Homeland – Incontro con Damian Lewis e David Harewood

Anche se con qualche mese di ritardo rispetto alla messa in onda americana, arriva in UK la serie Homeland. Prodotta da showtime la serie ha già fruttato due Golden Globes. Miglior attrice Claire Danes, davvero straordinaria e, rullo di tamburi, miglior Drama series.

Sinossi

Durante un’operazione della Delta Force in Afghanistan viene ritrovato un sergente dell’esercito, Nicholas Brody (DAMIAN LEWIS), ritenuto morto in azione nel 2003. Il sergente racconta di essere stato prigioniero per 7 lunghi anni insieme a un altro americano, morto durante le torture. Brody viene accolto in patria come un eroe e gettato davanti alle telecamere per dimostrare l’efficenza delle forze di sicurezza. Tutti sembrano entusiasti del suo ritorno, tranne Carrie Anderson (CLAIRE DANES), un agente della CIA che dopo aver condotto azioni non autorizzate durante una missione in IRAQ è stata riassegnata alla sezione Counter Terrorism. Durante la missione era venuta a sapere che un militare USA era stato plagiato dai terroristi. Non appena viene a sapere di Brody, l’agente Anderson sospetta che sia lui il misterioso traditore. La sua foga di agire trova però l’opposizione degli alti gradi della CIA che vedono il suo dubitare senza alcuna prova (nessuno è a conoscienza della notizia ottenuta in IRAQ) come una forma di indisciplina e mancanza di rispetto per un eroe di guerra come il sergente Brody. Carrie non si lascia perdere d’animo e recidiva nel suo voler fare tutto di testa sua, mette sotto sorveglianza la casa di Brody senza alcuna autorizzazione. Carrie viene però colta sul fatto dal suo superiore e mentore Saul Berenson, il quale le intima di interrompere immediatamente le sue ricerche e di presentarsi il giorno dopo davanti alla corte disciplinare. Carrie sembra perdere la testa, il suo stato psicofisico già debole (fa uso di psicofarmaci) sembra crollare, ma il suo istinto e la sua capacità analitica la portano a scoprire qualcosa: forse la sua non è semplice paranoia.

In una serata speciale i due attori protagonisti della serie Damian Lewis e David Harewood (curiosità entrambi Inglesi esportati) hanno incontrato il pubblico dopo la proiezione del pilot della serie (ancora inedito in UK, presto su Channel4).

A quanto pare Homeland è il programma preferito di Obama lo sapevate?

Lewis

Si, l’ho sentito. E’ uscito un articolo sul NyTimes che raccontava questo aneddoto. (L’articolo è di Maureen Dowd, potete leggerlo qui).

Credo ci siano anche i Clinton tra i fan della serie. A quanto pare tutti vogliono un boxset di Homeland nei piani alti della amministrazione americana. Abbiamo avuto moltissime richieste. Guardano quello che piace al loro capo! (risate)

Non vorrei fare troppi spoiler, per chi non l’ha ancora visto…

Probabilmente l’hanno già scaricato tutti da internet! (risate)

La serie è un adattamento di Hatufilm serie scritta e diretta da Gideon Raff. Alla versione americana hanno lavorato Howard Gordon e Alex Gansa.

Cosa avete pensato appena avete visto lo script, quali sono state le vostre prime impressioni?

Lewis

E’ sempre eccitante sapere che ti hanno inviato un nuovo script. Non stai nella pelle, poi lo leggi e dici “oh…” e ne rimani deluso. Non è stato il caso di Homeland. Ho capito subito che mi trovavo davanti a un ottimo prodotto. E’ molto ambizioso e si può capire già dal primo episodio. La cosa che mi ha attirato è la sfida di trattare argomenti così delicati in uno show da 50 minuti. Fin dal primo episodio la serie si presenta molto densa di tematiche diverse, sia dal punto di vista degli eventi che dei personaggi. Qualcosa che difficilmente si trova da queste parti (in UK NDR).

Harewood

Io mi trovavo in tournèe qui a Londra. Mi è arrivato uno script di 14 pagine. Ricordo di non aver avuto tempo per prepararmi, così mi sono messo davanti la telecamera e ho recitato le battute leggendo di volta in volta. Poi me ne sono completamente dimenticato. 2 mesi dopo mi chiama il mio agente e mi dice che gli ero piaciuto molto. Nelle 48h successivo sono al telefono con Alex Gansa (regista produttore di Homeland insieme a Howard Gordon), producer di 24, è stato folle. Incredibile

Interviene Lewis

Devi avere un attore di colore e un roscio. Hanno prima aspettato di vedere se andavo bene e poi ti hanno chiamato! (risate)

A dispetto dei personaggi da lui interpretati Damian Lewis si dimostra un grande intrattenitore, battuta sempre pronta e grande feeling con il pubblico. Unico neo una giacca stile Dolce e Gabbana in Antartico.

Harewood

E’ stato tutto così rapido. Non ho potuto lavorare sul mio personaggio. Non mi ero neanche allenato con il mio accento americano. Non potevo sentirmi nell’episodio pilota che avete appena visto. Quella specie di “mezzo” accento. E’ orribile.

Lewis

Oh non eri così male! Non era male vero? (al pubblico)

Harewood

Durante la serie poi mi sono sentito più a mio agio.

E tra gli altri chi è stato il primo preso per la parte?

Lewis

Credo che Claire Danes sia stata la prima e poi Mandy Patinikin. In un primo momento per il ruolo di mia moglie era stata presa un’altra attrice ma non voglio dire il nome, in quanto la sua sostituzione non è dipesa dal fatto che non fosse brava (si tratta di Laura Fraser). E’ stata fantastica nel pilot, ma non ha convinto gli executive, in quanto non erano ancora certi su come dovesse essere il personaggio. Dopo la fine delle riprese siamo quindi dovuti tornare sul set per altre 3 settimane per rigirare tutte le scene con Morena Baccarin (l’attrice che ha poi interpretato la moglie di brody, già protagonista del Reboot di Visitors)

La protagonista della serie è una donna mentalmente instabile, Claire è affetta da un disturbo bipolare, Che peso ha questo elemento nella storia?

Harewood

La sorella di uno degli sceneggiatori è affetta da questo disturbo. All’uscita della serie ha scritto un’articolo sul NyTimes raccontando quanto questo ruolo fosse importante per informare le persone su questo tipo di disturbo. E’ difficile trovare show televisivi in grado di proporre un ritratto così realistico di questa condizione.

Lewis

E’ stato molto coraggioso inserire un personaggio affetto da disturbo bipolare in un thriller paranoico. Potrebbe sembrare un trucco per attirare l’attenzione. Sicuramente il suo disturbo crea una sorta di instabilità anche nello spettatore, ogni volta costretto a chiedersi se quello che la protagonista fa sia guidato dalla sua malattia o dal suo intuito geniale, ma credo che gli sceneggiatori siano stati molto bravi nel raccontare il suo stato con la giusta sensibilità e questo diventa più chiaro con il progredire delle puntate.

Cosa ne pensate degli altri attori del cast?

Harewood

Per quanto mi riguarda è la miglior compagnia di attori con cui abbia mai lavorato. Molto spesso andavo sul set solo per guardare gli altri recitare. Nel particolare Mandy, davvero incredibile. Era sempre buona la prima, ma quando faceva un altro take riusciva a stravolgere quello che aveva fatto, riuscendo comunque ad aggiungere qualcosa. Anche Claire davvero incredibile.

Cosa ne pensate del tema? Perchè hanno scelto un tema così non americano come il tradimento. Non avevate paura che gli americani non avrebbero apprezzato qualcosa di così antiamericano?

Lewis

Credo che rispetto alla serie “24”, che ha rappresentato un po’ lo spirito repubblicano, una sorta di reazione mascolina all’attentato alle torri gemelle, Homeland abbia un’approccio più di “sinistra” nel raccontare il post undici settembre. Oggi le cose sono diverse, ora sappiamo molto di più su come si sono svolti i fatti. Credo che lo show parta da qui, da come è cambiato il sentimento delle persone 10 anni dopo l’attentato alle torri gemelle.

Harewood

Quando abbiamo girato la pilota Bin Laden era ancora vivo. Prima della messa in onda c’è stata la notizia della cattura e dell’uccisione. Gli autori hanno quindi deciso di aggiungere una battuta (approfittando del fatto che dovevano rigirare le scene con la moglie di Brody) in cui si diceva che Bin Laden era morto. Credo che sia stato un momento cruciale. Quel giorno si è chiuso un capitolo della storia americana. E credo che questo abbia permesso al pubblico, agli americani, non dico di rilassarsi, ma di riuscire a guardare indietro, a quello che è successo negli ultimi dieci anni con un animo diverso. Credo che se non fosse morto Bin Laden, forse, sarebbe stato diverso.

Damian, Com’è stato girare le scene di tortura?

Lewis

Freddo. Molto freddo. Sicuramente sono scene forti, credo abbiano tagliato una scena in cui mi viene conficcato un cacciavite nella spalla. Non è stato più difficile di altre scene. Non sono uno di quegli attori che si porta il lavoro a casa. Di solito sono in quel mondo quando lavoro, ma una volta a casa dimentico tutto.

David, Come ti sei preparato alla tua parte dopo aver interpretato due grandi personaggi storici come Nelson Mandela e Martin Luther King?

Harewood

David Estes , il mio personaggio, è molto introspettivo. E’ stato molto difficile capire quale fosse la sua caratterizzazione. Solo verso la fine della stagione credo di aver trovato la giusta chiave. Non mi sentivo mai soddisfatto del mio lavoro. Poi finalmente uno dei registi, credo fosse il quarto episodio, mi ha dato una direzione che mi ha molto aiutato. Mi ha detto: “non voglio mai vedere quello che stai pensando”. Per me era perfetto, di fatto non dovevo far altro che mascherare ogni sentimento! Ho continuato a lavorare sul personaggio, cercando di costruire un sentimento nascosto, come se non volesse mai chiaramente rivelare se stesso. Non vedo l’ora di girare la seconda stagione. Ora che lo conosco mi sento pronto a interpretarlo al meglio.

Lewis

Posso aggiungere una cosa riguardo ai personaggi? Ci sono due elementi interessanti nel modo di scrivere “drama” negli USA. Di solito gli sceneggiatori hanno un “arco” della storia in mente. All’interno di quest’arco gli autori non conoscono tutti i dettagli. In un certo senso si adattano agli attori, cercando di valorizzare quelle che sono le loro qualità. Può quindi succedere che lo sceneggiatore si “innamori” della performance di un attore. Questo fa si che nella storia ci siano come della pause, dei mini tributi al personaggio che ci aiutano a scoprire lati del suo carattere non presenti nella storia principale. C’è molta più spontaneità di quanto possiate immaginare. L’altro elemento che caratterizza i long form televisivi e l’ha descritta molto bene David Simon creatore di The Wire: è il “novelistic approach”. E’ bello avere un episodio ogni settimana, come leggere un capitolo prima di spegnere la luce e poi fantasticare su come sarà il capitolo successivo. E’ bello essere sorpresi dalle diverse direzioni prese dal racconto, aiuta a mantenere alto l’interesse del pubblico e allo stesso tempo è molto affascinante anche per noi attori.

Parliamo di attori inglesi. Cosa ne pensate? C’è questo bisogno di andare dall’altra parte per poi tornare dopo il successo come una sorta di tesoro nazionale?

Harewood

Per me è importante. Non ci sono molti personaggi così forti e autoritari per un attore di colore in questo paese, non si scrivono personaggi di questo tipo è un dato di fatto. Molti attori della mia generazione vanno a lavorare in USA. Mi sono sempre sentito come se avessi perso il treno. Idris Alba, ad esempio, mi ricordo di aver parlato con lei parecchi anni fa, mi raccontava della sua frustrazione, del fatto che voleva andarsene. E guardate adesso dove è arrivata. E’ diventata una grande star. Ha preso la decisione giusta. Ora che è tornata la BBC gli ha dato una parte in Luther. Naturalmente ci è voluto molto tempo. Ma ne è valsa la pena. Per me è stata una necessità. Nessuno mi avrebbe dato un ruolo del genere qui in questo paese.

Lewis

Credo siamo stati entrambi molto fortunati ad avere un accento americano credibile. In questo modo hai la possibilità di lavorare in entrambi i posti. La maggior parte della tv americana è spazzatura. Quello che abbiamo visto qui ora è la “creme” della tv americana. Ci sono cose buone in entrambe le industrie televisive (UK e USA). Non credo ci sia questa necessità di andare in USA per affermarsi. Credo sia qualcosa di attraente si, ma solo quando ti vengono offerti ruoli interessanti.

Quale credete sia il motivo percui in Inghilterra non ci sono programmi come questo?

Sono due tradizioni diverse. Scrivere per immagini è nel DNA americano. E’ profondamente radicato nella loro cultura. Non si può dire lo stesso dell’Inghilterra. Abbiamo una grande tradizione teatrale. Molti sono partiti da li per poi portare il loro talento in televisione. La nostra produzione televisiva è stata basata sulla parola, per lo più “talking head” (teste parlanti). Ha sempre avuto un approccio molto teatrale. Credo che in Inghilterra ci siano degli scrittori incredibili, ma manca qualcosa. Un motivo molto importante è certamente il diverso metodo di produzione. Quello americano si basa su spendere 5 o 7 milioni di dollari per la sola produzione dell’episodio pilota. Scrivono una sceneggiatura. La girano. E poi decidono se fare o no la serie. Sono 7 milioni, e gli autori vengono pagati in anticipo. Qui bisogna prendere decisioni molto prima di andare in produzione, e questo sicuramente ha un peso importante sulla qualità del prodotto finale.

Harewood

Credo ci sia anche un problema di mancanza di ambizione. Non si cerca di raccontare storie globali. Rimaniamo spesso su temi molto locali. Credo che qualcosa stia cambiando, con l’avvento della tv via cavo, anche qui da noi con Sky si sta cercando di costruire un sistema di produzione più ambizioso. E anche Channel4 naturalmente sta facendo un ottimo lavoro.

Le parole dei due attori mi suonano strane. Come nel film di Woody Allen “Midnight in Paris” sembra che anche qui in Inghilterra si soffra di una “Golden Age Syndrome”. Si rimpiange il grande passato teatrale inglese come un qualcosa di perduto e ora irraggiungibile. Si guarda invece all’America come unico luogo dove poter fare un certo tipo di televisione universale. Mi guardo intorno. Ma come è possibile? Questa è la terra di Misfits, Life on Mars, Shameless, The office, I Monty Python, Being Human, tutte serie che proprio per il loro appeal universale sono spesso state acquistate e rifatte negli Stati Uniti. Possibile che due attori inglesi di successo, di grande spessore culturale, pensino che l’Inghilterra non sia altro che “Talking Heads”?

Mentre rifletto sulle ultime parole di Lewis e Hatterwood cominciano le domande dal pubblico. Ed è proprio dal pubblico che viene una considerazione interessante sul panorama televisivo inglese.

Volevo prima fare una premessa. In passato c’era molta qualità nella tv inglese, soprattuto nella produzione di Dramas, 30, 35 anni fa. Credo sia anche nel nostro DNA, certo oggi qualcosa si è fermato, probabilmente quando è stato riformato il sistema televisivo, e molti dei dipartimenti che si occupavano i fiction sono stati chiusi.

La mia domanda riguarda la connessione con Israele, avete letto il libro da cui è tratta la serie prima di girare?

Lewis

La serie originale è stata scritta da Gideon Raff, ed era basata su alcune ricerche che aveva fatto personalmente. Nel particolare su come vengono trattati i militari che sono stati prigionieri nei territori. A quanto pare una volta rientrati, vengono tenuti in dei campi di debriefing e trattenuti li per molto tempo lontano dalle loro famiglie. Vengono interrogati nel caso possano avere notizie sensibili. Il vero motivo è, naturalmente, che temono possano essere stati plagiati. L’idea principale, la possibilità che un militare possa essersi convertito al nemico, è stata di ispirazione ma poi la storia si evolve in modo completamente diverso.

Tornando al discorso della scrittura, i piccoli tributi fatti agli attori di cui prima parlava Damian Lewis. C’è anche un’altra tendenza dei long form televisivo, quella degli autori a non voler che gli attori sappiano troppo del loro personaggio. Quanto vi è stato detto dei personaggi? Vi è capitato spesso di leggere il nuovo script e dire “Oh cavolo, non sapevo che il mio personaggio si sarebbe comportato in questo modo!”

Lewis

Dipende da dove lavori, per quello che posso dire Alex Gansa è stato molto collaborativo e mi ha sempre detto tutto quello di cui avevo bisogno. Ho avuto con lui una lunga conversazione prima di accettare il ruolo. Quando era chiaro che sarei stato un Marine, un simbolo così forte, un militare che ha deciso di combattere per una società libera, e che nella storia avrebbe potuto abbracciare la religione islamica (si accorge di aver detto qualcosa che si scopre più avanti nella serie) era importante per me che il personaggio prendesse questa decisione attivamente, che non fosse una sorta di Fantoccio stile Manchurian candidate. Per quanto riguarda il personaggio, quello che posso dire è che qualche volta è anche bello non saperne troppo. Aggiunge spontaneità alla serie.

Come ti sei preparato a interpretare Brody?

Lewis

Prima di iniziare ho fatto molta ricerca. Ho incontrato alcuni militari, ho letto molti libri soprattutto sulle sindromi post traumatiche di cui soffrono i soldati che sono tornati dal fronte. Credo che l’autore che mi ha dato di più è stato Brian Keenan e il suo libro “An Evil Cradling”. Ha un modo di scrivere molto bello, profondamente psicologico, mi ha molto aiutato per ricreare lo stato mentale di Brody.

Chi sono gli Yummy Yummy Yummy? C’è un video su youtube…

Lewis

Oh…Si è una band io canto. Il fatto che canti non vuol dire che sia in grado. (ride) Nel sud dove abbiamo girato ci sono molti studi di registrazione, abbiamo incontrato molti producer e abbiamo messo su una band che si chiama così. Gli Yummy Yummy Yummy. E se guardate tutta la serie capirete perchè abbiamo scelto questo nome.

(Se non volete aspettare la fine della serie, o l’avete già finita e volete scoprire a cosa si riferisce Lewis, in questa clip, trovate la risposta all’enigma)

Ultima domanda per Damian chi vorresti interpretare se poteste scegliere uno show attualmente in onda?

Lewis

Don Draper (protagonista di Mad Men)

 

Giacomo Cannelli

 

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