Il mercato “libero” della telefonia in Italia

Salve, mi chiamo Giacomo e ho un problema con la telefonia. Non è una sindrome, una fobia degli apparecchi come ha raccontato qualche tempo fa Italo Calvino, no, si tratta di un semplice problema di utilizzo. Mettetevi comodi accanto al fuoco ragazzi, è una storia lunga e piena di colpi di scena, e parla di linee telefoniche.

Tutto ha inizio a maggio di quest’anno. Ascoltando Sweethearth dei Wave Pictures vengo preso dalle dolci note della band inglese e così, senza troppo pensare, decido di cambiare il mio operatore telefonico. Tiscali ci fa pagare oramai un prezzo fuori mercato e mi sembra una buona idea tagliare i costi. Dopo una breve riunione con me stesso scelgo Fastweb. Mi da una buona velocità e costa il giusto.

Chiamo e faccio un contratto telefonico. Comunico tutti i dati. Questione di neanche mezzora e il gioco è fatto. Addio Tiscali, è stato bello, ma da domani proveremmo a “Immaginare”, a quanto pare con Fastweb, “puoi”. Un passerotto in volo si schianta sul terrazzino di casa di mio padre da dove ho effettuato la chiamata. Un tuono in lontananza. Coincidenze, mi dico. Già, coincidenze.

Passa un mese. Da Fastweb niente notizie. “Ci vorranno 30 giorni” mi è stato detto e voglio credergli.

Passa un altro mese. I miei coinquilini chiedono lumi sull’effettivo passaggio. Niente. La linea Tiscali continua a funzionare e le bollette vengono consegnate tempestivamente ogni mese. Strano, penso.

Passano altri 2 mesi. L’estate è finita e mi trovo ad acquistare un vestito per fare da testimone al matrimonio del mio migliore amico. No, non ho mai comprato un vestito fino alla tenera età di 33 anni. Passeggiando con ansia per il centro commerciale (mi mettono ansia, molta), incontro un baracchino della Fastweb. Sorridente il consulente incrocia il mio sguardo e mi propone un nuovo contratto. Lo fermo ancor prima che possa proferire parola. Gli racconto la mia storia e del mio passaggio mai avvenuto. Lui controlla e mi dice: “In effetti risulta ancora in lavorazione…”.

Passa un altro mese. Questa volta navigando mi trovo davanti a un offerta “limitata” (sono tutte limitate, fino al giorno dopo) per avere telefonate e internet con WIND a un prezzo davvero allettante. Non ci penso due volte. Fastweb è oramai nel cassetto. Inserisco i miei dati e mi arriva un messaggio che mi avverte della corretta chiusura dell’operazione. Tra poco più di 15 giorni avrò il mio nuovo servizio. E’ il 17 ottobre 2014.

Passano due settimane e una mattina mentre cerco di controllare la mail, mi ritrovo davanti a un “404”. Scendo di corsa in mutande e incontro gli altri miei coinquilini, tutti in mutande” con la stessa aria interrogativa. Internet ha smesso di funzionare. Tranquilli, gli dico, saranno le 48 ore fisiologiche di passaggio, è il 1 novembre, quindi è ufficialmente finito il nostro periodo con Tiscali, ci troviamo nel limbo tra le due attivazioni.

Passano 5 giorni. Niente. Provo a fare una telefonata e ottengo un messaggio in inglese che recita: “The customer you have dialed has denied your call”. Attacco. Il messaggio si ripete. Chiamo l’assistenza, via cellulare (chiamata a pagamento) e chiedo lumi. Mi spiegano che il contratto è in attivazione e che comunque apriranno una segnalazione al riguardo.

Passano altri 15 giorni. Tutto rimane immobile. Il telefono è muto, sia in entrata che in uscita e internet è assente.

Siamo al settimo sollecito. La pazienza comincia a diminuire come il mio a-plomb nelle conversazioni con il call center.

Chiamo Wind e gli ripeto che non funziona nulla. Mi dicono che devo liberare la linea da cui sto chiamando per poter vedere se effettivamente non ci sia linea. Gli lascio il mio cellulare e chiedo di essere richiamato, mi dicono che non possono farlo. Insisto. Mi dicono che sarò chiamato a breve. Aspetto 20 minuti. Quindi richiamo io, rispiego la situazione e faccio fare un test sulla linea. “Effettivamente è impossibile chiamarla…”. Deo Gratias. Viene aperto un nuovo sollecito.

Oramai siamo consapevoli di essere in una sorta di Limbo. L’Odissea è solo all’inizio. Dopo numerose chiamate e altrettanti solleciti aperti e da loro prontamente richiusi come risolti (naturalmente senza alcun test di effettiva risoluzione) il mio coinquilino riesce nell’impresa di farsi mandare un tecnico. Un tecnico TELECOM però, visto che il doppino, appartiene a TELECOM che lo vende a WIND. Il tecnico arriva il giorno dopo e controlla la linea facendo una chiamata dalla centralina. Tutto in ordine. “Tra 24 ore dovrebbe essere tutto a posto, basta attivarla”.

Passano 48 ore. Il telefono ora squilla libero se chiamato, ma c’è un altro problema. Oltre a non effettuare alcuna telefonata (e non avere connessione alla rete) ogni qual volta si compone un numero si riceve il messaggio “Benvenuto in Tiscali, se vuole effettuare chiamate le consigliamo di sottoscrivere un abbonamento”. Che sia un problema con Tiscali? Forse non siamo ancora del tutto fuori!

Chiamo di nuovo WIND chiedendo informazioni riguardo lo strano messaggio. Mi dicono che non hanno idea di cosa possa essere. Dal loro terminale risulta tutto in ordine e la mia linea attiva. Come ti sbagli. Gli comunico che invece non funziona nulla. Posso solo ricevere e di Internet neanche l’ombra. Viene aperto un altro sollecito.

Arriva la prima bolletta di WIND, per un servizio mai avuto. Scadenza 12 dicembre. Chiamo e mi dicono che posso non pagare, e stornarla sulla successiva. Gli racconto la mia storia e aprono un altro sollecito.

Stufo di sentire una hit tecno dal call center WIND decido di chiamare io stesso Tiscali per chiedere info riguardo allo strano messaggio. Vengo accolto da un più pacato Jazz. Mi viene risposto che ufficialmente la mia utenza è stata dismessa il 10 novembre, giorno dal quale, non sono più legato alla loro società. Gli chiedo dunque, per quale motivo ricevo lo strano messaggio di benvenuto da parte loro. Mi viene risposto quanto segue: “Lo chieda al suo operatore, arrivederci”. Immagino un successivo “MMM MMM” alla Stanlio e Olio. Mi attacca in faccia, ma oramai ci sono abituato. Quando non sanno che dirti ti mettono in attesa e poi magicamente cade la linea.

Siamo oramai a metà dicembre. Sono quasi due mesi che viviamo senza telefono nè internet: sostituite “telefono” con acqua e “internet” con cibo e avrete il mio profilo psicologico e quello dei miei coinquilini.

Mi trovo in metro tornando dal lavoro. Squilla il telefono, un numero sconosciuto. Forse sono loro. Rispondo. C’ero andato vicino, non si tratta di WIND ma di TELECOM, che offre a me personalmente un contratto telefonico. Attenzione, non un contratto per il cellulare, numero a cui hanno chiamato, ma un contratto telefono e ADSL per la casa. Sorrido. Tutto comincia a diventare più chiaro. Gli rispondo che in questo momento mi trovo in una sorta di limbo, e non ho idea come poter sottoscrivere un nuovo contratto. Gli dico comunque che rimango interessato nel caso non riesca a risolvere. Mi salutano e mi fanno gli auguri. Non di Natale. Seguono altre 6 telefonate con WIND in cui mi rendo conto che i miei solleciti precedenti sonno stati chiusi come risolti e cancellati dalla history del mio profilo. Tutto quello che l’operatore ha davanti è il mio ultimo sollecito, che vista la vicinanza temporale, risulta ancora in lavorazione.

Siamo al 22 dicembre: mi chiama di nuovo TELECOM. Sono disperato e davanti alla loro coda biforcuta cedo bruscamente. Accetto l’offerta e mi dicono che mi verrà mandato un consulente a casa il giorno dopo. La loro normativa per la privacy non prevede la possibilità di fare contratti telefonici, al contrario degli altri che invece prendono dati sia da Internet che da Telefono (così aveva fatto Fastweb prima e Wind dopo).

Sono le 11 di mattina del 23 dicembre. Manca poco più di mezzora all’arrivo del consulente quando mi assale però un dubbio. E se per cambiare operatore dovessi pagare una penale? Quando si sottoscrive un contratto c’è un periodo minimo in cui si deve rimanere con l’operatore, altrimenti è necessario pagare una multa. Chiamo WIND che mi conferma la possibilità di una penale. Gli ripeto che non ho mai avuto il servizio. “Allora può fare il recesso”. Bene, gli dico, facciamolo. “C’è un problema però, in questo modo lei perde il numero di telefono”. Esatto, avete capito bene, se recedo da un servizio mai ottenuto, perdo il numero di telefono. Non lo posso fare. Non sono il padrone di casa e quel numero è qui da sempre. Attacco. Nel frattempo è arrivato il consulente che ha assistito alla telefonata. Chiama un suo consulente. Ci parlo. Gli spiego tutto. Rimane basito sul messaggio TISCALI e mi conferma il problema con il recesso. Gli dico che sono disposto a pagare la penale, basta che mi risolva il problema. Mi dice di attendere. Richiama dopo 10 minuti. C’è un altro problema. Non è possibile fare la migrazione da WIND, perchè non è ancora stato creato un codice di migrazione e quello vecchio di TISCALI, malgrado lo strano messaggio non è più valido.

Ricapitoliamo, è arrivato il momento del buon vecchio “PREVIOUSLY”: ho sottoscritto un contratto attivato solo a livello amministrativo, mai a livello tecnico. Mi è arrivata una bolletta. Ho chiesto aiuto e nessuno è stato in grado neanche di accennare a una possibile soluzione se non quella di aprire una segnalazione. Se voglio recedere, mio diritto, perdo però il numero di telefono. In alternativa posso fare una migrazione, pagando una penale per un servizio mai ricevuto, solo dopo aver però atteso che sia creato il suddetto codice di migrazione. Un cul de sac davvero interessante.

Richiamo WIND. Chiedo se c’è un’altra possibilità, perchè le due che ho davanti sono impraticabili. Mi viene detto che forse c’è una via d’uscita: in fase di recesso devo specificare che voglio rientrare in TELECOM. Richiedo per conferma circa 10 volte. Mi viene confermato. Richiedo conferma. L’operatore mi conferma aggiungendo che sta facendo la promessa da boyscout. Anche se non posso vederlo, decido di credergli.

Compilo il modulo di recesso, chiedendo la dismissione e la certezza di non dover nulla a WIND, la prima bolletta e le eventuali successive. Specifico il passaggio a Telecom. Imbusto e spedisco.

Ora non mi resta che attendere.

Passano 10 giorni. Ancora nulla. Ricevo solo una telefonata da Telecom che mi chiede “la conferma dei dati”. “Posso confermarli io?” chiedo “No, serve la padrona di casa”. Bene “Mi può richiamare tra mezzora? Chiamo la padrona di casa e le chiedo se è disponibile, sa, è il 31 dicembre…”. La padrona è fuori. Attendo la telefonata per avvertire Telecom. Niente. Passano 2 giorni. Ancora niente. Richiamo il consulente con il quale avevo firmato il contratto. Gli chiedo se gentilmente può farmi richiamare dal servizio di conferma contratti visto che è inaccessibile e chiama solo da numero anonimo. Aspetto 2 giorni. Finalmente ricevo una chiamata. La padrone conferma i dati e tutto sembra apposto. Più o meno. “Bisogna solo attendere i tempi di recesso”. Annuisco “Capisco, e di quanto si tratterebbe?”. Respiro lentamente, ma in fondo so già la risposta. “Vede, in teoria fino a 30 giorni in quanto il suo operatore avrà il tempo necessario per cercare di tenerla…”. Attacco.
Passa un altro giorno. Siamo oramai a quasi 3 mesi senza linea telefonica. Mi arriva una mail. E’ WIND. Mi intima di pagare la bolletta del 12 dicembre. Bolletta che, era già stato chiarito, non doveva essere pagata. Chiamo di nuovo WIND. Spiego la situazione. Mi dicono di non preoccuparmi che il 2 gennaio è arrivata la richiesta di recesso, che è in lavorazione. E’ possibile che l’amministrazione, un altro ufficio, non sia ancora stata avvertita dell’avvenuta ricezione. Attacco.
Suona il telefono. E’ un numero sconosciuto. Rispondo. “Salve, la stiamo contattando su recapito alternativo da lei fornito in quanto non raggiungibile su quello principale. Volevamo avvertirla che è stato effettuato un intervento sulla sua linea telefonica. Premere uno se l’intervento ha avuto esito positivo, 2 se ne gativo e 3 se non può rispondere in questo momento”. Attacco senza esprimere preferenza. L’occhio vibra oramai come un colibrì durante una crisi epilettica. Non è la prima volta che ricevo questo tipo di chiamate automatiche. Avendo il telefono rotto, per colpa loro, in automatico vengo regolarmente avvertito di un ipotetico intervento dall’alto che, guarda un po’, ha così funzionato che non siete neanche stati in grado di chiamare il numero “aggiustato”.
Ma le sorprese non sono ancora finite. Squilla il telefono. Ricevo più chiamate anonime di Snowden. Rispondo: “Salve buonasera, siamo di Fastweb!”. Rimango interdetto. “Non aspettavo una vostra chiamata…” “In che senso?” “Pensavo foste un altro operatore, mi scusi, come posso aiutarla?” Oramai i ruoli si sono invertiti e di solito sono io ad aiutare l’ignaro operatore telefonico.
“Beh, abbiamo visto che è interessato a entrare in Fastweb…”
“Non ricordo di avervi inviato il mio CV.”
“No, la richiesta di abbonamento, ce l’ho qui davanti”.
Non può essere vero. Sono costretto a chiedere. “Mi scusi, per caso la richiesta di cui lei parla risale a maggio dello scorso anno?” “Esatto!” “Ma sono passati 7 mesi, io ero interessato 7 mesi fa, nel frattempo ho già cambiato 3 lavori e 2 operatori telefonici.” “Capisco, ci scusi, arrivederci e buona giornata.”.
Richiamo WIND. Spiego di nuovo la mia situazione per filo e per segno. Oramai sembro un soldato che bendato smonta e rimonta il suo fucile. Dall’altra parte del filo (immaginario) il silenzio. “Mi scusi, non ho capito che mi ha detto.” “Cosa non ha capito” “Cosa mi ha detto” “Parla italiano?”. Mi attacca in faccia. Richiamo. Questa volta mi metto nell’assetto “timorato di Dio” smorso anche il mio tono di voce. “Se vuole posso provare a fare un sollecito”. “D’accordo, lo faccia…”. Oramai senza forze cerco sul dizionario il significato della parola. Usata così tante volte ha completamente perso di ogni significato:
Sollecito: Di cosa, che viene eseguito o si svolge con rapidità, con prontezza.

UPDATE 27 gennaio ore 12:36

Piccolo update per chi oramai si è appassionato alle mie tragedie digitali. Finalmente il 9 di gennaio viene ufficializzato il recesso. Mi chiama un tecnico Telecom per dirmi che la linea funziona correttament e che tutto è andato a buon fine. “Bene!” esclamo “Dunque quando posso attivarla?” Silenzio “Beh, non è così semplice, servono dei tempi tecnici”. Il mio entusiasmo prende la P38 di ordinanza e si spara due colpi alle ginocchia per ristabilire il giusto livello di sofferenza. “E di quanto si tratterebbe? Beh, in teoria una ventina di giorni”. La teoria è già diventata pratica e ancora non vedo la luce. Di pochi minuti fa una chiamata in cui mi si ribadiva che ci vogliono 21 giorni. Al mio “che sono praticamente passati” mi si risponde “Se vuole posso fare un sollecito”. Oramai non sento neanche più il suono di un mouse o di una tastiera, probabilmente la ragazza del call center sta guardando un punto nel vuoto contando fino a tre, come i medici di corsia che entrano in una porta e subito vi riescono in un tempo impossibile per aver compiuto qualsiasi cosa di sensato. “Grazie” rispondo. Attacco.

Update 17 febbraio 2015

Quest’oggi per festeggiare il mio 4 mese senza internet e telefono voglio darvi qualche aggiornamento sulla situazione. Malgrado il contratto firmato con Telecom (che poi ho scoperto essere un pre-contratto, quindi senza alcun valore legale) sono ancora bloccato su rete WIND. Telecom mi ha anche spiegato (o meglio un operatore, ognuno ha le sue teorie) che facendo il recesso in teoria si torna su TISCALI. Allora ho immediatamente chiamato TISCALI per chiedere conferma, che mi ha confermato di non saperne nulla. Chiamo di nuovo WIND che mi dice che per sbloccare la mia situazione serve prima attivare l’ADSL che, testuali parole, è andata in LOOP. Fermo subito gli entusiasmi degli appassionati di viaggi nel tempo come il sottoscritto, non ha niente a che vedere con paradossi o simili. Semplicemente una volta ricevuto il recesso (9 gennaio 2015) il meccanismo automatico di attivazione (che già non aveva funzionato) è impazzito e andato in un loop, che a quanto pare ha bloccato l’attivazione e allo stesso tempo il recesso della linea: gran bel colpo WIND non c’è che dire.
Quindi per ricapitolare, secondo una logica malata della burocrazia delle telecomunicazioni, io dovrò rimanere senza internet e telefono fino a quando WIND non sarà in grado di attivarmi l’ADSL, a quel punto finalmente potrà togliermi il servizio e io dovrà rimanere, di nuovo, senza internet fino alla successiva attivazione con altro operatore (non TELECOM a questo punto visto che il recesso a quanto pare non è detto mi riporti da loro).

Update 2 aprile 2015

Se cercate un lieto fine, lasciate ogni speranza voi che entrate. Il precedente pre-contratto con Telecom alla fine è deceduto come tutti gli altri precedenti, in quanto precontratto infatti, non aveva alcun valore. Telecom mi ha ricontattato chiedendomi se volevo rientrare con loro, questa volta però cambiando l’offerta, non più 12 mesi a prezzo scontato, ma 6 mesi. Ho ringraziato e ho detto che mi sarei rivolto ad altro operatore. In effetti mancava solo una compagnia con la quale non avessi tentato l’approccio: Vodafone. Vado sul sito. Con grande giubilio vengo richiamato direttamente da loro con un servizio in stile Amazon dove inserici il numero e la compagnia ti richiama a un orario stabilito. Comunico i dati, mi viene fornito un feedback via mail e immediatamente spedita la Vodafone Station. Sembra fatta. L’attesa prevista è di un mese, la data scelta il 2 aprile. Oggi. Non avendo ricevuto alcuna comunicazione da Vodafone, il mio coinquilino decide di prendere il toro per le corna e chiama direttamente la fonte. Dopo un’ora di attesa riceve una chiamata sul cellulare: è sempre Vodafone. Chiede informazioni e gli viene detto che….c’è un problema. A quanto pare il codice di migrazione comunicato era corretto ma in fase di passaggio, intorno all’11 marzo) Infostrada avrebbe bloccato il passaggio in quanto il numero sarebbe ancora sotto contratto e quindi non idoneo per effettuare la migrazione. Il mio coinquilino con molta calma (almeno credo) chiama Infostrada: l’operatrice viene travolta dall’ennesimo “nelle puntate precedenti” alla fine del quale assicura che tutto verrà presto risolto. Per l’ennesima volta, non ci resta che attendere. No Comment.
Update 6 maggio 2015
Come diceva il buon Schwarzy “I’ll be back”. Eccomi qui a raccontarvi quella che oramai è diventato un post a puntate, un Walking Dead delle telecomunicazioni. La data successiva di attivazione per Vodafone sarebbe dovuta essere il 17 aprile. Ma il 17, giornata abbastanza funesta, peraltro di venerdi, nulla è accaduto. Chiamo di nuovo il servizio clienti e mi viene detto che c’è un problema. Oramai sono del tutto privo di emozioni. Mi spiega che deve far ripartire la pratica. Resettarla. “Mi sembra un’ottima idea”. Ci vorrà un mese, questa l’unica informazione che riesci a darmi. Passano i giorni. Vorrei di nuovo controllare lo stato della pratica ma mi rendo conto che non ho alcun numero per controllare. Provo a re-inserire il vecchio numero nell’applicazione ma mi dice che il numero non esiste. Chiamo di nuovo il numero verde. Mi chiede di inserire il numero di pratica o il numero di telefono. Vado di telefono. “Il giorno previsto per l’attivazione della sua linea è: Il servizio non è al momento disponibile”. Rido. Chiamo il mio coinquinlino, gli racconto la mia conversazione con un’esponente di SkyNet: ride. Il giorno dopo riprovo. Forse era solo un guasto momentaneo. Oramai sono diventato molto ottimista. Non può andare peggio. Forse. Questa mattina scendo le scale e mi accorgo di avere della posta non ritirata. Quel logo, io lo conosco. Una linea curva con un piccolo puntino arancione: WIND. C’è una bolletta da pagare, periodo di fatturazione 13 novembre — 13 dicembre, in cui, io, non ho mai avuto alcun servizio.
To Be Continued…

Update 13 maggio 2015 — Epilogo

Alla fine internet arrivò. Era una calda sera di maggio, il polline veniva giù come fosse neve e la mia respirazione sembrava un rantolo di un tisico nel suo stadio finale. Sento bussare alla porta
— Salve
— Salve, desidera?
— Sono Internet.
— Mi scusi?
— Internet — sorride. Di quei sorrisi a 32 denti — Niente? Internet? La rete? Il web? Tim Berners Lee anyone?
Lo guardo come i cani guardano il loro padrone davanti a un comando non recepito.
— Ma dove diavolo vivi amico? Posso entrare? — Non faccio a tempo a proferire parlare. Internet è già dentro il mio salotto.
— Bel posticino, davvero amico. Posso? — Sorrido. Come a dire “non hai certo bisogno del mio aiuto.
— Sai quanti secondi ci sono in un anno?
— Cosa?
— 31.536.000secondi. Pazzesco vero? Se invece si tratta di un bisestile 31.622.400.
— Cosa?
— 413,000,000 di risultati. Qualcosa di più preciso?
— Privacy?
— Facevi prima a chiedermi Babbo Natale! Voglio dire, cose esistenti. Non fantasia. Capisci? Lasciamo perdere.
— Posso sapere perchè si trova qui?
— Mi hai chiamato tu.
— Io? Quando?
— Vediamo..ah si eccolo qua. 17 ottobre 2014. — Guardo il telefono.
— 7 mesi fa?
— Si, beh ecco, c’era la partita, traffico, si insomma.
Improvvisamente come un esplosione all’interno della mia testa il passato riprende vita. Fastweb. Il passerotto precipitato sul terrazzo di mio padre. Il matrimonio del mio migliore amico. Wind. Le bollette. Il recesso. Le 375 telefonate al servizio clienti. I solleciti. Centinaia di solleciti. Le telefonate al servizio clienti. Le centraliniste. I centralinisti. La musica distorta del servizio clienti. Le voci automatizzate. Premere 0. Premere 1. Premere 5. The Customer you have dialed has denied your call. Tiscali. Telecom. Fastweb. Wind. Vodafone. Il recesso con rientro. Il recesso senza rientro. Il mio numero di telefono. 30 giorni per l’attivazione. 30 giorni per l’attivazione. Il consulente Telecom dal nome “telefonicamente” importante (avete presente il famoso scherzo della lavatrice degli anni 90?). Il giorno di attivazione della sua linea. Il servizio non è al momento disponibile. Ora tutto mi è chiaro.
Guardo Internet negli occhi. Lui respira lentamente. Come in Limiteless riesco a vedere più di quanto avessi mai visto nei 7 mesi precendenti. Ora vedo il Matrix in tutta la sua esplosione alfanumerica.
— Ti senti bene amico?
— Molto bene…
— Amico, non so se te l’hanno mai detto..ma sei inquiet…
Internet non riesce a finire la frase. Ha già un calzino in bocca mentre lo lego mani e piedi. Mugugna qualcosa come “Lasciami andare 203,000 results (0.34 seconds)”.
— Spero il posto ti piaccia. Da adesso sarà la tua casa. Per sempre.
Buio.

NOTA. Il macro periodo di riferimento di questa storia va da maggio 2014 a Gennaio 2015. Quasi 7 mesi nei quali non mi è stato possibile cambiare operatore telefonico, malgrado abbia firmato 2 contratti con due diverse compagnie (più il terzo con TELECOM, con il quale ho praticamente firmato con tutte le più grosse aziende disponibili in Italia). A voi le considerazioni.
NOTA 2. Non ho le registrazioni delle telefonate perchè in itinere non ho pensato la situazione potesse evolversi in questo modo. Ho qualche codice di chiamata, ma servirebbe a poco. Potete credermi o meno, ma sono più propenso a pensare che il mio racconto vi convinca.
Nota 3. Ad oggi sono ancora senza telefono e con Telecom che attende che WIND si degni di lasciare andare un suo cliente mai servito.
Nota 4. Avevo già scritto la prima parte di questo post sul mio blog, ma ho pensato avesse più senso continuare la discussione qui su medium.
Nota 5. Il 13 maggio Vodafone ha finalmente attivato la mia linea telefonica. L’incubo è finito.

 

[UPDATED È TORNATO!] Tutto finisce, soprattutto quando è gratis: chiude Box Office Mojo

Senza preavviso, e senza spiegazioni, Box Office Mojo è tornato online. Se volete potete leggere il mio sproloquio prima del ritorno online.

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È sparito così, da un minuto all’altro. Un secondo prima eri a li a vedere quanto aveva incassato First Blood (aka Rambo da noi) e un secondo dopo ti trovi proiettato sul sito di IMDB. Sperduto pensi ad un errore di battitura. Riprovi. Niente da fare. È tutto vero. Box Office Mojo, dalla fine degli anni 90 uno dei punti di riferimento, per conoscere gli incassi presenti e passati dei film di tutto il mondo ha chiuso i battenti. Rien va plus, le jeux son fait…e qui si ferma il mio francese. Morale della favola da oggi dovremmo trovare informazioni altrove. IMDB ha un sistema simile (non a caso aveva acquistato Mojo, lasciandolo però un sito indipendente) ma molto meno chiaro e soprattutto molto meno aggiornato.

Come avete potuto vedere la cosa è stata presa benissimo. Ma perchè arrabbiarsi? Perchè lamentarsi? Abbiamo mai tirato fuori una lira per quel servizio? La risposta è no. Ed è una risposta che si adatta perfettamente ad altre domande simili. Abbiamo mai pagato per Google Reader? No. E se domani chiudesse Google Maps? Gmail? O se il servizio venisse trasferito altrove? Potremmo lamentarci in qualche modo? Si, ma sarebbe solo una perdita di tempo. Ogni forma di protesta sarebbe inutile nonchè infondata. Tanto per farvi venire un po’ di ansia un giornalista del Guardian ha calcolato la vita media dei prodotti Google. Risultato? In media un servizio Google “vive” 1459 giorni (poco più di 4 anni). Questa è la free economy in cui siamo finiti, questo è il mondo in cui vivremo nei prossimi anni. Un mondo in cui tutto è a portata di mano, molto spesso gratuitamente, ma in cui tutto potrebbe sparire in un battito di ciglia.

Per chi non ci vuole credere un lumicino c’è: il destino di Box Office Mojo è ancora incerto, anche se il silenzio di Amazon (proprietario di IMDB) e il repentino cambiamento non fanno ben sperare. Nel frattempo potete ancora contemplare l’indicizzazione del sito, Google, lo ricorda ancora.

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La foto post è presa da qui.

 

5 cose sul lancio dell’Iphone 6

“Vorremmo potervi dire di più”. Questo era il claim apparso sul sito della Apple prima del suo attessissimo Keynote. Purtroppo le aspettative non sono state accontentate. Il lancio del nuovo Iphone (e Iwatch) non ci ha detto nulla di più di quello che già sapevamo. I leak ci avevano mostrato già le forme del nuovo nato in casa Apple e l’AppleWatch non raggiunge neanche minimamente i render immaginari che si erano alternati sulle riviste di settore. Capitolo a parte l’Apple Pay che cerca di rompere le regole del gioco esattamente come aveva fatto Itunes qualche anno fa. Ma andiamo con ordine.

1. Il leak è probabilmente il protagonista di quest’anno. Oramai sembra quasi impossibile per un’azienda riuscire a nascondere le proprie creazioni al pubblico prima del lancio, a tal punto che qualcuno si chiede se forse questi leaks non siano altro che delle attente mosse di mercato per avere feedback dagli utenti e nel caso cambiare in corsa. Un altro motivo dell’aumento di leaks sta nel fatto che è molto difficile nascondere i propri ordini oltre oceano. Quando si ordinano milioni di schermi da 5,5 è difficile non fare la matematica.
2. L’Iphone non innova. E oramai non lo fa da almeno 3 modelli. L’ultimo telefono che ha davvero aggiunto qualcosa al mercato è stato l’Iphone 3g. I modelli successivi non hanno fatto altro che aggiornare il modello precedente senza grossi stravolgimenti (la cosa più interessante è stata l’attivazione con l’impronta digitale, a detta di molti non perfettamente funzionale, e forse ancora da migliorare). Le specifiche dei nuovi nati sono pressochè identiche a telefoni di almeno 2 anni fa. Come si può vedere dalla tabella qui sotto a livello strettamente numerico (è chiaro che in due anni le componenti cambino) i due device, Nexus 4 e Iphone 6 sono pressochè identici (con una “sottile” differenza nel prezzo).

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Altra cosa da notare il passo indietro ideologico di Apple che un anno fa definiva una questione di “common sense” non fare un telefono più grande. Diciamo che il common sense è andato a farsi fottere di fronte all’evidenza del mercato.

3. Il punto precedente rende oramai palese un fatto: non è l’hardware il campo di battaglia dove si combatterà la guerra tra smartphone. Il software è quello che rende un telefono diverso dagli altri. Android, Windows e IOS sono tre mondi e modi diversi di utilizzare un device. Apple probabilmente la pensa allo stesso modo altrimenti sarebbe inspiegabile presentarsi con un hardware che non giustifica minimamente gli oltre 1000 euro della versione top gamma da 5,5 pollici. Con la metà dei soldi è possibile prendere una nave spaziale e avere ancora soldi per comprarne un altro.
4. Apple Watch. Ecco questo punto rimane un vero mistero. Apple presenta un oggetto pressochè identico alla sua concorrenza diretta (gear di Samsung, con le dovute differenze a livello di rifinitura), decisamente più “brutto” dello splendido (ma con qualche pecca tecnica) Moto G 360 che ha scelto la linea tonda più consona per un orologio da polso.

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Per il resto si conosce solo un prezzo fuori mercato (100 dollari sopra i top gamma della concorrenza, 200 più del Moto G 360), un design opinabile (la rotellina, che a quanto pare serve per navigare oltre al touch, è solo a destra, di fatto rendendolo inutilizzabile per chi porta l’orologio a destra), e una data di lancio che lo rende già vecchio ancor prima di uscire (chissà quanti altri LG, Samsung usciranno da qui al 2015). La feature “health” tanto millantata è un qualcosa che tutti i telefoni attuali possono supportare. Sapete come funziona il calcolo del battito cardiaco? Con una fotocamera e un flash, si, esatto, ogni telefono, con una semplice app riesce a calcolarlo appoggiando il dito sulla fotocamera. Per finire l’Iwatch non funziona se non in sincronia con l’iphone. La Samsung ha già rilasciato una versione del suo Gear con funzionalità 3G per poterlo sincronizzare anche senza un telefono a portata di mano.
5. Apple Pay. Ecco forse questo è il punto fondamentale del lancio Apple. Al precedente Keynote dell’iphone 5s molti hanno storto il naso quando hanno scoperto che per l’ennesima volta il sistema NFC (che permette pagamenti a contatto e scambi di file sempre appoggiando due dispositivi uno accanto all’altro) era stato negato agli utenti Apple. La giustificazione sempre la stessa: problemi di sicurezza. Oggi però con il sistema di sblocco ad impronte digitali questa sicurezza c’è (e quei poveri utenti 5s? Perchè loro no? Per assurdo chi ha preso il telefono per ultimo si trova nella stessa situazione di chi ha un telefono di 3 generazioni precedenti) e soprattutto c’è un sistema proprietario di pagamento che giustifica l’utilizzo dell’NFC: Apple Pay. Dunque come con l’APP store, Apple crea sistemi proprietari dai quali può guadagnare direttamente e quindi supportare appieno (chissà a quanto ammonta la percentuale di pizzo da pagare alla società di Cupertino). La questione ora sarà capire come si porranno gli altri operatori (da noi Poste, Vodafone e Tim) che già avevano implementato un sistema di pagamento NFC.

 

10 cose che puoi fare aspettando un pagamento a 90 giorni.

1. Calcolare il lasso di tempo in ore, minuti e perché no, secondi. Tanto per farsela prendere a male. 1 ora= 60 minuti, 1 giorno= 24 ore = (24×60) = 1,440 minuti. 90 giorni sono dunque 90×1440= 129 mila 600 minuti. In secondi? Si lo so che lo volete sapere. In secondi sono 129,600×60 = (fate un bel respiro) 7776000 secondi. Buona conta.

2. Girare 7 versioni di The Rope di Alfred Hitchcock. Il buon Alfred aveva la fissa del film in location unica e in qualche caso dell’unità di tempo. Molti altri l’hanno seguito e tra cui non ultimo Rodrigo Cortes che ha girato Buried in soli 17 giorni. In pratica lui finisce un film in 2 settimane e una società ce ne mette 12 per saldare una fattura. Deve essere molto complicato compilare un bonifico.

3. Seguire la gravidanza di un puma, magari non troppo da vicino.

4. Piantare del grano nel gioco Simpsons Tapped Out. Si, ci vogliono 90 giorni, se non volete pagare. Ma visti i tempi di fattura vi conviene aspettare.

5. Seguire le orme di Jake Reilly ed entrare nell’Amish Project. Astinenza totale da tecnologia, qualsiasi essa sia per 90 giorni. “Sono andato in bici, ho fatto collages, puzzle,“ insomma tutte quelle cose che normalmente non avrei mai fatto”. Ah, beata gioventù.

6. Votare un numero svariato di volte (se vi trovate in Italia) e/o assistere a una serie di promesse elettorali inevitabilmente non mantenute.

7. Guardare l’intera serie di Breaking Bad 44 volte (senza pause, don’t do at home).

8. Guardare i lavori in corso, ma a un certo punto ricordarsi dei soldi, potrebbero essere già arrivati, soprattutto se vi trovate davanti ai lavori della Metro C.

9. Vedersi scorrere davanti agli occhi circa 45’000’000’000 di tweet (ma sotto mondiali potrebbe andare peggio).

10. Aggiornare la mail ogni 5 minuti, che per 90 giorni, fanno circa 25’920 click sul tasto aggiorna. Nel frattempo che premete vi consiglio di pensare al nome di un buon avvocato.

 

Facebook è un amico e ti ascolta, sempre. S-E-M-P-R-E.

Bentornati al nostro spazio “L’angolo del Distopico”. Da qualche tempo mi diverto a vedere fino a punto il mio buon Google fa a pezzi la mia privacy con il suo servizio Google Now (disattivabile, ma perchè farlo, tanto lo fanno lo stesso). Qualche tempo aveva fatto scalpore un opzione del google-fonino (marchiato Motorola, il Moto-G appunto) che permetteva al sistema di attivarsi alla sola frase “Ok, Google” (un po’ come nei Google Glasses). Per fare questo però il telefono doveva per forza di cose (poverino) rimanere in ascolto tutto il tempo in attesa delle fatidiche parole. Beh? Che c’è di male? Niente, se non fosse che molto probabilmente in attesa di “ok google” quelli Mountain View prendessero appunti su tutte le altre parole pronunciate prima di Ok e Google. Il servizio per ora è disponibile solo sugli smartphone targati google (NEXUS) e solo in lingua inglese. Non si sa per quale motivo oscuro, ma il telefono se settato in Italiano non riconosce più la parola magica per attivarsi. Perchè questa premessa? Perchè a partire dal 5 giugno Facebook (o meglio la sua app per mobile) ha introdotto una nuova fantastica feature, per facilitare ogni vostro sharing delle cose che amate. Mettiamo che state ascoltando una canzone e volete fare sharing, ma senza la scomodità di dover andare su Youtube, cercarla, si insomma avete capito. Qui viene in vostro aiuto Facebook che mentre ancora siete intenti a utilizzare le parole giuste ha già automaticamente auto compilato il vostro status? In quale modo? Semplice. Ogni telefono ha un microfono giusto? Si. Dunque perchè lasciarlo riposare tutto quel tempo, ancor di più oggi che i ragazzini non fanno altro che mandarsi messaggini su Whatsapp, poi mi si deprime, diamogli un’altra possibilità. Aspetta, ho un’idea ancora migliore. Teniamolo sempre acceso, perchè stare li a spegnere e accendere tutto il tempo, povero microfono. Lasciamolo andare, lasciamolo ascoltare, quando poi ne abbiamo bisogno lui sarà pronto a fornire le giuste informazioni all’app che in un secondo potrà dirvi cosa state guardando in tv, la canzone che state ascoltando e molte altre amenità davvero utili se non siete in grado di intendere e di volere.

A New, Optional Way to Share and Discover Music, TV and Movies from Facebook on Vimeo.

La cosa deve aver mandato fuori di testa Youtubers Matthias che ha creato un video con cui evangelizzare tutti gli utenti a fuggire da Facebook prima che sia troppo tardi. Tutti abbiamo avuto, chi per un motivo, chi per un altro, voglia di uscire dal Social di Mister Z, forse è una battaglia persa, ma se masticate un po’ di inglese vi consiglio la visione.

ATTENZIONE! Matthias è un comedian come potete chiaramente vedere dagli altri video caricati sul suo canale.

 

ciao youtube: come distruggere la rai (e un’intera memoria collettiva)

Dopo aver rifiutato i 50 milioni di Sky per essere sulla piattaforma satellitare, da domani 1 giugno la Rai sparirà anche dalla piattaforma di Mountain-view. La motivazione? Troppi pochi soldi. L’accordo precedente prevedeva infatti circa 100 euro a video (700 mila euro per 7000 video all’anno). Non abbastanza per Gubitosi che preferisce monetizzare l’eventuale (perchè tale è, eventuale) migrazione degli spettatori sulla piattaforma proprietaria Rai.

Ma snoccioliamo un po’ di dati. Cosa lascia Mamma-Rai su Youtube? Circa 50 mila video, 1.2 milioni di iscritti ai vari canali (32) e circa 1 miliardo di views (è uno dei network europei più visti, secondo solo a BBC, che però ha il vantaggio della lingua inglese). Per farsi un’idea RTVE raccoglie la miseria di 124 mila iscritti e poco più di 250 milioni di views. Stessa cosa succede in Francia e in Germania dove ARD (consorzio di tv pubbliche) ottiene 475 mila iscritti e 323 milioni di views. Dall’altra parte dell’oceano la situazione è la stessa, PBS negli USA raccoglie 417 mila iscritti e 350 milioni di views, numeri ben al di sotto della nostra tv nazionale (e ho citato solo network pubblici, in USA anche CNN ha numeri inferiori alla Rai). Già, perchè qui nasce un altro paradosso. La Rai sta facendo una mossa da tv privata, non pubblica. Non guadagno abbastanza, quindi me ne vado è un ragionamento perfettamente legittimo per una tv privata (vedi Mediaset che è uscita da Youtube anni fa) ma scricchiola pericolosamente se detta da un ente pubblico che è finanziato per larga parte da un canone, peraltro obbligatorio.

L’altra questione è la reale possibilità che 1.2 milioni di utenti iscritti su Youtube possano volersi spostare sul canale Rai.tv (non certo famoso per la sua usabilità, vedi app per android e l’utilizzo di Silverlight). Per quale motivo io utente youtube dovrei cambiare le mie abitudini? E poi, perchè considerare l’utente youtube alla stregua di uno spettatore “rubato” alla televisione? Possibile che i vertici Rai non abbiano capito che Youtube è uno dei tanti canali dove poter visualizzare contenuti. Come ha ripetuto lo stesso direttore di BBC (che al contrario sta ottimizzando la sua presenza su Youtube che risale al 2007) “Il viaggio che facciamo ogni giorno da quando ci svegliamo a quando torniamo a dormire è costituito da un passaggio continuo da uno schermo all’altro”

Ma c’è dell’altro. Come fa notare Tiziano Bonini su Pagina99, dal 2 giugno si creerà una sorta di enorme amnesia collettiva. Oltre a tutti i video caricati ufficialmente dalla rai, verranno cancellati anche tutti quelli illegittimi, fino ad ora tollerati in virtù dell’accordo con Big G. Già perchè oggi Youtube non è più solo una tv online, ma soprattutto un’enorme risorsa per blogger, giornali online, ma anche telegiornali e programmi televisivi che spesso usano i video presenti su Youtube come fonte.

Nell’anno in cui British Pathè regala al mondo intero una memoria storica inestimabile (295 milioni di iscritti e quasi 50 milioni di views in pochi mesi), la Rai prende una decisione controcorrente, un isolamento tecnologico inspiegabile, che non ha giustificazioni apparenti se non la mancanza di visione dei vertici Rai ancora troppo legati al vecchio modo di fare televisione. Ogni ora su Youtube vengono caricati circa 100 ore di nuovi contenuti, dal 2 giugno in quelle cento ore non ci sarà neanche un minuto prodotto dalla RAI.

[UPDATE]

È cominciata regolarmente l’opera di demolizione dei vari canali youtube appartenenti alla RAI. I video sono stati cancellati a scaglioni. Ad oggi degli oltre 50 mila video ne rimangono solo 7000. Dimezzate anche le views totali.

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[UPDATE] 4 giugno 2014

La Rai è ancora su Youtube anche se fortemente ridimensionata. 7100 video rimangono nel network, ma il canale principale è sceso a 40 video. L’unica anomalia è nel fatto che risultano caricati video fino a 4 ore fa, ben oltre il termine dell’accordo con Google. L’ipotesi è che Rai non sparirà definitivamente da Youtube, ma che terrà una posizione, da privato (non partner) per mantenere l’indicizzazione del nome.

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Sfrattati – The Series – Macaulay Culkin

Quando Giacomo e Davide si trovano davanti alla prospettiva di rimanere per sempre a casa con Mamma e Papà, rimane solo una cosa da fare…

 

Google Stories: il creatore automatico di ricordi

Oramai ci sono abituato, a non sapere cosa il mio telefono sta facendo intendo. Già vi avevo annoiato con le 5 cose che Google Now fa e di cui probabilmente non siete a conoscenza. Oggi voglio ampliare la vostra ignoranza inconscia (ignorata) con una nuova funzione di cui Google mi ha gentilmente informato l’altra sera (sabato).

Tutto comincia con una nuova icona di notifica. Il telefono vibra. Accendi lo schermo e ti trovi davanti a una cosa tipo “La tua storia è pronta”. No, non è un dolce forno della scrittura, niente di tutto ciò, ma poco ci manca.

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Andiamo con ordine. Google ha da qualche tempo ottimizzato il suo sistema di photo-back-up. Scattate una foto e automaticamente (potete scegliere se farlo solo via wifi, o in carica) trovate la vostra foto sull’account di google plus (a sua volta sincronizzabile con Google Drive). Le foto non sono pubbliche (per fortuna), ma bastano pochi passi per condividerle con le proprie cerchie (si lo so, per quale motivo oscuro?).

Gli automatismi però non si fermano qua. Le foto vengono messe in ordine, catalogate, per data, luogo, ora e per qualche altro misterioso algoritmo che mette “in evidenza” alcune foto invece che altre. Il servizio è non c’è dubbio molto comodo, soprattutto ora che si tende a tenere tutte le proprie foto sui telefoni sempre più capienti.


Ma arriviamo al “main course” di cui vi avevo parlato più sopra. Di cosa si tratta? Le foto automaticamente salvate sui server di google, non vengono solo salvate, ma rilavorate, rimesse in ordine e imbellettate (si, c’è un servizio di auto-adjustment delle foto e anche un altro che riconosce scatti vicini per creare una sorta di gif-animata on the fly, vedi foto sopra). Tutto quello che vi rimane da fare è inserire le informazioni che google non è (ancora per poco) riuscito a raccogliere. Con chi ti trovavi? Che facevi? Di chi era il compleanno? Di chi sono quelle foto? Insomma Google, ha deciso di togliervi quel fastidioso lavoro di creare uno “scrapbook” come lo chiamano gli americani, ogni volta che tornate a casa. Ora l’album dei ricordi si limita a essere un form da compilare nei suoi campi ancora vuoti. Al resto pensa l’algoritmo che traccia una linea narrativa grazie al solo utilizzo delle foto scattate (probabilmente aiutandosi con il GPS che gli “racconta” quali foto sono state scattate nello stesso luogo e quindi “narrativamente” limitrofe).


Qui trovate una live demo.

E la privacy? Gli interni di Google (malgrado la funzione renda palese l’enorme quantità di dati assorbiti) hanno assicurato che nulla è compromesso. Le foto sono automaticamente visibili dal solo possessore che deve decidere con chi, nel caso, condividerle. Inoltre le “storie” sono interamente artificiali, ovvero scelte dall’algoritmo, il che significa che nessuno ingegnere di Palo Alto passa le giornate davanti alle nostre foto private.

Per gli utenti Nexus la funzione dovrebbe essere attiva di Default se avete Google Now in funzione. Per gli altri è un opzione dell’app separata di Google Plus (presente anche su IOS).

 

5 cose che Google Now fa e di cui probabilmente non siete a conoscenza.

Premessa. Per chi non conosce Google Now, brevemente, si tratta di un servizio di notifiche e informazioni basate sui dati accumulati da Google, che siano mail, geolocalizzazioni, acquisti etc. Negli smartphone di ultima generazione non è più un app a parte ma parte integrante del sistema operativo android (esiste l’app per IOS).

1. Il sistema automatizzato di Google ha accesso diretto a tutte le ricerche e le e-mail che mandate e ricevete. Questo permette al servizio di suggerirvi articoli a cui potreste essere interessati e soprattutto interagire direttamente con le vostre comunicazioni. In che modo? Ad esempio è in grado di creare automaticamente un reminder per il vostro spettacolo al cinema (basandosi sulle vostre ricerche di orari e lo spostamento, avvicinamento al cinema cercato). Calcolando distanza, mezzo di trasporto e traffico, google vi suggerisce attraverso una notifica, di muovervi se non volete perdervi il vostro film preferito. La cosa si ripete anche nel caso abbiate acquistato un biglietto del treno. Non appena in metro in viaggio verso la stazione Google Now vi avvertirà dicendovi che siete in orario ma se non state andando a prendere il treno è il momento di muoversi.

2. Un altra funzione è quella del conta-passi. Google calcola ogni vostro spostamento (potete cambiare l’opzione ma di default è attiva). Questo gli serve per varie cose, capire dove abitate, quali sono i vostri spostamenti più frequenti, suggerendovi possibili strade per tornare a casa (via bus, bici o macchina) e soprattutto per smuovere il vostro amor proprio, con un sistema di contapassi mensile che vi aggiorna su quanti chilometri avete percorso. Il reminder, automatico ma “disattivabile” (o meglio non visualizzabile in futuro), vi mostra un raffronto con il mese precedente informandovi sulla vostra debacle fisica.

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3. Trovare la vostra macchina. Già, esistono da tempo servizi che vi permettono di segnare con un pin, il punto esatto dove avete lasciato il vostro veicolo. La questione è che Google Now ora fa la stessa cosa senza richiesta dell’utente. Di base Google vede la velocità a cui vi state muovendo e “capisce” se vi trovate su un auto o a piedi. Una volta fermi, suppone che vi siate fermati e senza colpo ferire lascia un marker nel punto dove avete fermato la vostra corsa. Tornando all’auto vi prende il panico. Dove diavolo l’ho lasciata? Google a questo punto monitora il vostro randomico movimento, probabilmente nella zona dell’auto, e dopo aver aspettato un po’ di tempo (diamogli tempo, magari ci arriva, penserà) decide di togliervi d’impaccio e suggerirvi il punto dove avete lasciato la vostra auto. Ok. Non c’è che dire, le cose cominciano a diventare inquietanti.

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4. Google vi ascolta sempre, letteralmente, in cerca di possibili informazioni che potrebbero esservi utili. Su alcuni telefoni (i Nexus, ma anche Samsung) è infatti stato implementato un sistema che permette al telefono di rispondervi sempre al solo richiamo di “ok google” (solo in inglese, non chiedetemi perchè). C’è solo un piccolo problema. Per fare questo il telefono “ascolta” si il richiamo, ma anche tutto quello che viene pronunciato nei pressi del vostro smartphone.

5. Chiudiamo con qualcosa di più rilassante, le funzioni più standard. Meteo, partite e traffico sono sempre a vostra disposizione. In aggiunta google è in grado di estrapolare possibili pacchi in arrivo, ad esempio, dei vostri acquisti su amazon. Automaticamente potete seguire il tracciamento del vostro regalo in ogni momento. In USA esistono anche servizi di notifiche simili con l’affitto di un auto, di un biglietto del cinema o del teatro, che vi vengono suggeriti nel caso vi troviate nei pressi dell’evento. Per i malati di serie tv esiste anche un servizio di reminder che vi aggiorna sui nuovi episodi dandovi ora e canale di messa in onda.

[UPDATE]

Dopo che ho scritto l’articolo, Google Now ha voluto subito consigliarmi una lettura a cui potrei essere interessato.

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Come Facebook vi tiene intrappolati al suo interno

Ho già scritto altre volte del mio rapporto non proprio idilliaco con Facebook. Il social di Mr. Z. è oramai dentro le nostre vite in maniera così profonda che cercare di uscirne equivale prendere e andarsene sopra una montagna in ascetismo (per un po’ si è usato anche il termine “suicidio” per descrivere un log-out definitivo).

Oggi però mi sono imbattutto nell’ennesimo tentativo di Mr. Z. di trattenermi all’interno del social. Ma facciamo un salto indietro.

Previously in Devil Mr. Z. Want You Here Forever.

Uno dei primi meccanismi messi in atto da Facebook per evitare che il proprio pubblico uscisse e entrasse dalla grande F è stato quello di mettere terrore a chi volesse varcare la soglia. Una sorta di warning in pieno stile Trojan, come quelli che si possono incontrare quando il nostro broswer incontra un sito con possibili malaware in vista. Beh? Niente di male, Giacomo, solo che all’epocoa (ora no) questo warning appariva anche per siti molto trafficati (anche quotidiani per dire) di fatto spingendo chi è poco avvezzo alla navigazione a immediatamente tornare indietro e rimanere all’interno della sempre più spessa placenta creata da Mr. Z.

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Un altro trick più subdolo è stato quello (non solo di Facebook) di “facilitare” l’iscrizione degli utenti ad altri siti, usando il login di Facebook. Già, facilitare la vita, è questo che vuole Facebook. Ma se vi fermate per un secondo a ragionare sulle conseguenze di un’iscrizione attraverso questo meccanismo, capirete che non è proprio così che vanno le cose. Iscrivendosi infatti con il log-in di FB di fatto state legando l’utilizzo di un determinato servizio (anche Spotify, per dire) al vostro social network preferito. Cosa succede se un giorno volete uscire da Facebook ma non dall’app alla quale siete iscritti con il loro dati? Niente di che, dovete solo rifare tutta la procedura di iscrizione perdendo tutti i dati e le playlist (nel caso di Spotify). Ma non c’è niente da fare? Una cosa c’è, rimanere su Facebook e mantenere attivo il log-in così da poterlo utilizzare su tutte le piattaforme su cui è stato usato. Facile no?

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E arriviamo al presente. Premetto che è passato ancora troppo poco tempo da quando ho “scoperto” questa cosa, però mi sembrava perfettamente in linea con le due cose di cui vi ho parlato poco sopra. Quando embeddate un video da youtube su FB, il social di Mr. Z vi permette di vedere i video direttamente nel social. Niente di strano fino a qui, è un embed, e come tale ha questa precisa funzione. C’è però qualcosa che non va, se date un’occhiata con più attenzione. Di solito Facebook permette sempre di poter “switchare” alla visione su Youtube in qualsiasi momento semplicemente premendo il pulsante “watch on youtube”. E’ un’opzione utile soprattutto per chi magari vuole dare un’occhiata ai related, avere maggiori informazioni sull’utente che ha caricato il video, o più semplicemente sapere quando è stato caricato un contenuto. Ebbene da oggi, ieri sera per essere precisi, questo pulsante “watch on youtube” non funziona più. Se provate a premerci sopra vi sembrerà di essere pazzi, o di avere un qualche problema con il broswer. Ho provato varie volte anche con diversi software (chrome, safari) ma il risultato non cambia. Dunque? Se non fosse un bug (cosa ancora probabile, visto il poco tempo passato) sarebbe l’ennesimo tentativo (sporco) di FB di evitare che voi usciate dal social. Per accedere al video si può ancora premere sul titolo del video. A mettermi ancora più dubbi, ci ha pensato Andrea Iannunzi, che mi ha girato questo link, dove Facebook, in data 5 maggio, annuncia l’imminente arrivo di nuovi dati insight riguardo la visione dei video. Vere e proprie statistiche (molto simili a quelle già presenti su youtube) per avere una completa visione del proprio pubblico multimediale (altro che Auditel). Rimarrei ancora cauto per altri, diciamo 2 minuti, poi premerei il pulsante “Panico”.

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ps. Ho provato a vedere se era un problema dell’embed di Youtube, ma da altri siti il pulsante funziona senza problemi (anche da Twitter)

[UPDATE]

D’accordo. Da questa mattina il pulsante funziona di nuovo. Il mio animo Maulder però non può che continuare a pensare che tutto questo ha un suo significato, che la verità è la fuori, che voglio crederci…ok. La smetto.