10 cose che puoi fare aspettando un pagamento a 90 giorni.

1. Calcolare il lasso di tempo in ore, minuti e perché no, secondi. Tanto per farsela prendere a male. 1 ora= 60 minuti, 1 giorno= 24 ore = (24×60) = 1,440 minuti. 90 giorni sono dunque 90×1440= 129 mila 600 minuti. In secondi? Si lo so che lo volete sapere. In secondi sono 129,600×60 = (fate un bel respiro) 7776000 secondi. Buona conta.

2. Girare 7 versioni di The Rope di Alfred Hitchcock. Il buon Alfred aveva la fissa del film in location unica e in qualche caso dell’unità di tempo. Molti altri l’hanno seguito e tra cui non ultimo Rodrigo Cortes che ha girato Buried in soli 17 giorni. In pratica lui finisce un film in 2 settimane e una società ce ne mette 12 per saldare una fattura. Deve essere molto complicato compilare un bonifico.

3. Seguire la gravidanza di un puma, magari non troppo da vicino.

4. Piantare del grano nel gioco Simpsons Tapped Out. Si, ci vogliono 90 giorni, se non volete pagare. Ma visti i tempi di fattura vi conviene aspettare.

5. Seguire le orme di Jake Reilly ed entrare nell’Amish Project. Astinenza totale da tecnologia, qualsiasi essa sia per 90 giorni. “Sono andato in bici, ho fatto collages, puzzle,“ insomma tutte quelle cose che normalmente non avrei mai fatto”. Ah, beata gioventù.

6. Votare un numero svariato di volte (se vi trovate in Italia) e/o assistere a una serie di promesse elettorali inevitabilmente non mantenute.

7. Guardare l’intera serie di Breaking Bad 44 volte (senza pause, don’t do at home).

8. Guardare i lavori in corso, ma a un certo punto ricordarsi dei soldi, potrebbero essere già arrivati, soprattutto se vi trovate davanti ai lavori della Metro C.

9. Vedersi scorrere davanti agli occhi circa 45’000’000’000 di tweet (ma sotto mondiali potrebbe andare peggio).

10. Aggiornare la mail ogni 5 minuti, che per 90 giorni, fanno circa 25’920 click sul tasto aggiorna. Nel frattempo che premete vi consiglio di pensare al nome di un buon avvocato.

 

10 cose che ho imparato al Festival del Giornalismo #ijf14

1. Che chi si alza per fare una domanda e dice ‘sono un giornalista’ non ha capito nulla di dove sta andando il giornalismo.

2. Che esiste un giornale in Olanda che con un crowdfunding record sta costruendo qualcosa di eccezionale.

3. Che ancora non abbiamo pienamente compreso le potenzialità di internet.

4. Che repetita non iuvant, quando scriviamo qualcosa evitiamo di ripetere ció che esiste già, i link esistono per questo (anche se al De Correspondent hanno trovato un metodo meno distraente per inserirli)

5. L’open source non è un sistema operativo ma un’ideologia. (cit. Om Malik)

6. Che le Breaking News sono solo una forma di masturbazione giornalistica.

7. Che ci sono troppi contenuti in giro e non una reale richiesta, ‘it’s insane’ mi ha detto Felix Salmon.

8. Che potrebbe esserci un’era post testuale.

9. Che devo tenere d’occhio il progetto di Fusion.net

10. Tornerò ogni anno consapevole del fatto che il mondo dell’informazione oggi è un essere cangiante che si muove a velocità smodata e che l’unico luogo dove è possibile rallentare la sua corsa per potergli dare anche solo una fugace occhiata è il festival del giornalismo di Perugia. ‪#‎ijf14‬

 

Avete bisogno di questo articolo? Probabilmente no.

Gli scrittori sono sottopagati. È un dato di fatto. La questione è perchè? In altri ambiti il crollo della retribuzione è facilmente spiegabile: o non serve più quel servizio, oppure c’è una macchina (un software) in grado di sostituire la manodopera umana a un prezzo irrisorio. Ora, scrivere è ancora un lavoro umano, ci sono macchine in grado di scrivere articoli partendo da dati, ma sono ancora algoritmi imperfetti e soprattutto poco leggibili se non per scritti molto tecnici e poco lirici.

Dunque perchè svalutare un lavoro ancora cosí legato alle persone?

Nessuno ha bisogno di articoli? Sembra più che altro il contrario. Tutti ne hanno bisogno e in numero crescente. Ora non sono un economista, ma se si alza la domanda il prezzo dell’oggetto venduto scende, ma non lo stipendio di chi produce quell’oggetto, almeno questo è quello che è successo fino ad oggi. Anzi. Serviranno più persone specializzate per servire quell’aumento nella richiesta.

Ecco però che sorge un problema. La domanda si alza, ma é un mercato falsato dalla FREE economy. Tutti vogliamo essere intrattenuti e avere di più ma non abbiamo alcuna intenzione di pagare per questo. Che siano informazioni, film, programmi televisivi, videogiochi (freemium) e quant’altro.

Può la scrittura di articolo valere 8 euro? Si, se non fosse qualcosa di necessario. Se è qualcosa che ci serve davvero perchè pagarla così poco? “Beh il mercato è questo…”.

Ora quello che mi chiedo è: abbiamo davvero bisogno di tutta questa mole di materiale? Perchè a me sembra piuttosto che il numero di richieste, ovvero la domanda, sia in realtá falsata da un fattore distorcente: la gratuitá.

Ne vogliamo di più perchè è gratis, o semi gratuita. Perchè chiederne di meno? Basta vedere cosa fanno le persone nei ristoranti All You Can Eat. Di certo non smettono di mangiare, anzi molto più spesso arrivano ad esplodere come nella celebre scena de ‘Il senso della vita’ dei Monty Python.

E se non avessimo bisogno di tutti quei contenuti? Se la richiesta avvenisse solo perchè c’è la disponibilitá? I contenuti a differenza del cibo non fanno male al fisico. Non c’è alcun segnale nel corpo che dice ‘non guardare più film, non leggere più notizie!’

Oggi abbiamo accesso a infinite fonti (anche se la moltiplicazione ha quasi sempre poche fonti alla radice) di notizie. Infiniti canali televisivi con infinite copie di programmi, serie e quant’altro.

Il web produce più informazioni in un anno di quanti se ne siano prodotte nell’intera storia dell’uomo. Sparendo la fisicitá degli oggetti allo stesso tempo sembra essere sparito il limite di fruizione (e di possesso) dei contenuti. Oggi 30 mila canzoni stanno in una tasca. Idem per film, libri, articoli. Perchè darsi un limite se posso ottenerli a un costo irrisorio e non occupano alcuno spazio?

Il consumismo dei contenuti è una bolla. Una falsa richiesta causata da una concatenazione di elementi: la gratuitá, la replicazione del contenuto a prezzi di costo sempre più bassi se non pari a zero (vedi le news copia incollate), la diminuizione dello spazio occupato dei contenuti (le librerie non sono più dei molock di legno, ma nuvole volatili sparse in server sperduti), la moltiplicazione delle piattaforme distributive (siti, blog, social e un numero insensato di canali televisivi in perenne ricerca di contenuti da mandare in onda 24h, giá, perchè abbiamo bisogno delle 24h di palinsesto?).

Oggi una tv può arrivare a offrire per 1h di palinsesto circa 2000 euro, se vi dice bene. Chiaramente quei soldi non bastano a produrre nulla di sensato, a meno che non si abbassino gli stipendi di tutti quelli impegnati nella produzione del prodotto (e tolta la così detta ‘stecca’ del produttore).

Quello che voglio dire con questo sproloquio è che la richiesta di contenuti è fasulla. Non ne abbiamo realmente bisogno ma essendo abituati ad averne accesso adesso è difficile farne a meno. Il mercato si è autodistrutto cercando di rincorrere l’impossibile: creare prodotti per tutte le piattaforme di distribuzione è una missione suicida e senza alcun senso logico. Dove arriveremo? A produrre articoli o film per una sola persona? Un film con un target iper specifico di un solo individuo? Ho come l’impressione che la teoria della coda lunga stilata qualche anno fa da Chris Anderson sia in un certo senso andata, scusate il termine, a farsi fottere.

Il lavoro di chi produce contenuti non vale niente perchè non vale niente il mercato fittizio che è stato creato. La facilitá con cui si apre una piattaforma non sta a significare che quella piattaforma debba essere creata (e riempita di contenuti). Se costruire strade fosse facile come premere un pulsante, staremo tutto il tempo a costruire strade? Per andare dove?

 

#coglioneSi #coglioneNo e la scusa del Grande Capo

Coglione si, coglione no. A parte sembrare un brutto spin off di una canzone di Elio e le storie tese, la discussione esplosa in “rete” (odio questo termine) riguardo il lavoro creativo non adeguatamente retribuito (nel migliore dei casi) o non pagato (nel migliore dei casi) ha secondo me tralasciato un altro punto importante del sistema lavoro di oggi (rimango nell’ambito “creativo”).

Sto parlando del pagamento a “tanti giorni” se non mesi, se non “tanti mesi” se non “scusi lei chi è esattamente?”. Già perchè quando si è così fortunati da essere pagati non si è neanche a metà dell’opera (anche se l’opera, di ingegno, da mo’ che è stata consegnata). Scatta a questo punto la lunga sequela di mail per avere i soldi pattuiti (il telefono è oramai uno strumento inutile in questi casi, oltre a non lasciare tracce). La cosa folle è che all’inizio ci si sente sempre un po’ in difetto. “Che rompi palle che sono… sempre a chiedere soldi” “Poi poveracci, con questa crisi, stiamo tutti messi male…”. Si aspetta dunque fiduciosi. Prima un mese. “Vabbè ma un mese di ritardo oggi è la norma…” Poi diventano 2. “Vabbè ma 60 giorni che saranno mai! E poi abbiamo un governo illegittimo da molto più tempo!”. Si arriva ai 90 giorni “Ma la Juve non stava 8 punti sotto la Roma?” 180 giorni (non so perchè ma i giorni di solito sono sempre multipli, come i bit delle console). Di volta in volta le mail passano da un “vorrei per favore sapere a che punto è il pagamento” a “Salve vi ricordate di me?” per poi “Sono sicuro che il pagamento è in corso, ma potreste darmi una data precisa?” fino a ad arrivare a cose tipo “Siete delle persone fantastiche, sono molto contento di attendere il mio pagamento, in fondo il bello è l’attesa, poi quando si ottengono i soldi finisce tutto il divertimento. Non è importante dove si va…è il viaggio. Il muoversi. Ecco finchè i soldi sono in viaggio mi sento meglio…” (NDR attenzione il redattore potrebbe aver sostituito la frase per motivi di ordine pubblico). Il mio record personale rimane quello di 210 giorni, e sono un privato. So per certo che ci sono mondi in cui questi pagamenti possono protrarsi per anni. Tutto questo perchè? Perchè una società dovrebbe avere problemi a pagare una cifra che va dalle poche centinaia di euro (il mio record) al migliaio o poco più? Come è possibile che non sia già stata dichiarata fallita? Bancarotta? Caput? E per quale motivo oscuro io, persona privata, con tasse, spese come tutti gli altri, dovrei invece essere in grado di stringere la cinghia e rinunciare al mio compenso per il bene di una società più grande di me, che sa perfettamente quali sono i rischi di “produrre”?

Ora passo alla captatio benevolentiae, sennò non lavoro più. So perfettamente che il mio problema si pone allo stesso modo sopra le mie spalle. Soggetti più grandi, che potremmo chiamare “Grandi Capi” (come il film di Von Trier) che non pagano, che a loro volta hanno altri “Grandi Capi” che non tirano fuori i soldi e così via. Ma non sarebbe dunque meglio mettere delle regole che valgono per tutti? Per chi crea, per chi produce, per chi compra. Insomma se io finisco un lavoro il giorno 1 dovrei essere pagato entro il mese. Punto. Chi produce deve quindi accordarsi per un pagamento con il suo Grande Capo entro un tempo che ritiene congruo. Idem più su. Come far rispettare queste regole? Beh un metodo già c’è, in uso nella nostra tanto amata Equitalia che prevede un sistema di “more” molto chiare. Scaduto il termine di pagamento scatta una di tassazione di giorno in giorno con una percentuale stabilita già nella prima comunicazione. Quindi o paghi nei giorni stabiliti, o paghi una penale per ogni giorno, di fatto aumentando il mio compenso (e di fatto rendendo i pagamenti nei tempi stabiliti, molto più vantaggiosi) Follia? Forse sono un #coglioneSi a pensarla in questo modo, anche se credo ci sarebbero meno campagne #coglioneNo se davvero si riuscisse a creare una maggiore equità nel lavoro.

 

Perchè è impossibile uscire da Facebook.

Sono uscito da Facebook. L’ho fatto di nuovo. Non è la prima volta. Qualche anno fa si parlava di suicidio. Ma oggi sembra il termine sia diventato troppo violento per essere utilizzato. Si dice uscito. Disattivato o simili.

Di fatti ho “de-activated” facebook. Già perchè come diceva Antoine-Laurent de Lavoisier, nulla si crea, nulla si distrugge, o meglio per dirla al social di Zucker, nulla si crea per essere distrutto. Non è tra i tuoi diritti quello di distruggere te stesso. L’eutanasia digitale è illegale come lo è nella realtà (almeno in alcuni paesi).

Ma non voglio parlare di cosa voglia dire uscire da Facebook, le conseguenze sociali, psicologiche e compagnia bella. Non mi interessa. Quello di cui voglio parlarvi sono le conseguenze che questo social ha sulla vostra identità digitale e quanto oramai è radicato nella nostra vita.

Partiamo dalle cose negative. Chiudere Facebook come dicevo poco sopra, non vuol dire chiuderlo ma disattivarlo. Non è prevista infatti alcuna cancellazione. Di fatto è un log-out temporaneo. Nessuno oramai fa log-out di questi tempi. I broswer ricordano tutto (su più dispositivi se autorizzati, come Google Chrome). Entrare e uscire dai nostri social, siti, forum o quant’altro è facile come bere un bicchier d’acqua. La porta è sempre aperta e quasi non ci sembra davvero di entrare in un luogo diverso.

La prima cosa da fare è far dimenticare Facebook al nostro broswer. Il Keychain o il portachiavi delle nostre password deve essere disattivato altrimenti ci vorranno pochi secondi perchè ci ributti dentro il nostro social preferito. Ma non è solo lui a ricordare.

Dopo un paio di giorni senza FB mi arriva una mail. “Ecco i tuoi highlight della settimana su FB”. Strano. Forse si tratta di un errore. O dell’altro account fake che ho dovuto aprire per continuare a gestire delle pagine fan di mia creazione (quelle sono legate agli account e per continuare ad usarle c’è per forza bisogno di un utente). Impossibile. L’utente creato non ha amici. Serve solo per le pagine. Nient’altro. Aspetta. Un amico ce l’ho. Me stesso. Controllo. Niente da fare. Giacomo Cannelli. Parla di Me. Ma come diavolo. Controllo. Su google cerco “Giacomo Cannelli Facebook”. Esce fuori la pagina FB che mi spiega che l’utente c’è su Facebook, ma se lo vuoi conoscere devi loggarti o iscriverti.

Ma che diavolo sta succedendo? Provo un’altra cosa. Dall’account del mio Fake cerco il mio nome. Giacomo Cannelli. Lo trovo è li. Niente privacy. La mia pagina è perfettamente visibile e in ottima forma. Ma che cazzo? Sono in presenza di un “Dead Facebook Walking?”. Non è possibile. Ricontrollo. Mi riloggo con il mio account originale. Tutto funziona correttamente. Non capisco. Era disattivato ne sono sicuro. Lo disattivo nuovamente.

Esco. Rientro dal mio Fake e mi cerco. Non è egocentrismo, è privacy. Protezione della privacy. Di nuovo il mio nome esce in pochi secondi. Dannazione. Subito sotto tutta la lista degli amici “mutual” tra il mio amico Fake (zero amici) e l’amico “real” fuggito da FB (mille e passa amici). Premo sul mio nome. Pagina non trovata. Dunque funziona. Ma il nome rimane perfettamente indicizzato con tanto di ultima foto usata (mi dispiace Chaplin-Batman). Dunque l’account fake riceveva ancora suggerimenti basati sugli amici in comune con un amico che però non era più su Facebook. Grazie Zucker. Grazie davvero. Il problema dell’indicizzazione si sapeva già purtroppo. Anche google mantiene “l’ombra” delle persone scomparse dal social molto tempo dopo la loro disattivazione.

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Comincio a innervosirmi. Forse è meglio ascoltare un po’ di musica. Apro Spotify. Mi chiede il login. Certo. Era sincronizzato con Facebook. Giustamente mi chiede di rientrare. Il bel pulsante blu appare in alto sulla pagina di login. Fanculo. Inserisco i dati manualmente. Magari il login via FB non fa altro che prendere i dati che però rimangono separati dal social. Entro. Funziona. Faccio un respiro di sollievo. Entro e la mia musica è ancora li. Ho un accounto premium, quindi posso ascoltare le canzoni anche offline. Partono i Cake. Ascolto il primo pezzo. Una notifica interrompe però immediatamente l’ascolto. Mail. Apro. Facebook. Di nuovo. “Bentornato”. Cosa? Ma che cazzo è? Uno cazzo di scherzo del cazzo? (quando mi innervosisco divento un personaggio dei Soprano). Merda. Apro la mail. Mi ringraziano per averci ripensato. Li odio. Non ci ho ripensato. Voi l’avete fatto. Scorro la mail. In fondo mi comunica che l’account si è auto-attivato per un “suo login”. Un mio login? Dove. Su Spotify. Certo cazzo. Spotify. Era sincato con Facebook. Malgrado abbia inserito i dati manualmente automaticamente deve aver comunicato con il social che di conseguenza si è immediatamente risvegliato. Merda. Sono fottuto. Ero solito usare login tradizionali. Ma da quando Facebook e Twitter hanno invaso “l’internet” per comodità ho cominciato a usare loro come login. Molto spesso volevo solo testare nuove app o social e mi rompevo a dover re-inserire tutti i dati. Idiota. Sei un idiota. Per pigrizia hai regalato dati a destra e a manca. Non solo ti sei reso dipendente dal social legando ad esso anche servizi percui paghi. Cristo Santo. In pratica se voglio usare la musica percui ho pagato devo per forza tenere aperto facebook. Potrei forse buttarmi in un complicato cambio di mail e login di Spotify, ma solo a pensarci mi viene il mal di testa. Quanti altri account ho legato a Facebook? Neanche lo ricordo. E’ così che si sono insinuati. Per comodità si usa Facebook, senza pensare che piano piano si diventa dipendenti. Non solo dipendenti da quel compulsivo aggiornamento di pagina. Ma anche per servizi diversi. E se un giorno dovessimo iscriverci a servizi statali usando Facebook? A quel punto uscire da Facebook sarebbe quasi illegale. Un modo per sottrarsi all’identità. Già l’identità.

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Quando ho aperto il nuovo account fake per gestire le pagine FB ho provato come nome cose tipo Pinco Pallo o simili. Lo prendeva. Tranquillamente. Poi però mi è venuto in mente un vecchio nome che usavo per Myspace. “Ho Zero Amici”. Uno stupido “inner joke”. Ho Zero Amici aveva zero amici. Lo so è una stupidaggine. Ma da nerd quale sono mi faceva ridere. Volevo ripetere l’esperimento sul Social di Zucker ma immediatamente la mia vena cretino-creativa è stata bloccata. Mi viene comunicato che per nuova policy bisogna usare solo nomi reali, niente fake. Già reali come Pinco Pallo. Figurati quanti ne conosco di Pinco Pallo. Idioti. Fatto sta che il mio “Ho zero amici” senza amici non si poteva fare. Poco male. Mi registro con un altro nome Fake che il social non riconosce come tale solo per la sua conformazione signica. Apro la mia pagina bianca. Intonsa. Il wall è pieno solo dei miei deliri (sono il mio unico amico, tra poco neanche quello appena disattivo). C’è qualcosa che non quadra però. Ho aperto l’account da 5 minuti e ho già 6 richieste di amicizia. Incredibile. Saranno le auto richieste di qualche servizio Facebook. Un po’ come accadeva con My Space dove il fondatore era automaticamente il tuo primo amico (a meno che non lo elliminavate, come io ho fatto). Niente di tutto questo. Sono sei persone reali. Quattro per la precisione e due luoghi fisici, ma comunque reali. Di quei 4, 3 li conosco personalmente.

NomeIndicizzato

Ma come diavolo…cerco da qualche parte il termine “Suggested”, ovvero quello con cui si possono suggerire amicizie. Niente. Nessun suggerimento. Le richieste sembrano genuine. Decido di contattare uno dei miei amici che ha fatto la richiesta. Per avere la conferma che effettivamente sia stata fatta da lui. E’ un mio ex collega emigrato. Mi risponde subito.

– Ciao D. senti, volevo sapere se per caso avessi inviato una richiesta d’amicizia a Pinco Pallo…
– Pinco Pallo? Ma di che cazzo stai parlando? (potrei aver reso la conversazione più colorità della realtà NDR)
– Si…è una storia lunga. Sto uscendo da FB e volevo però mantenere alcune pagine quindi mi sono fatto una pagina FB solo per gestirle…
– Oh…capisco. Io pure volevo uscire. Però alla fine in alcuni casi è comodo per mantenere le amicizie. Soprattutto quando non sei nel tuo paese.
– Si lo so. Solo mi ha rotto le scatole tutto qui.
– Capisco. Ridimmi il nome.
– Pinco Pallo.
– Direi proprio di no. Perchè poi dovrei aggiungere uno che si chiama così.
– Ah non lo so. Magari ti affascinano i nomi tipo Tizio Caio.
– No. Non è il mio caso. Ma ti è arrivato un suggerimento da parte mia?
– No. Niente di tutto ciò. Era una richiesta diretta. Con solo il pulsante “conferma” per accettare la tua amicizia.
– Che stronzi.
– Già. Probabilmente nel caso prema “conferma” ti troveresti una mia richiesta o peggio ancora ti ritroveresti un amico Pinco Pallo direttamente tra i tuoi contatti.
– Bella merda.
– Abbastanza. Senti non ti disturbo oltre. Grazie per la consulenza.
– Di niente. A presto

Chiudo la chat. Disattivo nuovamente il mio account. Oramai mi sembra come di staccare e riattaccare la spina a un malato in ospedale, senza arrecare danni celebrali. La pagina torna all’homepage originale. La mia mail si staglia già nel login. Il broswer ricorda sempre. Chiudo con una serie di “non consenti” le richieste d’accesso che compaiono compulsivamente sullo schermo. Sembrano finalmente assopite. Rimane solo la scritta di cui va tanto fiero Mr Zucker:

“It’s free and always will be”

Quasi in automatico mi viene in mente un’altra frase. Aveva sempre il “free” dentro. L’avevo scritta in un altro articolo. Molto tempo fa. Era una frase di Josh Harris. Un pazzo arricchito della prima bolla internet che aveva dato vita al primo Grande Fratello ante litteram rinchiudendo (con tanto di autorizzazione volontaria) un gruppo di persone dentro una specie di albergo dove li costringeva a vivere senza privacy. Non solo. Gli ospiti erano costretti, o meglio, spinti, a guardare cosa facevano gli altri, grazie all’introduzione di televisioni a circuito chiuso che mandavano su diversi canali le altre stanze dell’hotel. L’esperimento si è chiusto con l’intervento delle forze dell’ordine che hanno liberato gli ospiti dell’albergo. La frase di cui vi parlavo era questa:

“Everything’s free except the video that we capture of you. That we own.”

Facebook Trap

Sono fottuto.

 

La scomparsa di una fascia d’età (18-24)

Vivo in un paese democratico. Un paese che sceglie il suo governo liberamente. Siamo in un periodo non particolarmente felice, soprattutto per quanto riguarda le fasce più giovani della nostra società. Non c’è lavoro (disoccupazione under 24 sopra il 33,6, la stessa percentuale del PD, a meno che non faccia qualche altra dichiarazione) e non sembra essercene nell’immediato futuro. Ma c’è un altro dato che secondo me ha un peso fondamentale in questo frangente storico: la differenza demografica tra giovani e vecchi. D’accordo, non è la novità dell’ultima ora. Ma in questo particolare momento mi sembra un elemento da tenere in considerazione.

Più di una volta mi sono ritrovato a spulciare i dati Istat sulla popolazione (si lo so, non ho una grande vita sociale). Da un po’ di tempo c’era una domanda che mi ronzava in testa “Quanti siamo?”. Già, quanti siamo, quanti sono i miei coetanei, quelli che subiscono la mia stessa situazione (o almeno simile)? Pochi, la risposta. Molto pochi. Se guardiamo il grafico visivamente sembra un rombo.

grafico-eta-stato-civile-2011-italia

In alto gli anziani, all’opposto gli appena nati. In mezzo il gruppo più numeroso, i nostri genitori. Ma c’è una strana tendenza. Se guardiamo subito sopra i nostri genitori, diciamo tra i nonni e i genitori (50-80), troviamo un numero consistente della popolazione, molto compatto. Se invece guardiamo sotto i 40 il numero precipita subito (30-34) per poi dimezzarsi (24-15). Negli ultimi 20 anni questo ultimo segmento ha subito una cura dimagrante del 32% passando da 8,9 milioni di soggetti a poco più di 6 (Fonte Datagiovani). Siamo in minoranza. Più volte ho discusso con mio padre riguardo alla connessione tra il peso numerico e di conseguenza politico che la mia fascia d’età ha in Italia (paese particolarmente longevo insieme al Giappone, e tra quelli con le maggiori perdite in questa fascia 5,6% Vs 3% della media europea). C’è qualcosa che non torna. La democrazia sembra avere una falla, un errore non previsto dal sistema quando è stata creata: la longevità. La società fino ad oggi è sempre stata formata in modo equilibrato da giovani e vecchi, un’equilibrio da sempre sbilanciato verso i giovani. Oggi non è più così, almeno nei paesi occidentali. Quello che mi chiedo io a questo punto è: siamo di meno, pesiamo di meno, per quale motivo la politica dovrebbe rappresentare i nostri interessi? Per il bene comune? Scusate ma di questi tempi non è una risposta che mi basta. Non mi sento rappresentato da questa politica, forse proprio perchè non c’è bisogno in politica di rappresentarci. Non siamo noi a far vincere un governo o l’altro. La campagna politica è tutta incentrata su temi (tasse, Imu, patrimoniale, esodati, e si, si parla anche di lavoro, vorrei vedere) che non sembrano preoccuparsi di un problema: il futuro. Il nostro futuro che sarà anche il futuro della nostra società. Se questo è il trend, tra 20 anni ci troveremo con la maggioranza della popolazione che dipenderà da una minoranza sfruttata che dovrà sopportare sulle proprie spalle l’intero peso dei più vecchi (non più produttivi). Il sistema attuale non è sostenibile. Non possiamo pensare che lo sia. E’ come credere di tenere a galla una barca che affonda imbarcando 10 litri al secondo usando solo un cucchiaino.

(L’icona del post è di Zero Calcare che detiene tutti i diritti, e pure tutta la mia stima per saper descrivere con pochi segni il ritratto di una generazione).

[UPDATE)

Grazie a Marco per la segnalazione di questo video “Hans Rosling: Stats that reshape your world-view” utile per allargare l’orizzonte del discorso.

QUi trovate i dati USA

 

La campagna subliminale di Rick Santorum frame by frame.

READ in ENGLISH

Oggi ho per caso visto un video della nuova campagna contro Obama di Rick Santorum. Il video è stato postato sulla mia timeline da Francesco De Lucia (che qui ringrazio pubblicamente per i link sempre interessanti che mi passa). Il video era a sua volta embeddato in un articolo de “Il Post”.

Lo spot in questione è arrivato sulle pagine dei giornali perchè è girato e montato per creare nello spettatore una fruizione involontaria e subliminale.

Dopo averlo riguardato varie volte ho pensato fosse una buona idea spezzettare il video nei vari fotogrammi che lo compongono (ho messo solo quando c’è un cambio i ripetuti sono accorpati in unica immagine). Buona Sub-Visione.

 

Josh Harris – Una vita senza privacy

Premessa

Il primo gennaio di quest’anno ho chiuso il mio account di facebook. Era un idea che avevo da tempo. Volevo aprire un altro blog e da li raccontare la mia esperienza. Dopo poco più di una settimana ho riaperto il mio account. Neanche sette giorni. Alcuni hanno detto “pensavo avresti resistito di più”. Ma io mi ero già preparato una scappatoia, una giustificazione. Nell’ultima riga avevo lanciato un sasso.

“Un’ultima domanda. Tutto questo uscire da FB, disattivare il suo profilo, lo ha fatto solo per scrivere quest’articolo?

Probabile. Abbiamo finito? Grazie. Buon anno.”

Probabile. Inconsciamente avevo lasciato aperta una porta. Non credo sia stata una cosa voluta, si sapevo che probabilmente lo avrei riaperto. Ma non avevo ben in mente quando. Sapevo che sarei partito e che questo avrebbe comportato un allontanamento dai miei amici. Quale miglior strumento per tenersi in contatto se non FB? E poi dovevo cercare una stanza dove stare. Sapete qual’è il modo migliore per trovare qualcosa? Si, sempre lui.

Il 7 di gennaio la mia pagina era di nuovo attiva. In poco tempo ero di nuovo online, a pieno ritmo. Come andare in bicicletta anche se non ho mai creduto a questo detto. Ho dimenticato perchè lo avevo fatto. Ho dimenticato ogni sensazione che mi aveva spinto a disattivarlo. Ero di nuovo un animale sociale.

Fine Premessa

Ho appena finito di vedere un film. Netflix è approdato in Uk e da qualche giorno ne sto apprezzando l’utilizzo. Il film in questione è “We live in public” un documentario di Ondi Timoner.

La storia è quella di Josh Harris, da molti considerato “il più grande pioniere dell’epoca di internet”.

We Live In Public TRAILER from We Live in Public on Vimeo.

La sua storia è folle. Nei primi anni ’90 si trasferisce a NY dove fonda la JupiterResearch una società di analisi dati. Nel boom del “dotcom” Harris riesce a vendere la società a una cifra astronimica. Con i soldi ottenuti fonda Pseudo.com la prima webtv che la storia ricordi. E’ il 1993. Malgrado la tecnologia non fosse ancora pronta per il progetto che Josh aveva pensato, gli elementi c’erano tutti: webcasting (Livestream??) Interazione live durante i programma televisivi, e un estrema targetizzazione del prodotto (esisteva un canale per ogni gusto…youtube?). Quello che Josh aveva già capito con molti anni in anticipo era che il web sarebbe stato il nuovo media principale per la distribuzione dei contenuti, e che avrebbe avuto il grande vantaggio di poter sapere quello che il pubblico vuole con una precisione che nessun altro media potrà mai avere.

In seguito ad alcuni comportamenti ritenuti non consoni (Josh andava in giro vestito da pagliaccio agli incontri di lavoro) viene allontanato da Pseudo.com. Raccolti i soldi si getta a capofitto in un altro progetto.

Alla fine del 1999 Josh trasforma un palazzo in un enorme albergo videocontrollato. L’idea è quella di costruire un enviroment completamente connesso in cui ogni luogo è sorvegliato da una telecamera. Le persone che sceglieranno di vivere nell’hotel dovranno rinunciare a ogni forma di privacy e tutto quello che verrà girato apparterrà ineluttabilmente al suo progetto. Le persone si presentano a decine. Tutti vogliono far parte dell’evento.

“Everything is free execpt the video that we capture of you. That we own.”

All’interno della casa non esiste denaro e non esistono vestiti se non la divisa consegnata all’entrata. L’idea è molto simile a quella di un campo di concentramento, come spiega lo stesso Josh. Ogni stanza dell’albergo ha una televisione che trasmette 24h quello che succede in ogni altro luogo dell’Hotel. Quando due stanze si connettono l’una con l’altra, il sistema pensato da Josh permette ai due inquilini di comunicare direttamente (un po come succede con chatroulette). Nell’albergo è presente anche un poligono di tiro dove gli ospiti possono andare a scaricare le loro tensioni. Siamo nel 1999 e Josh Harris ha costruito il suo “personal big brother” nel centro di Manhattan. Scopo del suo esperimento, vedere come i rapporti sociali cambiano quando non esiste più alcuna privacy, quando le persone condividono tutto senza alcun limite. Le immagini dell’esperimento sono sconcertanti.

L’hotel viene chiuso il primo gennaio 2000. La polizia ha avuto una soffiata su un possibile suicidio di massa. Josh non è preoccupato, anzi è stufo dell’esperimento, in quanto ha già avuto le risposte che cerca.

Durante una vacanza Josh conosce una ragazza Tanya Corrin. I due si innamorano e insieme decidono di condividere la loro relazione con il mondo su weliveinpublic.com. L’intera abitazione di Josh è video sorvegliata. C’è una telecamera in ogni angolo, anche il più impensabile (dentro la tazza del WC).

Il rapporto si sgretola dopo qualche mese. I due vivono il loro rapporto in funzione di quello che il pubblico pensa e giudica. Dopo una litigata i due si fiondano a controllare cosa dice la community.

Tanya se ne va di casa. Josh è in banca rotta. Decide di lasciare NY e rifugiarsi in campagna. Si definisce “mentally sick” e in disperato bisogno di staccare la spina.

(in un intervista che trovate più in fondo, Josh racconta che la ragazza è stata in realtà scelta da lui 5 anni prima. Tanya era dunque parte di un esperimento da lui volutamente portato avanti. Questo nel film non è menzionato.)

Nel 2005 Josh perde sua madre a causa di un tumore. Seguendo quella che lui defisce, la sua strada di artista, Josh manda un video saluto alla madre, rifiutandosi di essere presente per l’ultimo saluto.

La depressione di Josh sembra irreversibile, ma nello stesso anno decide di tornare in sella con un nuovo progetto. Venduta la fattoria dove si era rifugiato investe il denaro in Operator 11. Una servizio che permette a chiunque di creare il proprio studio televisivo virtuale e creare il proprio programma televisivo. Il progetto sembra partire bene, ma Josh non riesce a trovare un compratore. I nuovi giovinastri della rete (tra cui il CEO di Myspace) malgrado riconoscano la visionarietà del progetto non credono possa trasformarsi in un investimento vantaggioso. Operator 11 chiude i battenti e Josh è costretto a fuggire, questa volta per soldi.

Oggi Josh vive in Etiopia lontano dal mondo connesso.

La pellicola di Ondi Timoner è straniante. Ho deciso di guardarlo per un commento su Netflix, qualcuno scriveva “If you’re a Geek, YOU WILL LOVE IT!”. Preso dall’entusiasmo di questo utente, senza troppo pensare ho premuto play. Man mano che le immagini scorrevano mi sono sentito sempre più disturbato da quello che stavo guardando. Quella che comincia come una favola della New Economy si trasforma con il passare del tempo in un incubo alla George Orwell con venature alla Philip Dick. Il decadimento fisico e psicologico di Josh è perfettamente visibile nei 90 minuti del film ed è quanto di più drammatico possiate immaginare.

Ogni “invenzione” di Josh si è avverata con il passare del tempo. Le sue visioni del futuro, follie al tempo in cui venivano presentate al pubblico, sono diventate in meno di dieci anni parte integrante della nostra realtà. L’albergo da lui creato, forse non esiste fisicamente, ma virtualmente, è presente nella vita di tutti i giorni. Facebook è il nostro albergo, la nostra stanza da cui guardare tutte le stanze di tutti gli altri inquilini.

A pochi giorni dal lancio di Facebook in borsa non posso non pensare a cosa c’è scritto nell’homepage del colosso di Zuckerberg.

“It’s free and always will be.”

Forse la frase più corretta sarebbe quella pronunciata da Josh Harris durante il suo esperimento

“Everything is free execpt the video that we capture of you. That we own.”

Qui sotto trovate una sua intervista del 2009

 

Derisi dagli altri #3

Siamo oramai alla terza puntata di questa rubrica che definirei deprimente. Lo so, non proprio la migliore delle presentazioni, ma questo è.

Protagonista delle risate altrui questa volta non poteva che essere lui. Il capitano Schettino. Il primo a non aver resistito alla battuta più facile della terra è stato David Letterman. “Mi hanno sempre raccontato che il capitano è l’ultimo ad abbandonare la nave…” Come biasimarlo.

Ma la “fama” di Schettino ha raggiunto anche le folli sponde di NMA, Next Media Animation, un gruppo di folli che raccontano le news con delle animazioni 3D che ricordano quelle di Time Crisis (ah bei ricordi)
Dopo aver digitalizzato le avventure di Silvio Berlusconi, ecco il turno del Capitano Schettino. Apprezzabile la metafora visiva con cui si descrivono le manovre folli del capitano, per l’occasione rinominato “Captain Coward”.


'Captain Coward' Francesco Schettino most hated… by NMAWorldEdition

Chiudiamo la rubrica con un video proveniente dagli Stati Uniti. Un gruppo di improvisattori, racconta così quello che è successo a bordo della Costa Concordia, in questo breve sketch.

 

Young Adult – Una specie in via d’estinzione.

Girare a zonzo per una città come Londra non è cosa facile. E’ troppo confusa, troppo grande ed estesa per essere percorsa a caso. Bisogna sempre decidere dove andare. Bisogna pensare come una nave. Trovare il proprio porto di arrivo e quindi salpare.

Il mio porto di oggi è stato il Natural History Museum. E’ la seconda volta in una settimana. E’ uno di quei luoghi che mi sono sempre mancati in Italia. Una struttura incredibile dove è possibile attraversare l’intera storia del nostro pianeta in un batter d’occhio. E’ un qualcosa di stavolgente. Passare dal Big Bang alle possibili evoluzioni del nostro universo in poco più di due ore ti toglie il fiato. Mi fermo davanti a un grafico che mostra l’intera evoluzione del pianeta. Una linea che assomiglia molto a quella di un elettrocardiogramma segna il numero di specie presenti sul pianeta. In basso la linea temporale ci dice quando ci troviamo (quando stiamo andando come direbbe Quelo). In alto delle frecce rosse mostrano le “massive exstinction”, il momento in cui per cause naturali (meteoriti, glaciazioni) alcuni esseri viventi (di cui siamo a conoscenza grazie ai fossili) sono scomparsi nel nulla. Il tempo di estinzione medio di una specie è abbastanza rapido (mantenedo una scala di miliardi di anni), circa 4 o 5 milioni di anni. Volgo lo sguardo al presente all’estremità sinistra del grafico. Il nostro tempo. Siamo sull’orlo di un picco evolutivo. Dopo una discesa (probabilmente l’ultima glaciazione) il numero di specie presenti sulla terra è in crescita. Eppure non mi sento al sicuro. Il mio cervello ricorda qualcosa. Qualcosa che probabilmente avevo rimosso. Sento una fitta al polpaccio. Quindi come se le due cose fossero collegate, ho un’illuminzione: “Estinzione!”. Dopo pochi secondi mi accorgo di aver parlato ad alta voce. Poco male, vicino a me c’è un piccolo essere umano di lingua inglese. Mi guarda, quindi torna a giocare con una specie di pendolo mobile con sotto scritto “Nothing is certain except change”. Immagino il bambino ripetere la frase al contrario “egnahc tpecxe niatrec si gnihton”. Sembra un qualche tipo di lingua Inca. Il bambino fa “no” con la testa. “Ha ragione, non ho la più pallida idea di come suoni una lingua Inca. Lo stronzetto la sa lunga”. Di nuovo un dolore al polpaccio. “Maledetto acido lattico! Colpa di quella serata passata a saltare nella schiuma!(…poi vi spiego…giuro, poi lo faccio)”. Finalmente ci sono. Estinzione. Certo. Come ho fatto a non capirlo prima. “Io mi sto estinguendo!”. Il bambino seguendo il messaggio della frase sopra citata, decide che è venuto il momento di cambiare aria. Continuo il mio ragionamento. Estinzione. Mi sto estinguendo. L’avevo scritto da qualche parte. Ci sono. Era finito nei meandri di uno dei tanti Blog che ho tentato di lanciare. Si chiamava “Diariodiuncitazionista”. Tutto attaccato. Non sono mai stato bravo con il marketing. Trovo l’articolo. Leggo.

“Ho sempre pensato che prima o poi sarei morto. Nel senso, tutti quanti moriamo prima o poi. E’ la prima cosa che si impara giocando a Super Mario Bros. Mai però mi sarei immaginato di estinguermi. Non come persona, ma come fascia d’età. A quanto pare i giovani si stanno estinguendo. Almeno questo è quello che ci dice il Censis. Cavolo stiamo finendo come i Dodo. La specie più stupida mai esistita sul nostro pianeta. Almeno a giudicare da quanto viene presa per il culo in tutti i film o cartoni animati. Tutto solo perchè sono l’unica specie la cui estinzione è responsabilità diretta dell’uomo. In alcune lingue sono addirittura diventati sinonimo di estinzione. “Dead as a dodo”. Oh mio dio, ci vorrà poco prima di sentir dire “Dead as a youngster”!.
Per riprendermi da questa terribile notizia, sono andato a cercare conforto nella Bibbia. Saltata la parte sulle parentele, mi sono fiondato alla sezione “Come salvarsi da un estinzione certa e vivere 950 anni” di Noè. Già dalle prime righe ho avuto un’illuminazione.

“Noè aveva seicento anni, quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra. Noè entrò nell’arca e con lui i suoi figli, sua moglie, le mogli dei suoi figli, e i figli dei raccomandati, per sottrarsi alle acque del diluvio. Dei precari mondi e di quelli immondi, dei Cococo e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo per un contratto a progetto entrarono a due a due con Noè nell’arca, maschio e femmina, come Giovanardi aveva comandato a Noè.”

Credo sia arrivato il momento di costruire un’arca.

Aut.Min.Ric Attenzione, l’estratto sopra riportato potrebbe essere stato soggetto a modifiche non previste da Dio o dai suoi apostoli. Min.1998/86/01

Tutto questo casino per riutilizzare un vecchio post? Si. Vergognati Giacomo.