La lettera

Era di sicuro il lavoro più strano che gli fosse mai capitato. Aveva scritto per pubblicità indegne. Aveva scritto finti articoli per elogiare questa o quella società. Aveva persino scritto per finti profili di finte persone che partecipavano a finti reality. Ma la richiesta ricevuta quella mattina per telefono, l’aveva lasciato senza parole. O meglio senza ulteriori parole. Un “Si” l’aveva pronunciato senza neanche pensare. Quando hai bisogno di soldi il tuo cervello, come una valvola di sicurezza, si preoccupa per te in questo modo. “Si, volentieri”. Come diavolo gli era venuto fuori? Con anche il volentieri a seguire, come se gli fosse stato chiesto “Ti va di andare al mare?”. La domanda era stata invece “Può scrivere la mia lettera di suicidio?”. “Si volentieri”. Volentieri. “Ma certo, volentieri, con grande piacere, non vedevo l’ora! Imbecille”. Dall’altro capo del telefono nessun commento. Solo un “Grazie, le farò avere i soldi direttamente nel suo conto, quello scritto nell’annuncio”. “D’accordo.” Hide rimase con la cornetta vicino all’orecchio ancora per qualche minuto. Dall’altra parte il suono fisso dell’occupato. Ascoltava spesso quel suono. La usava come un sostituto delle droghe sintetiche. Il suono fisso lo portava in uno stato simile all’ubriacatura, senza spendere un solo centesimo. Hide era astemio. Forse per questo quel suono bastava a farlo andare fuori di testa. Il suo amico Hiruko l’aveva spesso invidiato “Diavolo, vorrei avere il tuo potere” “Non è un potere. Non credo esista alcun eroe dei fumetti in grado di sballarsi con il suono dell’occupato” “Beh, ti invidio lo stesso, io devo spendere almeno 2000yen per avere lo stesso effetto, a te basta alzare la cornetta. Diavolo se ti invidio”. Quella volta il suono non faceva alcun effetto. Nulla. Solo un suono fastidioso. Hide staccò l’orecchio e guardò la cornetta come se fosse rotta o avesse qualche problema. Quindi riagganciò. Guardò l’orologio a forma di gatto che teneva appeso proprio sopra il telefono. Erano le 23 e 23. Hide ebbe un sussulto. Aveva la strana idea che ogni volta che l’orologio segnava un numero doppio, qualcosa di brutto sarebbe accaduto. L’unica cosa brutta era che aveva solo poco più di 6 ore per finire il lavoro. Il tizio dall’altra parte della cornetta era stato chiaro. “Voglio andarmene per le sei in punto.” “Capisco”. In realtà Hide non aveva capito nulla. Proprio nulla. Aveva chiesto qualche indizio, qualche evento importante della sua vita, ma il suicida aveva detto che non era importante quello che era stato, aveva solo bisogno di qualcuno che gli facesse fare una buona uscita di scena. “Non sono bravo a scrivere e non voglio che gli altri al mio funerale debbano leggere una brutta lettera d’addio, voglio sia speciale, voglio che sia poetica, voglio che la scriva lei”. Hide sospirò profondamente. Non aveva la più pallida idea di come si scrivesse una lettera d’addio. Non che non avesse mai desiderato di morire, tutt’altro, solo che non aveva mai pensato a scrivere qualcosa. Da scrittore, aveva pensato fosse una cosa banale “Avete così tante cose scritte di mio pugno. Almeno alla fine lasciatemi in pace”. Guardò di nuovo l’orologio. Segnava le 23 e 36. “Cazzo. Sono il solito imbecille. Come faccio a perdere così tanto tempo solo pensando. Non ha senso. Sono un coglione.” Si alzò di scatto, rimanendo intontito dal movimento brusco. Si diresse verso la cucina. Aprì il frigo e prese il latte. Versò l’intero contenuto. Era diventato yogurt. Non dei più attraenti. “Un bicchiere d’acqua è la cosa migliore”. Prese dell’acqua, la sorseggiò come fosse vino. La faceva roteare nel bicchiere quindi ne guardava il colore. Stava riflettendo. I liquidi lo aiutavano a riflettere. Non tutti i liquidi. Ad esempio il caffè non lo attraeva più di tanto. Lo beveva, ma non gli piaceva guardarlo. Il vino rosso, quello si che era bello da guardare. L’olio, extravergine. Avrebbe potuto guardarlo per ore. “Ok, concentrati Hide. Non abbiamo molto tempo e il signore vuole una cavolo di lettera d’addio. Non sarà così difficile. Hai elogiato saponette, scritto jingle per dentrifricio, dialoghi per telenovelas. Non puoi certo farti spaventare da una maledetta lettera d’addio”. Il discorso auto motivante non aveva sortito alcun effetto, se non quello di deprimerlo ulteriormente. L’idea di essere uno scrittore fallito aveva attraversato migliaia di volte la sua corteccia cerebrale, ma era di solito stato sempre respinto con un sordido “Ho solo 30 anni…” Ma quella volta il meccanismo di sicurezza antidepressivo spara endorfina, non aveva funzionato. Doveva essersi inceppato. All’interno del suo cervello si stagliava un enorme messaggio “Ci scusiamo per l’interruzione, ma è in atto un momento depressivo. I pensieri riprenderanno il più presto possibile. Vi ringraziamo per la pazienza”. Hide guardava fisso nel vuoto. Nelle orecchie un fischio ininterrotto accompagnava il momento. “Io devo…insomma basta. E’ un lavoro, è solo uno stupido lavoro.” Prese la sua macchina da scrivere si scrocchiò le dita e cominciò a battere nervosamente sui tasti. “Sono morto!”. “Oh grazie non ce n’eravamo accorti. Pensavamo stesse riposando, come il pappagallo Polly. Polly!! Rispondi Polly!” Hide sorrise. Non poteva non sorridere pensando a quello sketch dei Monty Python. Totalmente surreale, assolutamente irresistibile. “Se dovessi spiegare perchè si ride lo chiederei a loro” aveva più volte detto al suo amico Hiruko il quale, puntualmente, chiedeva: “E’ un gruppo famoso?”. Ma qui c’era poco da ridere. Si parlava di morte. “Always look on the bright side of life…fiu fiu…” “Ok. Basta Monty Python.” “Potrei chiamarlo e cantargliela per telefono? Magari cambia idea. Si, bravo.! Togliti il lavoro. E’ come se l’idraulico chiamasse il suo cliente per convincerlo che quel lavandino in realtà serve a poco e che comunque visto il global warming bisogna risparmiare acqua e quindi non è necessario aggiustarlo. Proprio un genio del marketing non c’è che dire.” Aveva già strappato i primi 4 fogli. Stava vivendo la classica sindrome da pagina bianca. “Non volevo farlo…” Hide guardava le parole appena battute sulla macchina da scrivere. Non era convinto di quell’inizio. Anche se era la cosa migliore venuta fuori fino a quel momento. “Non volevo farlo, ma non ho pututo farne a meno. Lo so, non è giusto. Non è giusto nei confronti degli altri. E’ un gesto egoista. Si prende la giacca e si esce di scena nel mezzo della cena, mentre tutti stanno ancora aspettando il primo…” “Forse il cibo non è una buona idea” “E’ un gesto egoista…Un’uscita di scena poco onorevole. Una fuga. Si. Sto fuggendo. Sto fuggendo perchè in fondo scappare via è la cosa che so fare meglio.” Hide rileggeva ad ogni punto quello che aveva scritto. Come se le parole potessero in qualche modo cambiare ad ogni lettura. Erano tutte li. Esattamente come le aveva lasciate. “Mi sentivo solo. Cominci a sentire la solitudine quando riesci ad ascoltare troppo chiaramente il tuo cuore. E non sto utilizzando una metafora per qualcosa di romantico. Per ascoltare intendo, sentire il rumore. Il battito. Quando conti i respiri. Quando l’ossigeno che ti entra in corpo sembra avere una massa visibile. Quello è il momento in cui sei solo. E’ come se le persone intorno a te producessero una sorta di rumore di fondo che non permette ai singoli di ascoltare e di vedere la realtà come è davvero.” Hide era soddisfatto, sentiva di aver preso la strada giusta. “Mi sono sempre sentito solo. La vità inizia con questo sentimento. Diavolo, è una prova di forza l’inizio. Quando mai nella vostra intera esistenza vi capita di passare 9 mesi da soli. Isolati. I suoni completamente offuscati. L’unica vostra connessione con il resto del mondo, un tubo collegato al vostro ombelico. E’ indubbio sia tremendamente duro. Poi una volta la fuori le cose non migliorano.” Hide guardò l’ora sull’orologio-gatto. Segnava le 3 e 33. Aveva ancora un po’ di tempo. Il blocco dello scrittore era svanito e le dita filavano veloci sulla sua vecchia macchina da scrivere. “Credo che le persone siano come tante isole. Ognuna cerca disperatamente di trovare un appiglio per formare una penisola, qualcosa che riesca a tenerla ferma. Ma le onde sono spesso troppo forti. Mi piace farmi guidare dalle correnti. Credo che gli eventi non vadano forzati. Qualche volta sono riuscito ad attraccare in qualche porto. Brevi ormeggi. Nulla di definitivo. Sono un naufrago sociale. Dove tutti vedono terra, io vedo solo mare. Dove tutti si sentono stanziali io mi sento sempre più forestiero.”
“Se la corrente va in una direzione ci sarà un motivo. ”
“Ho un rapporto complicato con i miei sentimenti. Lo so, ne sono consapevole. Nel lungo tempo necessario per capirli, agli altri non resta che attendere.”
“Forse è per questo che mi trovo qui, oggi. Da solo. A quanto pare poche persone al mondo vogliono aspettare, attendere. Sono tutti cosi impegnati nel costruire il loro futuro.”
Hide respirava più affanosamente, come se l’ossigeno all’interno della stanza fosse diventato più rarefatto.
“Una perdita di tempo. Nessuno costruisce il proprio futuro. Semplicemente si convince di farlo. Come quando si sta in acqua. Ci agitiamo, muoviamo gli arti a mulinello per non affogare, quando sappiamo benissimo che immobili e a braccia aperte potremo galleggiare senza alcun problema.
Hide guardò l’orologio sul muro. Ore 5 e 55.
“Certe volte sembra che le cose nuotino, in realtà galleggiano soltanto”
Mi sono stufato di nuotare, e non voglio essere un tronco che galleggia in mezzo alle correnti.
Sinceri Saluti.
Hide Ichikawa.





Ambiguo e coinvolgente. Questa società spinge all agitazione motoria e alla scissione possiamo vedere cadaveri imbalsamati posti in pose vitali con i muscoli e gli organi in evidenza e considerarla una semplice mostra di anatomia senza cogliere la perdita di sacralità e di contatto con la storia di quegli individui tutto deve diventare uno spettacolo e restare immortale ma se sei uno che pensa il meccanismo di può rompere e t può travolgere forse e’ per questo che la sorpresa finale del tuo scritto lascia attoniti e tristi ma più umani!
Appartengo ad una generazione che ha creduto di nuotare, non per galleggiare, ma per percorrere un tratto,ed attraverso la sperimentazione e la creatività trovare il percorso migliore per consegnare poi, il testimone, a tutti coloro che dal nostro punto di arrivo potessero percorrerne un altro, come per altro era avvenuto prima per la mia generazione.
Ora la domanda è: abbiamo creduto di nuotare? abbiamo solo galleggiato come tronchi alla deriva? Ci stiamo suicidando senza nemmeno saper scrivere perchè ?
Il breve racconto è scritto molto bene, pone domande esistenziali, mi piacerebbe che fosse la prima pagina di un vero e proprio racconto. Pronta a leggere la continuazione !!
Come quando si sta in acqua, galleggiamo quando ci sono condizioni di relativa stabilità. Poi vengono meno. Quindi al realizzarsi di un equilibrio precario, muoviamo gli arti a mulinello alla ricerca di una nuova relativa stabilità. L’intervallo di tempo durante il quale la vecchia condizione non c’è più ma non è ancora stabile la nuova, si chiama rivoluzione. La condizione di equilibrio precario si chiama utopia. L’utopia si realizza nella speranza di una vita migliore. O di una miglior vita. L’atteggiamento di chi e’ stufo di nuotare e anche di galleggiare, si chiama ironia. L’ironia e’ di Hide. L’utopia e’ il fine, la rivoluzione il mezzo, l’ironia un compagno di viaggio. Grazie Hide della sua compagnia, ora ci dormo su. Magari domani la chiamo, puo’ scrivere il mio epitaffio?
Come Peter Parker in Spiderman, appena vedo Hide gli chiedo se è interessato
Grazie per il commento.
g.