Le Idi di Marzo – Goodnight Clooney.

Come si può raccontare il mondo della politica? Le stanze del potere, gli inganni, le ipocrisie. Molti sono stati i registi e gli autori che hanno cercato di fermare su pellicola quel mondo che ogni giorno, sopra le nostre teste, decide il nostro destino. Non ultimo ci prova George Clooney con il suo Idle of March. Ma prima di cominciare è bene fare un piccolo ripasso.

Back to the future

Nel 1988 HBO ha prodotto una miniserie dal titolo Tanner ’88. La serie girata sotto forma di Mockumentary (falso documentario) immaginava di seguire l’ipotetica campagna elettorale per le primarie democratiche del candidato Tanner. La serie, come ha raccontato Altman, è composta da 2/3 di scrittura e 1/3 di “found art” o improvvisazione se vogliamo tradurne il significato. Avversari di Jack Tanner nella corsa alla presidenza i due governatori Jessie Jackson e Micheal Dukakis (entrambi realmente in corsa per le presidenziali quell’anno). L’autore Garry Tradeau ha raccontato più volte come l’idea del Mockumentary non sia venuta subito. All’inizio voleva creare un prodotto con il quale le persone potessero avere l’impressione di “rubare” dalla realtà. Di essere spettatori, voyeaur, di un avvenimento. Per aumentare quest’effetto la HBO ha utilizzato una palinsestazione a mio modo di pensare geniale. Invece di mandare in onda le puntate con cadenza settimanale come chiunque avrebbe fatto, ha deciso di mandare gli episodi adattandosi ai tempi della vera campagna elettorale in atto in quel periodo. In questo modo, la finzione creata dalla coppia Altaman/Tadenau si fondeva perfettamente con la cronaca raccontata da giornali e televisioni. Tra le guest star della serie anche Robert Redford che apparirà come Governatore impegnato a fare il suo Endorsment per Jack Tanner. Qualche anno più tardi il Sundance Channell (di proprietà di Redford) rimanderà in onda l’intera serie con una piccola introduzione per ogni puntata dell’attore Micheal Murphy il quale racconta la sua esperienza confrontandola con l’attuale situazione politica.

Ma Redford deve aver sempre avuto un debole per il genere. Nel 1972 è infatti protagonista del film The Candidate regia di Micheal Ritchie (regista di alcuni successi anni ’80 come “Il bambino d’oro” e “Come ti ammazzo un killer”, nonchè apripista del genere demenziale stile Scary Movie, con la pellicola Student Bodies nel 1981). Il film segue la storia di un giovane avvocato impegnato a difendere i deboli. Malgrado il padre sia John J. Mc Kay, un’importante governatore degli Stati Uniti, Bill (questo il suo nome) si è sempre tenuto alla larga dalla politica fino a quando Marvin Lucas, un political advisor del partito democratico, lo sceglie come candidato fantoccio da contrapporre all’imbattibile avversario Repubblicano Jarmon. L’idea dei democratici è quella di piazzare un candidato giovane e inesperto da immolare, per evitare di mandare un’uomo più importante a bruciarsi la carriera politica (Non vi ricorda un certo Rutelli?).
Bill decide di accettare l’offerta di perdere le elezioni. In cambio potrà portare avanti la campagna elettorale senza alcun controllo del partito. Bill pensa sia una buona idea e in questo modo crede di poter dar voce alle sue idee liberali (aborto, controllo della armi). Anche se consapevole della sconfitta, Bill, venuto a sapere di essere fortemente sotto nei sondaggi, cerca di rimettere le cose a posto. Con una mirata campagna mediatica riesce a mettere in difficoltà il suo avversario, giocando sul suo charme e la sua giovane età. I sondaggi risalgono fino a farlo arrivare a pochi punti di distanza dal candidato republicano. Il padre di Bill a questo punto è costretto a uscire allo scoperto e spiegare il suo non appoggio per il figlio. I maligni pensavano che stesse indirettamente appoggiando il repubblicano Jarmon. Il padre di Bill spiega la sua assenza come una forma di rispetto nei confronti del figlio che “vuole farcela da solo”. Jarmon spaventato dalla risalita del giovane rampollo di Mc Cay crede sia venuto il momento di fare un dibattito pubblico. A questo punto Lucas e la retroguardia democratica vista l’incredibile vicinanza nei sondaggi intimano a Bill di seguire le loro regole e di non lasciarsi andare a discorsi troppo emotivi. Bill accetta, ma poco prima della fine del dibattito pubblico si lascia andare ai suoi rimorsi di coscienza vomitando tutto il suo ego rivoluzionario. La sua gaffe politica viene arginata dal padre che a sorpresa interviene dopo il dibattito complimentandosi con il figlio e il suo modo di fare verace, che gli ricorda politici di altri tempi. Bill vince le elezioni. Vince grazie ai suoi advisor. In questa parabola politica ha però dovuto rinunciare alla sua energia rivoluzionaria, risucchiata dagli interessi di partito. In una famosa scena, Bill, scappato via dalla festa per la vittoria, chiuso dentro una stanza d’albergo domanda al suo advisor, nonchè fautore della sua vittoria: “E adesso che si fa Marvin?”.

Goodnight and Good luck e torna a studiare.

Scusate, credo di essermi dilungato. Ma la storia del film di Ritchie è così avvincente e attuale che meritava di essere raccontata. Malgrado lo spoiler sarete perfettamente in grado di guradare il film. La regia sporca (camera a mano e correzioni visibili) rende perfettamente la caoticità di una campagna politica. Quasi 30 anni dopo George Clooney con il suo Idle of March cerca di fare la stessa operazione. Risultato? Fallimentare. La storia di Clooney invece che porre la sua attenzione sul candidato alle primarie, sposta il peso sul ruolo dell’advisor. Sarà lui a perdere i suoi ideali (come li aveva persi il personaggio di Redford). La differenza sta in una realizazzione tecnica scadente da parte di Clooney che risulta troppo formale e lento nel raccontare un mondo che è invece altamente adrenalinico. Il ritmo del film è cadenzato, spezzato da alcune interruzioni musicali (stile videoclip) del tutto fuori luogo e per nulla diegetiche allo svolgimento degli eventi (vogliamo parlare della scena con il pianista). La politica nel film di Clooney è solo una scusa, un argomento forte, che serve ad attirare l’attenzione dei media. Il suo pensiero finale “la politica è un fango in cui sarà difficile non sporcarsi le mani” non aggiunge nulla a quello che è già stato raccontato e che anche un vecchio al bar è in grado di raccontare. Forse Clooney ha fatto un passo più lungo della gamba. La politica è un argomento controverso, difficile da raccontare senza finire nello stereotipo o nel giudizio a priori. La sua prova come attore è per finire molto al di sotto delle aspettative. Il suo personaggio cerca di scimmiottare Obama (le foto della campagna ricordano innegabilmente quelle “Hope” che tutti ricordiamo) in un modo non del tutto chiaro. Il suo physique du rôle nel frattempo sembra ricordare Kennedy continuando a confondere le acque (il sexgate infine richiama Clinton!). Si ispira a Obama? Vuole raccontarci le sue rinunce? Il suo essersi piegato ai giochi di potere, alla guerra? Queste supposizioni non escono chiare dalla pellicola che invece, malgrado il cast stellare, risulta sottotono. Il personaggio interpretato da Seymore Hoffman è l’unico riuscito in un marasma di characheter appena accennati e che sembrano più sagome che veri e propri personaggi. Forse Clooney dovrebbe tornare a quella televisione che tanto bene aveva saputo descrivere con Goodnight and Goodluck, questa volta da spettatore. E’ infatti uscita da poco la serie Boss prodotta da Startz (un’emittente canadese). Uno spaccato della politica Usa assolutamente sbalorditivo. Una regia che nulla ha da invidiare al cinema (non a caso c’è Gus Van Sant dietro la pilota) e un interprete, Kelsey Grammer, che ricorda per la bravura e la forza un gigante del passato come Orson Welles.

Trailer di Le idi di Marzo

 

Giacomo Cannelli

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *