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Posted by on Nov 6, 2011 in Attualità | 0 comments

Guardare in basso.

Guardare in basso.

Durante l’ultimo festival della scienza “ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi”. Niente navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, nè raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. Ho visto il futuro, nelle parole nei racconti di chi insegue la conoscenza. Ma non so qui per parlare di scienza. Lo farò in seguito. Oggi è solo un piccolo appunto, legato alla nostra situazione italiana.

Durante un pranzo ho avuto modo di parlare con Stephen Hsu. E chi sarà mai direte voi. E’ vero non è Micheal Jackson, per sua fortuna, ma probabilmente se il vostro computer è salvo da virus malefici all’interno delle reti locali è anche merito suo. Fisico di nascita, Hsu si è interessato da subito al mondo dell’informatica. Così ha fondato una start up chiamata SafeWeb. Dopo poco tempo, la Symantec (che produce il famoso antivirus Norton) la rileva per una cifra di 26 milioni di dollari. Mentre vi riprendete dal colpo apoplettico dovuto alla cifra appena citata, sappiate che Hsu a vederlo, malgrado il conto in banca, ha l’aspetto di un capo scout. Con il suo zaino si aggira per il palazzo ducale (dove era ospitato in parte il festival) in cerca di luoghi da visitare “Qual’è la cosa che DEVO vedere qui a Genova?” mi domanda curioso. Non vuole tornare nell’Oregon senza aver visto quello che deve esser visto. Da straniero, gli indico quello che ricordo della città ma poco altro. Con un sorriso mi dice “Non fa niente, farò un giro”. Ci sediamo a un tavolo e cominciamo a chiacchierare. Hsu è una persona curiosa, come molti scienziati, ha un’innata voglia di saperne di più. A un certo punto pone la fatidica domanda: “Com’è la situazione qui in Italia?”. Io e il mio collega Giovanni ci guardiamo, quindi ci prepariamo a vomitare senza troppe censure la nostra situazione. Di Berlusconi sa già tutto. Della situazione economica sa che siamo vicini alla Grecia ma con ancora qualche possibilità di salvarci. Sa anche che la Francia non è messa molto bene, e questo sembra per lui la cosa più soprendente. Quello che vuole realmente sapere è cosa pensiamo noi, “giovani”, qual’è il nostro punto di vista, le nostre speranze nel futuro. Faccio un respiro. Purtroppo per lui non è capitato davanti a quello che definirei un ottimista. Gli faccio questa premessa quindi, gli racconto come funzionano le cose in Italia: i cervelli in fuga (al festival l’80% degli ospiti italiani, in realtà vivono all’estero, e prima di ogni conferenza mi confidavano “preferisco quando devo parlare in Inglese, mi sento più sicuro!”), le frasi “non ci sono i soldi”, il lavorare gratis, il nepotismo, l’essere arrivati a 30 anni e dover ancora combattere per un contratto decente. Il sorriso di Hsu si smorza. Ci guarda. Gli chiediamo scusa per aver tirato giù il morale della conversazione. Hsu sorride di nuovo. Quindi fa un sospiro, sembra pensare a come iniziare una frase. Di li a poco comincia. “Mi dispiace molto…”. Quindi ci racconta come ha cominciato, come ha potuto aprire la sua start up. “Non è stato facile, tutti mi dicevano che ero un pazzo” quindi se ne esce con una frase da film “Se stai lavorando a qualcosa e ti dicono che è una follia, devi avere la forza mentale di insistere. Probabilmente sei sulla strada giusta.” (Giovanni poi commenterà “Mi sembrava di parlare con Steve Jobs!” NDR). Il suo discorso però non si ferma qui. Ci dice di come tutto quello che gli abbiamo raccontato sia terribile, a prescindere dall’ambito in cui avvenga. Il cercare di sottostimare le proprie idee, di pensare modi per farle con il più basso budget, nel modo più semplice. “Tutto questo non ha senso, quando uno insegue un’idea deve farlo al massimo, poi quando sarà il momento di realizzarla, magari ti diranno che non si può fare. Ma il primo sguardo deve essere oltre”. Lo guardo. Ha ragione. Traslo la sua considerazione nel mio lavoro. Scrivo o almeno ci provo. Storie, serie tv e qualche sceneggiatura ancora chiusa nel cassetto. Qualcosa sono riuscito a produrlo il resto riposa chiusa nel limbo del “Siamo in attesa di tempi migliori”. Le parole di Hsu mi hanno fatto rendere conto di quante volte ho “ridimensionato” i miei progetti ancor prima di partire. Quante volte mi sono detto “Quanto costa? Come lo produco?”. Tutte domande corrette, precisa Hsu, ma poste nel momento sbagliato.

Qualche tempo fa sono riuscito a far leggere le mie cose alla Rai. La risposta è arrivata dopo due giorni. “Ci piacciono i suoi progetti. Il problema è che la RAI non produrrà nulla per i prossimi due anni.” Due anni. Il mio progetto prevedeva un sistema produttivo tale da permettere di mantenere i costi al minuto sotto i 300 euro. Pagando tutti. Già perchè quando vedi un film che costa poco, vuol dire che nessuno è stato pagato (Se girate su “Lavori creativi” si trovano annunci per montaggio film, gratis, con pagamento una volta che il film esce in sala. Già, se ci arriva in sala). L’indipendente italiano è sui 30’000 euro. Quello americano intorno ai 2-5 milioni di dollari. Tanto per fare un paragone.

Non voglio dire che è colpa del sistema. Però gli indizi sono molti. Come fa un ricercatore a pensare in grande, quando in Italia vengono tagliati i dottorati? Come fa un’autore a pensare in grande quando per un opera prima serve l’appoggio di una casa di produzione che si intasca la “stecca”? Come faccio a pensare in grande se l’alternativa al berlusconismo è l’antiberlusconismo?

L’Italia è un paese che tira a campare. Che non cerca di andare oltre i confini della steccionata che circonda il nostro piccolo orto. Non si rischia nulla. Ci si veste sempre nello stesso modo, cambiando al massimo la cravatta.

Quando si cammina si dovrebbe guardare avanti. Noi guardiamo i nostri piedi e probabilmente prima o poi finiremo per sbattere contro un palo.

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