AltspaceVR: vi racconto la mia esperienza in un social network virtuale.

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Era un po’ di tempo che non davo un occhiata allo store di OCULUS per il mio Gear VR. Dopo il lancio consumer (99$ per un casco marchiato Samasung, in collaborazione con OCULUS) e l’offerta attualmente disponibile (compri un s6 e ti regalano il casco, maledetti aggiungo, io l’ho pagato a prezzo pieno) le cose nel mondo del VR cominciano a muoversi sempre più rapidamente. Qualche mese fa vi ho parlato del mio primo viaggio social nel mondo della realtà virtuale (roba di margherite fluttuanti) e dopo neanche 60 giorni mi trovo a testare un’altra piattaforma social che sfrutta le possibilità del VR.

Si chiama AltSpace-VR ed è un app gratuita scaricabile dallo store di OCULUS (è nella sezione “concept”). Non appena entrati ci viene spiegato brevemente come muoversi. Uno swipe su e giù sono necessari per girare il proprio sguardo (se non si è ad esempio su una seggiola girevole), il resto verrà fatto con lo sguardo. Un mirino su schermo ci può teletrasportare in qualsiasi luogo all’interno della stanza semplicemente cliccando nel punto che vogliamo visitare.

La prima stanza che visito è la “welcome room”. Qui è dove si può cominciare a muoversi nel mondo di Altspace. Non a caso è la stanza più “affollata”, ci sono 10 persone che fluttuano avanti e indietro in una sorta di mega-chalet futuristico sospeso in mezzo alle nuvole. Sento una voce. Mi avvicino. E’ uno degli sviluppatori di Altspace. E’ li per rispondere a qualsiasi domanda. La prima cosa che noto è che ha le braccia. O meglio. Tutti abbiamo le braccia. Ma è l’unico in grado di muoverle. Provo a schiacciare qualche pulsante del mio joystick (uso un controller bluetooth, ma si può navigare anche in sua mancanza, utilizzando il touch del casco). Niente da fare. Mi tolgo dal “mute” (è in default quando si entra) e chiedo informazioni. Il ragazzo (almeno credo, siamo più o meno tutti uguali, quelli che hanno un corpo umano perlomeno) è molto gentile e mi risponde prontamente. Sta usando Altspace da Desktop (è una cross-platform, si possono utilizzare diversi device, il Gear VR è uno di questi, ma si può usare anche senza casco) e per muovere le mani ha installato un KINECT (accessorio per XBOX ONE). Muovendo le sue mani è in grado di doppiare il movimento nella realtà virtuale. La sua testa però è immobile in quanto non è dotato di un casco. Ascolto con molta attenzione. Gli chiedo se si tratta di un prodotto FACEBOOK. Mi risponde che no, non sono legati a facebook. Sono una start-up, hanno appena ricevuto dei fondi e sono in fase di lancio. “E’ tutto ancora da vedere…ci stiamo lavorando”. Sorrido. O almeno credo di farlo. Per esprimere emozioni ci sono delle emoticon in basso. Si possono selezionare solo alcune facili espressioni. Una volta scelte, compaiono come un enorme emoticon sopra la nostra testa. Nel frattempo entrano altre “persone”, droidi perlopiù. Si tratta del corpo standard con cui è possibile entrare nel mondo virtuale. Per cambiarlo basta registrarsi e scegliere tra alcuni “body” un po’ più originali (ma non aspettatevi un livello di customizzazione molto profondo…arriverà probabilmente in futuro). Scelgo un umano. Maglietta azzurra. Sento un po’ di vociare. Alcune persone stanno chiacchierando all’entrata. Di nuovo mi avvicino al developer. Gli chiedo se c’è uno specchio. Attenzione. Non sono pazzo. Non completamente. La mia domanda ha basi puramente scientifiche. Voglio capire come gli altri percepiscono il mio personaggio. Se quanto scuoto la testa ho un effetto realistico oppure no. Quanto pedissequamente il movimento del collo viene riprodotto nella mia controparte virtuale. Per nulla scosso dalla mia domanda (non devo essere il primo) il developer mi dice che si, c’è uno specchio ma non è disponibile per il mio dispositivo. “Vedi quel gruppo di persone laggiù? Sono davanti a uno specchio. E’ per questo che si raggruppano tutti in quel punto”. In effetti c’è uno strano affollamento. “Però c’è una soluzione…puoi chiedere a lui se riesce doppiare i tuoi movimenti”. C’è un altro persoanggio davanti a me. Molto simile. Mi guarda. Giro la testa a destra. Fa lo stesso. Quindi scuoto la testa. Di nuovo il ragazzo (almeno credo, in fondo qui, il genere, non esiste) copia ogni mio movimento. Ridiamo entrambi. Ride anche il developer. E’ assurdo. Abbiamo appena utilizzato un livello di comunicazione basico, il più ancestrale che l’uomo ricordi, quello che anche i bambini mettono in pratica quando ancora non possiedono tutte le risposte. E lo abbiamo fatto in un ambiente che non esiste. Arrivano altre persone. Le mani del developer sono il centro dell’attenzione. In molti vogliono essere sfiorati. Non c’è contatto naturalmente ma tutti vogliono vedere l’effetto che fa. L’ambiente è abbastanza confortevole. C’è però qualcosa che non quadra. L’audio. Quando sono vicino ad una persona sento il suo audio a più alto volume. Quando mi allontano il suono si allontana di conseguenza. Ma non sparisce mai completamente. Alcune persone sono fuori dalla baita, ma riesco comunque a sentirle. Chiedo lumi al developer che mi spiega che si in effetti è impossibile “mutare” le conversazioni intorno. “Se qualcuno fosse dietro questa parete, riusciresti comunque a sentirlo”. Nel parlare si gira. Un’altra domanda sorge spontanea. “La tua bocca che si muove è l’unico elemento che ho per capire se stai parlando?” “Si, beh, questo è quello che succede con corpi come il mio o il tuo, i droidi sono più “sofisticati”. Anche se sono di spalle puoi vederli pulsare quando stanno parlando. In realtà qui, quando abbiamo iniziato c’erano solo droidi, gli uomini li abbiamo inseriti dopo. Sono un po’ più naturali, battono gli occhi (a caso, anche se non ci sei) ma quando parli non brillano di luce propria”. Un cumulo di persone si trova davanti al developer. Tutti pendono dalle sue labbra. A giudicare dalle zeppole direi che siamo un branco di nerd senza una vita. “Cavolo, sembra proprio Ready Player One, è incredibile”. Sarò ripetitivo, ma non riesco a non sentirmi dentro il libro di Ernst Cline. “Già, adoro quel libro”. Naturalmente il developer conosce il testo, non avevo dubbi. “La cosa bella è che se sei un coder, puoi costruirti il tuo spazio caricarlo e invitare gli amici. Non è ancora possibile con la versione GEAR VR, ma da desktop si, bisogna saper un po’ smanettare (JAVA) ma può dare molte soddisfazioni. Puoi caricare il tuo cabinato e invitare gli amici a giocare!” In pratica ognuno può creare un suo spazio virtuale completamente personalizzabile e invitare gli amici a giocare nel suo mondo (esattamente come succedeva nel romanzo di Cline). Ogni spazio è un’indirizzo http a cui collegarsi. Se si creano oggetti, e sono caricati online, è possibile condividerli anche all’interno degli spazi di Altpsace. “Vi faccio vedere…” Tutti guardano il developer agitare le mani in modo innaturale. “Scusate sto cercando di scrivere con la tastiera…” Le sue braccia sono piegate al contrario. “Tutt…ttu…tut….ah, eccolo qui…vedete qualcosa di strano nel cielo?” Mi giro. Niente. “Mmm…vediamo, forse…no…questo…no…si..ecco. Lo vedete questo?” Ci indica un enorme palla bianca al centro della stanza. “Wow..” Dopo poco la palla diventa una foto sferica. “E potete camminarci dentro”. Mi avvicino. Entro nella palla. Sono al suo interno. Da qui la foto viene percepita come una normale foto sferica navigabile. Se la si attraversa si torna nella stanza. Entro e esco svariate volte. Cavolo. E’ davvero incredibile. A differenza dello spazio virtuale proposto da Samsung, questo è un vero e proprio luogo open-source dove l’utente può praticamente costruire qualsiasi cosa sia in grado di programmare. Decido di fare un giro nelle altre stanze. Sono tutte vuote. Vago per qualche minuto. Ci sono stanze con giochi, un enorme mansion con uno schermo con su scritto “Live Events”. Probabilmente è dove si riunisce la community per guardare eventi live organizzati dal Altspace. Più mi guardo intorno e più mi sembra di avere un déjà vu chiamato Second Life. E’ innegabile la somiglianza, ma l’aggiunta del VR trasforma l’esperienza in modo radicale. Torno nella stanza “Welcome”, non appena entro ho una sorta di “allucinazione”. O almeno credo. Vedo un enorme ScoreBoard sul muro della casa. Mi avvicino. Poi sparisce. Vado dal Developer e gli chiedo informazioni. Il telefono comincia a scaldarsi, l’immagine rallenta. “C’era uno scoreboard per caso?” “Cosa?” “C’era un tabellone?” “Dove l’hai visto?” “Sul muro..” “mmm..sei sicuro?” “Credo di si…” “Strano…beh ma eri appena arrivato? Dove ti trovavi?” Gli spiego che si in effetti ero appena rientrato nella stanza. “Forse si trattava di un glitch…?” Chiedo. “Eh…diciamo…” sembra restio, in fondo un glitch, è un errore di programmazione, non vuole fare brutta figura. “…diciamo di si..era un glitch..mi dispiace!” “Figurati, ero solo curioso!”. Si mette a ridere. Ridiamo. Il telefono è troppo caldo. L’immagine scatta e l’esperienza sta diventando fastidiosa. Decido di congedarmi. “Grazie di tutto e per le informazioni. Cheers”. Il ragazzo mi saluto di conseguenza, aggiungendo un enorme emoticon sorridente sulla sua testa. Sorrido (tra me e me), saluto di nuovo e spengo.

Qui trovate tutte le info su AltspaceVR. E’ qualcosa da provare e probabilmente è uno sguardo molto “realistico” su come si potranno sviluppare i social network (Facebook ha parlato spesso di teletrasporto…) nel prossimo futuro (molto più vicino di quanto possiate immaginare).

 

 

Giacomo Cannelli

 

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