[UPDATED È TORNATO!] Tutto finisce, soprattutto quando è gratis: chiude Box Office Mojo

Senza preavviso, e senza spiegazioni, Box Office Mojo è tornato online. Se volete potete leggere il mio sproloquio prima del ritorno online.

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È sparito così, da un minuto all’altro. Un secondo prima eri a li a vedere quanto aveva incassato First Blood (aka Rambo da noi) e un secondo dopo ti trovi proiettato sul sito di IMDB. Sperduto pensi ad un errore di battitura. Riprovi. Niente da fare. È tutto vero. Box Office Mojo, dalla fine degli anni 90 uno dei punti di riferimento, per conoscere gli incassi presenti e passati dei film di tutto il mondo ha chiuso i battenti. Rien va plus, le jeux son fait…e qui si ferma il mio francese. Morale della favola da oggi dovremmo trovare informazioni altrove. IMDB ha un sistema simile (non a caso aveva acquistato Mojo, lasciandolo però un sito indipendente) ma molto meno chiaro e soprattutto molto meno aggiornato.

Come avete potuto vedere la cosa è stata presa benissimo. Ma perchè arrabbiarsi? Perchè lamentarsi? Abbiamo mai tirato fuori una lira per quel servizio? La risposta è no. Ed è una risposta che si adatta perfettamente ad altre domande simili. Abbiamo mai pagato per Google Reader? No. E se domani chiudesse Google Maps? Gmail? O se il servizio venisse trasferito altrove? Potremmo lamentarci in qualche modo? Si, ma sarebbe solo una perdita di tempo. Ogni forma di protesta sarebbe inutile nonchè infondata. Tanto per farvi venire un po’ di ansia un giornalista del Guardian ha calcolato la vita media dei prodotti Google. Risultato? In media un servizio Google “vive” 1459 giorni (poco più di 4 anni). Questa è la free economy in cui siamo finiti, questo è il mondo in cui vivremo nei prossimi anni. Un mondo in cui tutto è a portata di mano, molto spesso gratuitamente, ma in cui tutto potrebbe sparire in un battito di ciglia.

Per chi non ci vuole credere un lumicino c’è: il destino di Box Office Mojo è ancora incerto, anche se il silenzio di Amazon (proprietario di IMDB) e il repentino cambiamento non fanno ben sperare. Nel frattempo potete ancora contemplare l’indicizzazione del sito, Google, lo ricorda ancora.

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La foto post è presa da qui.

 

HFR (Higher Frame Rate) – La nascita del cinema iperrealistico.

Iperrealista. La prima parola che è balenata nella mia testa quando i primi fotogrammi di Lo Hobbit (non così pochi vista la velocità doppia rispetto al cinema fino ad oggi conosciuto) sono lentamente penetrati nella mia retina oculare. Non so cosa abbia potuto pensare il primo spettatore del cinema a quella proiezione organizzata da un paio di pazzi francesi quella sera del 28 dicembre 1895, ma credo che la parola potrebbe essere stata la stessa: iperrealista. “Oh mio Dio, una locomotiva! Fuori di qui!”. I nostri occhi sono abituati a ben altro, la reazione è più composta, quasi interamente racchiusa nei nostri occhi che strabuzzano ad ogni dose di immagini che a velocità incredibile vengono riversate nel nostro campo visivo.

Quando la prima volta sentii parlare di HFR (Higher Frame Rate) ho storto il naso (peraltro il mio setto nasale deviato rende l’espressione ancora più pronunciata). Il cinema DEVE essere più lento della realtà. Quello sfarfallio nel movimento è ciò che lo rende diverso. E’ il filtro della finzione. Appena vediamo un immagine cinematografica ci rendiamo istantaneamente conto di essere davanti a una messa in scena.

Qualche anno fa mio padre mi regalò una videocamera. La mia prima mini dv. L’entusiasmo era alle stelle. Una camera digitale. Finalmente potevamo fare cinema! Mi sbagliavo. Le immagini erano impastate, fare un fuoco selettivo (oggi si fa anche con un cellulare) era praticamente un miracolo. Tutto era a fuoco sempre (quando c’era luce) e soprattutto quei maledetti 50 frame al secondo rendevano tutto così INTERLACCIATO!

Torniamo al mio naso storto. Non la deviazione del setto. All’espressione e al suo significato di disapprovazione.

50 frame (48 per l’HFR) per me volevano dire “televisivo”. Scadente. Interlacciato. L’equivalente dei filmini delle vacanze semplicemente molto più nitidi una volta che l’alta definizione aveva invaso il mercato con telecamere sempre più piccole ed evolute. L’idea che quel tipo di immagine potesse in qualche modo arrivare al cinema mi faceva rabbrividire. Dovevo vedere. Dovevo guardare il male dritto negli occhi per poi criticarlo amaramente. L’ho fatto. E questa è la mia testimonianza.

Scorrono le prime immagini. Tralascerò ogni mio commento sul film. Non è di questo che voglio parlare e non è per questo che sono entrato al cinema. Il fantasy non è il mio genere. Odio le fenici. Non ci posso fare niente.

L’impressione di fluidità è lampante. Tutto scorre ad una velocità insensata. Tutto è nitido. Nei primi istanti ci si sente travolti dalle immagini. I primi movimenti di macchina a volo d’uccello danno le vertigini (capisco per quale motivo alcuni hanno avuto la stessa reazione). Compaiono le prime figure. L’effetto è esattamente quello che mi sarei aspettato. L’occhio percepisce la differenza nelle immagini. All’inizio mi ha ricordato quell’effetto che si ha con alcuni tipi di televisori. E’ una tecnologia digitale che “inventa” (con un software) i frame che mancano per arrivare a 50. Un film quindi prende quella strana visione “realistica” in cui il movimento è fluido e nitido. Troppo nitido. Qui però le cose sono diverse. I frame ci sono, sono 48, ma sono reali e non inventati.

Dopo pochi minuti l’occhio si abitua. E’ incredibile come siamo in grado di adattarci ai cambiamenti (come ai continui aggiornamenti del diario di Facebook). Comincio a guardare cercando di pensare il meno possibile alla tecnologia. E’ impossibile. Lo Hobbit è la sua tecnologia, come Avatar è stato il battesimo del vero 3D. L’HFR non è un orpello, un surplus all’immagine, è un nuovo tipo di immagine. Un nuovo tipo di cinema, forse un altro tipo di linguaggio che necessita di un nuovo tipo di approccio. Più volte durante le riprese di Lo Hobbit Jackson ha fatto notare come tutto andava rivisto. In HFR tutto è visibile, anche il minimo dettaglio. Costumi, trucco, effetti speciali, tutto deve essere più preciso, ineccepibile. Quando riesci a vedere i pori della pelle di un attore (e non stiamo parlando di un dettaglio, ma di un normale primo piano) non puoi permetterti di lasciare nulla al caso. L’HFR è quello che mancava al 3D e lo si nota maggiormente nei momenti più concitati. In Avatar alcuni movimenti di macchina a mano (nei combattimenti) perdevano di forza perchè impossibili da “leggere”. Con 48 frame questo problema non si pone. Tutto è leggibile (anche dal vostro stomaco) con un effetto spettacolare senza pari.

Forse ho esagerato nel paragonare l’HFR all’inizio del cinema, forse il salto non è così grande, e forse il cinema rimarrà ancorato ai suoi 24 frame al secondo, ma quanto ho visto oggi ha stravolto il mio modo di guardare le immagini. Iperrealista. Questa la parola che è balenata nella mia testa quando il primo dei 48 fotogrammi per secondo è entrato nei miei occhi. Sono curioso di conoscere la vostra.

(L’immagine del post è un quadro di Alyssa Monks)

[UPDATE] A questo LINK potete trovare il trailer del film in HFR (credo sia simulato, ma rende molto bene l’effetto).

 

Alieni nel condominio – Attack the block

Qualche tempo durante l’incontro con la stampa per la presentazione di Homeland, ero rimasto abbastanza sorpreso da alcuni commenti dei due attori protagonisti della serie. Entrambi inglesi emigrati negli USA spiegavano come l’Inghilterra non fosse in grado di produrre storie “vendibili” all’estero, ma si limitasse a girare film troppo locali.

Ma è proprio da un film “locale” (talmente locale da essere interamente ambientato in un condominio del Sud di Londra) che ho avuto la conferma che i due si stavano sbagliando. Questo è “Attack the block” probabilmente il miglior action film uscito nel 2011.

D’accordo forse ho alimentato troppe aspettative, quindi adesso abbasso un po’ il tono raccontandovi la sinossi.

Un gruppo di ragazzi assiste per caso alla caduta di un oggetto non identificato. E’ un alieno dalle piccole dimensioni. I ragazzi, non proprio dei bravi ragazzi, si lanciano al suo inseguimento e lo finiscono a suon di bastonate. Orgogliosi del loro trofeo, chiedono allo spacciatore di zona se possono nasconderlo nel suo appartamento per un po’. Siamo a capodanno e la città è invasa da fuochi di artificio di ogni sorta. Ma alcune di quelle luci non sembrano causate dai fuochi. L’invasione ha avuto inizio. Gli unici a rendersene conto sono la piccola gang di ragazzi che con l’entusiasmo e l’incoscienza tipico degli adolescenti si lancia alla caccia dell’invasore. Dopo poco si rendono conto che la cosa migliore da fare e rinchiudersi nel “block” e da li provare a difendersi. La battaglia ha inizio.

Il film vede alla regia l’esordiente Joe Cornish, meglio conosciuto per essere stato presentatore e autore del programma in onda su BBC6 The Adam and Joe Show, in coppia con il suo amico Adam Buxton.

Le sue prime esperienze dietro la macchina da presa consistono in alcuni backstage, prima nella stagione 2 di Little Britains e poi nei due film (Shaun of the Dead, Hot Fuzz) del suo amico e collaboratore Edgar Wright (produttore esecutivo di Attack the block).

Nel 2006 viene chiamato a fare la regia della pilota di Modern Toss, ma per alcune divergenze con la produzione viene cacciato.

Joe non si da per vinto e dopo aver diretto il videoclip del singolo di Charlotte Hatherley “I want you to know” nel 2011 arriva finalmente a dirigere il suo primo feature film, Attack the block.

La pellicola è un successo di pubblico e critica. Malgrado la distribuzione limitata (il film è prodotto in collaborazione con Channel4 e Canalplus) riesce a incassare più di un milione di sterline in UK e altrettanto negli USA. In america viene però osteggiato dai distributori per paura che il pubblico non possa comprendere lo slang londinese. In un Q&A durante la presentazione in USA Joe Cornish ha chiesto espressamente al pubblico se fosse riuscito a capire tutto. La risposta è stato un coro di “YES”.

Come già ci aveva abituato Edgar Wright, in Attack the Block fioccano le citazioni dei film di genere, caratterizzate dall’inconfondibile umorismo nero inglese. Ai dolci ragazzini di Spielberg (o del più recente Super 8 targato J.J. Abrams) si contrappone la gioventù dei sobborghi londinesi che quando trova un alieno caduto sulla terra, pensa che la cosa migliore da fare sia inseguirlo e finirlo a bastonate (ET è stato fortunato a non atterrare nella zona di Elephant and Castle).

Il film dimostra come la new wave inglese (che ha il suo apripista in Edgar Wright, e in televisione con Tom Green e il suo Misfits) è più viva che mai. A differenza degli Stati Uniti, questo tipo di pellicole prova come i soldi non sono un fattore determinante, anche se ci troviamo davanti a un action movie. Attack the blocks ha tutto quello che serve, un ottimo cast, una direzione impeccabile (alcuni hanno paragonato l’esordio di Cornish a quello di Neil Blomkamp per District 9 e addirittura al più blasonato Quentin Tarantino) degli effetti speciali all’altezza della situazione e dei dialoghi taglienti e mai banali.

La storia è il centro del film, una storia “locale” dal respiro globale. Perchè quando ci si trova davanti a un’invasione aliena non importa chi siamo e da dove veniamo, importa solo salvare la propria pelle.

Se vi chiedete dove sia il film. Tranquilli. In Italia non è uscito. L’unico “avvistamento” è stato durante l’ultimo Festival di Torino. Nessuna data per una release in DVD.

[UPDATE] Il film è arrivata finalmente anche da noi, dopo una breve apparizione al future film festival.

 

Jalmari Helander: il J.J. Abrams della Lapponia

Siamo nel 2003. Una casa di produzione Finlandese pubblica sul web un cortometraggio dal titolo “Rare Exports Inc.” Protagonisti tre cacciatori dall’incredibile coraggio. Tra le sperdute terre della Lapponia si lanciano in una caccia senza esclusione di colpi. Chi è la preda? Che domande. Babbo Natale.

Il corto, regia di Jalmari Helander è girato come un spot pubblicitario. Una voce suadente (stile Jack Daniels) ci racconta la storia dei cacciatori, e il motivo della loro caccia. E’ in Lapponia che vengono catturati e addestrati i Babbi Natale di tutto il mondo.

Ma perchè tutto quest’odio nei confronti del povero Babbo Natala?

“In Finlandia abbiamo questa leggenda di questo personaggio dalle lunghe corna. – racconta il regista – Viene usato per spaventare i bambini durante il Natale. Se non si comportano bene il mostro viene e ti sculaccia o qualcosa del genere. E’ l’opposto della versione americana di Santa Claus. In un certo senso volevo onorare la tradizione!”

Dopo il buon successo di pubblico la Woodpecker Film decide di produrre a stretto giro un sequel dal titolo “Rare Exports: The Official Safety Instructions”. Sono passati quasi due anni e dietro la macchina da presa siede sempre Helander. La realizzazione ricorda molto i video Dharma presenti nella serie Lost, e in un certo senso anche il marchio della Rare Export sembra nel design quello della Dharma. Per finire il talento visivo (e il gusto per la citazione) di Jalmari ricorda quello del Re-Mida J.J.Abrams.

“Il primo corto è costato 4000 dollari. Dopo il successo del secondo la casa di produzione era intenzionata a produrne un terzo, ma a questo punto mi sono detto: perchè non farne un lungometraggio? E così è stato. Mi ci sono voluti quasi 4 anni per scrivere la sceneggiatura. Che aggiunti ai tre anni precedenti, fanno quasi sette anni a pensare a Babbo Natale.”

A questo punto il regista decide di rischiare ancora di più e cerca di adattare la sua storia per un lungometraggio. A dispetto di quanto si possa pensare non ci sono stati problemi a trovare i soldi. “Malgrado la violenza del soggetto, ho trovato molte persone entusiaste. Ci è voluto davvero poco a trovare il denaro. Tra il giorno in cui ho finito di scrivere lo script e il primo di riprese è passato meno di un anno. Nessuno ha mai avuto da ridire sulla storia”.

La storia viene stravolta. Il titolo rimane lo stesso, ma questa volta con il sottotitolo: A Christmas Tale. L’intero cast torna al completo (compreso il bambino del secondo capitolo, con qualche anno di più) per sventare un piano ordito dai “cattivi” Yankee americani. Un Tycoon di una non ben definita zona degli Stati Uniti si lancia alla ricerca della tomba di Babbo Natale e la trova nella misteriosa montagna di Korvatunturi Mountain. Nascosto centinaia di metri in profondità c’è il corpo di Santa Claus.

“L’idea del film è più basata sul folklore Finlandese. Un gruppo di americani vuole recuperare il terribile Babbo Natale, perchè non sa nulla della nostra cultura e non si rende conto del pericolo. Ho pensato di cambiare completamente la storia invece che mettermi ad allungare quella già raccontata nei due corti precedenti” (Mi ricorda qualche cosa…Vietnam? Iraq? Afghanistan?)

Il film è comunque attraversato da molte citazioni tratte dai corti precedenti, appositamente “abbandonate” nella pellicola, per la gioia dei Fan di vecchia data. Il film è stato un successo planetario, ed è stata la pellicola Finlandese che ha raggiunto il maggior numero di paesi. “All’inizio è stato difficile venderlo, perchè nessuno capisce che diavolo stanno dicendo i personaggi. Per questo sono ancora più orgoglioso, se ha superato anche la barriera linguistica allora deve essere per forza un buon film!”

Naturalmente, come spiega il regista: “Molte sono le cose “Lost in translation”, incomprensibili per un pubblico non finlandese. Anche il modo stesso come le persone pronunciano le parole ha un significato, non traducibile a parole. La cosa incredibile è che dovunque lo guardassi riuscivo a trovare le stesse reazioni negli stessi punti. Naturalmente in ogni paese il risultato è stato diverso.”

Ma dopo tanto parlare, ecco un po’ di immagini tratte dal trailer.

Da tempo si vocifera di un interessamento da parte di Hollywood per un remake made in USA. “Si è vero. Potrei andare li e farlo io, c’ho anche pensato, ma poi mi sono detto, e se poi rovino tutto, e uccido lo spirito del film? La cosa mi spaventa troppo per ora. Certo potrei fare più soldi e magari lavorare al sequel che ho in mente (una Mega film catastrofico in cui tutti i babbi natale superano i confini finlandesi e portano il terrore in tutto il mondo) ma per ora preferisco non farlo. Farò un film in lingua inglese, ma voglio cercare di tenermi alla larga da Hollywood, almeno fino a che non avrò un buon progetto.

Se siete curiosi di sapere come sarà il suo prossimo film, beh, sappiate che lo descrive in questo modo: “Mamma ho perso l’aereo incontra Rambo”. Mi ha già convinto.

L’intervista al regista integrale potete trovarla qui.

 

Netflix – Una videoteca nel vostro salotto [UPDATED]

Sono oramai due settimane che sto utilizzando Netflix, il servizio di video streaming a pagamento che permette di vedere, direttamente sul proprio computer una selezione di centinaia di titoli (PS3 e Xbox sono supportati, ancora non disponibile la versione portatile, almeno in Europa). La scelta è molto varia, si possono trovare serie tv, film, documentari, stand up comedy e molto altro.

Il log in è immediato e volendo si può fare attraverso Facebook. (in questo momento in UK c’è un offerta con il primo mese gratuito).

Al momento della registrazione vi verrà chiesto qualcosa riguardo ai vostri gusti cinematografici. Ad ogni genere potrete rispondere selezionando il vostro grado di interesse. Il sistema di feedback servirà a creare una vostra “playlist” personale di suggerimenti basati sulle vostre preferenze.

La scelta

Netflix dispone di un catalogo molto vasto. Le serie televisive più importanti sono presenti (Dexter, Breaking Bad, The ITCrowd, The Office e molte altre) anche se non sempre è possibile avere accesso a tutte le stagioni. Stesso discorso per i film. Netflix non cerca di prendere il pubblico della prima visione. Seguendo il famoso principio della coda lunga, Netflix si rivolge a quel mercato che il mainstream lascia totalmente scoperto. Con l’apertura dei grandi multiplex e la consequenziale chiusura dei cinema d’essay Netflix può ridare vita ai grandi classici o farvi scoprire perle scomparse nella convulsa distribuzione cinematografica moderna. Tra le categorie più interessanti quella dei documentari (genere difficile da trovare nei media tradizionali) la più fornita tra quelle presenti nel catalogo (e, differenza dei film di finzione, molto più aggiornata).

 

Prezzo

Netflix propone un entry level davvero molto accattivante con 6 pound al mese (5.99) è possibile avere accesso illimitato a tutto il catalogo. Questo vuol dire che possiamo guardare ogni film, anche più di una volta, con il solo limite di non poter usare lo stesso account su due device contemporaneamente. (a quanto pare fino a due è ancora possibile, al terzo andrà in errore.)

Paragonato ai servizi di SKY o Mediaset Premium non sembra esserci partita, rimanendo dell’idea che non avremo modo di guardare il film in prima tv o l’ultima stagione della nostra serie preferita.

Qualità video

Netflix offre un ottima qualità visiva. Testato con una adsl a 7 megabit non ha mai dato segni di cedimento. E’ possibile vedere film in SD e HD (non tutto il catalogo). Nei momenti di lag automaticamente il player “sfoca” l’immagine adattandosi alla banda disponibile. MOlto buono il sistema di FF e REW che permette di muoversi all’interno del filmato in maniera molto semplice grazie a un sistema di thumbnail che ci mostra il fotogramma della scena.


 
Il sistema di suggerimenti

Arriviamo al punto fondamentale che secondo me vale l’intero servizio: il sistema di suggerimenti. Alla fine di ogni “proiezione” Netflix vi chiederà un voto da dare al vostro film. In alcuni casi vi verrà chiesto di specificare quanto spesso guardate un certo genere di film. Le domande (all’inizio più frequenti) diventano man mano meno assidue mentre il sistema crea, all’interno della Home, delle playlist autogenerate dei film che potrebbero soddisfare i vostri gusti.

Malgrado qualche incongruenza (alle volte dei film vengono ripetuti in diverse playlist che non corrispondono al genere) il sistema funziona alla perfezione e rende la ricerca di un film estremamente interessante.

Last but not least, se proprio non ci fidiamo dell’algoritmo creato dai ragazzi di Los Gatos (qui trovate una curiosità riguardo alla sua creazione suggeritami da Fabrizio Cariani), è possibile leggere le migliaia di recensioni degli utenti (le recensioni sono molto ben scritte a dimostrare quanto il pubblico di Netflix sia un pubblico preparato) prima di prendere la propria decisione finale.

Se proprio volete decidere è sempre presente in alto sinistra il classico “Search” per andare direttamente al contenuto desiderato.


 
Conclusioni

Netflix è un servizio rivoluzionario e permette una fruizione cinematografica incredibilmente coinvolgente. L’on demand è la feature principale, ma una delle sensazioni più piacevoli che mi ha dato è stata quella di riscoprire il fascino retrò della videoteca. Con Netflix, anche se in versione digitale, è possibile rivivere quel gusto per la scoperta che Blockbuster e simili portavano con se. Nell’epoca del palinsesto personalizzato è bello perdersi nel catalogo di Netflix e, in un certo senso, lasciare al caso (sapientemente indirizzato dal sistema di preferenze) la scelta del nostro film.

Se amate il cinema (e le serie) e riuscite a stare senza l’ultimo Harry Potter o il blockbuster di turno, allora Netflix è quello che fa per voi.

Quando arriva in Italia? Le notizie sono ancora confuse. Si parlava di fine 2011 ma, come avrete notato, ciò non è avvenuto. I più pessimisti parlano addirittura di 2013. Staremo a vedere.

UPDATE

A quanto pare dopo più di 2 anni finalmente le voci di un arrivo si stanno trasformando in qualcosa di più concreto. Stando al Corriere.it (che ha parlato direttamente con un dirigente di Los Gatos) Netflix potrebbe arrivare nella prima metà del prossimo anno. Queste le parole ufficiali “Non abbiamo ancora fatto annunci in termini di apertura a nuovi mercati. Ma non possiamo escludere l’arrivo già dalla prima metà del prossimo anno”. Staremo a vedere.

UPDATE 21 Maggio 2014

Niente. Lasciate ogni speranza voi che entrate. Netflix con questo Tweet ha annunciato l’imminente “invasione” dell’Europa. Ma dell’Italia, ancora nessuna traccia. Aprono in Lussemburgo, ma niente Italia.

 

Houston we have a problem! – Antologia Cospirazionista

Siamo mai stati sulla luna? E’ un po’ di giorni che questa domanda rimbalza tra i miei neuroni (neuroni problematici, lo so). In una delle mie random viewings su Showyou mi salta davanti agli occhi un video. Il titolo è abbastanza accattivante: “Houston we have a problem!”. Non posso non guardare. Come non ho potuto non guardare più o meno tutto quello che mi è capitato sotto agli occhi fino a quel momento. Ma questo è un altro problema.

A quanto pare il programma spaziale americano non è stato frutto dello sforzo economico della Nasa e del know how di persone come l’ex nazista Werner Von Braun. C’era qualcun’altro che forniva informazioni e tecnologia agli americani: i comunisti (poi dici che Berlusconi non c’ha ragione, so sempre i comunisti). Si avete sentito bene. Nel mezzo della guerra fredda un paese comunista ha aiutato gli Yankees ad arrivare dove nessun uomo è mai stato prima. Ma di chi stai parlando Giacomo? Hai bevuto di nuovo?

Siamo in Yugoslavia. Tito ha appena preso il potere. La CIA è in cerca di alcuni documenti dell’ingegnere sloveno Herman Potcnik. I suoi scritti avevano già influenzato il lavoro di Von Braun e altri scienziati interessati alla possibilità dei viaggi spaziali. In questi documenti sarebbero celati alcune importanti progetti e studi essenziali per la corsa allo spazio. Malgrado gli sforzi la CIA non riesce a mettere le mani sui disegni del buon Potcnik. Qualcun altro li ha preceduti: Tito. In poco tempo il presidente yougoslavo costruisce un laboratorio segreto nel quale sviluppare il suo personale programma spaziale. Tra Russia e USA si nascondeva dunque un terzo interprete nella corsa allo spazio. Dopo qualche anno la CIA scopre che la Yugoslavia ha già una tecnologia spaziale molto avanzata. Perchè spendere soldi ed energie quando si può comprare il pacchetto già pronto? Gli USA comprano (con milioni di dollari) la tecnologia dalla Yugoslavia che prende parte attivamente alla costruzione dell’Apollo 11.

Qui sotto il trailer del, così definito, docudrama.

Verità? Menzogna? In rete molti si domandano se non sia solo l’ennesimo tentativo di sfruttare la passione delle persone per le teorie cospirazionistiche.

Qualche tempo fa il regista francese William Karel realizza Operation Lune (The Dark Side of the moon) nel quale racconta come gli Stati Uniti nel tentativo di arrivare prima dei russi nella corsa allo spazio, abbiano deciso di fingere l’allunaggio. Il documentario presenta tra i testimoni Donald Rumsfeld, Dr. Henry Kissinger, Alexander Haig, Vernon Walters, Buzz Aldrin e la vedova di Stanley Kubrick, Christiane Kubrick.

Il film malgrado la folle teoria portata avanti rimane plausibile per quasi 40 minuti. La maestria con cui Karel mischia realtà e finzione fa si che lo spettatore dimentichi quasi subito di trovarsi davanti a un mockumentary. I personaggi intervistati sono infatti reali. Solo in un paio di casi ci troviamo davanti a personaggi secondari o sconosciuti (la segretaria di Nixon è interpretata da un attrice). L’abile montaggio di materiale di repertorio e nuovo materiale abilmente mescolato rendono quasi impossibile discernere tra quello che Karel ha scritto e quello che è realmente successo. Quando in una foto dell’allunaggio l’inquadratura si allarga lentamente a mostrare una copia della sceneggiatura di 2001 odissea nello spazio abbandonata in mezzo alla (finta) sabbia lunare non potete non sentire un brivido scorrere lungo la vostra schiena. William ci aveva già abituato a film come questi. Durante un suo viaggio a Los Angeles aveva realizzato un Mockumentary in cui raccontava la messa al bando delle sigarette negli Stati Uniti (molto prima dei divieti che di li a poco avrebbero interessato tutti i luoghi pubblici).

Operation Lune

Nel documentario cospirazionista “A funny thing that happend in the way to the moon” vengono mostrati alcuni incredibili video inediti, in cui si vede Armstrong riprendere la terra dall’oblò dell’apollo 11. La ripresa mostra il nostro pianeta durante lo spostamento verso la luna. Ma c’è qualcosa che non torna. Una strana ombra si sposta durante le riprese. Qualcuno sta volontariamente creando un effetto ottico per simulare una diversa esposizione solare sul nostro pianeta. (QUI trovate la sequenza) Nelle immagini finali si vede Armostrong riaprire l’otturatore della telecamera e svelare la reale posizione dell’apollo 11. 9 ore prima dell’allunaggio le immagini mostrano chiaramente gli astronauti ancora in orbita intorno alla terra. La luna è ad almeno 3 giorni di distanza. “Ma se sono andati sulla luna, perchè avrebbero dovuto fingere qualsiasi cosa durante il viaggio?” si domanda la voce narrante. Forse gli americani si erano resi conto che sarebbe stato impossibile superare la così detta Van Allen radiation belt? (Una “cinta” oltre la quale si è bombardati da pesanti radiazioni causate da venti solari).

“A funny thing that happend in the way to the moon”

Secondo i documenti ufficiali della NASA l’Apollo 11 riuscì a evitare le radiazioni facendo passare i suoi astronauti lungo il ciglio della “cinta” in questo modo evitando le radiazioni più forti. (Qui trovate qualche notizia in più)

Tra tutte le teorie cospirazioniste sul possibile allunaggio umano (qui trovate tutto) il problema delle radiazioni è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del popolo dei Maulderiani. Molti astronauti che sono stati in orbita intorno alla terra hanno detto di aver visto strani flash illuminarsi nel buio dei loro occhi. Allucinazioni? Non proprio. A quanto pare le radiazioni presenti nell’orbita terrestre (molto inferiori a quello fuori dalla Van Allen Belt) causano questro strano effetto. Le radiazioni sottoforma di piccoli proiettili subatomici colpisono la retina dell’occhio, la quale manda un falso segnale che il cervello interpreta come un’improvviso raggio di luce. Inutile dire che questo tipo di fenomeni, malgrado il fascino, siano nocivi per l’uomo. Molti astronauti tornati dalle missioni spaziali hanno infatti riscontrato casi prematuri di cataratta. (Qui ulteriori info)

Se gli astronauti sui nuovissimi shuttle hanno avuto problemi con le radiazioni cosa potrebbe essere accaduto ad Armstrong e compagni di sicuro forniti di tecnologie di protezione non paragonabili alle moderne spedizioni spaziali?

Se avete fame di cospirazioni, di domande senza risposta e misteriosi video miracolosamente ritrovati, la rete è un infinito calderone di informazioni. Per controllare la veridicità delle fonti il nostro Paolo Attivissimo è un ottimo confutatore di Hoax. Quindi di tanto in tanto se avete bisogno della vostra Skully a riportarvi con i piedi per terra, fate un salto sul suo sito.

Se invece impavidi volete continuare a viaggiare nel magico mondo della cospirazione senza freni. Beh allora sappiate che non sono stati gli americani ad andare sulla luna per la prima volta. Non è stato Tito a costruire il primo modulo per allunaggio. Non è stato Gagarin il primo uomo a viaggiare nello spazio nè la piccola Laika il primo essere vivente a uscire dall’atmosfera terrestre. E’ il 1938 (lo stesso anno in cui Orson Welles mandò in onda il radiodramma “War of the Worlds”) e a Santiago del Cile (dove poi il radiodramma di Welles venne rimandato nel 1949, causando, di nuovo, panico incontrollato) viene ritrovato un piccolo modulo spaziale. Qui inizia la storia di “First Man on the Moon”

 

Le Idi di Marzo – Goodnight Clooney.

Come si può raccontare il mondo della politica? Le stanze del potere, gli inganni, le ipocrisie. Molti sono stati i registi e gli autori che hanno cercato di fermare su pellicola quel mondo che ogni giorno, sopra le nostre teste, decide il nostro destino. Non ultimo ci prova George Clooney con il suo Idle of March. Ma prima di cominciare è bene fare un piccolo ripasso.

Back to the future

Nel 1988 HBO ha prodotto una miniserie dal titolo Tanner ’88. La serie girata sotto forma di Mockumentary (falso documentario) immaginava di seguire l’ipotetica campagna elettorale per le primarie democratiche del candidato Tanner. La serie, come ha raccontato Altman, è composta da 2/3 di scrittura e 1/3 di “found art” o improvvisazione se vogliamo tradurne il significato. Avversari di Jack Tanner nella corsa alla presidenza i due governatori Jessie Jackson e Micheal Dukakis (entrambi realmente in corsa per le presidenziali quell’anno). L’autore Garry Tradeau ha raccontato più volte come l’idea del Mockumentary non sia venuta subito. All’inizio voleva creare un prodotto con il quale le persone potessero avere l’impressione di “rubare” dalla realtà. Di essere spettatori, voyeaur, di un avvenimento. Per aumentare quest’effetto la HBO ha utilizzato una palinsestazione a mio modo di pensare geniale. Invece di mandare in onda le puntate con cadenza settimanale come chiunque avrebbe fatto, ha deciso di mandare gli episodi adattandosi ai tempi della vera campagna elettorale in atto in quel periodo. In questo modo, la finzione creata dalla coppia Altaman/Tadenau si fondeva perfettamente con la cronaca raccontata da giornali e televisioni. Tra le guest star della serie anche Robert Redford che apparirà come Governatore impegnato a fare il suo Endorsment per Jack Tanner. Qualche anno più tardi il Sundance Channell (di proprietà di Redford) rimanderà in onda l’intera serie con una piccola introduzione per ogni puntata dell’attore Micheal Murphy il quale racconta la sua esperienza confrontandola con l’attuale situazione politica.

Ma Redford deve aver sempre avuto un debole per il genere. Nel 1972 è infatti protagonista del film The Candidate regia di Micheal Ritchie (regista di alcuni successi anni ’80 come “Il bambino d’oro” e “Come ti ammazzo un killer”, nonchè apripista del genere demenziale stile Scary Movie, con la pellicola Student Bodies nel 1981). Il film segue la storia di un giovane avvocato impegnato a difendere i deboli. Malgrado il padre sia John J. Mc Kay, un’importante governatore degli Stati Uniti, Bill (questo il suo nome) si è sempre tenuto alla larga dalla politica fino a quando Marvin Lucas, un political advisor del partito democratico, lo sceglie come candidato fantoccio da contrapporre all’imbattibile avversario Repubblicano Jarmon. L’idea dei democratici è quella di piazzare un candidato giovane e inesperto da immolare, per evitare di mandare un’uomo più importante a bruciarsi la carriera politica (Non vi ricorda un certo Rutelli?).
Bill decide di accettare l’offerta di perdere le elezioni. In cambio potrà portare avanti la campagna elettorale senza alcun controllo del partito. Bill pensa sia una buona idea e in questo modo crede di poter dar voce alle sue idee liberali (aborto, controllo della armi). Anche se consapevole della sconfitta, Bill, venuto a sapere di essere fortemente sotto nei sondaggi, cerca di rimettere le cose a posto. Con una mirata campagna mediatica riesce a mettere in difficoltà il suo avversario, giocando sul suo charme e la sua giovane età. I sondaggi risalgono fino a farlo arrivare a pochi punti di distanza dal candidato republicano. Il padre di Bill a questo punto è costretto a uscire allo scoperto e spiegare il suo non appoggio per il figlio. I maligni pensavano che stesse indirettamente appoggiando il repubblicano Jarmon. Il padre di Bill spiega la sua assenza come una forma di rispetto nei confronti del figlio che “vuole farcela da solo”. Jarmon spaventato dalla risalita del giovane rampollo di Mc Cay crede sia venuto il momento di fare un dibattito pubblico. A questo punto Lucas e la retroguardia democratica vista l’incredibile vicinanza nei sondaggi intimano a Bill di seguire le loro regole e di non lasciarsi andare a discorsi troppo emotivi. Bill accetta, ma poco prima della fine del dibattito pubblico si lascia andare ai suoi rimorsi di coscienza vomitando tutto il suo ego rivoluzionario. La sua gaffe politica viene arginata dal padre che a sorpresa interviene dopo il dibattito complimentandosi con il figlio e il suo modo di fare verace, che gli ricorda politici di altri tempi. Bill vince le elezioni. Vince grazie ai suoi advisor. In questa parabola politica ha però dovuto rinunciare alla sua energia rivoluzionaria, risucchiata dagli interessi di partito. In una famosa scena, Bill, scappato via dalla festa per la vittoria, chiuso dentro una stanza d’albergo domanda al suo advisor, nonchè fautore della sua vittoria: “E adesso che si fa Marvin?”.

Goodnight and Good luck e torna a studiare.

Scusate, credo di essermi dilungato. Ma la storia del film di Ritchie è così avvincente e attuale che meritava di essere raccontata. Malgrado lo spoiler sarete perfettamente in grado di guradare il film. La regia sporca (camera a mano e correzioni visibili) rende perfettamente la caoticità di una campagna politica. Quasi 30 anni dopo George Clooney con il suo Idle of March cerca di fare la stessa operazione. Risultato? Fallimentare. La storia di Clooney invece che porre la sua attenzione sul candidato alle primarie, sposta il peso sul ruolo dell’advisor. Sarà lui a perdere i suoi ideali (come li aveva persi il personaggio di Redford). La differenza sta in una realizazzione tecnica scadente da parte di Clooney che risulta troppo formale e lento nel raccontare un mondo che è invece altamente adrenalinico. Il ritmo del film è cadenzato, spezzato da alcune interruzioni musicali (stile videoclip) del tutto fuori luogo e per nulla diegetiche allo svolgimento degli eventi (vogliamo parlare della scena con il pianista). La politica nel film di Clooney è solo una scusa, un argomento forte, che serve ad attirare l’attenzione dei media. Il suo pensiero finale “la politica è un fango in cui sarà difficile non sporcarsi le mani” non aggiunge nulla a quello che è già stato raccontato e che anche un vecchio al bar è in grado di raccontare. Forse Clooney ha fatto un passo più lungo della gamba. La politica è un argomento controverso, difficile da raccontare senza finire nello stereotipo o nel giudizio a priori. La sua prova come attore è per finire molto al di sotto delle aspettative. Il suo personaggio cerca di scimmiottare Obama (le foto della campagna ricordano innegabilmente quelle “Hope” che tutti ricordiamo) in un modo non del tutto chiaro. Il suo physique du rôle nel frattempo sembra ricordare Kennedy continuando a confondere le acque (il sexgate infine richiama Clinton!). Si ispira a Obama? Vuole raccontarci le sue rinunce? Il suo essersi piegato ai giochi di potere, alla guerra? Queste supposizioni non escono chiare dalla pellicola che invece, malgrado il cast stellare, risulta sottotono. Il personaggio interpretato da Seymore Hoffman è l’unico riuscito in un marasma di characheter appena accennati e che sembrano più sagome che veri e propri personaggi. Forse Clooney dovrebbe tornare a quella televisione che tanto bene aveva saputo descrivere con Goodnight and Goodluck, questa volta da spettatore. E’ infatti uscita da poco la serie Boss prodotta da Startz (un’emittente canadese). Uno spaccato della politica Usa assolutamente sbalorditivo. Una regia che nulla ha da invidiare al cinema (non a caso c’è Gus Van Sant dietro la pilota) e un interprete, Kelsey Grammer, che ricorda per la bravura e la forza un gigante del passato come Orson Welles.

Trailer di Le idi di Marzo

 

La morte dell’originalità – Ci salveranno gli scienziati?

Premessa

Sono sempre stato ossessionato dall’originalità. L’idea di dover per forza scrivere qualcosa di mai visto prima. Per un periodo della mia vita è stato un chiodo fisso. Poi durante la stesura della mia tesi di laurea ho avuto un’illuminazione. Soggetto della tesi i Fratelli Marx. Per cercare ispirazione e tranquillità spesso mi nascondevo in biblioteca a leggere. Sono un lettore a targhe alterne. Ci sono momenti in cui divoro libri in pochi mesi e altri in cui non riesco neanche a guardare una copertina senza sentire un senso di ribrezzo. In quel caso stavo leggendo un libro raccolto a caso nella biblioteca. Quando devi fare una cosa tutte le altre diventano improvvisamente interessanti. Dovrebbero utilizzare questa tecnica anche a scuola. “Allora ragazzi per domani mi raccomando NON leggete da pagina 33 a pagina 42. Mi raccomando.” Potrebbe non funzionare. A 15 anni quando non c’erano compiti non mi pareva vero. Il libro in questione era “La camera chiara” di R. Barthes. Un libro sulla fotografia. Barthes era solo appassionato di fotografia e ci si rapportava da un punto di vista semiotico. Malgrado le sue mancanze tecniche è riuscito a descrivere lo spirito della fotografia come nessun altro. Finii il libro tutto d’un fiato. Uscito dalla biblioteca andai in libreria e ne comprai una copia. Non potevo non averlo. Non sapevo spiegarmelo ma quel libro aveva cambiato qualcosa nella mia coscienza. Aveva immesso un virus in circolo. Non riuscivo a vederlo ma mi sentivo diverso. I giorni passarono. La tesi andava avanti. Io continuavo a scrivere. Uscito da un colloquio con il mio relatore mi fermai un secondo nel cortile interno dell’allora sede del DAMS. Conoscevo bene quel posto. Eppure lo stavo guardando come se fosse la prima volta. C’era qualcosa che me lo rendeva diverso. Presi la mia moleskine e appuntai questa frase “Per disegnare un foglio bianco bisogna per forza tracciarne i contorni”. Riguardai quello che avevo scritto. Mi sembrava la cosa più banale che avessi mai scritto, per di più l’avevo messa in bella mostra sul primo foglio del taccuino. “Bravo Giacomo, ora tutti penseranno che sei un deficiente”. Quella scritta è rimasta li a fermentare. Per un po’ l’ho dimenticata. Aveva però alterato il mio spirito. Era parte del cambiamento che “La camera chiara” aveva cominciato. Scrivere qualcosa di originale è praticamente impossibile. Quel fuoco che si ha dentro, quando si comincia a scrivere o produrre il proprio materiale, quella ricerca spasmodica dell’inedito del mai sentito è una battaglia persa. Non è possibile. La frustrazione è il primo sentimento con cui scontrarsi. Segue la depressione. Creare qualcosa di originale è una missione impossibile. La camera chiara mi ha preso in quel momento e attraverso la metafora della fotografia mi ha fatto crescere. Uscire dalla stupida convinzione che “originale” corrispondeva a “mai visto”. Ora lo so. La fotografia è stata per me il mio mentore. Quando si fotografa qualcosa si sta riproducendo il reale. Esiste già non ha bisogno di essere fotografato. Eppure ci sono alcune foto che sono diventate opere d’arte. Il punto di vista di chi fotografa fa la differenza. Il tempo di esposizione. L’inquadratura. La velocità di scatto. L’obbiettivo utilizzato. Trovare il corrispettivo di questi elementi nel proprio campo creativo è il lavoro che bisogna fare per trovare la propria stella polare e da li, cominciare a creare davvero.

Fine premessa

A metà ottobre qualcuno scrisse su twitter “Oggi volevo andare al cinema, ho aperto la pagina della programmazione di sala e per un attimo mi sono sentito negli anni 80”. Era il 14 ottobre e per uno strano gioco del destino due film degli anni ’80 tornavano in sala lo stesso giorno, si tratta di “The Thing” e “Footloose”.

Oggi, dopo aver comprato un paio di pantaloni a soli 8 pound da Primark (gli altri che avevo sono tutt’ora zuppi di sapone e acqua…poi vi spiego), e vista la pioggia battente fuori dalle vetrate del South Shopping center, mi sono imbucato al cinema. Compro un biglietto per The Thing. Ero un fan del film di Carpenter (1982) a sua volta remake dell’originale del 1951 The thing from another world.

La pellicola regia di Matthijs van Heijningen jr. (il padre è un produttore) è tecnicamente un prequel del film di Carpenter. I fatti raccontati sono quelli che riguardano la prima spedizione norvegese in Antartide che poi verrà scoperta da Kurt Russel e compagni nella versione del 1982. Il film ripercorre passo passo il suo predecessore. E’ uno strano prequel. Alcuni elementi ci raccontano qualcosa in più su “la cosa” ma nel resto del tempo sembra una sceneggiatura ricopiata male. Stesse dinamiche, stessi personaggi (alcuni traslati), addirittura una strana somiglianza tra il personaggio spaccone di questa versione e quello interpretato da Kurt Russell. Alla fine del film (niente spoiler vi sto per raccontare la prima scena della versione 1982) il regista ci ripropone la stessa scena d’apertura già vista in Carpenter di fatto rendendo possibile un’ipotetica visione consecutiva con il suo sequel del 1982 (scusate ma il paradosso temporale crea confusione)

Per quanto riguarda la realizzazione tecnica, il film è uno splatter moderato. Carpenter senza CGI era drammaticamente più “gore”. Malgrado Van Heijninger jr. cerchi di non abusare della computer grafica e in molte scene utilizzi Props in carne e ossa (prese dal macellaio) il risultato è comunque scadente. I colpi di scena sono tutti al posto giusto e per questo scontati dall’inizio alla fine. La colonna sonora (realizzata da Marco Beltrami) non è neanche lontanamente paragonabile a quella del 1982 del maestro Ennio Morricone (ascolta). Lo stesso concetto di sound design è completamente stravolto. Il minimalismo della versione 1982 che rifletteva un senso d’ansia imperante lungo l’intera pellicola è solo a tratti riprodotto nel remake 2011. Esco dal cinema poco convinto. Non sono un fan dei remake (anche se questo è stato “travestito” da prequel) ma non riesco a resistere al fascino di riscoprire una vecchia passione. So che ne sarò deluso, ma non posso evitarlo (e qui i Freudiani potranno sparare le loro teorie).

Malgrado la mia delusione il mercato sembra andare in tutt’altra direzione. Non devo essere un audience di riferimento per Hollywood. Gli anni ’80 sono ovunque. Non solo nei titoli che ripetono il passato, ma anche nei generi che cercano di riprendere ciò che aveva funzionato. JJ.Abrams produce un ET dei nostri tempi con Super8. Todd Philips con il successo di “Una notte da Leoni” e “Parto con il folle” cerca di riportare in auge un certo tipo di commedia anni ’80: la coppia Galfianakis /Downey.Jr ricorda molto quella Steve Martin/John Candy in “Un biglietto per due”. Infine l’imminente “The Sitter”, con la star demenziale Jonah Hill (che nel frattempo ha lasciato il suo lato comico, e molti dei suoi chili, per interpretare la sua prima parte drammatica in Moneyball al fianco di Brad Pitt) sembra un remake velato di A Night On The Town (In Italia “Tutto quella notte” da non confondere con “Tutto in una notte” regia di John Landis) regia Chris Columbus più conosciuto per film come Mamma ho perso l’aereo!

D’accordo, ma se l’investimento vale la spesa niente da dire. A quanto pare non è così. Nessun remake prodotto in questi anni ha mai superato l’incasso dell’originale. Tra i peggiori “Conan il barbaro” (-71millioni di dollari), Halloween (-99m$) Omen (-181m$), per finire con il disastro Arthur (-205m$) (fonte CNBC.com). Calcolando il livello di inflazion, anche buoni risultati al botteghino si traducono in veri e propri flop. Hollywood ha quindi capito l’antifona? Neanche per sogno! Scorrendo la lista di possibili remake in programma nella prossima stagione cinematografica la cosa diventa ancora più seria: Point Break, Robocop, Total Recall, Il corvo, addirittura Corto circuito con l’indimenticabile numero 5 sarà lucidato e rimesso a nuovo per un terzo capitolo (scritto da Dan Milano autore di Robot Chicken) 15 anni dopo la sua ultima apparizione.

Che Hollywood abbia perso la sua ispirazione? Che tutte le storie siano già state raccontate? Siamo destinati a un futuro di soli sequel di sequel come immaginava una memorabile scena di Balle Spaziali?

La situazione è così preoccupante che all’MIT (il famoso centro di ricerca di Boston) l’argomento è diventato materia di studio. E’ stato infatti da poco aperto Il centro “For future story telling”. Un centro in cui sarà possibile sviluppare nuovi modi di raccontare storie. Un nuovo approccio alla narrazione che cerca di assecondare i cambiamenti (sociali ma anche tecnologici) all’interno della nostra società. Le storie diventano così più interattive e il pubblico diventa parte integrante del processo narrativo. Ci salveranno gli scienziati?

http://www.media.mit.edu/research/center-future-storytelling

 

Coincidenze Giurassiche

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Premessa

– Per quale motivo i musei sono pieni di vecchie ossa di dinosauri?
– Perchè non possono permettersene di nuove…

Ok. Potete non ridere, non era questo il motivo della battuta, nel caso contrario vi siate messi a ridere non c’è problema. Potete comunque farlo.

Fine Premessa.

E’ da un po’ di tempo che i dinosauri sono tornati a invadere la mia immaginazione. Li avevo lasciati un paio di decadi fa’ agli albori dell’adolescenza. Dopo tutti questi anni hanno mantenuto intatto il loro fascino. Non c’è nulla da fare, l’idea che dei giganti si muovessero indisturbati sulla stessa terra dove ogni giorno camminiamo è un qualcosa di estremamente eccitante (anche qui vale il discorso sul ridere o no).

Tre sono gli elementi che hanno riportato in vita i giganti dal passato.

Jurassic Park (Micheal Crichton)

Ho da poco finito di rileggermi (in originale) Jurassic Park, di Micheal Crichton e sono ancora convinto che sia uno dei libri di fantascienza (ma non cosi Fanta-) più plausibili che abbia mai letto. Quando ho scoperto che nel 1997 un gruppo di scienziati giapponesi ha provato a riportare in vita un Mammuth rimasto congelato nel permafrost, non avevo più dubbi: Jurassic Park non è un libro di fantascienza. L’equipe giapponese ha seguito un processo molto simile a quello del romanzo di Crichton: il DNA congelato di un mammuth estratto dal permafrost della Siberia è stato unito a quello di un elefante. L’idea è quella di inserire il DNA dell’animale estinto in un ovulo di elefante dal quale è stato precedentemente eliminato il DNA originale. Nel caso di successo, l’ovulo verrà quindi impiantato in un elefante adulto che ne porterà a termine la gravidanza. L’esperimento, sulla carta possibile, è fallito. Il DNA congelato è infatto molto instabile e deteriorato dalle basse temperature. Ma l’appuntamento è stato solo rimandato. Nel 2008 un’altra equipe capeggiata dal prof. Teruhiko Wakayama è riuscita nell’impresa di clonare un topo congelato da 16 anni. L’esperimento ha portato nuova linfa nel progetto tanto da far stabilire una data per la riuscita dell’incredibile clonazione. Secondo lo studio degli scienziati giapponesi in 5 anni sarà possibile avere un Mammuth vivo e vegeto nel nostro ecosistema.

The end of an Era (di Robert J. Sawyer)

Sono al Roma Fiction Fest in attesa di entrare nella sala teatro studio. Verrà proiettato Case Histories. C’è un ritardo, 40 minuti per la precisione, un folto gruppo di spettatori si è accampato vicino alla sala “Teatro Studio”. Alcuni si scambiano opinioni su quello che hanno visto. Una discussione particolarmente accesa ha attirato la mia attenzione. Mi avvicino per seguirne lo sviluppo. Si parlava di Terra Nova la nuova serie targata Steven Spielberg. Un ragazzo raccontava di come non avesse per nulla apprezzato la nuova “opera” Spielberghiana. “Uno spreco di soldi, e poi che razza di fantascienza è quella?” Entro nella discussione e dico la mia. La puntata pilota non mi è dispiaciuta, niente di eccezionale, ma non per questo una brutta serie. Certo con un budget del genere non si può fare un prodotto filologico. Si deve cercare tutto il pubblico possibile e Terra Nova si muove proprio in questa direzione: Effetti speciali, azione, romance e mistero. Il ragazzo non sembra convinto, anche se accetta alcune delle mie attenuanti. Ribatte dicendo che comunque per lui la fantascienza è ben altro. “Niente a che vedere con Sawyer!”. L’argomento mi interessa e il nome mi ricorda qualcuno, ma non sono certo. Chiedo maggiori informazioni. “Robert J. Sawyer, il libro credo si chiami End…End of an Era”. Mi segno immediatamente il nome.
Il giorno dopo cerco, inutilmente, una copia del romanzo. A quanto pare è fuori catalogo (come ti sbagli…). L’unica possibilità è cercare online. Kindle. Lo scarico. Comincio a leggere. End of an Era racconta la storia di due scienziati (un paleontologo e un biologo) che tornano indietro nel tempo (65 milioni di anni) per cercare di scoprire qual’è stato il motivo dell’estinzione dei dinosauri. Inutile direte voi. Lo sappiamo già. Meteorite e poof! l’intera popolazione scomparsa nel nulla. Questo è quello che vediamo nei fossili, ma non è detto sia l’unica spiegazione possibile. I reperti ci dicono che non c’è più traccia del loro passaggio dopo i 65 milioni di anni, non ci dice però con certezza quale è stata la causa. I resti di Iridio, quarzo e microdiamanti potrebbero derivare dall’impatto di un meteorite, ma allo stesso tempo sarebbero potuti essere già presenti sul pianeta terra. Nessuno nega che un meteorite sia precipitato sulla terra, il golfo del messico è un’impronta inconfutabile, ma Sawyer non si fida: se ci fosse dell’altro? Un evento che i fossili non possono raccontare, un evento così importante da cancellare un’intera razza? Non vi posso dire altro, il resto dovete leggerlo. Per la cronaca Sawyer, pluripremiato scrittore canadese, è anche l’autore di un romanzo chiamato Flash Forward. Vi dice niente?

Tyrannosaur

Londra. Cammino in uno dei mille cunicoli della metro. Nelle orecchie gli auricolari sparano Squealing Pigs degli Admiral Fallow diretto nel mio povero timpano, oramai martorizzato da 20 anni di Walkman. A Londra se non indossi un paio di cuffie ti senti in difetto, come se fossi uscito senza pantaloni. Un’isolamento forzato, diligentemente portato a termine. Nessuno ha intenzione di comunicare con altri esseri umani. Le persone sono addirittura in grado di fissare un punto nel vuoto, l’unico libero, dove nessuno sguardo può essere incrociato. Ogni individuo è fornito del suo Iphone. C’è chi gioca, chi legge libri, chi guarda la sua serie preferita, chi sfoglia sms. Se dovessi immaginarmi un action figure del perfetto londinese avrebbe di sicuro un iphone tra i gadget. Tra le modalità di gioco, “Isolamento mode”, “Drunk Mode” e l’immancabile “Business Mode”. “Mind the gap!”. Il mantra dell’undergroung londinese (ci hanno fatto anche le magliette) mi riporta alla realtà. E’ la mia fermata. Scendo. Passo di fronte a un enorme cartellone pubblicitario. Mi fermo. E’ la locandina di un film. Il cielo è grigio, tendente al marroncino. Due enormi alberi in contro luce si innalzano sino a limite del cartellone. Uno è leggermente più alto dell’altro. Al centro la figura di un uomo, una silhouette. Il suo volto è nero come la pece. Ma c’è dell’altro. Sotto i suoi piedi riusciamo a intravedere il terreno sottostante. Le radici degli alberi sono perfettamente visibili e ci guidano nelle viscere della terra dove si staglia un enorme scheletro, perfettamente conservato, di un Tyrannosauro. L’animale è in una posizione fetale, come se sentisse il peso di quello che si trova in superfice. Malgrado il riferimento Cretaceo, si capisce subito che non ci troviamo di fronte a un Kolossal ad alto budget su un enorme mostro che si risveglia nel cortile di una casa in South London. Niente di tutto questo. Tyrannosaur è un film indipendente inglese, prima regia dell’attore Paddy Considine. Fulcro del racconto il rapporto tra Joseph (Peter Mullan), un uomo violento la cui rabbia lo sta portando lentamente all’autodistruzione, e Hannah (Olivia Colman) una donna dolce e indifesa con un terribile segreto. La pellicola ha avuto un’ottimo successo nei festival in cui è stata presentata, ed è considerato uno dei migliori film inglesi dell’anno. L’uscita prevista per l’Italia è assente nel sito Imdb. Il film uscirà in Svezia, Russia, Grecia. Ma noi abbiamo Ezio Greggio quindi siamo a posto così.

Esco dalla metro, fermata Waterloo. Mi dirigo verso il BFI Imax. Faccio il biglietto. Caro, ma qui il cinema è qualcosa di insensatamente costoso, quindi, poco male. Se devo vedere qualcosa in sala, almeno voglio che lo schermo sia alto come un palazzo di tre piani. Salgo le scale. Attendo. L’ultima volta che ho visto questo film in sala correva l’anno 1993. La computer grafica era ancora un oggetto del mistero. Regia di Steven Spielberg con Sam Neil, Laura Dern e Jeff Goldblum, ma questa è un’altra storia (e soprattutto un altro articolo).

PS. L’articolo è stato scritto, editato e uploadato interamente dal mio Ipad. Per fare questo ho utilizzato l’app ufficiale WordPress (che ha qualche strana mancanza), Photoshop Express e Sketchbook Pro. Abbiate pietà.

 

Quentin Vs Coen – Spoke Art Exhibition – Film su tela.

Premessa

L’altro giorno ho fatto un sogno incredibile. Mi trovavo in un Bar. Accanto a me, proprio davanti ai miei occhi c’era Jeff Bridges (nei panni del drugo). Era seduto al bancone e malgrado non ci fosse un filo di sole, indossava un paio di occhiali scuri. A un certo punto qualcuno comincia a urlare all’impazzata. “EveryBody Cool This is a Robbery!” Mi giro. Tim Roth con in mano una pistola inveisce contro i clienti del locale. Accanto a lui Rosanna Arquette. “Oh Cristo sono dentro…mi trovo in Pulp Fiction! “Hey amico, Mi chiamo Jerda, e non è con le chiacchiere che uscirai da questa merda.” Un tipo con i capelli ricci e il pizzetto mi sta parlando. “Aspetta un attimo io ti conosco, tu sei…” “Jules Winnifield, e non posso negare che tu mi stia già un po’ sul cazzo”. Era Samuel L. Jackson. Era propio lui. Non credo sia il caso di insistere. A quanto ricordo non è il tipo che ami essere contraddetto. Seduti nel tavolo di fronte a lui ci sono Mr Brown, Mr Blonde e Mr White. “Ma che diavolo ci fanno qua?” Mi avvicino a Mr Brown. Sto per chiedergli spiegazioni, quando qualcuno entra dalla porta. E’ George Clooney. “Siamo in Tempesta! Siamo in Tempesta!” Un poliziotto completamente bardato lo guarda ma non dice nulla. Mi sento battere sulla spalla. “Hey amico è tua la macchina li fuori?” “Quale macchina?” “Quella accanto a quel tipo con un taglio di capelli insensato armato di un’ammazza buoi”. “Oh Cristo! Vuoi dire…Javier…Bard..” “Senti non mi frega chi cazzo sia quel cazzo di fottuto bastardo, ti sto solo chiedendo se è tua quella cazzo di macchina”. “Si io credo di…voglio dire non so…ma tu…” “Sposta subito quella cazzo di macchina! Stai per entrare in una valle di lacrime amico…” “Hey Walter vuoi mettere via quella cazzo di pistola, andiamo amico…!”. Ok, mi devo svegliare. Mi devo assolutamente svegliare.

Fine Premessa

Ok. Qualche volta tendo a romanzare un po’ troppo quello che mi succede e forse quello che vi ho appena raccontato potrebbe non essere accaduto precisamente in questa forma. La storia potrebbe non essere una storia, bensì un quadro e io potrei non averlo sognato, bensì visto nel mio eterno vagare su quel social network chiamato “Faccia Libro”.

Il quadro è tratto da una exhibition avvenuta qualche tempo fa (il 7 aprile per essere precisi) a New York City, presso la La Bold Hype Gallery. Titolo della mostra, non a caso, “Quentin Vs Coen”. Alcuni tra gli artisti più talentuosi d’america si sono divertiti a rileggere l’immaginario di due (tre) tra gli autori più importanti della cinematografia made in USA: Quentin Tarantino e la coppia di registi John e Ethan Coen. Il risultato è un pastiche di film, personaggi e colori che non potrà che lasciarvi piacevolmente divertiti.

Spoke Art, il team che ha pensato e organizzato l’evento, si era già fatto notare qualche tempo fa con la mostra “Bad Dads – A tribute to Wes Anderson”. Come avrete intuito in quel caso il soggetto della rilettura artistica era Wes Anderson e la sua coltre di personaggi che ben si prestano alla riproduzione su tela. Tra i film citati Bottle Rocket, Rushmore, The Royal Tenenbaums, The Life Aquatic with Steve Zissou, The Darjeeling Limited e Fantastic Mr. Fox. 60 gli artisti esposti presso Lopo Gallery di San Francisco.

Tornando all’exhibition Quentin Vs Coen, la mostra è in questo momento itinerante per gli Stati Uniti, ma ancora non si hanno notizie per una tournèe nel vecchio continente. Se volete saperne di più su Spoke Art potete visitare il loro SITO UFFICIALE, oppure la loro PAGINA EVENTI su Facebook.

GUARDA LA GALLERY QUENTIN vs COEN

GUARDA LA GALLERY BAD DADS – A TRIBUTE TO WES ANDERSON