c’erano compiti non mi pareva vero. Il libro in questione era “La camera chiara” di R. Barthes. Un libro sulla fotografia. Barthes era solo appassionato di fotografia e ci si rapportava da un punto di vista semiotico. Malgrado le sue mancanze tecniche è riuscito a descrivere lo spirito della fotografia come nessun altro. Finii il libro tutto d’un fiato. Uscito dalla biblioteca andai in libreria e ne comprai una copia. Non potevo non averlo. Non sapevo spiegarmelo ma quel libro aveva cambiato qualcosa nella mia coscienza. Aveva immesso un virus in circolo. Non riuscivo a vederlo ma mi sentivo diverso. I giorni passarono. La tesi andava avanti. Io continuavo a scrivere. Uscito da un colloquio con il mio relatore mi fermai un secondo nel cortile interno dell’allora sede del DAMS. Conoscevo bene quel posto. Eppure lo stavo guardando come se fosse la prima volta. C’era qualcosa che me lo rendeva diverso. Presi la mia moleskine e appuntai questa frase “Per disegnare un foglio bianco bisogna per forza tracciarne i contorni”. Riguardai quello che avevo scritto. Mi sembrava la cosa più banale che avessi mai scritto, per di più l’avevo messa in bella mostra sul primo foglio del taccuino. “Bravo Giacomo, ora tutti penseranno che sei un deficiente”. Quella scritta è rimasta li a fermentare. Per un po’ l’ho dimenticata. Aveva però alterato il mio spirito. Era parte del cambiamento che “La camera chiara” aveva cominciato. Scrivere qualcosa di originale è praticamente impossibile. Quel fuoco che si ha dentro, quando si comincia a scrivere o produrre il proprio materiale, quella ricerca spasmodica dell’inedito del mai sentito è una battaglia persa. Non è possibile. La frustrazione è il primo sentimento con cui scontrarsi. Segue la depressione. Creare qualcosa di originale è una missione impossibile. La camera chiara mi ha preso in quel momento e attraverso la metafora della fotografia mi ha fatto crescere. Uscire dalla stupida convinzione che “originale” corrispondeva a “mai visto”. Ora lo so. La fotografia è stata per me il mio mentore. Quando si fotografa qualcosa si sta riproducendo il reale. Esiste già non ha bisogno di essere fotografato. Eppure ci sono alcune foto che sono diventate opere d’arte. Il punto di vista di chi fotografa fa la differenza. Il tempo di esposizione. L’inquadratura. La velocità di scatto. L’obbiettivo utilizzato. Trovare il corrispettivo di questi elementi nel proprio campo creativo è il lavoro che bisogna fare per trovare la propria stella polare e da li, cominciare a creare davvero.

Fine premessa

A metà ottobre qualcuno scrisse su twitter “Oggi volevo andare al cinema, ho aperto la pagina della programmazione di sala e per un attimo mi sono sentito negli anni 80”. Era il 14 ottobre e per uno strano gioco del destino due film degli anni ’80 tornavano in sala lo stesso giorno, si tratta di “The Thing” e “Footloose”.

Oggi, dopo aver comprato un paio di pantaloni a soli 8 pound da Primark (gli altri che avevo sono tutt’ora zuppi di sapone e acqua…poi vi spiego), e vista la pioggia battente fuori dalle vetrate del South Shopping center, mi sono imbucato al cinema. Compro un biglietto per The Thing. Ero un fan del film di Carpenter (1982) a sua volta remake dell’originale del 1951 The thing from another world.

La pellicola regia di Matthijs van Heijningen jr. (il padre è un produttore) è tecnicamente un prequel del film di Carpenter. I fatti raccontati sono quelli che riguardano la prima spedizione norvegese in Antartide che poi verrà scoperta da Kurt Russel e compagni nella versione del 1982. Il film ripercorre passo passo il suo predecessore. E’ uno strano prequel. Alcuni elementi ci raccontano qualcosa in più su “la cosa” ma nel resto del tempo sembra una sceneggiatura ricopiata male. Stesse dinamiche, stessi personaggi (alcuni traslati), addirittura una strana somiglianza tra il personaggio spaccone di questa versione e quello interpretato da Kurt Russell. Alla fine del film (niente spoiler vi sto per raccontare la prima scena della versione 1982) il regista ci ripropone la stessa scena d’apertura già vista in Carpenter di fatto rendendo possibile un’ipotetica visione consecutiva con il suo sequel del 1982 (scusate ma il paradosso temporale crea confusione)

Per quanto riguarda la realizzazione tecnica, il film è uno splatter moderato. Carpenter senza CGI era drammaticamente più “gore”. Malgrado Van Heijninger jr. cerchi di non abusare della computer grafica e in molte scene utilizzi Props in carne e ossa (prese dal macellaio) il risultato è comunque scadente. I colpi di scena sono tutti al posto giusto e per questo scontati dall’inizio alla fine. La colonna sonora (realizzata da Marco Beltrami) non è neanche lontanamente paragonabile a quella del 1982 del maestro Ennio Morricone (ascolta). Lo stesso concetto di sound design è completamente stravolto. Il minimalismo della versione 1982 che rifletteva un senso d’ansia imperante lungo l’intera pellicola è solo a tratti riprodotto nel remake 2011. Esco dal cinema poco convinto. Non sono un fan dei remake (anche se questo è stato “travestito” da prequel) ma non riesco a resistere al fascino di riscoprire una vecchia passione. So che ne sarò deluso, ma non posso evitarlo (e qui i Freudiani potranno sparare le loro teorie).

Malgrado la mia delusione il mercato sembra andare in tutt’altra direzione. Non devo essere un audience di riferimento per Hollywood. Gli anni ’80 sono ovunque. Non solo nei titoli che ripetono il passato, ma anche nei generi che cercano di riprendere ciò che aveva funzionato. JJ.Abrams produce un ET dei nostri tempi con Super8. Todd Philips con il successo di “Una notte da Leoni” e “Parto con il folle” cerca di riportare in auge un certo tipo di commedia anni ’80: la coppia Galfianakis /Downey.Jr ricorda molto quella Steve Martin/John Candy in “Un biglietto per due”. Infine l’imminente “The Sitter”, con la star demenziale Jonah Hill (che nel frattempo ha lasciato il suo lato comico, e molti dei suoi chili, per interpretare la sua prima parte drammatica in Moneyball al fianco di Brad Pitt) sembra un remake velato di A Night On The Town (In Italia “Tutto quella notte” da non confondere con “Tutto in una notte” regia di John Landis) regia Chris Columbus più conosciuto per film come Mamma ho perso l’aereo!

D’accordo, ma se l’investimento vale la spesa niente da dire. A quanto pare non è così. Nessun remake prodotto in questi anni ha mai superato l’incasso dell’originale. Tra i peggiori “Conan il barbaro” (-71millioni di dollari), Halloween (-99m$) Omen (-181m$), per finire con il disastro Arthur (-205m$) (fonte CNBC.com). Calcolando il livello di inflazion, anche buoni risultati al botteghino si traducono in veri e propri flop. Hollywood ha quindi capito l’antifona? Neanche per sogno! Scorrendo la lista di possibili remake in programma nella prossima stagione cinematografica la cosa diventa ancora più seria: Point Break, Robocop, Total Recall, Il corvo, addirittura Corto circuito con l’indimenticabile numero 5 sarà lucidato e rimesso a nuovo per un terzo capitolo (scritto da Dan Milano autore di Robot Chicken) 15 anni dopo la sua ultima apparizione.

Che Hollywood abbia perso la sua ispirazione? Che tutte le storie siano già state raccontate? Siamo destinati a un futuro di soli sequel di sequel come immaginava una memorabile scena di Balle Spaziali?

La situazione è così preoccupante che all’MIT (il famoso centro di ricerca di Boston) l’argomento è diventato materia di studio. E’ stato infatti da poco aperto Il centro “For future story telling”. Un centro in cui sarà possibile sviluppare nuovi modi di raccontare storie. Un nuovo approccio alla narrazione che cerca di assecondare i cambiamenti (sociali ma anche tecnologici) all’interno della nostra società. Le storie diventano così più interattive e il pubblico diventa parte integrante del processo narrativo. Ci salveranno gli scienziati?

http://www.media.mit.edu/research/center-future-storytelling

 

Il lato sinistro del cervello: “The Berlusconi of the brain”

Oramai Berlusconi è lo zimbello d’Europa. Il video della Merkel e di Sarkozy ce lo ha dimostrato, se ancora avessimo qualche dubbio al riguardo.

Oggi, dovendomi studiare un po di cervello, ho trovato un piccolo “tutorial” molto interessante su come funziona il nostro cervello. Il video cerca di sfatare molti miti sul diverso ruolo del lato destro e sinistro. La divisione tra creativo e razionale. Ma non è questo il punto di questo post. Al minuto 10’10” sento qualcosa che non mi sarei mai aspettato, almeno in un video di divulgazione scientifica.

Dal titolo lo avete capito. “…mi piace chiamare la parte sinistra del cervello, la parte “Berlusconiana del cervello…”. Seguono grasse risate. Commento. Ancora grasse risate.

Qua sotto il video.

 

Festival della scienza 2011 – Live

Non sono sparito, sono vivo almeno credo. Da mercoledi mi trovo nella fredda (e cara, non come si faceva ai gatti da piccoli…) Genova. A quanto pare ho fatto appena in tempo a salvarmi dal più grande nubifragio che la storia ricordi. Credo che la mia piccola Suzuki maruti, si trovi a galleggiare in qualche canale di perfiferia, se l’avvistate fate un fischio.

Mi sono stabilito in un piccolo appartamento nei vicoli della città. Fa freddo. La signora dell’appartamento sembra molto accogliente, ma è solo una tattica. Dopo pochi secondi ci comunica (condivido la casa con altri compagni di avventura) che il riscaldamento è spento per una delibera del sindaco. Ci guardiamo. Che delibera? “Eh, il sindaco, ci da lui il permesso per accendere il riscaldamento, noi non possiamo. E poi fanno 35 gradi.” La poverina deve avere le caldane. 35 gradi a Genova non ce ne sono neanche ad agosto. Cerco di far ragionare l’indigena che però respinge ogni mia proposta. Mi rassegno a morire di ipotermia. Sbadiglio. Forse sto già morendo.

Si Giacomo, abbiamo capito, ci interessa molto il tuo concetto di caldo e freddo, ma perchè leggo in alto Festival della scienza 2011? Domanda ineccepibile, non c’è che dire.

Ora divento serio.

Da oggi sarò impegnato insieme al team di festivalscienzalive.it per raccontare in diretta tutto quello che succede nella nona edizione del Festival della scienza di Genova.

Vi riporto qui sotto tutto quello che dovete sapere:

Il Festival Della Scienza di Genova raggiunge la sua nona edizione e quest’anno festeggia i 150 anni dell’unità d’Italia con un programma denso di eventi.
Incontri, laboratori, spettacoli e conferenze saranno una parte dei tanti appuntamenti per raccontare la scienza in modo innovativo e coinvolgente, con eventi interattivi e trasversali.
13 giorni in cui le barriere fra scienze matematiche, naturali e umane, verranno abbattute e la ricerca si potrà toccare, vedere, capire senza confini.

Il Festival Della Scienza si conferma ancora come punto di riferimento per la divulgazione della scienza italiana e, per il secondo anno, il Team di Festival della Scienza Live si occuperà di diffondere su Web gli appuntamenti più importanti della manifestazione. Ma non senza novità.

Il team del Festival della Scienza Live seguirà per voi 50 conferenze, 40 interviste, produrrà dei Backstage per farvi respirare l’aria che si vive a Genova durante il Festival e introdurrà due nuovi format interattivi: i Pop Science Talk e i TLC Talk. Due nuovi format interattivi in cui il pubblico presente in sala e dei Social Network sarà protagonista.

Festival della Scienza Live aggiunge un’ulteriore novità, anzi due: Giacomo Cannelli e Alessandra Viola, che presenteranno gli eventi e saranno la vostra interfaccia con il Festival.

Per sapere quali saranno gli eventi in diretta, per vedere le interviste e tutta la produziona, potete andare su festivalscienzalive.it, mentre per seguire i nostri aggiornamenti potete leggerci su Facebook e Twitter.

Non ci resta che augurarvi buon Festival a tutti!

 

Coincidenze Giurassiche

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Premessa

– Per quale motivo i musei sono pieni di vecchie ossa di dinosauri?
– Perchè non possono permettersene di nuove…

Ok. Potete non ridere, non era questo il motivo della battuta, nel caso contrario vi siate messi a ridere non c’è problema. Potete comunque farlo.

Fine Premessa.

E’ da un po’ di tempo che i dinosauri sono tornati a invadere la mia immaginazione. Li avevo lasciati un paio di decadi fa’ agli albori dell’adolescenza. Dopo tutti questi anni hanno mantenuto intatto il loro fascino. Non c’è nulla da fare, l’idea che dei giganti si muovessero indisturbati sulla stessa terra dove ogni giorno camminiamo è un qualcosa di estremamente eccitante (anche qui vale il discorso sul ridere o no).

Tre sono gli elementi che hanno riportato in vita i giganti dal passato.

Jurassic Park (Micheal Crichton)

Ho da poco finito di rileggermi (in originale) Jurassic Park, di Micheal Crichton e sono ancora convinto che sia uno dei libri di fantascienza (ma non cosi Fanta-) più plausibili che abbia mai letto. Quando ho scoperto che nel 1997 un gruppo di scienziati giapponesi ha provato a riportare in vita un Mammuth rimasto congelato nel permafrost, non avevo più dubbi: Jurassic Park non è un libro di fantascienza. L’equipe giapponese ha seguito un processo molto simile a quello del romanzo di Crichton: il DNA congelato di un mammuth estratto dal permafrost della Siberia è stato unito a quello di un elefante. L’idea è quella di inserire il DNA dell’animale estinto in un ovulo di elefante dal quale è stato precedentemente eliminato il DNA originale. Nel caso di successo, l’ovulo verrà quindi impiantato in un elefante adulto che ne porterà a termine la gravidanza. L’esperimento, sulla carta possibile, è fallito. Il DNA congelato è infatto molto instabile e deteriorato dalle basse temperature. Ma l’appuntamento è stato solo rimandato. Nel 2008 un’altra equipe capeggiata dal prof. Teruhiko Wakayama è riuscita nell’impresa di clonare un topo congelato da 16 anni. L’esperimento ha portato nuova linfa nel progetto tanto da far stabilire una data per la riuscita dell’incredibile clonazione. Secondo lo studio degli scienziati giapponesi in 5 anni sarà possibile avere un Mammuth vivo e vegeto nel nostro ecosistema.

The end of an Era (di Robert J. Sawyer)

Sono al Roma Fiction Fest in attesa di entrare nella sala teatro studio. Verrà proiettato Case Histories. C’è un ritardo, 40 minuti per la precisione, un folto gruppo di spettatori si è accampato vicino alla sala “Teatro Studio”. Alcuni si scambiano opinioni su quello che hanno visto. Una discussione particolarmente accesa ha attirato la mia attenzione. Mi avvicino per seguirne lo sviluppo. Si parlava di Terra Nova la nuova serie targata Steven Spielberg. Un ragazzo raccontava di come non avesse per nulla apprezzato la nuova “opera” Spielberghiana. “Uno spreco di soldi, e poi che razza di fantascienza è quella?” Entro nella discussione e dico la mia. La puntata pilota non mi è dispiaciuta, niente di eccezionale, ma non per questo una brutta serie. Certo con un budget del genere non si può fare un prodotto filologico. Si deve cercare tutto il pubblico possibile e Terra Nova si muove proprio in questa direzione: Effetti speciali, azione, romance e mistero. Il ragazzo non sembra convinto, anche se accetta alcune delle mie attenuanti. Ribatte dicendo che comunque per lui la fantascienza è ben altro. “Niente a che vedere con Sawyer!”. L’argomento mi interessa e il nome mi ricorda qualcuno, ma non sono certo. Chiedo maggiori informazioni. “Robert J. Sawyer, il libro credo si chiami End…End of an Era”. Mi segno immediatamente il nome.
Il giorno dopo cerco, inutilmente, una copia del romanzo. A quanto pare è fuori catalogo (come ti sbagli…). L’unica possibilità è cercare online. Kindle. Lo scarico. Comincio a leggere. End of an Era racconta la storia di due scienziati (un paleontologo e un biologo) che tornano indietro nel tempo (65 milioni di anni) per cercare di scoprire qual’è stato il motivo dell’estinzione dei dinosauri. Inutile direte voi. Lo sappiamo già. Meteorite e poof! l’intera popolazione scomparsa nel nulla. Questo è quello che vediamo nei fossili, ma non è detto sia l’unica spiegazione possibile. I reperti ci dicono che non c’è più traccia del loro passaggio dopo i 65 milioni di anni, non ci dice però con certezza quale è stata la causa. I resti di Iridio, quarzo e microdiamanti potrebbero derivare dall’impatto di un meteorite, ma allo stesso tempo sarebbero potuti essere già presenti sul pianeta terra. Nessuno nega che un meteorite sia precipitato sulla terra, il golfo del messico è un’impronta inconfutabile, ma Sawyer non si fida: se ci fosse dell’altro? Un evento che i fossili non possono raccontare, un evento così importante da cancellare un’intera razza? Non vi posso dire altro, il resto dovete leggerlo. Per la cronaca Sawyer, pluripremiato scrittore canadese, è anche l’autore di un romanzo chiamato Flash Forward. Vi dice niente?

Tyrannosaur

Londra. Cammino in uno dei mille cunicoli della metro. Nelle orecchie gli auricolari sparano Squealing Pigs degli Admiral Fallow diretto nel mio povero timpano, oramai martorizzato da 20 anni di Walkman. A Londra se non indossi un paio di cuffie ti senti in difetto, come se fossi uscito senza pantaloni. Un’isolamento forzato, diligentemente portato a termine. Nessuno ha intenzione di comunicare con altri esseri umani. Le persone sono addirittura in grado di fissare un punto nel vuoto, l’unico libero, dove nessuno sguardo può essere incrociato. Ogni individuo è fornito del suo Iphone. C’è chi gioca, chi legge libri, chi guarda la sua serie preferita, chi sfoglia sms. Se dovessi immaginarmi un action figure del perfetto londinese avrebbe di sicuro un iphone tra i gadget. Tra le modalità di gioco, “Isolamento mode”, “Drunk Mode” e l’immancabile “Business Mode”. “Mind the gap!”. Il mantra dell’undergroung londinese (ci hanno fatto anche le magliette) mi riporta alla realtà. E’ la mia fermata. Scendo. Passo di fronte a un enorme cartellone pubblicitario. Mi fermo. E’ la locandina di un film. Il cielo è grigio, tendente al marroncino. Due enormi alberi in contro luce si innalzano sino a limite del cartellone. Uno è leggermente più alto dell’altro. Al centro la figura di un uomo, una silhouette. Il suo volto è nero come la pece. Ma c’è dell’altro. Sotto i suoi piedi riusciamo a intravedere il terreno sottostante. Le radici degli alberi sono perfettamente visibili e ci guidano nelle viscere della terra dove si staglia un enorme scheletro, perfettamente conservato, di un Tyrannosauro. L’animale è in una posizione fetale, come se sentisse il peso di quello che si trova in superfice. Malgrado il riferimento Cretaceo, si capisce subito che non ci troviamo di fronte a un Kolossal ad alto budget su un enorme mostro che si risveglia nel cortile di una casa in South London. Niente di tutto questo. Tyrannosaur è un film indipendente inglese, prima regia dell’attore Paddy Considine. Fulcro del racconto il rapporto tra Joseph (Peter Mullan), un uomo violento la cui rabbia lo sta portando lentamente all’autodistruzione, e Hannah (Olivia Colman) una donna dolce e indifesa con un terribile segreto. La pellicola ha avuto un’ottimo successo nei festival in cui è stata presentata, ed è considerato uno dei migliori film inglesi dell’anno. L’uscita prevista per l’Italia è assente nel sito Imdb. Il film uscirà in Svezia, Russia, Grecia. Ma noi abbiamo Ezio Greggio quindi siamo a posto così.

Esco dalla metro, fermata Waterloo. Mi dirigo verso il BFI Imax. Faccio il biglietto. Caro, ma qui il cinema è qualcosa di insensatamente costoso, quindi, poco male. Se devo vedere qualcosa in sala, almeno voglio che lo schermo sia alto come un palazzo di tre piani. Salgo le scale. Attendo. L’ultima volta che ho visto questo film in sala correva l’anno 1993. La computer grafica era ancora un oggetto del mistero. Regia di Steven Spielberg con Sam Neil, Laura Dern e Jeff Goldblum, ma questa è un’altra storia (e soprattutto un altro articolo).

PS. L’articolo è stato scritto, editato e uploadato interamente dal mio Ipad. Per fare questo ho utilizzato l’app ufficiale WordPress (che ha qualche strana mancanza), Photoshop Express e Sketchbook Pro. Abbiate pietà.