Coincidenze Giurassiche

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Premessa

– Per quale motivo i musei sono pieni di vecchie ossa di dinosauri?
– Perchè non possono permettersene di nuove…

Ok. Potete non ridere, non era questo il motivo della battuta, nel caso contrario vi siate messi a ridere non c’è problema. Potete comunque farlo.

Fine Premessa.

E’ da un po’ di tempo che i dinosauri sono tornati a invadere la mia immaginazione. Li avevo lasciati un paio di decadi fa’ agli albori dell’adolescenza. Dopo tutti questi anni hanno mantenuto intatto il loro fascino. Non c’è nulla da fare, l’idea che dei giganti si muovessero indisturbati sulla stessa terra dove ogni giorno camminiamo è un qualcosa di estremamente eccitante (anche qui vale il discorso sul ridere o no).

Tre sono gli elementi che hanno riportato in vita i giganti dal passato.

Jurassic Park (Micheal Crichton)

Ho da poco finito di rileggermi (in originale) Jurassic Park, di Micheal Crichton e sono ancora convinto che sia uno dei libri di fantascienza (ma non cosi Fanta-) più plausibili che abbia mai letto. Quando ho scoperto che nel 1997 un gruppo di scienziati giapponesi ha provato a riportare in vita un Mammuth rimasto congelato nel permafrost, non avevo più dubbi: Jurassic Park non è un libro di fantascienza. L’equipe giapponese ha seguito un processo molto simile a quello del romanzo di Crichton: il DNA congelato di un mammuth estratto dal permafrost della Siberia è stato unito a quello di un elefante. L’idea è quella di inserire il DNA dell’animale estinto in un ovulo di elefante dal quale è stato precedentemente eliminato il DNA originale. Nel caso di successo, l’ovulo verrà quindi impiantato in un elefante adulto che ne porterà a termine la gravidanza. L’esperimento, sulla carta possibile, è fallito. Il DNA congelato è infatto molto instabile e deteriorato dalle basse temperature. Ma l’appuntamento è stato solo rimandato. Nel 2008 un’altra equipe capeggiata dal prof. Teruhiko Wakayama è riuscita nell’impresa di clonare un topo congelato da 16 anni. L’esperimento ha portato nuova linfa nel progetto tanto da far stabilire una data per la riuscita dell’incredibile clonazione. Secondo lo studio degli scienziati giapponesi in 5 anni sarà possibile avere un Mammuth vivo e vegeto nel nostro ecosistema.

The end of an Era (di Robert J. Sawyer)

Sono al Roma Fiction Fest in attesa di entrare nella sala teatro studio. Verrà proiettato Case Histories. C’è un ritardo, 40 minuti per la precisione, un folto gruppo di spettatori si è accampato vicino alla sala “Teatro Studio”. Alcuni si scambiano opinioni su quello che hanno visto. Una discussione particolarmente accesa ha attirato la mia attenzione. Mi avvicino per seguirne lo sviluppo. Si parlava di Terra Nova la nuova serie targata Steven Spielberg. Un ragazzo raccontava di come non avesse per nulla apprezzato la nuova “opera” Spielberghiana. “Uno spreco di soldi, e poi che razza di fantascienza è quella?” Entro nella discussione e dico la mia. La puntata pilota non mi è dispiaciuta, niente di eccezionale, ma non per questo una brutta serie. Certo con un budget del genere non si può fare un prodotto filologico. Si deve cercare tutto il pubblico possibile e Terra Nova si muove proprio in questa direzione: Effetti speciali, azione, romance e mistero. Il ragazzo non sembra convinto, anche se accetta alcune delle mie attenuanti. Ribatte dicendo che comunque per lui la fantascienza è ben altro. “Niente a che vedere con Sawyer!”. L’argomento mi interessa e il nome mi ricorda qualcuno, ma non sono certo. Chiedo maggiori informazioni. “Robert J. Sawyer, il libro credo si chiami End…End of an Era”. Mi segno immediatamente il nome.
Il giorno dopo cerco, inutilmente, una copia del romanzo. A quanto pare è fuori catalogo (come ti sbagli…). L’unica possibilità è cercare online. Kindle. Lo scarico. Comincio a leggere. End of an Era racconta la storia di due scienziati (un paleontologo e un biologo) che tornano indietro nel tempo (65 milioni di anni) per cercare di scoprire qual’è stato il motivo dell’estinzione dei dinosauri. Inutile direte voi. Lo sappiamo già. Meteorite e poof! l’intera popolazione scomparsa nel nulla. Questo è quello che vediamo nei fossili, ma non è detto sia l’unica spiegazione possibile. I reperti ci dicono che non c’è più traccia del loro passaggio dopo i 65 milioni di anni, non ci dice però con certezza quale è stata la causa. I resti di Iridio, quarzo e microdiamanti potrebbero derivare dall’impatto di un meteorite, ma allo stesso tempo sarebbero potuti essere già presenti sul pianeta terra. Nessuno nega che un meteorite sia precipitato sulla terra, il golfo del messico è un’impronta inconfutabile, ma Sawyer non si fida: se ci fosse dell’altro? Un evento che i fossili non possono raccontare, un evento così importante da cancellare un’intera razza? Non vi posso dire altro, il resto dovete leggerlo. Per la cronaca Sawyer, pluripremiato scrittore canadese, è anche l’autore di un romanzo chiamato Flash Forward. Vi dice niente?

Tyrannosaur

Londra. Cammino in uno dei mille cunicoli della metro. Nelle orecchie gli auricolari sparano Squealing Pigs degli Admiral Fallow diretto nel mio povero timpano, oramai martorizzato da 20 anni di Walkman. A Londra se non indossi un paio di cuffie ti senti in difetto, come se fossi uscito senza pantaloni. Un’isolamento forzato, diligentemente portato a termine. Nessuno ha intenzione di comunicare con altri esseri umani. Le persone sono addirittura in grado di fissare un punto nel vuoto, l’unico libero, dove nessuno sguardo può essere incrociato. Ogni individuo è fornito del suo Iphone. C’è chi gioca, chi legge libri, chi guarda la sua serie preferita, chi sfoglia sms. Se dovessi immaginarmi un action figure del perfetto londinese avrebbe di sicuro un iphone tra i gadget. Tra le modalità di gioco, “Isolamento mode”, “Drunk Mode” e l’immancabile “Business Mode”. “Mind the gap!”. Il mantra dell’undergroung londinese (ci hanno fatto anche le magliette) mi riporta alla realtà. E’ la mia fermata. Scendo. Passo di fronte a un enorme cartellone pubblicitario. Mi fermo. E’ la locandina di un film. Il cielo è grigio, tendente al marroncino. Due enormi alberi in contro luce si innalzano sino a limite del cartellone. Uno è leggermente più alto dell’altro. Al centro la figura di un uomo, una silhouette. Il suo volto è nero come la pece. Ma c’è dell’altro. Sotto i suoi piedi riusciamo a intravedere il terreno sottostante. Le radici degli alberi sono perfettamente visibili e ci guidano nelle viscere della terra dove si staglia un enorme scheletro, perfettamente conservato, di un Tyrannosauro. L’animale è in una posizione fetale, come se sentisse il peso di quello che si trova in superfice. Malgrado il riferimento Cretaceo, si capisce subito che non ci troviamo di fronte a un Kolossal ad alto budget su un enorme mostro che si risveglia nel cortile di una casa in South London. Niente di tutto questo. Tyrannosaur è un film indipendente inglese, prima regia dell’attore Paddy Considine. Fulcro del racconto il rapporto tra Joseph (Peter Mullan), un uomo violento la cui rabbia lo sta portando lentamente all’autodistruzione, e Hannah (Olivia Colman) una donna dolce e indifesa con un terribile segreto. La pellicola ha avuto un’ottimo successo nei festival in cui è stata presentata, ed è considerato uno dei migliori film inglesi dell’anno. L’uscita prevista per l’Italia è assente nel sito Imdb. Il film uscirà in Svezia, Russia, Grecia. Ma noi abbiamo Ezio Greggio quindi siamo a posto così.

Esco dalla metro, fermata Waterloo. Mi dirigo verso il BFI Imax. Faccio il biglietto. Caro, ma qui il cinema è qualcosa di insensatamente costoso, quindi, poco male. Se devo vedere qualcosa in sala, almeno voglio che lo schermo sia alto come un palazzo di tre piani. Salgo le scale. Attendo. L’ultima volta che ho visto questo film in sala correva l’anno 1993. La computer grafica era ancora un oggetto del mistero. Regia di Steven Spielberg con Sam Neil, Laura Dern e Jeff Goldblum, ma questa è un’altra storia (e soprattutto un altro articolo).

PS. L’articolo è stato scritto, editato e uploadato interamente dal mio Ipad. Per fare questo ho utilizzato l’app ufficiale WordPress (che ha qualche strana mancanza), Photoshop Express e Sketchbook Pro. Abbiate pietà.

 

Giacomo Cannelli

 

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