Inside Roma Fiction Fest – Jim Belushi

Oggi parte ufficiosamente il fiction festival di roma. Quinta edizione, leggermente in ritardo rispetto alle precedenti (originariamente si svolgeva a luglio), nuova location (Auditorium Parco della musica) e fondi dimezzati.
Ospite speciale per la giornata d’apertura Jim Belushi (fratello dello scomparso Blues Brothers John) che ha intrattenuto il pubblico nella prima Master Class del festival.

Malgrado un presentatore più emozionato che bravo, Jim prende subito le redini dell’incontro e comincia a spron battente a parlare di According to Jim, sitcom di successo da lui interpretata, che nel 2009 si è conclusa dopo 8 stagioni.
Dopo la proiezione di un episodio risalente alla prima stagione, Jim comincia a raccontare la genesi della serie. “Quello che volevo era fare una serie diversa, dove l’uomo a fine puntata non dovesse chiedere “Scusa amore…”. Belushi spiega come ha voluto rompere con le regole della sitcom buonista made in Usa. “Il mio personaggio (cucito addosso, ma dopo l’incontro, direi il contrario) è un uomo vecchia maniera che cerca di fare del suo meglio. Qualche volta ci riesce, qualche volta no, ma non per questo deve chiedere scusa.” Finita la sparata maschilista di chi “porta i pantaloni” Jim si è poi lanciato in una serie di smancerie nei confronti della moglie “che mi ha reso un uomo migliore”. La frase ha fermato appena in tempo due vecchine in terza fila che stavano già preparando le borsette di ordinanza per un pestaggio in piena regola. (ok, potrebbe non essere accaduto NDR)
182 sono gli episodi di According to Jim andati in onda. Belushi ci evita il racconto di ogni singolo shooting, ma ci racconta come il progetto lo senta molto suo. Belushi ha infatti collaborato alla stesura di molti episodi e ne ha diretti la bellezza di 45.
Il presentatore parte con una serie di domande incomprensibili. Se ne capisce una sola.

Nuovi progetti?

“Beh si, c’è un nuovo progetto sempre con l’abc, però non vi posso dire molto. E’ una sitcom, e parla del rapporto tra un padre e una figlia, l’idea è molto semplice, e non vorrei che qualcuno ce la fottesse” “Ci sono molti ladri in televisione.” (Qui potete trovare la notizia di qualche giorno fa)
Il presentatore paonazzo e in difficolta balbetta qualcosa. Jim capisce che è il momento di tirare fuori la sua anima da showman e si lancia in una serie di gag più o meno riuscite. “Adoro il vostro saluto, il doppio bacio, così ho tempo di allungare le mani nelle vostre tasche!” Quindi come un mago, comincia a tirare fuori oggetti dalle tasche mimando al pubblico “queste mutande sono tue! (e al presentatore) oh e questo orologio deve essere tuo!”. Il pubblico apprezza e ride, Jim suda copiosamente. Partono le domande del pubblico

Quali sono i tuoi attori preferiti? A chi ti sei ispirato?

Beh senza dubbio Jackie Gleason, adoravo la sua serie The Honeymooners, non so se qualcuno la conosce da queste parti – il presentatore, fa un gesto come a dire “è poco conosciuta…”. “Beh poi sicuramente adoro Lucy Ball, lei è la madre di tutte le sitcom. Sicuramente Lucy.

Dove hai cominciato a muovere i primi passi?

Al Second City, un teatro di Chicago, facevo improvvisazione teatrale. Da li ci sono passati tutti, è una sorta di crocevia per i comici di talento. Sul palco si sono alternati, Bill Murray Dan Aykroyd, Mike Myers e molti altri. Quel posto mi ha dato molto. E poi la televisione veniva in quel posto a scegliere i suoi talenti! Li ho anche guadagnato il mio esordio al cinema. Il film si chiamava “Thief” regia di Micheal Mann, di base il mio personaggio faceva due cose. Metteva la testa in mezzo alle tette di una ragazza e poi moriva ucciso con 3 colpi di pistola. Una buona morte. Non per vantarmi, ma sono molto bravo a morire.
Poi ho fatto altri film, tra cui Poliziotto a 4 zampe. Devo ringraziare il mio agente per quel film. Quando mi ha proposto il lavoro gli ho detto “Sei impazzito?” “Non andrò a girare un film con un maledetto cane!” “Io lo faccio questo film, ma poi ti ammazzo, anzi prima ti licenzio e poi ti ammazzo perchè non vorrei che poi i giornali scrivessero “Attore uccide agente!”. Il film è stato un successo e il povero Jim ha dovuto chiedere scusa al suo odiato agente “Ora mi tiene in pugno, qualsiasi cosa mi proponga devo per forza fidarmi di lui….”

Com’è recitare con Schwarzy (non è colpa mia è sempre il presentatore emotivo)?

“Adoro Schwarzy, una persona incredibile. Spesso stavamo a parlare nel camper, ma non parlavamo di recitazione, lui parlava solo di affari. Era un tipo sveglio e molto convincente. Una volta ho pensato “Hey quest’uomo potrebbe fare il senatore!” Ma non ho mai capito se era lui ad aver impresso quest’idea nella mia mente!”

Hai lavorato in Italia con Rosi nel 1990 cosa ricordi di quell’esperienza?

“Bellissima adoro l’Italia (si certo come no…sembra il cantante che incita la folla a inizio concerto leggendo su un foglietto il nome della città in cui si trova “…la città più bella al mondo”). Rosi è un regista incredibile. Abbiamo girato a Palermo. Voi italiani avete una tale attenzione per l’intrattenimento, davvero incredibile. (Il presentatore ride, un vocio di persone si chiede “ma a che cosa si sta riferendo?”. Nella mente tutti noi scorrono le immagini di serie come Un medico in famiglia, Sangue caldo, I cesaroni….che sappia qualche cosa che noi non sappiamo? Si la lingua. Non capisce un cazzo di Italiano. Tutti annuiscono, mistero risolto, si torna ad ascoltare le sue parole). E poi ho lavorato anche con Dino de Laurentis, grande produttore, il film era Once Upon a Crime(con un cast misto formato da alcuni attori italiani,Jim e lo scomparso John Candy).

Inevitabili arrivano le domande sul fratello. Jim è molto tranquillo, oramai ci deve essere abituato. Ci racconta la storia della band dei Blues Brothers (con la quale ha prodotto 3 dischi). “Quando Dan Akroyd mi ha proposto di partecipare al progetto musicale, ero un po’ restio. Gli ho detto Danny, io non so se è una buona idea, quella è una cosa di mio fratello, è roba sua non credo sia giusto. (a questo punto Jim si lancia in una imitazione di Dan Akroyd esilarante) E’ la cosa giusta. E’ la cosa giusta da fare. Tu continuerai il suo cammino, ma sarai un nuovo membro della band, avrai un altro nome. Tu sarai il fratello Zee-Blues!” L’emotivo presentatore gli chiede che strumento preferisce. A questo punto Jim tira fuori la sua Harmonica e si lancia in un pezzo blues. Il pubblico apprezza, Jim si diverte. “Il ragazzo ci sa fare” sussurra la vecchina che fino a poco prima voleva sfasciargli in testa la sua borsa corazzata in oro.

Quali sono le tue serie preferite?

Lost, Dexter, poi guardo anche Son of Anarchy, i Borgia e i Tudor.

C’è una serie o uno show italiano che ti ricordi?

(Jim ci pensa un attimo e poi sbotta) “Strip Poker!” In un nano secondo tutta la sala fa un rapido calcolo: 1990. Palermo. Di giorno lavorava, di sera era l’unico momento in cui poteva guardare la tv. Fa che non sia quello. Fa che non sia quello. A questo punto il viso dell’emotivo presentatore si illumina quindi a ralenti pronuncia “Ah…Colpo Grosso!”. Jim Si ricorda. Era quello. Traduzione: cosa ti ricordi della tv italiana? Tette e culi. Beh il panorama non è molto cambiato.

Jim è oramai il presentatore di se stesso. Intrattiene da solo l’intera sala, si lancia in racconti e backstage della sua carriera. Parla di suo fratello, delle imitazioni che sapeva fare alla perfezione “Ha cominciato con mio padre, mia madre, poi è passato a fare Marlon Brando e gli riusciva molto bene. Io so a malapena imitare mia moglie e i miei figli!”

La lunga chiacchierata si conclude con la domanda finale di una ragazza che chiede a Jim del suo viaggio in Albania avvenuto qualche anno fa (Belushi è di origine albanese). Jim prende una pausa. Guarda la ragazza. “Beh i personaggi famosi che provengono dall’Albania sono tre: Madre Teresa di Calcutta, John Belushi e Io. I primi due sono morti! Quindi!!” Poi diventa improvvisamente serio e sottovoce dice “Beh se ti devo rispondere senza troppe battute o giochi di parole: mi mancava mio padre.” Jim è sincero nel ricordo del padre. Si finisce con la lacrimuccia. Le due ore sono volate e Jim si lancia a firmare autografi.

Avrei voluto farvi un video, ma la batteria della mia macchina ha deciso di morire nell’istante in cui Jim è salito sul palco. Poco male, intorno a me c’erano più videocamere che persone. Spezzoni dell’evento saranno presto online. Nell’attesa vi toccherà leggere.

Guarda la GALLERY con le foto dell’evento.

 

Ritorno al futuro – Una storia di scarpe

E’ di pochi giorni fa l’annuncio da parte della Nike della messa in commercio (in edizione limitata) delle Nike Air Mag. Scarpe autoallaccianti apparse per la prima volta nel secondo capitolo della saga di Robert Zemeckis Ritorno al futuro.

Quando vidi quelle scarpe (e il successivo giacchetto autoasciugante) avevo le lacrime agli occhi. Ciò era anche causato da una pallonata che avevo ricevuto in pieno volto prima di entrare al cinema, ma principalmente per le scarpe. Il modello era naturalmente un props. Un oggetto di scena. Una finzione come tutta la piazza di Hill Valley ricostruita nei minimi dettagli. Stessa discorso per quanto riguarda l’hoverboard, la tavola volante di Marty McFly.

Avevo solo 9 anni e già dovevo vedermela con il mio primo trauma. Sconsolato e con un gelato gigante gentilmente offerto da mio padre, tornai a casa, conscio di dover continuare ad allacciarmi le scarpe per chissà quanto tempo.

Molti sono rimasti affascinati dall’idea di non doversi più allacciare le scarpe. Alcuni hanno addirittura indetto una petizione, con tanto di Spot ad hoc.

Quando mi è arrivato il video del commercial Nike (dove compaiono oltre alle scarpe anche il Sindaco di HIll Valley Donald Fullilove, DOC, la star NBA Kevin Durant e l’attore Bill Hader) avevo le lacrime agli occhi. Alcuni bambini stavano giocando a pallone vicino alla mia panchina.


“Dove posso comprarle!” Ho urlato al centro del parco. I bambini si sono fermati quindi hanno ripreso la loro partita. Le scarpe erano in vendita, ma solo in edizione limitata e all’asta per beneficenza (per la precisione a favore della fondazione Micheal J.Fox per la lotta al Parkinson). Partecipanti all’asta Larry Page (avete presente google) Bill Gates e altri multimilionari. Avevo la leggera impressione che non mi sarei mai aggiudicato le mie scarpe autoallaccianti. “Aspetta un attimo…” leggendo qua e là le reazioni della rete al lancio delle Air Mag, vengo a scoprire che le scarpe non sono autoallaccianti. In effetti nello spot non si parla di autoallaccio, anzi il personaggio ripete chiaramente che non saranno disponibili prima del 2015. Dunque? Dovrò continuare ad allacciarmi le scarpe usando le mie mani? (con tono stile Homer Simpson quando in ospedale chiede se può anche lui ricevere le patatine per flebo).

Forse non dovrò aspettare così a lungo. Ok, premessa lunga, ma alla fine ci sono arrivato.

Una ragazza americana che si definisce “time traveler from 1983”, Blake Bevin,  ha preso la questione autolacci molto seriamente. Così nel suo piccolo laboratorio ha cominciato a sperimentare un marchingegno per rendere possibile quello che aveva visto sullo schermo. Dopo i primi esperimenti non andati a buon fine riesce, senza alcuna preparazione tecnica (si definisce un autodidatta, o googledidatta), a creare un primo prototipo.

Per divertimento pubblica il video dell’esperimento su youtube. Passa qualche giorno e il video raggiunge quasi un milione di views. A favorire il successo del video una Hoax, che proprio quel giorno aveva sparso la voce che il 5 luglio 2010 era la data in cui Doc effettua il suo viaggio nel futuro (ahimè per l’entusiasmo ci sono caduto anche io…). Dopo poche ore la truffa viene confutata, ma l’interesse per le scarpe rimane più vivo che mai.


Il successo di pubblico e di critica (i commenti sono entusiasti, credo ci sia anche il mio da qualche parte “I’ll give everything for it!!”) spaventa la nostra giovane inventrice: “Mi sentivo in imbarazzo, un milione di views, interviste per giornali e televisioni. Il mio progetto mi sembrava troppo rozzo per tutte quelle attenzioni. Così decisi di mettermi al lavoro su una versione 2.0” (che potete vedere nel video sopra)

Ma come funzionano le scarpe di Blake Bevin? Semplice un piccolo sensore posto nella soletta della scarpa “sente” la pressione del piede una volta che ci infiliamo le scarpe. A questo punto il meccanismo entra in funzione e automaticamente stringe i lacci.

Per portare a termine il suo progetto Blake decide di mettere la sua idea su Kickstarter, un sito che permette a chiunque abbia un progetto, di chiedere finanziamenti da un dollaro a mille, si da quello che si può. In cambio si diventa coproduttori del progetto e si ricevono gadget in base al finanziamento prestato. 25’000 dollari è il prezzo stabilito da Blake per portare a termine il suo prototipo 2.0 (ora 2.5), che, come ha spesso ripetuto, nasce con intenti sociali. Il progetto è infatti pensato, malgrado il fascino cinematografico, per aiutare anziani e disabili.

La cifra viene raggiunta in poco tempo e Blake comincia a lavorare seriamente al progetto.

Per informare i suoi sostenitori è stato aperto anche un sito ufficiale, dove potete trovare tutti gli ultimi aggiornamenti.

PS.

Nel 2009 la Nike ha depositato un brevetto per scarpe autoallaccianti. Blake ha però molte volte smentito una competizione tra il suo modello e quello della nike. Secondo la Bevin il suo modello avrà un funzionamento e una destinazione d’uso differente. A chi le ha chiesto se è mai stata contattata dalla Nike o da altre Major delle calzature Blake ha sempre risposto negativamente.

PPS.

Se proprio non ce la fate ad aspettare, nel frattempo potreste fare un giro su questo sito. La replica della statuetta d’oro di Indiana Jones costa solo 190 dollari.

 

Stranger than fiction


Stranger than fiction. Più strano della finzione. La pellicola di Marc Foster (Neverland, Monster Ball) è balenata davanti ai miei occhi per caso. E’ il classico film che sai di voler vedere, ma ti sfugge continuamente, si nasconde, ti saluta salvo poi scappare via in mezzo alla folla. Ieri l’ho preso per la giacca, l’ho messo nel mio lettore dvd e l’ho fatto mio.
Sapevo poco della storia, un meta-film (come si poteva anche intuire dal titolo) incentrato sulla vita di un personaggio di un racconto che a un certo punto si rende conto di essere parte di una finzione. Meglio. Sa di essere reale, di vivere un mondo reale, ma allo stesso tempo di essere soggetto alla penna di uno scrittore.
Il film si apre proprio con una voce narrante che descrive la routine, vuota e noiosa, del protagonista. Una grafica on screen molto accattivante “misura” ogni singolo elemento della vita di Harold (questo il suo nome), un ispettore del servizio fiscale americano, tremendamente ferrato, guarda un po’, quando si tratta di numeri. Ogni istante della sua vita è scandito da sequenze numeriche pedissequamente applicate. 76 spazzolate di denti, 38 da sotto a sopra, 38 da sopra a sotto, 57 passi per isolato, per 6 isolati. Ogni giorno della settimana per 12 lunghi anni. Ma un giorno, un mercoledi, il fido orologio da polso, preciso guardiano del tempo che passa, avrebbe per sempre cambiato la vita di Harold Crick.

Cosa fareste se un giorno scopriste di essere parte di un racconto, parto della penna di uno scrittore (scrittrice in questo caso) che, peraltro, ha deciso che l’unico modo per finire il suo romanzo sia uccidervi? L’unico modo che Harold ha per cambiare il suo destino è incontrarla, spiegarle le sue ragioni e convincerla che non merita di morire. Ma da dove cominciare? Sicuro di non essere pazzo, Harold chiede aiuto al professore Jules Herbert, esperto di narrazione che, malgrado la follia della richiesta, decide di prestargli attenzione. L’unico che può aiutarlo a trovare una scrittrice, non è un poliziotto, un detective e neanche un super eroe, ma un professore di letteratura. Spulciando ogni singola virgola e inflessione della voce narrante, Jules cercherà di portarlo dal suo potenziale “assassino” prima che sia troppo tardi. In realtà il professore è più attirato dalla sfida di scoprire l’autore della finzione conoscendo solo il suo personaggio, ma con il passare del tempo non potrà che affezionarsi al suo amico di finzione.

La premessa del film è attraente. Sarà che sono fissato con tutto ciò che gioca tra reale e finzione e che sono in parte convinto che qualche volta la mia vita sia in realtà scritta da qualcuno con un pessimo senso dell’umorismo, ma questa pellicola mi piace. Ricorda in un certo senso Essere John Malckovic, senza però tutta quella dose di paranoia che il film di Spike Jonze (e, non dimentichiamo, scritto da Charlie Kaufman) racconta. Stranger than fiction è spensierato, dolce, e visivamente più pulito, anche dal punto di vista fotografico. Tutto è luminoso, simmetrico, minimalista. Le case dei personaggi sono semi vuote, arredate solo con qualche mobile sparso. Tutto è irrealmente preciso, fino a quando Harold non scopre cosa sta succedendo. Non appena realizza il suo stato, l’atmosfera cambia. Harold comincia a sbattere addosso alle persone, perde l’autobus, si lava i denti senza contare le spazzolate e nel mezzo di questa rivoluzione numerica, finalmente, trova l’amore.

Tutto secondo i piani dunque? Il più scontato dei lieto fine? Neanche per sogno. L’avventura di Harold non sarà così facile come sembra. Altro non vi posso dire altrimenti il film, invece che vederlo, finirete per leggerlo. Ma sappiate che Stranger than Fiction saprà colpire il vostro cuore di lettore e cinefilo lasciandovi piacevolmente sorpresi.

Nel cast oltre a Will Ferrell (un perfetto Harold Crick) ci sono anche Emma Thompson (la scrittrice, nonchè voce narrante) Dustin Hoffman (magistrale) e Maggie Gyllenhall (non preoccupatevi, nessuno sa pronunciarlo correttamente, probabilmente neanche suo fratello Jake).


 

Cinema fatto in casa – Raiders of The Lost Ark Adaptation


Dopo la visione di Super 8 mi sono detto: “E adesso?” Voglio dire “E adesso cosa scrivo? Una recensione? No. Una riflessione? No. Un analisi filmica scena per scena di tutti i riferimenti ai film della Ambling production. Ma che sei impazzito? E poi qualcuno lo avrà già fatto. Ho capito, ma è palese il riferimento, voglio dire, ok non è un remake, ma per il numero di elementi presenti, possiamo tranquillamente dire che si tratti di una sorta di “adattamento”. Non di un film, ma di un intero filone. Quindi? Quindi credo scriverò qualcosa riguardo a “Raiders of the lost ark: adaptation”. Ok. Fai come ti pare, io ho smesso di seguirti.

Raiders of the lost ark: adaptation.

Quando per la prima volta ho visto Indiana Jones ho pensato: “Da grande voglio fare l’archeologo!”. Ho per questo fatto il Dams che a giudicare dalla considerazione che ha nel mondo del lavoro è stato più o meno lo stesso. Due ragazzi americani, hanno avuto un’altra idea. Finita la proiezione si sono guardati negli occhi e si son detti “Dobbiamo rifarlo”. E per rifarlo intendevano “Rigirarlo”. Scena per scena. Un’operazione filologica mastodontica, se pensiamo che i due avevano poco più di 11 anni e una videocamera Betamax (che di li a poco si sarebbe miseramente estinto come formato). Gus Van Sant ha rigirato Psycho di A.Hitchock aggiungendo come unico cambiamento il colore della pellicola e qualche taglio in più nella famosa scena della doccia. Ma lui aveva soldi e attori del calibro di Viggo Mortensen. I tre ragazzini, per la precisione Chris Strompolos, Eric Zala and Jayson Lamb, avevano dalla loro solo un grande entusiasmo e una memoria di ferro. L’idea di girare l’adattamento venne ai tre nel 1982, un anno dopo l’uscita del film Raiders of the lost ark. All’epoca l’homevideo non era rapido come ai nostri tempi e i tre potevano vedere il film solo al cinema. Dopo una scorpacciata di immagini, Eric Zala, che da grande voleva fare il fumettista, si mise a disegnare ogni singola scena del film e dopo poco aveva pronto uno story board di quasi 600 inquadrature. Quello sarebbe stato la loro mappa per produrre il film. Per girare il loro capolavoro ci sono voluti quattordici lunghi anni. Si avete capito bene. Quattordici anni. Avendo a disposizione solo le pause estive la troupe veniva sciolta alla fine di agosto per essere ricomposta l’anno dopo. Questo ha causato non pochi problemi. In primis il fattore “adolescenza”. Il film non è stato girato cronologicamente e questo fa si che in molte scene si noti chiaramente il cambio di voce dell’attore (sapete quando nella tempesta ormonale i dodicenni alternano voci bianche a cavernicoli rutti?) o la presenza di una barba posticcia.
Il resto è storia: la prima presso l’Alamo Drafthouse Cinema di Austin, correva l’anno 2003, era piena fino all’ultimo posto. Si racconta che a scoprire la pellicola fu Eli Roth e che Spielberg finita la visione del film non abbia potuto trattenere uno sconsiderato entusiasmo. Stando a Wikipedia, Scott Rudin e la Paramaount pictures avrebbero acquistato i diritti sulla storia dei ragazzi per realizzarne un film.
Se siete curiosi (e spigliati con google) il film si trova abbastanza facilmente, intanto qui sotto potete dare un’occhiata ai primi 10 minuti. Buona visione.