Il mercato “libero” della telefonia in Italia

Salve, mi chiamo Giacomo e ho un problema con la telefonia. Non è una sindrome, una fobia degli apparecchi come ha raccontato qualche tempo fa Italo Calvino, no, si tratta di un semplice problema di utilizzo. Mettetevi comodi accanto al fuoco ragazzi, è una storia lunga e piena di colpi di scena, e parla di linee telefoniche.

Tutto ha inizio a maggio di quest’anno. Ascoltando Sweethearth dei Wave Pictures vengo preso dalle dolci note della band inglese e così, senza troppo pensare, decido di cambiare il mio operatore telefonico. Tiscali ci fa pagare oramai un prezzo fuori mercato e mi sembra una buona idea tagliare i costi. Dopo una breve riunione con me stesso scelgo Fastweb. Mi da una buona velocità e costa il giusto.

Chiamo e faccio un contratto telefonico. Comunico tutti i dati. Questione di neanche mezzora e il gioco è fatto. Addio Tiscali, è stato bello, ma da domani proveremmo a “Immaginare”, a quanto pare con Fastweb, “puoi”. Un passerotto in volo si schianta sul terrazzino di casa di mio padre da dove ho effettuato la chiamata. Un tuono in lontananza. Coincidenze, mi dico. Già, coincidenze.

Passa un mese. Da Fastweb niente notizie. “Ci vorranno 30 giorni” mi è stato detto e voglio credergli.

Passa un altro mese. I miei coinquilini chiedono lumi sull’effettivo passaggio. Niente. La linea Tiscali continua a funzionare e le bollette vengono consegnate tempestivamente ogni mese. Strano, penso.

Passano altri 2 mesi. L’estate è finita e mi trovo ad acquistare un vestito per fare da testimone al matrimonio del mio migliore amico. No, non ho mai comprato un vestito fino alla tenera età di 33 anni. Passeggiando con ansia per il centro commerciale (mi mettono ansia, molta), incontro un baracchino della Fastweb. Sorridente il consulente incrocia il mio sguardo e mi propone un nuovo contratto. Lo fermo ancor prima che possa proferire parola. Gli racconto la mia storia e del mio passaggio mai avvenuto. Lui controlla e mi dice: “In effetti risulta ancora in lavorazione…”.

Passa un altro mese. Questa volta navigando mi trovo davanti a un offerta “limitata” (sono tutte limitate, fino al giorno dopo) per avere telefonate e internet con WIND a un prezzo davvero allettante. Non ci penso due volte. Fastweb è oramai nel cassetto. Inserisco i miei dati e mi arriva un messaggio che mi avverte della corretta chiusura dell’operazione. Tra poco più di 15 giorni avrò il mio nuovo servizio. E’ il 17 ottobre 2014.

Passano due settimane e una mattina mentre cerco di controllare la mail, mi ritrovo davanti a un “404”. Scendo di corsa in mutande e incontro gli altri miei coinquilini, tutti in mutande” con la stessa aria interrogativa. Internet ha smesso di funzionare. Tranquilli, gli dico, saranno le 48 ore fisiologiche di passaggio, è il 1 novembre, quindi è ufficialmente finito il nostro periodo con Tiscali, ci troviamo nel limbo tra le due attivazioni.

Passano 5 giorni. Niente. Provo a fare una telefonata e ottengo un messaggio in inglese che recita: “The customer you have dialed has denied your call”. Attacco. Il messaggio si ripete. Chiamo l’assistenza, via cellulare (chiamata a pagamento) e chiedo lumi. Mi spiegano che il contratto è in attivazione e che comunque apriranno una segnalazione al riguardo.

Passano altri 15 giorni. Tutto rimane immobile. Il telefono è muto, sia in entrata che in uscita e internet è assente.

Siamo al settimo sollecito. La pazienza comincia a diminuire come il mio a-plomb nelle conversazioni con il call center.

Chiamo Wind e gli ripeto che non funziona nulla. Mi dicono che devo liberare la linea da cui sto chiamando per poter vedere se effettivamente non ci sia linea. Gli lascio il mio cellulare e chiedo di essere richiamato, mi dicono che non possono farlo. Insisto. Mi dicono che sarò chiamato a breve. Aspetto 20 minuti. Quindi richiamo io, rispiego la situazione e faccio fare un test sulla linea. “Effettivamente è impossibile chiamarla…”. Deo Gratias. Viene aperto un nuovo sollecito.

Oramai siamo consapevoli di essere in una sorta di Limbo. L’Odissea è solo all’inizio. Dopo numerose chiamate e altrettanti solleciti aperti e da loro prontamente richiusi come risolti (naturalmente senza alcun test di effettiva risoluzione) il mio coinquilino riesce nell’impresa di farsi mandare un tecnico. Un tecnico TELECOM però, visto che il doppino, appartiene a TELECOM che lo vende a WIND. Il tecnico arriva il giorno dopo e controlla la linea facendo una chiamata dalla centralina. Tutto in ordine. “Tra 24 ore dovrebbe essere tutto a posto, basta attivarla”.

Passano 48 ore. Il telefono ora squilla libero se chiamato, ma c’è un altro problema. Oltre a non effettuare alcuna telefonata (e non avere connessione alla rete) ogni qual volta si compone un numero si riceve il messaggio “Benvenuto in Tiscali, se vuole effettuare chiamate le consigliamo di sottoscrivere un abbonamento”. Che sia un problema con Tiscali? Forse non siamo ancora del tutto fuori!

Chiamo di nuovo WIND chiedendo informazioni riguardo lo strano messaggio. Mi dicono che non hanno idea di cosa possa essere. Dal loro terminale risulta tutto in ordine e la mia linea attiva. Come ti sbagli. Gli comunico che invece non funziona nulla. Posso solo ricevere e di Internet neanche l’ombra. Viene aperto un altro sollecito.

Arriva la prima bolletta di WIND, per un servizio mai avuto. Scadenza 12 dicembre. Chiamo e mi dicono che posso non pagare, e stornarla sulla successiva. Gli racconto la mia storia e aprono un altro sollecito.

Stufo di sentire una hit tecno dal call center WIND decido di chiamare io stesso Tiscali per chiedere info riguardo allo strano messaggio. Vengo accolto da un più pacato Jazz. Mi viene risposto che ufficialmente la mia utenza è stata dismessa il 10 novembre, giorno dal quale, non sono più legato alla loro società. Gli chiedo dunque, per quale motivo ricevo lo strano messaggio di benvenuto da parte loro. Mi viene risposto quanto segue: “Lo chieda al suo operatore, arrivederci”. Immagino un successivo “MMM MMM” alla Stanlio e Olio. Mi attacca in faccia, ma oramai ci sono abituato. Quando non sanno che dirti ti mettono in attesa e poi magicamente cade la linea.

Siamo oramai a metà dicembre. Sono quasi due mesi che viviamo senza telefono nè internet: sostituite “telefono” con acqua e “internet” con cibo e avrete il mio profilo psicologico e quello dei miei coinquilini.

Mi trovo in metro tornando dal lavoro. Squilla il telefono, un numero sconosciuto. Forse sono loro. Rispondo. C’ero andato vicino, non si tratta di WIND ma di TELECOM, che offre a me personalmente un contratto telefonico. Attenzione, non un contratto per il cellulare, numero a cui hanno chiamato, ma un contratto telefono e ADSL per la casa. Sorrido. Tutto comincia a diventare più chiaro. Gli rispondo che in questo momento mi trovo in una sorta di limbo, e non ho idea come poter sottoscrivere un nuovo contratto. Gli dico comunque che rimango interessato nel caso non riesca a risolvere. Mi salutano e mi fanno gli auguri. Non di Natale. Seguono altre 6 telefonate con WIND in cui mi rendo conto che i miei solleciti precedenti sonno stati chiusi come risolti e cancellati dalla history del mio profilo. Tutto quello che l’operatore ha davanti è il mio ultimo sollecito, che vista la vicinanza temporale, risulta ancora in lavorazione.

Siamo al 22 dicembre: mi chiama di nuovo TELECOM. Sono disperato e davanti alla loro coda biforcuta cedo bruscamente. Accetto l’offerta e mi dicono che mi verrà mandato un consulente a casa il giorno dopo. La loro normativa per la privacy non prevede la possibilità di fare contratti telefonici, al contrario degli altri che invece prendono dati sia da Internet che da Telefono (così aveva fatto Fastweb prima e Wind dopo).

Sono le 11 di mattina del 23 dicembre. Manca poco più di mezzora all’arrivo del consulente quando mi assale però un dubbio. E se per cambiare operatore dovessi pagare una penale? Quando si sottoscrive un contratto c’è un periodo minimo in cui si deve rimanere con l’operatore, altrimenti è necessario pagare una multa. Chiamo WIND che mi conferma la possibilità di una penale. Gli ripeto che non ho mai avuto il servizio. “Allora può fare il recesso”. Bene, gli dico, facciamolo. “C’è un problema però, in questo modo lei perde il numero di telefono”. Esatto, avete capito bene, se recedo da un servizio mai ottenuto, perdo il numero di telefono. Non lo posso fare. Non sono il padrone di casa e quel numero è qui da sempre. Attacco. Nel frattempo è arrivato il consulente che ha assistito alla telefonata. Chiama un suo consulente. Ci parlo. Gli spiego tutto. Rimane basito sul messaggio TISCALI e mi conferma il problema con il recesso. Gli dico che sono disposto a pagare la penale, basta che mi risolva il problema. Mi dice di attendere. Richiama dopo 10 minuti. C’è un altro problema. Non è possibile fare la migrazione da WIND, perchè non è ancora stato creato un codice di migrazione e quello vecchio di TISCALI, malgrado lo strano messaggio non è più valido.

Ricapitoliamo, è arrivato il momento del buon vecchio “PREVIOUSLY”: ho sottoscritto un contratto attivato solo a livello amministrativo, mai a livello tecnico. Mi è arrivata una bolletta. Ho chiesto aiuto e nessuno è stato in grado neanche di accennare a una possibile soluzione se non quella di aprire una segnalazione. Se voglio recedere, mio diritto, perdo però il numero di telefono. In alternativa posso fare una migrazione, pagando una penale per un servizio mai ricevuto, solo dopo aver però atteso che sia creato il suddetto codice di migrazione. Un cul de sac davvero interessante.

Richiamo WIND. Chiedo se c’è un’altra possibilità, perchè le due che ho davanti sono impraticabili. Mi viene detto che forse c’è una via d’uscita: in fase di recesso devo specificare che voglio rientrare in TELECOM. Richiedo per conferma circa 10 volte. Mi viene confermato. Richiedo conferma. L’operatore mi conferma aggiungendo che sta facendo la promessa da boyscout. Anche se non posso vederlo, decido di credergli.

Compilo il modulo di recesso, chiedendo la dismissione e la certezza di non dover nulla a WIND, la prima bolletta e le eventuali successive. Specifico il passaggio a Telecom. Imbusto e spedisco.

Ora non mi resta che attendere.

Passano 10 giorni. Ancora nulla. Ricevo solo una telefonata da Telecom che mi chiede “la conferma dei dati”. “Posso confermarli io?” chiedo “No, serve la padrona di casa”. Bene “Mi può richiamare tra mezzora? Chiamo la padrona di casa e le chiedo se è disponibile, sa, è il 31 dicembre…”. La padrona è fuori. Attendo la telefonata per avvertire Telecom. Niente. Passano 2 giorni. Ancora niente. Richiamo il consulente con il quale avevo firmato il contratto. Gli chiedo se gentilmente può farmi richiamare dal servizio di conferma contratti visto che è inaccessibile e chiama solo da numero anonimo. Aspetto 2 giorni. Finalmente ricevo una chiamata. La padrone conferma i dati e tutto sembra apposto. Più o meno. “Bisogna solo attendere i tempi di recesso”. Annuisco “Capisco, e di quanto si tratterebbe?”. Respiro lentamente, ma in fondo so già la risposta. “Vede, in teoria fino a 30 giorni in quanto il suo operatore avrà il tempo necessario per cercare di tenerla…”. Attacco.
Passa un altro giorno. Siamo oramai a quasi 3 mesi senza linea telefonica. Mi arriva una mail. E’ WIND. Mi intima di pagare la bolletta del 12 dicembre. Bolletta che, era già stato chiarito, non doveva essere pagata. Chiamo di nuovo WIND. Spiego la situazione. Mi dicono di non preoccuparmi che il 2 gennaio è arrivata la richiesta di recesso, che è in lavorazione. E’ possibile che l’amministrazione, un altro ufficio, non sia ancora stata avvertita dell’avvenuta ricezione. Attacco.
Suona il telefono. E’ un numero sconosciuto. Rispondo. “Salve, la stiamo contattando su recapito alternativo da lei fornito in quanto non raggiungibile su quello principale. Volevamo avvertirla che è stato effettuato un intervento sulla sua linea telefonica. Premere uno se l’intervento ha avuto esito positivo, 2 se ne gativo e 3 se non può rispondere in questo momento”. Attacco senza esprimere preferenza. L’occhio vibra oramai come un colibrì durante una crisi epilettica. Non è la prima volta che ricevo questo tipo di chiamate automatiche. Avendo il telefono rotto, per colpa loro, in automatico vengo regolarmente avvertito di un ipotetico intervento dall’alto che, guarda un po’, ha così funzionato che non siete neanche stati in grado di chiamare il numero “aggiustato”.
Ma le sorprese non sono ancora finite. Squilla il telefono. Ricevo più chiamate anonime di Snowden. Rispondo: “Salve buonasera, siamo di Fastweb!”. Rimango interdetto. “Non aspettavo una vostra chiamata…” “In che senso?” “Pensavo foste un altro operatore, mi scusi, come posso aiutarla?” Oramai i ruoli si sono invertiti e di solito sono io ad aiutare l’ignaro operatore telefonico.
“Beh, abbiamo visto che è interessato a entrare in Fastweb…”
“Non ricordo di avervi inviato il mio CV.”
“No, la richiesta di abbonamento, ce l’ho qui davanti”.
Non può essere vero. Sono costretto a chiedere. “Mi scusi, per caso la richiesta di cui lei parla risale a maggio dello scorso anno?” “Esatto!” “Ma sono passati 7 mesi, io ero interessato 7 mesi fa, nel frattempo ho già cambiato 3 lavori e 2 operatori telefonici.” “Capisco, ci scusi, arrivederci e buona giornata.”.
Richiamo WIND. Spiego di nuovo la mia situazione per filo e per segno. Oramai sembro un soldato che bendato smonta e rimonta il suo fucile. Dall’altra parte del filo (immaginario) il silenzio. “Mi scusi, non ho capito che mi ha detto.” “Cosa non ha capito” “Cosa mi ha detto” “Parla italiano?”. Mi attacca in faccia. Richiamo. Questa volta mi metto nell’assetto “timorato di Dio” smorso anche il mio tono di voce. “Se vuole posso provare a fare un sollecito”. “D’accordo, lo faccia…”. Oramai senza forze cerco sul dizionario il significato della parola. Usata così tante volte ha completamente perso di ogni significato:
Sollecito: Di cosa, che viene eseguito o si svolge con rapidità, con prontezza.

UPDATE 27 gennaio ore 12:36

Piccolo update per chi oramai si è appassionato alle mie tragedie digitali. Finalmente il 9 di gennaio viene ufficializzato il recesso. Mi chiama un tecnico Telecom per dirmi che la linea funziona correttament e che tutto è andato a buon fine. “Bene!” esclamo “Dunque quando posso attivarla?” Silenzio “Beh, non è così semplice, servono dei tempi tecnici”. Il mio entusiasmo prende la P38 di ordinanza e si spara due colpi alle ginocchia per ristabilire il giusto livello di sofferenza. “E di quanto si tratterebbe? Beh, in teoria una ventina di giorni”. La teoria è già diventata pratica e ancora non vedo la luce. Di pochi minuti fa una chiamata in cui mi si ribadiva che ci vogliono 21 giorni. Al mio “che sono praticamente passati” mi si risponde “Se vuole posso fare un sollecito”. Oramai non sento neanche più il suono di un mouse o di una tastiera, probabilmente la ragazza del call center sta guardando un punto nel vuoto contando fino a tre, come i medici di corsia che entrano in una porta e subito vi riescono in un tempo impossibile per aver compiuto qualsiasi cosa di sensato. “Grazie” rispondo. Attacco.

Update 17 febbraio 2015

Quest’oggi per festeggiare il mio 4 mese senza internet e telefono voglio darvi qualche aggiornamento sulla situazione. Malgrado il contratto firmato con Telecom (che poi ho scoperto essere un pre-contratto, quindi senza alcun valore legale) sono ancora bloccato su rete WIND. Telecom mi ha anche spiegato (o meglio un operatore, ognuno ha le sue teorie) che facendo il recesso in teoria si torna su TISCALI. Allora ho immediatamente chiamato TISCALI per chiedere conferma, che mi ha confermato di non saperne nulla. Chiamo di nuovo WIND che mi dice che per sbloccare la mia situazione serve prima attivare l’ADSL che, testuali parole, è andata in LOOP. Fermo subito gli entusiasmi degli appassionati di viaggi nel tempo come il sottoscritto, non ha niente a che vedere con paradossi o simili. Semplicemente una volta ricevuto il recesso (9 gennaio 2015) il meccanismo automatico di attivazione (che già non aveva funzionato) è impazzito e andato in un loop, che a quanto pare ha bloccato l’attivazione e allo stesso tempo il recesso della linea: gran bel colpo WIND non c’è che dire.
Quindi per ricapitolare, secondo una logica malata della burocrazia delle telecomunicazioni, io dovrò rimanere senza internet e telefono fino a quando WIND non sarà in grado di attivarmi l’ADSL, a quel punto finalmente potrà togliermi il servizio e io dovrà rimanere, di nuovo, senza internet fino alla successiva attivazione con altro operatore (non TELECOM a questo punto visto che il recesso a quanto pare non è detto mi riporti da loro).

Update 2 aprile 2015

Se cercate un lieto fine, lasciate ogni speranza voi che entrate. Il precedente pre-contratto con Telecom alla fine è deceduto come tutti gli altri precedenti, in quanto precontratto infatti, non aveva alcun valore. Telecom mi ha ricontattato chiedendomi se volevo rientrare con loro, questa volta però cambiando l’offerta, non più 12 mesi a prezzo scontato, ma 6 mesi. Ho ringraziato e ho detto che mi sarei rivolto ad altro operatore. In effetti mancava solo una compagnia con la quale non avessi tentato l’approccio: Vodafone. Vado sul sito. Con grande giubilio vengo richiamato direttamente da loro con un servizio in stile Amazon dove inserici il numero e la compagnia ti richiama a un orario stabilito. Comunico i dati, mi viene fornito un feedback via mail e immediatamente spedita la Vodafone Station. Sembra fatta. L’attesa prevista è di un mese, la data scelta il 2 aprile. Oggi. Non avendo ricevuto alcuna comunicazione da Vodafone, il mio coinquilino decide di prendere il toro per le corna e chiama direttamente la fonte. Dopo un’ora di attesa riceve una chiamata sul cellulare: è sempre Vodafone. Chiede informazioni e gli viene detto che….c’è un problema. A quanto pare il codice di migrazione comunicato era corretto ma in fase di passaggio, intorno all’11 marzo) Infostrada avrebbe bloccato il passaggio in quanto il numero sarebbe ancora sotto contratto e quindi non idoneo per effettuare la migrazione. Il mio coinquilino con molta calma (almeno credo) chiama Infostrada: l’operatrice viene travolta dall’ennesimo “nelle puntate precedenti” alla fine del quale assicura che tutto verrà presto risolto. Per l’ennesima volta, non ci resta che attendere. No Comment.
Update 6 maggio 2015
Come diceva il buon Schwarzy “I’ll be back”. Eccomi qui a raccontarvi quella che oramai è diventato un post a puntate, un Walking Dead delle telecomunicazioni. La data successiva di attivazione per Vodafone sarebbe dovuta essere il 17 aprile. Ma il 17, giornata abbastanza funesta, peraltro di venerdi, nulla è accaduto. Chiamo di nuovo il servizio clienti e mi viene detto che c’è un problema. Oramai sono del tutto privo di emozioni. Mi spiega che deve far ripartire la pratica. Resettarla. “Mi sembra un’ottima idea”. Ci vorrà un mese, questa l’unica informazione che riesci a darmi. Passano i giorni. Vorrei di nuovo controllare lo stato della pratica ma mi rendo conto che non ho alcun numero per controllare. Provo a re-inserire il vecchio numero nell’applicazione ma mi dice che il numero non esiste. Chiamo di nuovo il numero verde. Mi chiede di inserire il numero di pratica o il numero di telefono. Vado di telefono. “Il giorno previsto per l’attivazione della sua linea è: Il servizio non è al momento disponibile”. Rido. Chiamo il mio coinquinlino, gli racconto la mia conversazione con un’esponente di SkyNet: ride. Il giorno dopo riprovo. Forse era solo un guasto momentaneo. Oramai sono diventato molto ottimista. Non può andare peggio. Forse. Questa mattina scendo le scale e mi accorgo di avere della posta non ritirata. Quel logo, io lo conosco. Una linea curva con un piccolo puntino arancione: WIND. C’è una bolletta da pagare, periodo di fatturazione 13 novembre — 13 dicembre, in cui, io, non ho mai avuto alcun servizio.
To Be Continued…

Update 13 maggio 2015 — Epilogo

Alla fine internet arrivò. Era una calda sera di maggio, il polline veniva giù come fosse neve e la mia respirazione sembrava un rantolo di un tisico nel suo stadio finale. Sento bussare alla porta
— Salve
— Salve, desidera?
— Sono Internet.
— Mi scusi?
— Internet — sorride. Di quei sorrisi a 32 denti — Niente? Internet? La rete? Il web? Tim Berners Lee anyone?
Lo guardo come i cani guardano il loro padrone davanti a un comando non recepito.
— Ma dove diavolo vivi amico? Posso entrare? — Non faccio a tempo a proferire parlare. Internet è già dentro il mio salotto.
— Bel posticino, davvero amico. Posso? — Sorrido. Come a dire “non hai certo bisogno del mio aiuto.
— Sai quanti secondi ci sono in un anno?
— Cosa?
— 31.536.000secondi. Pazzesco vero? Se invece si tratta di un bisestile 31.622.400.
— Cosa?
— 413,000,000 di risultati. Qualcosa di più preciso?
— Privacy?
— Facevi prima a chiedermi Babbo Natale! Voglio dire, cose esistenti. Non fantasia. Capisci? Lasciamo perdere.
— Posso sapere perchè si trova qui?
— Mi hai chiamato tu.
— Io? Quando?
— Vediamo..ah si eccolo qua. 17 ottobre 2014. — Guardo il telefono.
— 7 mesi fa?
— Si, beh ecco, c’era la partita, traffico, si insomma.
Improvvisamente come un esplosione all’interno della mia testa il passato riprende vita. Fastweb. Il passerotto precipitato sul terrazzo di mio padre. Il matrimonio del mio migliore amico. Wind. Le bollette. Il recesso. Le 375 telefonate al servizio clienti. I solleciti. Centinaia di solleciti. Le telefonate al servizio clienti. Le centraliniste. I centralinisti. La musica distorta del servizio clienti. Le voci automatizzate. Premere 0. Premere 1. Premere 5. The Customer you have dialed has denied your call. Tiscali. Telecom. Fastweb. Wind. Vodafone. Il recesso con rientro. Il recesso senza rientro. Il mio numero di telefono. 30 giorni per l’attivazione. 30 giorni per l’attivazione. Il consulente Telecom dal nome “telefonicamente” importante (avete presente il famoso scherzo della lavatrice degli anni 90?). Il giorno di attivazione della sua linea. Il servizio non è al momento disponibile. Ora tutto mi è chiaro.
Guardo Internet negli occhi. Lui respira lentamente. Come in Limiteless riesco a vedere più di quanto avessi mai visto nei 7 mesi precendenti. Ora vedo il Matrix in tutta la sua esplosione alfanumerica.
— Ti senti bene amico?
— Molto bene…
— Amico, non so se te l’hanno mai detto..ma sei inquiet…
Internet non riesce a finire la frase. Ha già un calzino in bocca mentre lo lego mani e piedi. Mugugna qualcosa come “Lasciami andare 203,000 results (0.34 seconds)”.
— Spero il posto ti piaccia. Da adesso sarà la tua casa. Per sempre.
Buio.

NOTA. Il macro periodo di riferimento di questa storia va da maggio 2014 a Gennaio 2015. Quasi 7 mesi nei quali non mi è stato possibile cambiare operatore telefonico, malgrado abbia firmato 2 contratti con due diverse compagnie (più il terzo con TELECOM, con il quale ho praticamente firmato con tutte le più grosse aziende disponibili in Italia). A voi le considerazioni.
NOTA 2. Non ho le registrazioni delle telefonate perchè in itinere non ho pensato la situazione potesse evolversi in questo modo. Ho qualche codice di chiamata, ma servirebbe a poco. Potete credermi o meno, ma sono più propenso a pensare che il mio racconto vi convinca.
Nota 3. Ad oggi sono ancora senza telefono e con Telecom che attende che WIND si degni di lasciare andare un suo cliente mai servito.
Nota 4. Avevo già scritto la prima parte di questo post sul mio blog, ma ho pensato avesse più senso continuare la discussione qui su medium.
Nota 5. Il 13 maggio Vodafone ha finalmente attivato la mia linea telefonica. L’incubo è finito.

 

E se il mio smartphone scrivesse meglio di me?

Mi sono spesso scontrato nella mia vità con l’atavico problema della creatività. E’ un qualcosa di impossibile da evitare quando si cerca di scrivere. Nelle varie fasi ho sempre avuto approcci diversi. All’inizio c’era la frustrazione. Tutto era già stato scritto. Per essere originali bisognava fare qualcosa di mai pensato prima. Piano piano questa utopia si è affievolita. Leggendo, approfondendo, si scopre che non tutto quello che luccica è originale. La fotografia è stato un buon modo per lenire il mio dolore creativo. Che senso avrebbe un’arte che non fa altro che riprodurre (meccanicamente, e prima, chimicamente) il reale?

L’idea di “incorniciare” il reale era quello che mi teneva in piedi. E’ il frame quello che conta, il punto di vista che si ha su una determinata situazione, cosa, storia, persona, argomento. Quella è la tua originalità.

Con il passare del tempo, da buon ipocondriaco ho cercato altre malattie creative (oltre a quella “non farò mai niente della mia vita”). Una di queste è l’impatto della tecnologia sulla mia modalità di espressione, la scrittura. Cosa è cambiato dai tempi della penna? Cosa cambia oggi con il digitale? Come scriverei se non avessi un computer e uno smartphone sempre con me?

Ho così ripreso le mie montagne di appunti, le ho spulciate, in cerca di qualche segreto “pattern” che potesse rivelarmi il segreto della (mia) creatività. Niente da fare.

Nel farlo mi sono reso conto che non scrivevo più. Che quasi non ero più in grado di scrivere fisicamente (non che fossi mai stato troppo bravo con la calligrafia). Possibile che stessi già perdendo un qualcosa di così importante e personale come la scrittura?

Scrivo ancora su carta, qualche volta. Ad esempio quando devo studiare la struttura di un articolo, o meglio il suo svolgimento, allora uso ancora la penna, ma per il resto tutto è fatto di zero e uno.

Ma sono davvero io a scrivere? Quando digito sulla mia tastiera chi è che sta esprimendo qualcosa? Io? O la macchina? Ce la fa il pensiero a rimanere integro nel passaggio dal cervello al computer? O si perde, si modifica fino a diventare un opera meccanica?

Di questo ho già scritto in questo racconto. Ma c’è qualcos’altro di cui voglio parlare oggi.

Chi utilizza uno smartphone ogni giorno ha ben presente il sistema di correzione automatica presente sulla totalità dei dispositivi che usiamo oggi. I dizionari imparano dalla nostra scrittura. Un tempo (sto parlando dei nokia) era possibile aggiungere parole al T9 in modo da averle disponibili nel messaggio successivo (se si voleva scrivere “cazzo” si veniva subito corretti altrimenti). Oggi il software è diventato sempre più sofisticato. Non solo impara, ma per non sbagliare, salva tutto, TUTTO, quello che scriviamo sul nostro dispositivo. Questo serve a migliorare il sistema di suggerimenti (e non faccio il cospirazionista dicendo che in realtà le nostre parole hanno ben altri utilizzi, ops, l’ho fatto…) quando compiliamo un messaggio, ma non finisce qui. Accumulando migliaia di parole il sistema non è in grado solo di suggerirvi la “prossima” parola, ma anche tutte quelle successive, stando sempre nei limiti del suo sapere. Provare per credere.

Ho così provato a inserire una parola e poi lasciare al pilota automatico, la macchina, il resto del lavoro. Questo è il risultato.

Nella prima frase ho inserito solo “questo” e “che”

Questo è il mio numero che ti ho detto ma non ho mai problemi.

Qui ho inserito “Ora” e “ma”

Ora, io non ho nessun problema con la tecnologia, testi, accordi, foto, planimetrie ma non ho mai problemi di ricezione.

Qui ho inserito solo “amore” (abbastanza indicativo, dalla risposta successiva)

L’amore con te. E se morissi io?

Qui ho inserito “Vita”

La vita è un po di tempo.

Qui “tempo”

Il tempo di fare un giro di un suo riscontro.

Fino ad arrivare al “bug”, quando si insiste troppo con il pilota automatico, la macchina incosciamente sembra risponderci con un loop di “ma non lo so”.

Mangiare, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so.

E se il mio cellulare dopo aver accumulato tutto il mio sapere se ne andasse e cominciasse a pubblicare racconti per cavoli suoi? Vado a prendere un cappio, e un martello.

 

Avete bisogno di questo articolo? Probabilmente no.

Gli scrittori sono sottopagati. È un dato di fatto. La questione è perchè? In altri ambiti il crollo della retribuzione è facilmente spiegabile: o non serve più quel servizio, oppure c’è una macchina (un software) in grado di sostituire la manodopera umana a un prezzo irrisorio. Ora, scrivere è ancora un lavoro umano, ci sono macchine in grado di scrivere articoli partendo da dati, ma sono ancora algoritmi imperfetti e soprattutto poco leggibili se non per scritti molto tecnici e poco lirici.

Dunque perchè svalutare un lavoro ancora cosí legato alle persone?

Nessuno ha bisogno di articoli? Sembra più che altro il contrario. Tutti ne hanno bisogno e in numero crescente. Ora non sono un economista, ma se si alza la domanda il prezzo dell’oggetto venduto scende, ma non lo stipendio di chi produce quell’oggetto, almeno questo è quello che è successo fino ad oggi. Anzi. Serviranno più persone specializzate per servire quell’aumento nella richiesta.

Ecco però che sorge un problema. La domanda si alza, ma é un mercato falsato dalla FREE economy. Tutti vogliamo essere intrattenuti e avere di più ma non abbiamo alcuna intenzione di pagare per questo. Che siano informazioni, film, programmi televisivi, videogiochi (freemium) e quant’altro.

Può la scrittura di articolo valere 8 euro? Si, se non fosse qualcosa di necessario. Se è qualcosa che ci serve davvero perchè pagarla così poco? “Beh il mercato è questo…”.

Ora quello che mi chiedo è: abbiamo davvero bisogno di tutta questa mole di materiale? Perchè a me sembra piuttosto che il numero di richieste, ovvero la domanda, sia in realtá falsata da un fattore distorcente: la gratuitá.

Ne vogliamo di più perchè è gratis, o semi gratuita. Perchè chiederne di meno? Basta vedere cosa fanno le persone nei ristoranti All You Can Eat. Di certo non smettono di mangiare, anzi molto più spesso arrivano ad esplodere come nella celebre scena de ‘Il senso della vita’ dei Monty Python.

E se non avessimo bisogno di tutti quei contenuti? Se la richiesta avvenisse solo perchè c’è la disponibilitá? I contenuti a differenza del cibo non fanno male al fisico. Non c’è alcun segnale nel corpo che dice ‘non guardare più film, non leggere più notizie!’

Oggi abbiamo accesso a infinite fonti (anche se la moltiplicazione ha quasi sempre poche fonti alla radice) di notizie. Infiniti canali televisivi con infinite copie di programmi, serie e quant’altro.

Il web produce più informazioni in un anno di quanti se ne siano prodotte nell’intera storia dell’uomo. Sparendo la fisicitá degli oggetti allo stesso tempo sembra essere sparito il limite di fruizione (e di possesso) dei contenuti. Oggi 30 mila canzoni stanno in una tasca. Idem per film, libri, articoli. Perchè darsi un limite se posso ottenerli a un costo irrisorio e non occupano alcuno spazio?

Il consumismo dei contenuti è una bolla. Una falsa richiesta causata da una concatenazione di elementi: la gratuitá, la replicazione del contenuto a prezzi di costo sempre più bassi se non pari a zero (vedi le news copia incollate), la diminuizione dello spazio occupato dei contenuti (le librerie non sono più dei molock di legno, ma nuvole volatili sparse in server sperduti), la moltiplicazione delle piattaforme distributive (siti, blog, social e un numero insensato di canali televisivi in perenne ricerca di contenuti da mandare in onda 24h, giá, perchè abbiamo bisogno delle 24h di palinsesto?).

Oggi una tv può arrivare a offrire per 1h di palinsesto circa 2000 euro, se vi dice bene. Chiaramente quei soldi non bastano a produrre nulla di sensato, a meno che non si abbassino gli stipendi di tutti quelli impegnati nella produzione del prodotto (e tolta la così detta ‘stecca’ del produttore).

Quello che voglio dire con questo sproloquio è che la richiesta di contenuti è fasulla. Non ne abbiamo realmente bisogno ma essendo abituati ad averne accesso adesso è difficile farne a meno. Il mercato si è autodistrutto cercando di rincorrere l’impossibile: creare prodotti per tutte le piattaforme di distribuzione è una missione suicida e senza alcun senso logico. Dove arriveremo? A produrre articoli o film per una sola persona? Un film con un target iper specifico di un solo individuo? Ho come l’impressione che la teoria della coda lunga stilata qualche anno fa da Chris Anderson sia in un certo senso andata, scusate il termine, a farsi fottere.

Il lavoro di chi produce contenuti non vale niente perchè non vale niente il mercato fittizio che è stato creato. La facilitá con cui si apre una piattaforma non sta a significare che quella piattaforma debba essere creata (e riempita di contenuti). Se costruire strade fosse facile come premere un pulsante, staremo tutto il tempo a costruire strade? Per andare dove?

 

Il mio compleanno senza data.

Il mio compleanno senza data.

Non amo molto il giorno del mio compleanno. Come capodanno, è di solito giornata di resoconti. Si tirano le somme. Come in un’azienda si cercano di capire quelli che sono stati i più e i meno dell’annata appena passata. Si guarda al proprio nuovo numero rappresentativo. Lo si studia come se non lo si fosse mai visto. 31. Tre. Uno. Brutto numero. Ma non è di questo numero che parleremo oggi. Qualche giorno prima del mio fatidico birthday parlavo con una mia amica. Le raccontavo di quanto odiassi l’accozzaglia che si crea sulla pagina fb ogni volta che sopraggiunge un compleanno. Colpa del reminder legato alle impostazioni di privacy. Peraltro comparendo qualche giorno prima causa il fastidioso (nonchè infausto) augurio del giorno prima. E’ matematico. Torniamo ubriachi da una serata e invece di leggere “Domani è il suo compleanno”, leggiamo “dmsak alalk complanno”. Compleanno malgrado la difficoltà di pronuncia dopo 4 vodka lisce viene comunque riconosciuto dal cervello che istantaneamente propone di fare quella cosa chiamata “auguri”. Cd: auguri. Ho un cervello in Dos. Non ci posso fare nulla.

– Beh ma scusa, fai come me, io ho tolto il giorno del mio compleanno dalle impostazioni!
– Che vuoi dire?
– Voglio dire che non compare il giorno della mia nascita.

Geniale. Come ho fatto a non pensarci prima. Bloccare il proprio wall è cosa troppo esplicita. Ma togliere il proprio giorno è solo questione di privacy. Decido di mettere in atto il mio sottile piano antisociale. Apro le impostazioni. I miei privacy settings sono più aperti di un programma open source. Spunto l’opzione data di nascita. Il gioco è fatto. Da oggi in poi non sono mai nato, non ho età. Potete vedere tutte le mie foto, tutti i miei link, tutti i miei amici, ma non avete la minima idea di quando sia venuto al mondo. Sorrido sotto i baffi. Quindi mi faccio la barba. Sorrido di nuovo. “Ora non mi resta che aspettare”. E’ il 13 aprile. Nei miei piani di isolamento forzato alle 22 sono già nel letto. Per ingannare il tempo guardo “The Muppets”. Il titolo è stato scelto accuratamente per evitare ogni storia o film che possa mettermi anche solo lontanamente di cattivo umore con riferimenti più o meno espliciti all’invecchiamento. Dei pupazzi di pezza sono la scelta più sensata. Non possono invecchiare. Mi sbaglio. Il piccolo pupazzo di pezza deve scegliere qual’è il suo talento: “E’ quello che devi fare quando diventi un adulto”. Maledetta Disney devi sempre rovinare tutto. Mi hai già fregato con Bambi. Crollo nel sonno più profondo canticchiando la canzone premio Oscar scritta da Brett Mckenzie. Tutto secondo i piani. Mi sveglio. Sono ufficialmente più vecchio. Qualche messaggio sul telefono. Chiamate non risposte. Dormivo. Rispondo confermando la mia brillante serata nel letto. Do uno sguardo alla mia pagina “diario”. Silenzio. Un link postato da un amica. Niente auguri. Ore 12. Compare il primo augurio. Qualcuno potrebbe sospettare qualcosa e infatti dopo pochi minuti compare il secondo. Quello che sembrava un trend si interrompe bruscamente. Di nuovo silenzio. Quindi arrivano una serie di messaggi privati. La mancanza di informazioni ha reso le persone insicure. Gli auguri arrivano compresi di captatio benevolentiae. Non sono certi del giorno, ma si buttano lo stesso. Impavidi. Ore 17. C’è un’altra infornata di auguri altri 4. Sono 5 in totale. Ore 18. Altri due. Siamo a 7. Silenzio. Nel frattempo mi sono riguardato Minority Report e tutti i suoi Extra. Ho quasi terminato la visione di “Quel pomeriggio di un giorno da cani”. Non riesco a non notare che il film si conclude senza neanche una nota di colonna sonora. I titoli di coda scorrono tra il rumore assordante degli aerei. Guardo l’orologio. Mezzanotte e 14. Il mio esperimento è concluso. 7 auguri sul wall. Ora non mi resta che confrontarlo con il numero dell’anno passato. Cerco nella mia timeline. Vedere la mia vita raccolta come post di un blog un po’ mi spaventa. Trovo facilmente il giorno del mio compleanno. E’ tra gli “highlights” di aprile 2011. 14 aprile 2011. 133 post sulla timeline. 14 aprile 2012. 7 post sulla timeline. -90%. Il mio era solo un compleanno. Ma non posso smettere di pensare a quanto un piccolo reminder possa influenzare le nostre azioni. Mi vengono in mente i suggerimenti di Amazon (che seguo più pedissequamente del mio stesso medico),  le ricerche di google, oramai personalizzate secondo i nostri gusti, le “persone che potresti conoscere” basate su non si sa quale “parentela” tra amici di amici. La serendipity del web sembra sempre meno una “casualità” e sempre più un sistema causa effetto. Domenico mi ha una volta raccontato che da tre anni un suo amico ha cambiato il giorno del suo compleanno su FB per fare uno scherzo ai suoi conoscenti. Il compleanno è stato spostato di qualche settimana. Gli auguri, come previsto sono caduti a pioggia. Spiegato l’arcano, l’amico ha di nuovo riproposto lo scherzo. Stesso giorno. Malgrado la spiegazione le persone hanno continuato a festeggiarlo il giorno che Facebook definiva come suo compleanno.  E’ tardi. Gli occhi diventano pesanti. Chiudo il computer. 31. Nel mettere a posto il mio laptop un biglietto dell’autobus scivola dalla tasca della mia borsa. Guardo la data. E’ scaduto. Bella scoperta. Ma non è quello ad attirare la mia attenzione. Il biglietto è stato timbrato alle 14:14 del 14/04/2012. Il giorno del mio compleanno, omesso nel mio profilo, compare per tre volte in un solo biglietto. Il caso. Già. Il caso.

 

Attacchi di finzione – L’abolizione del tempo

— ATTENZIONE! ACTHUNG! WARNING! —

Istruzioni per l’uso: quello che state per leggere non è un racconto. Non è una storia, non ha un fine e molto più precisamente non ha una fine. Alcuni scritti sono riconoscibili “Hey, io ti ho visto! Tu sei un racconto”. Altri sono semplicemente un “Hey”. E basta. Buona lettura.

— ATTENZIONE! ACTHUNG! WARNING! —

L’abolizione del tempo. Era l’ultimo giorno della mia vita. Non avrei mai pensato di passarlo così. Avevo sempre pensato che sarebbe stato più in la con gli anni. Un giorno speciale. Un giorno in cui avrei riflettuto sul mio cammino nella mia vita. Invece ero al lavoro. Un lavoro orribile per giunta. Che schifo. L’ultimo giorno della mia vita davanti a un terminale elettronico. Non sto morendo. No. Non sarei così tranquillo se fosse l’ultimo giorno “fisico” della mia vita. Il governo ha deciso di abolire il tempo. E’ da molto che se ne parlava. “Il tempo non esiste”. Quante volte ho sentito questa frase. Studiosi di fisica teorica si erano arrovellati il cervello per decenni. “Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi.” Già. Un qualcosa di inventato dall’uomo per dare un senso allo scorrere delle cose. Senza tempo è difficile fare riferimento a qualche evento. “Ti ricordi quando siamo andati al mare?” Quando. Dove, sarebbe la domanda più corretta a quanto pare. Lo spazio è l’unica cosa certa. I secondi sono artificiali, come i minuti le ore. Potremmo allo stesso modo calcolare il tempo con le gocce che cadono ordinatamente da un lavandino rotto. Con il battito del nostro cuore. Sarebbe la stessa cosa. Siamo così abituati ai secondi che l’idea di calcolarlo in altro modo ci sembra solo un gioco, una metafora, romantica, nel caso del cuore. Cosa sarebbe successo se un tempo si fosse deciso di usare qualcos’altro. Niente secondi, minuti, bensì respiri. Respiri. Troppo difficili da calcolare. E poi i respiri di chi? Meglio di no. E se poi calcoliamo i respiri di un ansiogeno. Mio dio non potrei pensare a quanto passerebbe in fretta il tempo. Eppure nella storia era già successo di giocare con il tempo delle persone. Il calendario gregoriano introdotto nel 1582 cambiò in un giorno il tempo delle persone. Per la precisione tutti si ritrovarono 10 giorni indietro nel tempo rispetto al precedente calendario Giuliano. 10 giorni! Non sono pochi. La cosa ancora più straniante è che non tutti i paesi adottarono il nuovo calendario allo stesso tempo. In Svezia ad esempio si cercò di fare un cambiamento graduale. Per recuperare gli anni si decise di eliminare tutti gli anni bisestili dal 1700 al 1740. Ottima idea se non siete impegnati in una guerra. Il primo 29 febbraio venne quindi eliminato. Ma i successivi del 1704 e 1708 vennero dimenticati li dov’erano. Riconosciuto l’errore che stava creando solo confusione nella popolazione, si decise di tralasciare la conversione e tornare al vecchio calendario giuliano. Ma per farlo bisognava ristabilire il vecchio 28 febbraio eliminato. Nessun problema, ne aggiungiamo un altro. Così nel calendario svedese del 1712 venne inserito l’unico 30 febbraio che la storia ricordi. Pensai a quel povero Cristo nato quel giorno.

Quindi per un periodo di quasi 300 anni, viaggiando nello spazio, si viaggiava anche nel tempo. Non un fuso orario di alcune ore, come succede oggi con i viaggi in aereo. Ma un fuso di alcuni giorni. Si poteva festeggiare il natale in Italia, quindi andare in Svezia e festeggiarlo di nuovo. Diavolo! Il natale. Come festeggeremo il natale? I religiosi sono stati i primi ad opporsi alla cancellazione del tempo. Ti credo con tutti quei santi. Ora come potevano ricordarsi in quale giorno festeggiarli? Non ci sarebbero più stati giorni. Niente più martedi, bisestili e quant’altro. Non avevo ancora riflettuto appieno sulla cosa. Come al solito mi ero ridotto all’ultimo giorno. L’ultimo. Che fregatura. Mancava poco al mio compleanno. Beh potrei sempre segnarmi i giorni…troppo rischioso. La legge è chiara. Niente più giorni. Niente più calendari. Verranno bruciati tutti i sistemi di calcolo. Niente più oroscopo. Non che sia una tragedia, ma qualche volta mi piaceva credere a quelle storie. Vivere e poi trovare a posteriori delle somiglianze con quei piccoli oracoli. Niente più prima serata televisiva! Evviva. Su quello non avevo alcuna remora, anzi avrei preso la decisione molto tempo prima! Niente più ritardi. Ottimo. Da buon ritardatario non posso che essere contento. Perdona il ritardo..io…aspetta un attimo, non esiste più il tempo! AHA!. Che idiota che sono. Sono qui l’ultimo giorno della mia vita e mi burlo di un inventato poveraccio che mi stava aspettando chissà da quanto tempo. Tempo. Quante volte l’avrò pronunciato. Non lo pronuncerò più. Non ho tempo. “Puoi dirlo forte amico! Non ne hai più! Non dovrai più preoccuparti di averlo”. “Presto! Andiamo!” Altra frase che perderà molta della sua forza. “Presto rispetto a cosa, perdonami, puoi spiegarmi?” Dovrebbero prendermi come agente puntiglioso per il rispetto dell’abolizione temporale. APRAT. Suona anche bene. Sarei un vero rompiscatole non mi sfuggirebbe nulla. Tutti avrebbero la loro dose di polemica temporale.

 

Io sto bene


La sala era molto affollata. Le poltrone e i divani erano pieni e scricchiolavano ogni qual volta una persona aggiustava la sua posizione. Sui tavolini erano poggiate un numero imprecisato di riviste. Tutta la spazzatura che l’editoria poteva aver prodotto era lì. Alcuni sfogliavano, alcuni guardavano le figure, altri addirittura leggevano. L’inserviente ogni tanto si affacciava alla porta dava un occhiata e si allontanava. Da lontano riecheggiavano i nomi dei pazienti chiamati. G. per fortuna aveva un buon orecchio, altrimenti non sarebbe mai riuscito a comprendere quel mugugno che l’infermiera produceva aprendo la porta. Una signora anziana sedeva accanto a G. “Povera vecchia. Probabilmente sono anni che sta qui ad aspettare”. Stava leggendo una di quelle “riviste”. Muoveva leggermente le labbra come quando si legge a mente. Cosa stesse leggendo rimaneva però un mistero visto che su entrambe le pagine si stagliava una enorme foto. Qualche soubrette credo. “Non ne sono sicuro. Non amo la tv. Non l’oggetto in se, anzi tecnicamente lo trovo affascinante, ma quello che ne scaturisce. Quell’enorme ammasso di vuoto. Non capisco cosa sia successo. Un tempo la tv aveva intenti educativi, conoscitivi. Oggi sembra l’opposto. Appena qualcosa di interessante appariva in quel piccolo tubo catodico, potevi star certo che sarebbe stato cancellato e che non si sarebbe piu ripresentato. Maledetto auditel.” Mentre pensava queste cose G. Stava stritolando una rivista che aveva preso in mano. Resosi conto della situazione, in maniera un po’ goffa cercò di stirare la carta. Nessuno sembrava averci fatto caso. Tantomeno la vecchia accanto a lui che continuava a mugugnare.
La sala era grigia. Non solo i muri, ogni cosa era priva di colore. Ai quattro angoli della stanza c’erano altrettante lampade rigorosamente Ikea. G adorava quelle lampade fino a quando non scoprì che le possedevano la quasi totalità della popolazione mondiale. Soprattutto i dentisti sembravano apprezzarle particolarmente. Nonostante questo G. non poteva trattenere un sorriso alla loro vista.
Sulla sala era calato un profondo silenzio. Anche lo scricchiolio dei divani sembrava essersi placato, come se qualcuno avesse diligentemente oliato il di dietro di tutti i presenti.
Che ora era? Era passato cosi tanto tempo da quando era entrato in quel luogo che G. si era scordato perchè era li. “Che diavolo sto facendo qui?”. Mugugnava come la vecchia accanto a lui. Perlomeno il suo labiale era chiaramente leggibile “C-o-s-a d-i-a-v-o-l-o s-t-o f-a-c-e-n-d-o q-u-i?” G. scandiva il proprio pensiero ma nessuno sembrava farci caso così cominciò anch’egli a mugugnare indefinitamente. “Vediamo. Mi fa male qualche arto? No sembra di no.” Mosse con calma ogni angolo del suo corpo. I movimenti facevano scricchiolare la pelle del divano. La signora accanto non sembrava disturbata dall’improvviso movimento, anzi colse l’occasione per aggiustare la sua seduta e girare pagina. Poi ricominciò il suo mugugno indefinito.
“Niente dolore agli arti. Interessante. Solo qualche scricchilio alle ginocchia.” Ma quello G. l’aveva sempre avuto. Quante volte deve essere sembrato un imbecille. Seduto dava calci al vuoto per far scrocchiare le ginocchia. La cosa gli dava un immenso sollievo. “Potrei avere qualcosa agli occhi…” G cominciò a volgere il suo sguardo a un cartello sul muro. Socchiuse leggermente gli occhi come per concentrare la vista. G l’aveva sempre fatto, Piu un vezzo che altro. G. era ipermetrope ci vedeva anche troppo. Il cartello diceva “sei sicuro di stare bene? Per sicurezza chiedi al tuo medico” subito accanto “un medico al giorno leva le malattie di torno.” cartelli di questo genere erano sparsi ovunque. L’immagine di un medico con il suo stetoscopio puntato verso lo spettatore troneggiava al centro del muro. In basso la scritta “I want you”. la vista sembrava andare piu che bene. La lingua. Forse era la lingua il problema. “troglodita” “tetraedro” le due parole echeggiarono al centro della sala. Qualcuno alzo la testa per poi rimetterla giu. Un signore in fondo chiese “hanno chiamato me?” nessuno rispose.
La lingua sembrava a posto. “Ma insomma che diavolo sto facendo qui. La lingua a posto, idem gli arti, nessun dolore alla testa, gli occhi ci vedono anche troppo. Io. Io credo di stare bene. Si. Io sto bene.” “Io sto bene” ripetè ad alta voce. Tutti si voltarono verso G. A quanto pare tetraedro e troglodita erano due parole molto poco interessanti. Ci fu un mugugno di fondo. Poi la signora accanto a G. chiese “Come dice ragazzo?” “Io sto bene, mi sento bene” disse G. con aria fiera. La donna lo guardò di traverso poi disse “E’ sicuro di stare bene?, magari è solo una cosa passeggera, vedrà che qualcosa le verrà” “Si non faccia cosi. Prima o poi le verrà qualcosa e il medico la visiterà, non si deve agitare”. Tutti sembravano molto preoccupati per la situazione di G. “Magari se prende qualche pasticca potrebbe venirle qualche effetto collaterale. Io ho un po di cortisone se vuole favorire.” “Io sto..voglio dire..” tutto quel vocio e quell’attenzione aveva fatto venire a G. un enorme cerchio alla testa. “Che dolore alla testa” “Ah meno male! Per un attimo mi ha fatto preoccupare” disse la signora voltando pagina. Riaggiustata la sua seduta rientrò in quel suo mugugnare. Il resto dei presenti, tirato un sospiro di sollievo, era rientrato nello stato catatonico precedente alla frase di G. Anche il medico appeso al muro con il suo grande stetoscopio sembrava piu tranquillo. G. Socchiuse gli occhi cercando di lenire il dolore alla testa. Quei maledetti divani scricchiolavano che era una meraviglia e il crepitare delle pagine dei giornali sembravano onde che si infrangevano prorpio contro la povera testa di G. “Speriamo che il medico si sbrighi”.

 

Non sense – Il messicano

– Sei sicuro?
– Ti dico che è lui. Non ci sono dubbi, ho tutta la collezione di xfiles a casa. L’ho visto almeno 4 volte.
– Ho capito, ma, voglio dire la Camusso…
– Hai visto cosa sta facendo, stanno macchinando qualcosa, vogliono freezare l’articolo 18.
– Beh meglio che abolirlo..
– Ma non hai capito?? E’ una sospensione della democrazia, come è una sospensione della democrazia questo governo. E quando finisce questa sospensione?
– 4 anni?
– Nessuno crede alle baggianate sulla sospensione a tempo determinato. Tutte le dittature sono cominciate così, con l’appoggio delle istituzioni, con il patto che una volta sistemate le cose si torna alle regole…solo gli antichi romani sono riusciti a farlo funzionare..
– Quindi tu mi stai dicendo che la Camusso altro non sarebbe che l’uomo con la sigaretta intenzionato a irrompere nel sistema per controllarlo dal suo interno…
– Esatto
– Cosa hai mangiato ieri?
– Messicano perchè?
– No niente. Non ti dava fastidio mangiare etnico..
– Etnico? Messicano Etnico? Sei proprio un razzista…
– Perchè che ho detto?
– Guarda io con i tipi come te non ci parlo. Allora anche il Vietnamita è etnico?
– ….si…
– Lo vedi sei un assoggettato al potere dominante, alla tua cultura. Secondo il tuo ragionamento un cinese dovrebbe andare al ristorante cinese e dire che ha mangiato etnico…
– Ma che centra, io parlavo dal punto di vista…
– Certo sono tutti bravi così, e poi si finisce con il global warming.
– Cosa? Scusa? Che centra il tempo?
– Hai visto che sta succedendo? L’estate più calda degli utlimi 150 anni..
– Non mi pare che faccia caldo adesso…
– Mo’ per due fili di neve
– Un po di più…
– Sta a contà i cristalli sta a contare…Lo sai quanti alberi vengono abbattuti ogni anno? Eh? Quelli non li conti…?
– Quanti?
– ehm…Tanti. Un sacco. Ecco quanti, ma tanto a te che ti frega tu c’hai la tua bella macchina sportiva..
– Una maruti..suzuki…del 97…
– Bravo inquina con le auto vecchie bravo…
– Oh cristo…
– Si attaccati alla religione, tanto tutti li, finite.
– Guarda che sono Ateo
– E’ perchè non credi in niente, ecco perchè. Nella vita bisogna avere degli ideali. Cazzo.
– Ah si? E quali sono i tuoi ideali…
– Io credo che…oh ma che so le 20:10?
– Si
– Ma facciamo tardi allo stadio?
– Eh vabbè..
– Vabbè un cazzo, sbrigati prendiamo la macchina mia…
– Ma c’è il blocco delle auto è domenica…
– Meglio non c’è traffico sbrigati…
– Aspè metto questa roba in frigo…
– Ma che frigo che vuoi rimangiare il cinese il giorno dopo?
– Vabbè è un peccato..
– Ma che peccato ti devi sbrigare andiamo…cazzo…
– Oh vabbè calma!

Pausa

– Si scusa, c’hai ragione. Anzi ti volevo chiedere scusa per prima…il global warming…ideali, l’ etnico..
– Vabbè..è giusto combattere per i propri ideali..
– Macchè ideali, ho mangiato etnico, sto una merda, ogni volta che mangio messicano il giorno dopo compro liberazione, mi viene così non so perchè.
– Vabbè liberazione è un buon giornale, ci sono articoli interessanti..
– Si, l’altro mese ho mangiato vietnamita a pranzo e cinese a cena, il giorno dopo mia madre mi ha trovato a leggere il capitale di marx in edizione russa acquistato su ebay. Mi so venduto pure la play per pagarlo.
– Non sapevo parlassi russo..
– Infatti. Ora sto andando a lezione. Almeno per rientrare dall’investimento. Edizione russa del 1917. Anno della rivoluzione.
– Un cimelio.
– Ho provato a rimetterlo su ebay: scambio Capitale di Marx con PS1. Niente da fare.
– Devi trovare qualcuno che ha mangiato etnico.

 

La lettera


Era di sicuro il lavoro più strano che gli fosse mai capitato. Aveva scritto per pubblicità indegne. Aveva scritto finti articoli per elogiare questa o quella società. Aveva persino scritto per finti profili di finte persone che partecipavano a finti reality. Ma la richiesta ricevuta quella mattina per telefono, l’aveva lasciato senza parole. O meglio senza ulteriori parole. Un “Si” l’aveva pronunciato senza neanche pensare. Quando hai bisogno di soldi il tuo cervello, come una valvola di sicurezza, si preoccupa per te in questo modo. “Si, volentieri”. Come diavolo gli era venuto fuori? Con anche il volentieri a seguire, come se gli fosse stato chiesto “Ti va di andare al mare?”. La domanda era stata invece “Può scrivere la mia lettera di suicidio?”. “Si volentieri”. Volentieri. “Ma certo, volentieri, con grande piacere, non vedevo l’ora! Imbecille”. Dall’altro capo del telefono nessun commento. Solo un “Grazie, le farò avere i soldi direttamente nel suo conto, quello scritto nell’annuncio”. “D’accordo.” Hide rimase con la cornetta vicino all’orecchio ancora per qualche minuto. Dall’altra parte il suono fisso dell’occupato. Ascoltava spesso quel suono. La usava come un sostituto delle droghe sintetiche. Il suono fisso lo portava in uno stato simile all’ubriacatura, senza spendere un solo centesimo. Hide era astemio. Forse per questo quel suono bastava a farlo andare fuori di testa. Il suo amico Hiruko l’aveva spesso invidiato “Diavolo, vorrei avere il tuo potere” “Non è un potere. Non credo esista alcun eroe dei fumetti in grado di sballarsi con il suono dell’occupato” “Beh, ti invidio lo stesso, io devo spendere almeno 2000yen per avere lo stesso effetto, a te basta alzare la cornetta. Diavolo se ti invidio”. Quella volta il suono non faceva alcun effetto. Nulla. Solo un suono fastidioso. Hide staccò l’orecchio e guardò la cornetta come se fosse rotta o avesse qualche problema. Quindi riagganciò. Guardò l’orologio a forma di gatto che teneva appeso proprio sopra il telefono. Erano le 23 e 23. Hide ebbe un sussulto. Aveva la strana idea che ogni volta che l’orologio segnava un numero doppio, qualcosa di brutto sarebbe accaduto. L’unica cosa brutta era che aveva solo poco più di 6 ore per finire il lavoro. Il tizio dall’altra parte della cornetta era stato chiaro. “Voglio andarmene per le sei in punto.” “Capisco”. In realtà Hide non aveva capito nulla. Proprio nulla. Aveva chiesto qualche indizio, qualche evento importante della sua vita, ma il suicida aveva detto che non era importante quello che era stato, aveva solo bisogno di qualcuno che gli facesse fare una buona uscita di scena. “Non sono bravo a scrivere e non voglio che gli altri al mio funerale debbano leggere una brutta lettera d’addio, voglio sia speciale, voglio che sia poetica, voglio che la scriva lei”. Hide sospirò profondamente. Non aveva la più pallida idea di come si scrivesse una lettera d’addio. Non che non avesse mai desiderato di morire, tutt’altro, solo che non aveva mai pensato a scrivere qualcosa. Da scrittore, aveva pensato fosse una cosa banale “Avete così tante cose scritte di mio pugno. Almeno alla fine lasciatemi in pace”. Guardò di nuovo l’orologio. Segnava le 23 e 36. “Cazzo. Sono il solito imbecille. Come faccio a perdere così tanto tempo solo pensando. Non ha senso. Sono un coglione.” Si alzò di scatto, rimanendo intontito dal movimento brusco. Si diresse verso la cucina. Aprì il frigo e prese il latte. Versò l’intero contenuto. Era diventato yogurt. Non dei più attraenti. “Un bicchiere d’acqua è la cosa migliore”. Prese dell’acqua, la sorseggiò come fosse vino. La faceva roteare nel bicchiere quindi ne guardava il colore. Stava riflettendo. I liquidi lo aiutavano a riflettere. Non tutti i liquidi. Ad esempio il caffè non lo attraeva più di tanto. Lo beveva, ma non gli piaceva guardarlo. Il vino rosso, quello si che era bello da guardare. L’olio, extravergine. Avrebbe potuto guardarlo per ore. “Ok, concentrati Hide. Non abbiamo molto tempo e il signore vuole una cavolo di lettera d’addio. Non sarà così difficile. Hai elogiato saponette, scritto jingle per dentrifricio, dialoghi per telenovelas. Non puoi certo farti spaventare da una maledetta lettera d’addio”. Il discorso auto motivante non aveva sortito alcun effetto, se non quello di deprimerlo ulteriormente. L’idea di essere uno scrittore fallito aveva attraversato migliaia di volte la sua corteccia cerebrale, ma era di solito stato sempre respinto con un sordido “Ho solo 30 anni…” Ma quella volta il meccanismo di sicurezza antidepressivo spara endorfina, non aveva funzionato. Doveva essersi inceppato. All’interno del suo cervello si stagliava un enorme messaggio “Ci scusiamo per l’interruzione, ma è in atto un momento depressivo. I pensieri riprenderanno il più presto possibile. Vi ringraziamo per la pazienza”. Hide guardava fisso nel vuoto. Nelle orecchie un fischio ininterrotto accompagnava il momento. “Io devo…insomma basta. E’ un lavoro, è solo uno stupido lavoro.” Prese la sua macchina da scrivere si scrocchiò le dita e cominciò a battere nervosamente sui tasti. “Sono morto!”. “Oh grazie non ce n’eravamo accorti. Pensavamo stesse riposando, come il pappagallo Polly. Polly!! Rispondi Polly!” Hide sorrise. Non poteva non sorridere pensando a quello sketch dei Monty Python. Totalmente surreale, assolutamente irresistibile. “Se dovessi spiegare perchè si ride lo chiederei a loro” aveva più volte detto al suo amico Hiruko il quale, puntualmente, chiedeva: “E’ un gruppo famoso?”. Ma qui c’era poco da ridere. Si parlava di morte. “Always look on the bright side of life…fiu fiu…” “Ok. Basta Monty Python.” “Potrei chiamarlo e cantargliela per telefono? Magari cambia idea. Si, bravo.! Togliti il lavoro. E’ come se l’idraulico chiamasse il suo cliente per convincerlo che quel lavandino in realtà serve a poco e che comunque visto il global warming bisogna risparmiare acqua e quindi non è necessario aggiustarlo. Proprio un genio del marketing non c’è che dire.” Aveva già strappato i primi 4 fogli. Stava vivendo la classica sindrome da pagina bianca. “Non volevo farlo…” Hide guardava le parole appena battute sulla macchina da scrivere. Non era convinto di quell’inizio. Anche se era la cosa migliore venuta fuori fino a quel momento. “Non volevo farlo, ma non ho pututo farne a meno. Lo so, non è giusto. Non è giusto nei confronti degli altri. E’ un gesto egoista. Si prende la giacca e si esce di scena nel mezzo della cena, mentre tutti stanno ancora aspettando il primo…” “Forse il cibo non è una buona idea” “E’ un gesto egoista…Un’uscita di scena poco onorevole. Una fuga. Si. Sto fuggendo. Sto fuggendo perchè in fondo scappare via è la cosa che so fare meglio.” Hide rileggeva ad ogni punto quello che aveva scritto. Come se le parole potessero in qualche modo cambiare ad ogni lettura. Erano tutte li. Esattamente come le aveva lasciate. “Mi sentivo solo. Cominci a sentire la solitudine quando riesci ad ascoltare troppo chiaramente il tuo cuore. E non sto utilizzando una metafora per qualcosa di romantico. Per ascoltare intendo, sentire il rumore. Il battito. Quando conti i respiri. Quando l’ossigeno che ti entra in corpo sembra avere una massa visibile. Quello è il momento in cui sei solo. E’ come se le persone intorno a te producessero una sorta di rumore di fondo che non permette ai singoli di ascoltare e di vedere la realtà come è davvero.” Hide era soddisfatto, sentiva di aver preso la strada giusta. “Mi sono sempre sentito solo. La vità inizia con questo sentimento. Diavolo, è una prova di forza l’inizio. Quando mai nella vostra intera esistenza vi capita di passare 9 mesi da soli. Isolati. I suoni completamente offuscati. L’unica vostra connessione con il resto del mondo, un tubo collegato al vostro ombelico. E’ indubbio sia tremendamente duro. Poi una volta la fuori le cose non migliorano.” Hide guardò l’ora sull’orologio-gatto. Segnava le 3 e 33. Aveva ancora un po’ di tempo. Il blocco dello scrittore era svanito e le dita filavano veloci sulla sua vecchia macchina da scrivere. “Credo che le persone siano come tante isole. Ognuna cerca disperatamente di trovare un appiglio per formare una penisola, qualcosa che riesca a tenerla ferma. Ma le onde sono spesso troppo forti. Mi piace farmi guidare dalle correnti. Credo che gli eventi non vadano forzati. Qualche volta sono riuscito ad attraccare in qualche porto. Brevi ormeggi. Nulla di definitivo. Sono un naufrago sociale. Dove tutti vedono terra, io vedo solo mare. Dove tutti si sentono stanziali io mi sento sempre più forestiero.”

“Se la corrente va in una direzione ci sarà un motivo. ”

“Ho un rapporto complicato con i miei sentimenti. Lo so, ne sono consapevole. Nel lungo tempo necessario per capirli, agli altri non resta che attendere.”

“Forse è per questo che mi trovo qui, oggi. Da solo. A quanto pare poche persone al mondo vogliono aspettare, attendere. Sono tutti cosi impegnati nel costruire il loro futuro.”

Hide respirava più affanosamente, come se l’ossigeno all’interno della stanza fosse diventato più rarefatto.

“Una perdita di tempo. Nessuno costruisce il proprio futuro. Semplicemente si convince di farlo. Come quando si sta in acqua. Ci agitiamo, muoviamo gli arti a mulinello per non affogare, quando sappiamo benissimo che immobili e a braccia aperte potremo galleggiare senza alcun problema.

Hide guardò l’orologio sul muro. Ore 5 e 55.

“Certe volte sembra che le cose nuotino, in realtà galleggiano soltanto”

Mi sono stufato di nuotare, e non voglio essere un tronco che galleggia in mezzo alle correnti.

Sinceri Saluti.

 

 

 

 

 

Hide Ichikawa.

 

Devo smetterla di leggere i termini di servizio

Sto scrivendo. Si sto scrivendo la parola “scrivendo”. Ne sono quasi certo. Almeno questo è quello che sta accadendo nella mia linea temporale. Quella in cui sono sicuro di quello che sto scrivendo. Certamente altrove in qualche altra linea ci sarà un me stesso che non sa assolutamente che diavolo sta scrivendo. Non posso non pensarlo. La teoria dei multiuniversi è oramai cosa assodata. Non si può più pensare che ogni nostra azione sia unica e irripetibile. E’ solo una delle possibili azioni che si stanno svolgendo in un determinato momento, in un determinato universo.

Devo smetterla di comprare Scientific America.

Non fa che peggiorare le cose. Non voglio sapere. Io so di non sapere. Più che altro so di non voler sapere. Eccolo che ritorna. Ogni volta che penso qualcosa non posso non pensare ai vari me stessi sparsi nei possibili universi.
– Lasciate stare! Questa è roba mia! L’ho scritto Io!

Ma che lo dico a fare. Se lo saranno già fregato.

Chissà come l’ha presa la chiesa. La questione dei Multiuniversi intendo. Per poco non facevano fuori Galileo solo perchè diceva che la terra gira intorno al sole. Ora si mette in dubbio anche l’unicità del nostro universo. Probabilmente si limiteranno a dire che salutano i vari Adamo ed Eva sparsi per i possibili universi. In alcuni lui aveva una foglia di fico in altri solo una foglia di noce. In alcuni probabilmente non metteva nulla. In fondo perchè avrebbe dovuto coprirsi? Vergognarsi di cosa? Probabilmente non esisteva la vergogna come concetto. Eva prese una mela. Una pera. Un’arancio. Una carota. No, quella non cresce sugli alberi. Forse in qualche universo non è stato un serpente bensì un verme. Si. L’ha attirata in terra e gli ha fatto raccogliere la carota proibita. Il bianconiglio le aveva detto di stare attenta, ma lei non ha voluto ascoltare.

Devo smettere di scaricare ebook gratuiti di Lewis Carroll.

Magari in qualche universo Lewis Carroll è una persona lucida e compita che ha scritto un racconto su una bambina che veniva rinchiusa in manicomio dopo aver raccontato di un suo incredibile viaggio. Un Carrol un po’ cupo. Non che quello presente nel nostro universo non lo sia. Anzi.
– Cosa esser Tu?
– Io?
– Si tuu?
– Hey dico stai parlando con me?
– Ioo..sii…tuu…cosa esser tuuu?
– Non c’è nessuno qui, dunque stai parlando con me?
Boom. E la testa del grande bruco esplode come un cocomero maturo. Esiste sicuramente un’Alice pulp. Doppiata da Ferruccio Amendola. Senza dubbio.

Devo smetterla di guardare i film doppiati.

Non ha senso. La frase “Robert De Niro in questo film è proprio bravo” è insensata. Avrebbe lo stesso senso dire: “Quel piatto di spaghetti che ho visto in televisione era proprio buono!”. Eppure continiuamo imperterriti a fare apprezzamenti su attori muti. Sulle loro facce. La voce, strumento portante dell’arte attoriale, viene sostituita, appiccicata sulle immagini seguendo logiche di lipsynch. Ma noi non ci facciamo caso. Voi non ci fate caso. Io certe volte credo di impazzire. L’unico modo per rimanere sani e non guardare mai gli attori al di sotto del naso. Appena si scende al labbro superiore è impossibile non accorgersi dell’aberrazione del doppiaggio. Bocche che si muovono per assecondare l’emissione vocale, in qualche occasione in grado di simulare il movimento, ma nel resto dei casi completamente dislessiche.

Devo smetterla di guardare sotto il naso degli attori.

Un vecchio davanti ai miei occhi sta scattando la stessa foto usando una macchina fotografica e un cellulare. La stessa foto con due dispositivi. Ora hanno inventato una macchina fotografica in grado di scattare anche quando non siamo pronti. Appena l’accendiamo comincia a prendere 60 fotogrammi al secondo. In questo modo al momento del nostro scatto avrà già registrato tutte le foto che non siamo riusciti a prendere e tutte quelle che non avevamo mai pensato di fare. Dove è finito il libero arbitrio? C’è una macchina in grado di prendere tutte le decisioni che non ho mai preso e tutte quelle che non avevo neanche in mente di voler prendere? Forse la Apple la metterà sul mercato presto. Imind. “Stanco di pensare? Ci pensiamo noi!”. “Prima di procedere con l’utilizzo di Imind accettare i termini di servizio. Pagina 1 di 1239”. Inizio a leggere. Pagina per pagina. A pagina 5 mi accorgo che ripete i concetti di pagina 2. Pagina 35 è bianca. Nessuno legge mai i termini di servizio. Di conseguenza I termini di servizio hanno cominciato a smettere di essere scritti. Bastano le prime righe e l’aggiunta di un numero spropositato di possibili pagine a scoraggiare anche il più coraggioso dei lettori.
– Cosa leggi?
Termini di Servizio di Itunes.
– Non li ho mai letti come sono?
– Inspiring.
– Davvero?
– No.
– Capisco. Una volta credo di aver letto i Termini di servizio di Ebay.
– E…?
– Niente di che. Ma sono riuscito a rivenderlo quasi subito.

Devo smetterla di leggere i Termini di servizio.

 

Facebook Suicida – 28 ore dopo.

Sonno.
Rumore (offuscato)
Sonno.
Ancora rumore. Questa volta più chiaro. E’ il citofono.
Richiudo gli occhi. Forse se ne vanno. Lo so, non molto responsabile.
Citofono.
Vado.

– Pronto? (la forma troppo simile al telefono mi costringe a usarlo come tale)
– Daniè?
– Non ho capito scusi…
– Danielle?
– Daniele?
– Eh.
– Eh che?
– Daniele?
– Guardi che non c’è nessun Daniele.
– Come?
– Non c’è nessun Daniele.
– Ah. Scusi.

Chiudo. Sento le risate del mio coinquilino provenire dalla stanza chiusa di sotto. Almeno credo. Forse sto diventando paranoico. Mi ridirigo verso il letto. Prima faccio una capatina in bagno “Già che ci sto…”

E’ una giornata plumbea. Almeno credo. La condensa rende impossibile guardare fuori. Non ho voglia di aprire la finestra e compromettere il calore acquisito, solo per sapere che tempo che fa.

Torno a letto. Mi sdraio. Il letto si è freddato. “Maledetto disturbatore”. Disturbatrice per essere preciso. Guardo il cellulare. E’ presto. Mi giro nel letto. Tutto inutile. Sono sveglio. Un pensiero mi ronza per la testa. Ho appena superato le 24 ore di assenza da Facebook. Forse ha ragione Fabio Chiusi non ci si può liberare di Facebook. E li che ronza nel tuo cervello. Continua a occupare la tua ram, malgrado la chiusura. Chissà cosa sarà successo.

Sicuramente qualcosa di incredibilmente interessante. Una di quelle catene di Sant’Antonio. Qualche scoperta incredibile. Un segreto rivelato. Una notizia che gli altri non vogliono pubblicare. Un video che “guardatelo prima che venga cancellato” e poi sta sempre li. Le foto di tutti i capodanni. Mio Dio. In questo caso mi sento fortunato. Ho sempre odiato il momento diapositive. Le serate organizzate per farti vedere le vacanze. Molto anni 80. Una cena organizzata espressamente per mostrarti immagini. “Qui eravamo all’aeroporto. Qui ho preso la valigia. Qui mi è caduta. Qui ho preso l’altra valigia. Qui ho preso la terza valigia. Questa è…” “no aspetta non dirmi. La quarta valigia! Già che c’eri potevi fare un video. Magari a 15 frame. Stile cinema delle origini” Il mio background DAMS spesso causa insoliti silenzi.

Oggi sembra quasi uno scherzo. Le nostre vacanze le riveliamo in tempo reale. Sarebbe come se vi invitassero a casa di qualcuno per mostrarvi la loro pagina facebook su un proiettore. Mi fermo. Magari qualcuno lo fa. Come faccio a saperlo? Beh, comunque non posso smettere di pensare che con Facebook il servizio diapositive è diventato automatico e autoimposto. Prima ti invitavano e non potevi dire di no. Ora lo fai di tua spontanea volontà.

La pioggia comincia a cadere sul tetto. Piove. Ora è il suono a darmi conferma visto che gli occhi non era riusciti a essere più precisi.

Guardo l’orologio. 9:15. Se fosse stata un’ora prima avrei potuto fantasticare sulla coincidenza del 8 e del 15. Oceanic 815. Mi mordo la lingua. Faticosamente calcolo a mente. Al classico ho cambiato 7 professori di matematica. Forse ci metto tanto a fare i calcoli perchè ogni volta ripenso a tutti i nomi dei professori. No. Credo di no. 28. La digressione sul liceo mi permette di calcolare facilmente senza errori. 28 ore. Mi alzo.