Come Facebook vi tiene intrappolati al suo interno

Ho già scritto altre volte del mio rapporto non proprio idilliaco con Facebook. Il social di Mr. Z. è oramai dentro le nostre vite in maniera così profonda che cercare di uscirne equivale prendere e andarsene sopra una montagna in ascetismo (per un po’ si è usato anche il termine “suicidio” per descrivere un log-out definitivo).

Oggi però mi sono imbattutto nell’ennesimo tentativo di Mr. Z. di trattenermi all’interno del social. Ma facciamo un salto indietro.

Previously in Devil Mr. Z. Want You Here Forever.

Uno dei primi meccanismi messi in atto da Facebook per evitare che il proprio pubblico uscisse e entrasse dalla grande F è stato quello di mettere terrore a chi volesse varcare la soglia. Una sorta di warning in pieno stile Trojan, come quelli che si possono incontrare quando il nostro broswer incontra un sito con possibili malaware in vista. Beh? Niente di male, Giacomo, solo che all’epocoa (ora no) questo warning appariva anche per siti molto trafficati (anche quotidiani per dire) di fatto spingendo chi è poco avvezzo alla navigazione a immediatamente tornare indietro e rimanere all’interno della sempre più spessa placenta creata da Mr. Z.

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Un altro trick più subdolo è stato quello (non solo di Facebook) di “facilitare” l’iscrizione degli utenti ad altri siti, usando il login di Facebook. Già, facilitare la vita, è questo che vuole Facebook. Ma se vi fermate per un secondo a ragionare sulle conseguenze di un’iscrizione attraverso questo meccanismo, capirete che non è proprio così che vanno le cose. Iscrivendosi infatti con il log-in di FB di fatto state legando l’utilizzo di un determinato servizio (anche Spotify, per dire) al vostro social network preferito. Cosa succede se un giorno volete uscire da Facebook ma non dall’app alla quale siete iscritti con il loro dati? Niente di che, dovete solo rifare tutta la procedura di iscrizione perdendo tutti i dati e le playlist (nel caso di Spotify). Ma non c’è niente da fare? Una cosa c’è, rimanere su Facebook e mantenere attivo il log-in così da poterlo utilizzare su tutte le piattaforme su cui è stato usato. Facile no?

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E arriviamo al presente. Premetto che è passato ancora troppo poco tempo da quando ho “scoperto” questa cosa, però mi sembrava perfettamente in linea con le due cose di cui vi ho parlato poco sopra. Quando embeddate un video da youtube su FB, il social di Mr. Z vi permette di vedere i video direttamente nel social. Niente di strano fino a qui, è un embed, e come tale ha questa precisa funzione. C’è però qualcosa che non va, se date un’occhiata con più attenzione. Di solito Facebook permette sempre di poter “switchare” alla visione su Youtube in qualsiasi momento semplicemente premendo il pulsante “watch on youtube”. E’ un’opzione utile soprattutto per chi magari vuole dare un’occhiata ai related, avere maggiori informazioni sull’utente che ha caricato il video, o più semplicemente sapere quando è stato caricato un contenuto. Ebbene da oggi, ieri sera per essere precisi, questo pulsante “watch on youtube” non funziona più. Se provate a premerci sopra vi sembrerà di essere pazzi, o di avere un qualche problema con il broswer. Ho provato varie volte anche con diversi software (chrome, safari) ma il risultato non cambia. Dunque? Se non fosse un bug (cosa ancora probabile, visto il poco tempo passato) sarebbe l’ennesimo tentativo (sporco) di FB di evitare che voi usciate dal social. Per accedere al video si può ancora premere sul titolo del video. A mettermi ancora più dubbi, ci ha pensato Andrea Iannunzi, che mi ha girato questo link, dove Facebook, in data 5 maggio, annuncia l’imminente arrivo di nuovi dati insight riguardo la visione dei video. Vere e proprie statistiche (molto simili a quelle già presenti su youtube) per avere una completa visione del proprio pubblico multimediale (altro che Auditel). Rimarrei ancora cauto per altri, diciamo 2 minuti, poi premerei il pulsante “Panico”.

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ps. Ho provato a vedere se era un problema dell’embed di Youtube, ma da altri siti il pulsante funziona senza problemi (anche da Twitter)

[UPDATE]

D’accordo. Da questa mattina il pulsante funziona di nuovo. Il mio animo Maulder però non può che continuare a pensare che tutto questo ha un suo significato, che la verità è la fuori, che voglio crederci…ok. La smetto.

 

10 cose che ho imparato al Festival del Giornalismo #ijf14

1. Che chi si alza per fare una domanda e dice ‘sono un giornalista’ non ha capito nulla di dove sta andando il giornalismo.

2. Che esiste un giornale in Olanda che con un crowdfunding record sta costruendo qualcosa di eccezionale.

3. Che ancora non abbiamo pienamente compreso le potenzialità di internet.

4. Che repetita non iuvant, quando scriviamo qualcosa evitiamo di ripetere ció che esiste già, i link esistono per questo (anche se al De Correspondent hanno trovato un metodo meno distraente per inserirli)

5. L’open source non è un sistema operativo ma un’ideologia. (cit. Om Malik)

6. Che le Breaking News sono solo una forma di masturbazione giornalistica.

7. Che ci sono troppi contenuti in giro e non una reale richiesta, ‘it’s insane’ mi ha detto Felix Salmon.

8. Che potrebbe esserci un’era post testuale.

9. Che devo tenere d’occhio il progetto di Fusion.net

10. Tornerò ogni anno consapevole del fatto che il mondo dell’informazione oggi è un essere cangiante che si muove a velocità smodata e che l’unico luogo dove è possibile rallentare la sua corsa per potergli dare anche solo una fugace occhiata è il festival del giornalismo di Perugia. ‪#‎ijf14‬

 

E se avessero inventato l’auditel dei libri?

Stavo leggendo questo articolo sul sistema di sottolineatura disponibile sul kindle, il dispositivo made in amazon che ha rivoluzionato il mercato degli e-book. Mentre si legge è infatti possibile sottolineare digitalmente i passaggi che ci interessano. Questi vengono salvati in una sorta di scrapbook di appunti dove possiamo leggerli in un flusso (schizofrenico) unico. Quando li salviamo però avviene anche un’altra cosa. La sottolineatura finisce nel database dei lettori di amazon che ci fornisce statistiche in real-time di quante altre persone hanno ritenuto interessante e meritevole di sottolineatura quel particolare passaggio. Oltre a distruggere il mio senso di unicità tale ragionamento ha causato ben peggiori risultati. Dove vanno a finire tutti questi dati? Quanti altri vengono raccolti e non comunicati da Amazon? Lo sapevate che tra i dati analizzati dal gigante di Bezos c’è anche il movimento del cursore su un dato oggetto in vendita? In questo modo è possibile calcolare il reale desiderio del compratore e nel caso cambiare il prezzo al momento giusto per far si che quel sinuoso movimento verso il “compra in un clik” si trasformi in un reale acquisto. Ma il mio ragionamento mi ha fornito timori persino peggiori.

Oggi è possibile raccogliere dati sulla nostra lettura prima inimmaginabili. Qualè la frase piú letta? Il libro in media piú veloce da finire? Quello piú letto? Qualè il picco di attenzione su un determinato libro? Quali le pagine che meritano una seconda lettura?

E se un domani gli editori impugnassero questi meta dati per recensire la nostra opera? E se i libri subissero la stessa condanna dei prodotti televisivi: l’auditel.

Percentuali, numeri, tempi, share diverrebbero il nuovo metodo di valutazione dei nostri amati libri. Una violazione senza precedenti di una delle forme di intrattenimento piú intime che l’uomo ricordi. Giá perchè tutto quello che oggi un kindle raccoglie, prima esclusivo segreto del lettore e della sua voce interiore, oggi è patrimonio di enormi server sparsi chissà in quale deserto.

E se un giorno i libri subissero tagli e riediting secondo motivazioni mosse solo da statistiche? Mi viene da vomitare. Spero vivamente che il mio animo distopico si sbagli.

 

Crozza e il monopolio della risata

Sto guardando Crozza nel paese delle meraviglie. E’ il monologo inziale. Crozza si ferma e dice una serie di freddure da far rabbrividire l’inventore della prima battuta divertente della storia, probabilmente quel fricchettone dell’uomo di Cromagnon. A questo punto Crozza si sdoppia. Non basta un personaggio, ne fa tre insieme. Per la precisione tre interpretazioni dei tre leghisti più in vista. Non rido. Al contrario dentro di me si muove un dubbio. Che fine ha fatto la satira? Già perchè quello che fa Crozza è tutto tranne satira tagliente. E’ una sorta di brodaglia in cui si sorride una volta ogni 10 minuti (qualunque pezzo che non fa ridere nei primi 2 minuti verrebbe automaticamente cassato nel mondo della risata). Lo spettacolo dura un’eternità, questo anche a causa dell’allungamento della prima serata a tutti e due gli slot serali. Così si risparmia, si paga uno solo e si coprono due spazi di programmazione. L’effetto collaterale è una lentezza senza senso e quell’ammasso di freddure che forse neanche mia nonna apprezzerebbe (come ad esempio “Pensiero stipendio” al posto di “pensiero stupendo” di Patti Bravo).

Ripeto la mia domanda precedente: che fine ha fatto la satira? Dove sono le alternative a Crozza? Non ci sono. Sono svanite nel nulla. Mentre in passato programmi come Avanzi (in seguito Tunnel, L’ottavo Nano, Pippo Chennedy) costruivano il loro successo su un ensemble di incredibile valore (tra i quali c’era anche lo stesso Crozza ancora insieme ai Broncoviz) oggi la satira è tutta nelle mani di un sol uomo. Una sorta di monopolio della risata che si rafforza quando dopo le sue 2 ore su La7, Crozza si porta a casa anche il monologo di Ballarò, peraltro su una rete concorrente. A rendere ancora più forte la sua presenza mediatica ci pensa Repubblica che posta qualsiasi cosa Crozza dica in homepage. Qual è il motivo di questo monopolio? Non ci sono più comici? Eppure coloro che hanno fatto la storia della satira recente sono tutti ancora in vita. Guzzanti, Corrado, ogni tanto si affaccia su Sky con un programma anche in quel caso interamente sulle sue spalle (e si vede, malgrado la qualità, anche li, la fatica del buon Corrado), mentre la sorella più piccola si è lanciata in solitaria su MTV però cercando una satira a buon mercato, più infantile, anche forse a causa del target più “basso” della rete. Neri Marcorè dopo il fallimento del suo programma è tornato al teatro. La Cortellesi si è sciolta come neve al sole, mentre i suoi ex colleghi della Gialappa’s dopo un ottima partenza con Mai Dire Gol si sono fossilizzati nel loro stile senza mai aggiungere nulla di nuovo. Anche loro sono spariti dagli schermi dopo che Mediaset non ha rinnovato Mai Dire Grande Fratello per la stagione 2014 (e visti gli ascolti di GF alla fine meglio così). Mazzocca, fratello di risate di Corrado Guzzanti a quanto pare ha aperto un ristorante a Miami e non ha alcuna intenzione di tornare a far ridere (anche se il meglio lo ha sempre dato insieme a Guzzanti). Nuove leve? Il programma della Guzzanti (sorella maggiore) aveva portato sullo schermo alcune nuove faccie (peraltro con un meccanismo interessante fatto di workshop, ospitati dal cinema occupato a San Lorenzo), anche li il programma però non ha portato gli ascolti sperati e lo show Un Due Tre Stella è finito nel cassetto. Stessa sorte per Serena Dandini e Vergassola anch’essi bruciati dagli ascolti fallimentari. Ultimo non in ordine cronologico, Luttazzi si è praticamente autodistrutto (dopo la cacciata dalla Rai) dopo essere stato preso in flagrante a scopiazzare i maestri dello stand-up made in USA.

(non cito programmi come Zelig, Colorado, o Superconvention, Le Iene, Striscia la notizia e simili, perchè non li ritengo programmi di satira. In aggiunta mi sono concentrato solo sulla parte televisiva lasciando fuori tutte le realtà web)

Niente sono arrivato alla fine di questo ragionamento comico (solo nel soggetto) però non riesco a trovare una risposta soddisfacente. E’ solo una questione di ascolti? Quelli in effetti sono a favore di Crozza (che fa stabilmente tra il il 9 e l’11 su una rete che di solito si attesta su ben altri risultati, verso il basso). Oppure la realtà è diventata talmente surreale che la battuta diventa un gioco di parole (stipendio/stupendo) e le maschere dei personaggi bastano a far ridere anche se il testo è di basso livello, come anche l’imitazione (anche se crozza non è mai stato un “realista” nelle sue interpretazioni). Basta dunque il soggetto, cambiato il contesto, per fare satira? Possibile che a distanza di 10 anni ancora dobbiamo rimpiangere il gruppo della tv delle ragazze come ultimo esempio di contenitore satirico ben riuscito? D’accordo, la finisco, vi ho riempito di dubbi e domande più che di risposte. Prendete questo post come una presa di coscienza, un’osservazione, e niente più. Chiudo citando un vecchio sketch dei Monty Python, nel quale il gruppo inglese mette in scena la comicità slapstick nella sua versione più tecnica e metalinguistica: torte in faccia e sgambetti sono spogliati di ogni orpello narrativo, scientificamente analizzati come in un autopsia del riso. Il risultato, manco a dirlo, è esilarante.

 

E se il mio smartphone scrivesse meglio di me?

Mi sono spesso scontrato nella mia vità con l’atavico problema della creatività. E’ un qualcosa di impossibile da evitare quando si cerca di scrivere. Nelle varie fasi ho sempre avuto approcci diversi. All’inizio c’era la frustrazione. Tutto era già stato scritto. Per essere originali bisognava fare qualcosa di mai pensato prima. Piano piano questa utopia si è affievolita. Leggendo, approfondendo, si scopre che non tutto quello che luccica è originale. La fotografia è stato un buon modo per lenire il mio dolore creativo. Che senso avrebbe un’arte che non fa altro che riprodurre (meccanicamente, e prima, chimicamente) il reale?

L’idea di “incorniciare” il reale era quello che mi teneva in piedi. E’ il frame quello che conta, il punto di vista che si ha su una determinata situazione, cosa, storia, persona, argomento. Quella è la tua originalità.

Con il passare del tempo, da buon ipocondriaco ho cercato altre malattie creative (oltre a quella “non farò mai niente della mia vita”). Una di queste è l’impatto della tecnologia sulla mia modalità di espressione, la scrittura. Cosa è cambiato dai tempi della penna? Cosa cambia oggi con il digitale? Come scriverei se non avessi un computer e uno smartphone sempre con me?

Ho così ripreso le mie montagne di appunti, le ho spulciate, in cerca di qualche segreto “pattern” che potesse rivelarmi il segreto della (mia) creatività. Niente da fare.

Nel farlo mi sono reso conto che non scrivevo più. Che quasi non ero più in grado di scrivere fisicamente (non che fossi mai stato troppo bravo con la calligrafia). Possibile che stessi già perdendo un qualcosa di così importante e personale come la scrittura?

Scrivo ancora su carta, qualche volta. Ad esempio quando devo studiare la struttura di un articolo, o meglio il suo svolgimento, allora uso ancora la penna, ma per il resto tutto è fatto di zero e uno.

Ma sono davvero io a scrivere? Quando digito sulla mia tastiera chi è che sta esprimendo qualcosa? Io? O la macchina? Ce la fa il pensiero a rimanere integro nel passaggio dal cervello al computer? O si perde, si modifica fino a diventare un opera meccanica?

Di questo ho già scritto in questo racconto. Ma c’è qualcos’altro di cui voglio parlare oggi.

Chi utilizza uno smartphone ogni giorno ha ben presente il sistema di correzione automatica presente sulla totalità dei dispositivi che usiamo oggi. I dizionari imparano dalla nostra scrittura. Un tempo (sto parlando dei nokia) era possibile aggiungere parole al T9 in modo da averle disponibili nel messaggio successivo (se si voleva scrivere “cazzo” si veniva subito corretti altrimenti). Oggi il software è diventato sempre più sofisticato. Non solo impara, ma per non sbagliare, salva tutto, TUTTO, quello che scriviamo sul nostro dispositivo. Questo serve a migliorare il sistema di suggerimenti (e non faccio il cospirazionista dicendo che in realtà le nostre parole hanno ben altri utilizzi, ops, l’ho fatto…) quando compiliamo un messaggio, ma non finisce qui. Accumulando migliaia di parole il sistema non è in grado solo di suggerirvi la “prossima” parola, ma anche tutte quelle successive, stando sempre nei limiti del suo sapere. Provare per credere.

Ho così provato a inserire una parola e poi lasciare al pilota automatico, la macchina, il resto del lavoro. Questo è il risultato.

Nella prima frase ho inserito solo “questo” e “che”

Questo è il mio numero che ti ho detto ma non ho mai problemi.

Qui ho inserito “Ora” e “ma”

Ora, io non ho nessun problema con la tecnologia, testi, accordi, foto, planimetrie ma non ho mai problemi di ricezione.

Qui ho inserito solo “amore” (abbastanza indicativo, dalla risposta successiva)

L’amore con te. E se morissi io?

Qui ho inserito “Vita”

La vita è un po di tempo.

Qui “tempo”

Il tempo di fare un giro di un suo riscontro.

Fino ad arrivare al “bug”, quando si insiste troppo con il pilota automatico, la macchina incosciamente sembra risponderci con un loop di “ma non lo so”.

Mangiare, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so, ma non lo so.

E se il mio cellulare dopo aver accumulato tutto il mio sapere se ne andasse e cominciasse a pubblicare racconti per cavoli suoi? Vado a prendere un cappio, e un martello.

 

Avete bisogno di questo articolo? Probabilmente no.

Gli scrittori sono sottopagati. È un dato di fatto. La questione è perchè? In altri ambiti il crollo della retribuzione è facilmente spiegabile: o non serve più quel servizio, oppure c’è una macchina (un software) in grado di sostituire la manodopera umana a un prezzo irrisorio. Ora, scrivere è ancora un lavoro umano, ci sono macchine in grado di scrivere articoli partendo da dati, ma sono ancora algoritmi imperfetti e soprattutto poco leggibili se non per scritti molto tecnici e poco lirici.

Dunque perchè svalutare un lavoro ancora cosí legato alle persone?

Nessuno ha bisogno di articoli? Sembra più che altro il contrario. Tutti ne hanno bisogno e in numero crescente. Ora non sono un economista, ma se si alza la domanda il prezzo dell’oggetto venduto scende, ma non lo stipendio di chi produce quell’oggetto, almeno questo è quello che è successo fino ad oggi. Anzi. Serviranno più persone specializzate per servire quell’aumento nella richiesta.

Ecco però che sorge un problema. La domanda si alza, ma é un mercato falsato dalla FREE economy. Tutti vogliamo essere intrattenuti e avere di più ma non abbiamo alcuna intenzione di pagare per questo. Che siano informazioni, film, programmi televisivi, videogiochi (freemium) e quant’altro.

Può la scrittura di articolo valere 8 euro? Si, se non fosse qualcosa di necessario. Se è qualcosa che ci serve davvero perchè pagarla così poco? “Beh il mercato è questo…”.

Ora quello che mi chiedo è: abbiamo davvero bisogno di tutta questa mole di materiale? Perchè a me sembra piuttosto che il numero di richieste, ovvero la domanda, sia in realtá falsata da un fattore distorcente: la gratuitá.

Ne vogliamo di più perchè è gratis, o semi gratuita. Perchè chiederne di meno? Basta vedere cosa fanno le persone nei ristoranti All You Can Eat. Di certo non smettono di mangiare, anzi molto più spesso arrivano ad esplodere come nella celebre scena de ‘Il senso della vita’ dei Monty Python.

E se non avessimo bisogno di tutti quei contenuti? Se la richiesta avvenisse solo perchè c’è la disponibilitá? I contenuti a differenza del cibo non fanno male al fisico. Non c’è alcun segnale nel corpo che dice ‘non guardare più film, non leggere più notizie!’

Oggi abbiamo accesso a infinite fonti (anche se la moltiplicazione ha quasi sempre poche fonti alla radice) di notizie. Infiniti canali televisivi con infinite copie di programmi, serie e quant’altro.

Il web produce più informazioni in un anno di quanti se ne siano prodotte nell’intera storia dell’uomo. Sparendo la fisicitá degli oggetti allo stesso tempo sembra essere sparito il limite di fruizione (e di possesso) dei contenuti. Oggi 30 mila canzoni stanno in una tasca. Idem per film, libri, articoli. Perchè darsi un limite se posso ottenerli a un costo irrisorio e non occupano alcuno spazio?

Il consumismo dei contenuti è una bolla. Una falsa richiesta causata da una concatenazione di elementi: la gratuitá, la replicazione del contenuto a prezzi di costo sempre più bassi se non pari a zero (vedi le news copia incollate), la diminuizione dello spazio occupato dei contenuti (le librerie non sono più dei molock di legno, ma nuvole volatili sparse in server sperduti), la moltiplicazione delle piattaforme distributive (siti, blog, social e un numero insensato di canali televisivi in perenne ricerca di contenuti da mandare in onda 24h, giá, perchè abbiamo bisogno delle 24h di palinsesto?).

Oggi una tv può arrivare a offrire per 1h di palinsesto circa 2000 euro, se vi dice bene. Chiaramente quei soldi non bastano a produrre nulla di sensato, a meno che non si abbassino gli stipendi di tutti quelli impegnati nella produzione del prodotto (e tolta la così detta ‘stecca’ del produttore).

Quello che voglio dire con questo sproloquio è che la richiesta di contenuti è fasulla. Non ne abbiamo realmente bisogno ma essendo abituati ad averne accesso adesso è difficile farne a meno. Il mercato si è autodistrutto cercando di rincorrere l’impossibile: creare prodotti per tutte le piattaforme di distribuzione è una missione suicida e senza alcun senso logico. Dove arriveremo? A produrre articoli o film per una sola persona? Un film con un target iper specifico di un solo individuo? Ho come l’impressione che la teoria della coda lunga stilata qualche anno fa da Chris Anderson sia in un certo senso andata, scusate il termine, a farsi fottere.

Il lavoro di chi produce contenuti non vale niente perchè non vale niente il mercato fittizio che è stato creato. La facilitá con cui si apre una piattaforma non sta a significare che quella piattaforma debba essere creata (e riempita di contenuti). Se costruire strade fosse facile come premere un pulsante, staremo tutto il tempo a costruire strade? Per andare dove?

 

#coglioneSi #coglioneNo e la scusa del Grande Capo

Coglione si, coglione no. A parte sembrare un brutto spin off di una canzone di Elio e le storie tese, la discussione esplosa in “rete” (odio questo termine) riguardo il lavoro creativo non adeguatamente retribuito (nel migliore dei casi) o non pagato (nel migliore dei casi) ha secondo me tralasciato un altro punto importante del sistema lavoro di oggi (rimango nell’ambito “creativo”).

Sto parlando del pagamento a “tanti giorni” se non mesi, se non “tanti mesi” se non “scusi lei chi è esattamente?”. Già perchè quando si è così fortunati da essere pagati non si è neanche a metà dell’opera (anche se l’opera, di ingegno, da mo’ che è stata consegnata). Scatta a questo punto la lunga sequela di mail per avere i soldi pattuiti (il telefono è oramai uno strumento inutile in questi casi, oltre a non lasciare tracce). La cosa folle è che all’inizio ci si sente sempre un po’ in difetto. “Che rompi palle che sono… sempre a chiedere soldi” “Poi poveracci, con questa crisi, stiamo tutti messi male…”. Si aspetta dunque fiduciosi. Prima un mese. “Vabbè ma un mese di ritardo oggi è la norma…” Poi diventano 2. “Vabbè ma 60 giorni che saranno mai! E poi abbiamo un governo illegittimo da molto più tempo!”. Si arriva ai 90 giorni “Ma la Juve non stava 8 punti sotto la Roma?” 180 giorni (non so perchè ma i giorni di solito sono sempre multipli, come i bit delle console). Di volta in volta le mail passano da un “vorrei per favore sapere a che punto è il pagamento” a “Salve vi ricordate di me?” per poi “Sono sicuro che il pagamento è in corso, ma potreste darmi una data precisa?” fino a ad arrivare a cose tipo “Siete delle persone fantastiche, sono molto contento di attendere il mio pagamento, in fondo il bello è l’attesa, poi quando si ottengono i soldi finisce tutto il divertimento. Non è importante dove si va…è il viaggio. Il muoversi. Ecco finchè i soldi sono in viaggio mi sento meglio…” (NDR attenzione il redattore potrebbe aver sostituito la frase per motivi di ordine pubblico). Il mio record personale rimane quello di 210 giorni, e sono un privato. So per certo che ci sono mondi in cui questi pagamenti possono protrarsi per anni. Tutto questo perchè? Perchè una società dovrebbe avere problemi a pagare una cifra che va dalle poche centinaia di euro (il mio record) al migliaio o poco più? Come è possibile che non sia già stata dichiarata fallita? Bancarotta? Caput? E per quale motivo oscuro io, persona privata, con tasse, spese come tutti gli altri, dovrei invece essere in grado di stringere la cinghia e rinunciare al mio compenso per il bene di una società più grande di me, che sa perfettamente quali sono i rischi di “produrre”?

Ora passo alla captatio benevolentiae, sennò non lavoro più. So perfettamente che il mio problema si pone allo stesso modo sopra le mie spalle. Soggetti più grandi, che potremmo chiamare “Grandi Capi” (come il film di Von Trier) che non pagano, che a loro volta hanno altri “Grandi Capi” che non tirano fuori i soldi e così via. Ma non sarebbe dunque meglio mettere delle regole che valgono per tutti? Per chi crea, per chi produce, per chi compra. Insomma se io finisco un lavoro il giorno 1 dovrei essere pagato entro il mese. Punto. Chi produce deve quindi accordarsi per un pagamento con il suo Grande Capo entro un tempo che ritiene congruo. Idem più su. Come far rispettare queste regole? Beh un metodo già c’è, in uso nella nostra tanto amata Equitalia che prevede un sistema di “more” molto chiare. Scaduto il termine di pagamento scatta una di tassazione di giorno in giorno con una percentuale stabilita già nella prima comunicazione. Quindi o paghi nei giorni stabiliti, o paghi una penale per ogni giorno, di fatto aumentando il mio compenso (e di fatto rendendo i pagamenti nei tempi stabiliti, molto più vantaggiosi) Follia? Forse sono un #coglioneSi a pensarla in questo modo, anche se credo ci sarebbero meno campagne #coglioneNo se davvero si riuscisse a creare una maggiore equità nel lavoro.

 

Inutili considerazioni next-gen

Ebbene si. Mi voglio lanciare in alcune considerazioni next gen senza ancora aver nemmeno provato la console, ma solo avendo visto e rivisto recensioni, articoli e video di gameplay sparsi per la rete. Già perchè mi viene un dubbio. Non è che questo salto generazionale non è così generazionale come vogliono farci credere?

Più guardo i video di gameplay più non riesco a vedere questa differenza madornale con quello che ho giocato fino ad oggi. E’ vero siamo ancora all’inizio. Le console sono acerbe anche per chi deve programmare e questo fa si che le maggiori software house per velocizzare i tempi di uscita abbiano rilasciato dei porting più che delle vere e proprie opere ad hoc. Ecco allora che Fifa14, Assassins Creed, COD e simili sembrano essere solo delle versioni pompate delle loro controparti old gen. Esistono anche alcuni video in rete che rendono palese come la differenza principale tra le due versioni sia (nelle next gen) un maggior numero di dettagli contemporanemanete su schermo (vedi esplosioni, persone sedute sugli spalti etc.).

Il foto-realismo sembra essere la vera feauture delle console di nuova generazione. Beh ma questa è la solita storia. Nuova console e nuove sbavate dietro alla grafica stellare. Vero. Ma questa volta nell’era dell’HD c’eravamo già. Il passaggio Ps2/Ps3 (parlo di quello che ho provato) era sbalorditivo proprio per il fatto che per la prima volta quelle belle tv piatte fino a quel momento usate solo per vedere la tv analogica male finalmente cominciavano a prendere senso. Con le Next gen niente 4k (cosa strana visto che di fatto nascono già vecchie e difficilmente adattabili in futuro) ma “solo” 1080p. Appena qualche linea in più del 720p dei giochi di questa generazione. La differenza dunque non è enorme se non per i promessi 60frame al secondo che hanno una reale influenza sulla giocabilità. Ma dov’è la novità? E’ proprio a livello di giocabilità che sembra non esserci nulla di entusiasmante.

Il titolo che maggiormente mi attira è Watch Dogs. Il problema è che uscirà anche per le vecchie console. Quindi? Che fare? Comprare una nuova console solo per avere più frammenti di esplosione sparsi sullo schermo? NBA 2k14 è in INCREDIBILE, praticamente una partita vera con tanto di chicche come il commento doppiato dai veri giocatori tra primo e secondo tempo. Ancora però non mi convince a sborsare 400 euro.

Tutto il comparto multimediale e social è interessante. Ma non sono convinto di voler spendere 400 euro per poter parlare su skype mentre gioco a fifa, o guardare la televisione mentre mi ammazzano su COD. E poi di alternative ce ne sono a bizzeffe e a prezzi molto più competitivi.

Molto più interessante, anche se ancora non confermata per il mercato europeo è l’uscita della Psvita da casa. Una mini console con uscita HDMI che permette di giocare gli stessi giochi della vita sul grande schermo (in 720p) di fatto unendo il gioco portatile e quello casalingo. Si salva sulla tv e si continua a giocare sul portatile e viceversa. La piccolina permette anche il gioco in streaming da PS4. E questa forse è la feature che la Ps3 non ha sviluppato fino in fondo forse per problemi di hardware.

Sarà meglio sarà peggio? Tutto questo sproloquio forse verrà spazzato via dal lancio di PS4 e XboxOne, solo il tempo potrà dirlo. E forse fra qualche mese mi troverete online a giocare sulle console next gen. Già perchè in fondo l’inizio è sempre un po’ critico, e per capolavori come The Last of Us si è dovuto attendere la fine di una generazione prima di poterci mettere sopra le mani.

 

Fifa 14 Tablet Edition – Il calcio “touch-only”

Ha senso scrivere una recensione di Fifa? O Pes? Direi di no. Negli ultimi tempi ho come sentito un disamore nei confronti delle simulazioni calcistiche. Un po’ forse sono gli anni che passano, il tempo da dedicare ai giochi che diminuisce. Fatto sta che l’ultima versione per PS3 l’ho presa e rivenduta nel giro di pochi giorni. Notavo i cambiamenti, notavo le migliorie, ma “perchè continuare a giocarci?”. In fondo le simulazioni calcistiche sono tra i giochi meno sensati tra quelli disponibili (e mi riferisco al single player). Non hanno una trama, non ci sono colpi di scena, il gioco potrebbe scorrere all’infinito senza grossi sussulti fino al successivo aggiornamento. E poi il sistema di controllo oramai è sempre lo stesso (FIFA c’è da dire ha cambiato il sistema difensivo creando non pochi problemi nelle prime partite) quindi perchè continuare? Meglio investire in giochi come The Last of Us, Beyond Two Souls, giochi che anche se di longevità minore danno sicuro più soddisfazioni a livello narrativo e ludico. Lo so, sono giochi molto diversi, ma mettiamola così, con il tempo che ho oggi per giocare preferisco andare sulla qualità, sul gioco che non è solo un gioco ma che tenta di essere qualcosa in più.

Quindi perchè parlare ancora di FIFA? Perchè memore dei grandi momenti che questo gioco mi ha regalato non ho potuto resistere e ho scaricato la versione Tablet (android). Ma sei pazzo? Tu che ti lamenti del sistema di controllo! Li è ancora peggio! I controlli fisici su touch screen sono un invenzione del diavolo, l’incubo di ogni videogiocatore che si rispetti!. Calmate gli animi. Non voglio parlare del sistema tradizionale. Ma di quello espressamente touch-only. Già. Un sistema touch che stravolge il modo di giocare a calcio. In che modo?

Innanzitutto chiariamo. Il sistema di controllo di FIFA 14 tablet edition prevede due opzioni. Il primo è lo standard (da qualche anno a questa parte) sui tablet o telefoni dotati di touch screen. In pratica sullo schermo compare, in trasparenza, un joystick con il quale è possibile interagire con il proprio calciatore virtuale. A sinistra c’è il controller di movimento e a destra i tre pulsanti d’azione. Niente di eccezionale, e come dicevo poco sopra, il peggio che si possa avere per un videogioco. Le mani dopo un po’ cominciano a sudare, lo schermo diventa improvvisamente ruvido i comandi scattosi…e…il resto lo sapete già. Ma c’è un’alternativa. Comandi Touch-only. Di che si tratta.

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Invece di creare un surrogato di un controller assente sul tablet (anche se è possibile con qualche smanettamento usare il proprio sixaxis della ps3) i programmatori della EA hanno pensato bene di offrire un sistema completamente diverso, che, in un certo senso, esalta le potenzialità del touchscreen. Ma è possibile cambiare un sistema così assodato come quello dei giochi di calcio su console? Si. A patto che non si cerchino paragoni irragionevoli con l’altro sistema di controllo tradizionale. Già, perchè in questo modo FIFA 14 diventa qualcos’altro, una sorta di realtà parallela dei giochi di calcio. Ma entriamo nel dettaglio.

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Inizia la partita. La prima cosa che noto è la telecamera. Di default è selezionata la più larga possibile (disponibile anche nelle versioni casalinghe). Questa ci da una visione di gioco molto ampia come se ci trovassimo dalla tribuna di uno stadio. Per far battere da centro campo bisogna toccare il giocatore. Questi batte immantinente. Quindi parte per la sua strada. Ma chi gli ha detto di andare di la? La versione touch only prevede un sistema di pilota automatico quando non interagiamo con i giocatori. Non appena si tocca un altro giocatore, il portatore di palla cercherà di servirlo. E’ possibile anche selezionare un punto a caso nel campo magari per provare lanci più in profondità e meno scontati. Se vogliamo direzionare il portatore di palla non servirà altro che tenere premuto sopra il giocatore fino a quando non si forma un cerchio intorno. Quindi sarà possibile “draggarlo” (scusate il termine) in ogni direzione. Se teniamo premuto il dito sullo schermo il giocatore effettuerà uno scatto. Il gioco, forse anche a causa delle capacità del tablet, risulta un po’ più lento. Ma questo non nuoce al nuovo sistema di controllo che per forza di cose è meno frenetico di quello con un joypad. C’è più tempo per pensare. Ma c’è anche molto di più da fare in multitasking. Mentre si ha il possesso della palla è infatti possibile controllare anche gli altri giocatori per dirgli di scattare, avvicinarsi al portatore di palla, tornare in difesa e quant’altro. Per capire ricorda molto il tentativo fatto su WII dove con il controller telecomando era possibile dire agli altri giocatori che traiettorie prendere. Buona l’idea ma già controllare due joystick con due mani diverse era per me impresa troppo difficile. Il tablet prende cosa c’era di buono su wii, ma lo semplifica visto che tutto è a portata di mano e meno macchinoso. Dopo poche partite sarà possibile muovere agilmente i propri giocatori e creare delle azioni complesse di una certa soddisfazione. Ma come si tira? Molto semplice. Non appena siete nelle vicinanze della porta bastera fare uno “swing” (come quelli che fate per tagliare la frutta in Fruit Ninja per intenderci) verso la direzione dove vogliamo lanciare il pallone. La velocità di esecuzione influenzerà la potenza del tiro. Non lasciatevi prendere troppo la mano però, uno swing troppo lungo lancerà il pallone in tribuna.

Questi sono i controlli base. Poi esistono altre varianti più complesse. Come ad esempio il tiro fintato. Utile per saltare un uomo nell’uno contro uno, o il portiere in uscita si effettua muovendo il dito a destra e a sinistra. In difesa è possibile chiamare l’uscita del portiere nella direzione in cui passiamo il dito sullo schermo. Sempre in difesa toccando il giocatore avversario è possibile fare un pressing di contenimento, mentre trascinando il dito si entra in scivolata (rischiosa, gli arbitri hanno il cartellino facile).

Che ne pensi dunque Giacomo? Vediamo. Beh, direi che il sistema implementato è interessante e merita una prova. Scordatevi dribbling e azioni in solitaria (anche se è possibile compiere le mosse speciali), la versione touch only porta il gioco del calcio in una dimensione più strategica. Ecco, FIFA 14 Tablet edition si avvicina più a uno strategico in tempo reale dove bisogna avere una visione a 360 gradi di quello che succede sul campo. Dove il gioco perde nelle azioni individuali, guadagna in quelle collettive, costruite con l’aiuto di tutta la squadra. Ma, c’è un ma. Una cosa che ho notato dopo qualche partita (a livello esperto) è una pessima IA dei portieri. Tiri da metà campo a volte colgono di sorpresa l’ultimo difensore togliendoci molta della soddisfazione di insaccare nella porta avversaria. Molta attenzione va fatta in difesa dato che il sistema di automazione dei giocatori (si può selezionare il livello di auto-cambio-giocatore) spesso porta il difensore a preferire un controllo pericolosissimo nell’area piccola invece di un più saggio rinvio in tribuna. Ma questo si sa è il problema principale dei porting per sistemi “minori” come i tablet e i telefoni.

Fifa 14 è disponibile in download gratuito (è un free-to-play) su app store e google play.