HFR (Higher Frame Rate) – La nascita del cinema iperrealistico.

Iperrealista. La prima parola che è balenata nella mia testa quando i primi fotogrammi di Lo Hobbit (non così pochi vista la velocità doppia rispetto al cinema fino ad oggi conosciuto) sono lentamente penetrati nella mia retina oculare. Non so cosa abbia potuto pensare il primo spettatore del cinema a quella proiezione organizzata da un paio di pazzi francesi quella sera del 28 dicembre 1895, ma credo che la parola potrebbe essere stata la stessa: iperrealista. “Oh mio Dio, una locomotiva! Fuori di qui!”. I nostri occhi sono abituati a ben altro, la reazione è più composta, quasi interamente racchiusa nei nostri occhi che strabuzzano ad ogni dose di immagini che a velocità incredibile vengono riversate nel nostro campo visivo.

Quando la prima volta sentii parlare di HFR (Higher Frame Rate) ho storto il naso (peraltro il mio setto nasale deviato rende l’espressione ancora più pronunciata). Il cinema DEVE essere più lento della realtà. Quello sfarfallio nel movimento è ciò che lo rende diverso. E’ il filtro della finzione. Appena vediamo un immagine cinematografica ci rendiamo istantaneamente conto di essere davanti a una messa in scena.

Qualche anno fa mio padre mi regalò una videocamera. La mia prima mini dv. L’entusiasmo era alle stelle. Una camera digitale. Finalmente potevamo fare cinema! Mi sbagliavo. Le immagini erano impastate, fare un fuoco selettivo (oggi si fa anche con un cellulare) era praticamente un miracolo. Tutto era a fuoco sempre (quando c’era luce) e soprattutto quei maledetti 50 frame al secondo rendevano tutto così INTERLACCIATO!

Torniamo al mio naso storto. Non la deviazione del setto. All’espressione e al suo significato di disapprovazione.

50 frame (48 per l’HFR) per me volevano dire “televisivo”. Scadente. Interlacciato. L’equivalente dei filmini delle vacanze semplicemente molto più nitidi una volta che l’alta definizione aveva invaso il mercato con telecamere sempre più piccole ed evolute. L’idea che quel tipo di immagine potesse in qualche modo arrivare al cinema mi faceva rabbrividire. Dovevo vedere. Dovevo guardare il male dritto negli occhi per poi criticarlo amaramente. L’ho fatto. E questa è la mia testimonianza.

Scorrono le prime immagini. Tralascerò ogni mio commento sul film. Non è di questo che voglio parlare e non è per questo che sono entrato al cinema. Il fantasy non è il mio genere. Odio le fenici. Non ci posso fare niente.

L’impressione di fluidità è lampante. Tutto scorre ad una velocità insensata. Tutto è nitido. Nei primi istanti ci si sente travolti dalle immagini. I primi movimenti di macchina a volo d’uccello danno le vertigini (capisco per quale motivo alcuni hanno avuto la stessa reazione). Compaiono le prime figure. L’effetto è esattamente quello che mi sarei aspettato. L’occhio percepisce la differenza nelle immagini. All’inizio mi ha ricordato quell’effetto che si ha con alcuni tipi di televisori. E’ una tecnologia digitale che “inventa” (con un software) i frame che mancano per arrivare a 50. Un film quindi prende quella strana visione “realistica” in cui il movimento è fluido e nitido. Troppo nitido. Qui però le cose sono diverse. I frame ci sono, sono 48, ma sono reali e non inventati.

Dopo pochi minuti l’occhio si abitua. E’ incredibile come siamo in grado di adattarci ai cambiamenti (come ai continui aggiornamenti del diario di Facebook). Comincio a guardare cercando di pensare il meno possibile alla tecnologia. E’ impossibile. Lo Hobbit è la sua tecnologia, come Avatar è stato il battesimo del vero 3D. L’HFR non è un orpello, un surplus all’immagine, è un nuovo tipo di immagine. Un nuovo tipo di cinema, forse un altro tipo di linguaggio che necessita di un nuovo tipo di approccio. Più volte durante le riprese di Lo Hobbit Jackson ha fatto notare come tutto andava rivisto. In HFR tutto è visibile, anche il minimo dettaglio. Costumi, trucco, effetti speciali, tutto deve essere più preciso, ineccepibile. Quando riesci a vedere i pori della pelle di un attore (e non stiamo parlando di un dettaglio, ma di un normale primo piano) non puoi permetterti di lasciare nulla al caso. L’HFR è quello che mancava al 3D e lo si nota maggiormente nei momenti più concitati. In Avatar alcuni movimenti di macchina a mano (nei combattimenti) perdevano di forza perchè impossibili da “leggere”. Con 48 frame questo problema non si pone. Tutto è leggibile (anche dal vostro stomaco) con un effetto spettacolare senza pari.

Forse ho esagerato nel paragonare l’HFR all’inizio del cinema, forse il salto non è così grande, e forse il cinema rimarrà ancorato ai suoi 24 frame al secondo, ma quanto ho visto oggi ha stravolto il mio modo di guardare le immagini. Iperrealista. Questa la parola che è balenata nella mia testa quando il primo dei 48 fotogrammi per secondo è entrato nei miei occhi. Sono curioso di conoscere la vostra.

(L’immagine del post è un quadro di Alyssa Monks)

[UPDATE] A questo LINK potete trovare il trailer del film in HFR (credo sia simulato, ma rende molto bene l’effetto).

 

Giacomo Cannelli

 

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